LA SERA DEL 31 OTTOBRE, nella società contadina di un tempo, non era una sera qualunque.
Secondo una credenza popolare nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre i Morti tornavano a casa a trovare i propri cari e vi rimanevano fino all’ Epifania.
Per questo il detto dice:
Le fest iessen e venessen
Ma Pasc(a) Epifania nun mai veness!
Non si voleva che arrivasse l’Epifania perché in quella data i Morti dovevano andar via.
La sera del 31 ottobre, nelle case contadine, si avvertiva nell’aria un senso di tristezza e mestizia profonda al pensiero di ciò che stava per accadere nella notte, una notte quasi sacra, in cui Morti e vivi si ricongiungevano.
Si cenava in silenzio, nessuno rideva o scherzava o parlava più del necessario. Alla fine si lasciava la tavola apparecchiata con il pane e l’acqua e il camino acceso per permettere ai propri cari Defunti di rifocillarsi e scaldarsi dopo il lungo cammino.
Alla finestra si metteva una candela accesa perché i propri Defunti potessero più facilmente ritrovare la strada di casa nella notte buia.
C’era chi addirittura cambiava le lenzuola per lo straordinario evento.
Non c’era paura alcuna in questo rito di preparazione, non c’erano teschi, streghe o fantasmi ululanti , erano solo gesti di affetto verso le anime dei propri cari Defunti, che venivano a passare un po’ di tempo con i loro cari, presenze benevole e gentili, a cui si ritornava con il ricordo: alla mamma, al papà, ai nonni, ai bisnonni, agli zii e ai parenti vari…
Altro che Halloween! Certo, erano credenze popolari perché si sa che i Morti non possono ritornare ma ogni gesto era fatto con amore: il pane, l’acqua, la candela accesa erano un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei Morti, la cui memoria passava anche attraverso il cibo e il profumo della cucina.

Nessun commento:
Posta un commento