mercoledì 2 settembre 2026

QUAGLIERA

 QUAGLIERA

A Mondragone, con questo temine, usato più al femminile che al maschile, ci si riferisce ad una persona instabile, lunatica, che cambia continuamente idea. E’ una nostra espressione gergale molto precisa.

L’origine e il significato di questa metafora è legato al comportamento della quaglia, che è nota per il suo volo basso, brevissimo e imprevedibile. Quando si spaventa o si muove, salta da un punto all’altro in modo confuso e repentino.
Dare della “quagliera” ad una persona significa assimilarla a questo animale, qualcuno che non sta mai fermo su una posizione e “vola” continuamente da un’idea all’altra, inaffidabile nelle scelte, con continui e repentini cambi di umore e di opinione.
Dalle mie ricerche risulta che questo termine non è presente nel dialetto napoletano e quindi è prettamente mondragonese.
Ovviamente persone con queste caratteristiche non esistono solo a Mondragone ma dappertutto ma è solo qua che hanno saputo connotarle in maniera così simpatica e divertente, tanto che, al solo pronunciare il termine, già viene da ridere e poi, quando si definisce una persona “quagliera”, non c’è niente altro da aggiungere perché già si è capito tutto.
Il nostro dialetto è ricchezza e fantasia.
Il dialetto è la prima espressione dell’identità di un popolo.


venerdì 21 agosto 2026

NC’E’ MUORT SENZA RIS E NC’E’ SPOS SENZA CHIANT!

 NC’E’ MUORT SENZA RIS E NC’E’ SPOS SENZA CHIANT!

I proverbi e modi di dire non si possono considerare verità assolute ma, talvolta, la saggezza popolare corrisponde a verità e racchiude preziose lezioni, nate dall’esperienza.
Secondo questo proverbio al momento del matrimonio è facile vedere persone piangere per la commozione ed è comprensibile ed umano ma veder ridere al cospetto di un morto è abbastanza disdicevole e inopportuno, eppure succede.
A Mondragone, in passato, non si metteva il manifesto funebre fuori alle case ma solo un drappo, in segno di lutto e questo ha dato luogo a diversi equivoci e fraintendimenti.
Diversi anni fa, una donna che abitava nel centro storico, aveva un fratello che abitava in periferia e, a causa della lontananza, non si vedevano quasi mai, si frequentavano poco, solo nelle grandi occasioni come matrimoni e funerali.
Negli ultimi tempi aveva saputo che il fratello con la famiglia aveva cambiato casa ed era andato a vivere sulla Starza, una zona del Rione S. Angelo ma non era ancora andata a trovarlo e non conosceva neanche l’esatta ubicazione della casa.
Un giorno, la figlia, rincasando, disse: - Oi ma’, aggiu vist ru manifest , è muort zi ‘Ntonio!
- Uh, Maronn- rispose lei – e comm è succies? E cominciò a piangere. Poi disse:-Iamm ià, iamm subbeto llà! Si avviarono con la macchina verso la Starza e, quando arrivarono, ad un certo punto della strada, videro il drappo del lutto fuori ad una casa. Entrarono e, al vedere il morto, la donna lo baciò e disse: - Fratu mij, è ver che nun ce vereven da tantu tiemp, ma io, me par che nun te cunosco propet cchiù! Ma comm? Tu nun e mai purtat ri baff e mo te siv fatt cresce pur ri baff?
Al che, la figlia del morto , che stava vicino al letto, rispose: - Verament chist , ri baff, ra purtat semp! Ma vuje chi sit? E lei, allibita: - Io song a sor!! – Ma a sor de chi? Incalzava l’altra, e lei: – A sor de ‘Ntonio! – Ah, sì- rispose- aggiu saput che 'Ntonio è muort ma chigljio, sta de cas cchiù annanz, chist nun è 'Ntonio, chist è patm Pascal! La donna si scusò, tutta mortificata mentre la figlia dovette fare uno sforzo enorme su se stessa per trattenere una risata, che voleva uscire, impellente, ma che le sembrava troppo indecorosa e inopportuna in quel momento.



sabato 18 luglio 2026

CU NA MAN ANNANZ E N'AT ARRET!

 


CU NA MAN ANNANZ E N'AT ARRET!

Quest’espressione, usata a Mondragone, è di origine napoletana ed è una metafora di chi ha perso tutto, di chi esce da una situazione con le mani vuote, senza aver ottenuto nulla.
A Napoli, nel 1500, per volontà del viceré spagnolo don Pedro de Toledo, Castel Capuano diventò il tribunale supremo, la sede della Gran Corte della Vicarìa, il cuore della giustizia del Regno di Napoli.
Davanti alla porta centrale del Castello c’era una colonna, che non aveva una funzione decorativa ma punitiva perché serviva a umiliare pubblicamente i debitori insolventi, coloro che non erano riusciti a pagare i debiti.
I poveretti dovevano salire sulla colonna, abbassarsi i pantaloni e poggiare per tre volte le natiche sul marmo e al suono di tromba del banditore, dovevano pronunciare la frase latina “Cedo bona” cioè “ Cedo i beni”, un gesto umiliante ma simbolico che serviva a dimostrare che non avevano più nulla. Poi si allontanavano dalla colonna nudi e cercando di coprire con le mani le proprie nudità.
Durante il rito il popolo aggrediva verbalmente e fisicamente il povero debitore di turno.
La colonna fu rimossa nel 1856 per volontà del re Carlo III di Borbone.
Ci vollero, comunque, tre secoli perché una persona si rendesse conto dell’inciviltà e della barbarie di questo rito, che non rispettava la dignità dell’essere umano.
Oggi la “colonna infame” è esposta in una sala del Museo della Certosa di S. Martino.
Da essa nascono le imprecazioni “Sangue da culonn” e “Mannaggia a culonn”.

domenica 5 luglio 2026

(NU)N’ AMMA RA’ CUNT SUL A GENT MA PUR A RI CAN DE PUCURAR!

 (NU)N’ AMMA RA’ CUNT SUL A GENT MA PUR A RI CAN DE PUCURAR!

Non ricordo il racconto popolare da cui nasce questo detto, che comunque parlava delle varie vicissitudini di un tale , che, alla fine, si trovò a scappare per sfuggire ai cani di un pastore che lo inseguivano e si espresse con la famosa frase, dando origine al detto che di tanto in tanto si usa a Mondragone.
Esso sta a significare che qualsiasi cosa facciamo, dobbiamo rendere sempre conto a tutti, e perfino ai cani, nel caso del racconto, che pure vogliono dire la loro.
Chi la vede in un modo e chi in un altro, chi la vuole cotta e chi la vuole cruda, non va bene mai niente a nessuno.
Chi ci vede in un modo e chi in un altro perché, come diceva Pirandello, in “Uno, nessuno e centomila”, ognuno crede di essere “uno” , invece può diventare “100 000”, quante sono le persone che lo giudicano , in realtà non è “nessuno” di quelli perché nessuna idea di quello che gli altri pensano di lui corrisponde a verità; la “nostra verità” la conosciamo solo noi stessi ma, a volte , non la conosciamo neanche noi, se non abbiamo fatto quel famoso viaggio interiore per arrivare alla conoscenza e alla consapevolezza di noi stessi.
E comunque riguardo alle 100 000 persone che ci giudicano, freghiamocene pure altamente perché non è il loro giudizio che ci definisce. Chi può dire chi siamo realmente è solo Colui che ci conosce più di noi stessi.
Basta prendere le distanze da quelle persone, che credono di sapere di tutto e di più ma , in realtà, loro stesse non valgono più che quello che dicono, e andare diritti per la nostra strada.
E ce ne andremo così , con lo sguardo diritto in avanti, “sfrondandoci” di tutte quelle persone, che ci sono letteralmente “cadute” come foglie d’autunno, con la schiena diritta, fieri e soli ma sempre in compagnia. Dell’Essenziale.
Buona vita a tutti!


domenica 21 giugno 2026

RI GESUCRISTIEGLJ

 UN RACCONTO DELLA TRADIZIONE:

RI GESUCRISTIEGLJ
Un tale camminava per strada con un bastone. Trovandosi a passare davanti ad una chiesa, entrò e si fece il segno della Croce. Poi si avvicinò alla statua di Gesù Morto e lo baciò.
Essendosi avvicinato troppo per il bacio, successe che la sua barba lunga si impigliò nella corona di spine che Gesù aveva in testa.
Volendo andar via, provò a tirarsi indietro ma non riusciva a liberarsi, tirava e tirava ma non ci riusciva. Alla fine tirò tanto forte che ci riuscì ma si fece molto male e gli fuoriuscì perfino il sangue.
Si arrabbiò tantissimo perché pensava che fosse Gesù a tirarlo e mentre camminava pensava:- Ma comme? Io aggiu tenut tantu rispett e d(e)vuzion e t’aggiu venut pur a salutà e tu me fai chest? Non ci poteva pensare.
Ancora tutto arrabbiato, si recò al mercato e vide che stavano vendendo i Crocifissi.
Allora pensò: - Io, verament, na l(e)zion c(e)’aveva rà a iss ma mò , vist che stong ccà, c(e)’ a rong a tutt ri Gesucristieglj !
E con il bastone cominciò a colpire tutti i Crocifissi, a manca e a ritta.
Chissà come andò a finire…
Grazie sempre alla carissima Clara Ricciardone e alla sua mamma, Enzina Papa



domenica 31 maggio 2026

FURTI E ATTI SACRILEGHI

 PER TUTTI I DEVOTI DELLA MADONNA INCALDANA

Stasera si è conclusa la Peregrinatio della MADONNA INCALDANA, che è tornata al suo posto, dove ci aspetta sempre.
Grazie, cara Mamma, per tutto quello che hai fatto per noi
FURTI E ATTI SACRILEGHI
Pur essendo davvero grande l’amore che il popolo mondragonese da sempre nutre per la sua Madonna, purtroppo si sono registrati anche vari atti sacrileghi nei suoi confronti.
Si sa che la Sacra Icona è stata custodita per un certo periodo nella chiesa di S. Francesco, dal 1834 al 1846 circa, a causa di lavori di restauro della Chiesa Madre.
Ce ne danno testimonianza alcuni documenti dell’Archivio Vescovile di Sessa Aurunca e il notaio carinolese Luca Menna , che racconta un prodigio verificatosi, in quel periodo, nella detta chiesa.
Nell’agosto del 1839 “una donna, di cui si tace il nome, rubò tutto o la maggior parte dell’oro di detta Sacrosanta Vergine , ch’era riposto nella sua nicchia …ma calando la donna col furto, fu assalita da colpo apoplettico e cadde semiviva in modo che carponi a terra , appena ebbe la forza di allontanarsi pochi passi dall’altare da cui era calata; trovata la mattina in questo stato, fu interrogata ma non rispose perché priva di favella, la quale ritornata per intercessione di questa pietosa Madre, palesò il delitto, si pentì dell’errore e, dopo confessata, immantinenti nel luogo cessò di vivere”.
Anche in seguito si sono ripetuti dei furti.
il primo novembre, festa dei Santi, del 1963 , era da poco arrivato don Riccardo Luberto, il popolo attonito e meravigliato accorse in chiesa alla notizia di un furto sacrilego: erano state rubate le corone d’oro della Madonna e del Bambino.
Il vescovo, mons. Costantini, avvisato, venne a rincuorare e a incoraggiare il popolo a riparare il grave atto e a impegnarsi per fare nuove corone. Fu subito indetto un triduo di riparazione, che si concluse con la processione penitenziale. Nacque una gara di solidarietà tra parrocchie e rioni e con l’arrivo delle offerte, nuove corone d’oro furono donate alla Mamma e al Figlio. L’incoronazione avvenne il 31 maggio del 1964 in una giornata radiosa e incancellabile nella storia mondragonese, sulla spiaggia, non solo come riparazione ma come rinnovo e rafforzamento della devozione mariana.
Nel gennaio 1978 un nuovo atto sacrilego fu compiuto ai danni della Madonna: fu trafugato il trono d’argento, poi artisticamente rifatto, a testimonianza di una fede che né il tempo né la cattiveria umana potranno mai distruggere.
Nel gennaio del 1982 , una mattina, la Madonna non fu più trovata al suo posto, il sacerdote e i fedeli che si trovarono in chiesa piangevano smarriti e increduli e non sapevano che pensare finché il quadro non fu trovato dietro alla porta della sacrestia, dietro ad una tenda, in parte sfregiato nel tentativo di staccare la cornice d’argento che fu trafugata. Ma anche questa volta il quadro venne restaurato e un nuovo trono fu offerto dal popolo mondragonese alla Regina celeste come tributo di amore filiale.
Grazie a Maria e Luca abbiamo potuto leggere la dedica che fu incisa sulla cornice d'argento, nella parte inferiore:
A Maria SS Immacolata
La cittadinanza e i fedeli dedicano questo nuovo trono
A riparazione del sacrilego gesto dell'11-01- 1982
A testimonianza di una plurisecolare e filiale devozione
Mondragone 8 settembre 1982
Festa della Natività di Maria





domenica 24 maggio 2026

DEVOTI DELLA MADONNA INCALDANA

 PER TUTTI I DEVOTI DELLA MADONNA INCALDANA

UN PANEGIRICO ALLA MADONNA DI TANTI ANNI FA, DEL1692.
Diversi scrittori hanno parlato della Madonna Incaldana nei loro libri. Tra questi il frate domenicano SERAFINO MONTORIO, predicatore, nato a Napoli nel 1647 e morto nel 1729. Era priore della chiesa di S. Maria della Sanità a Napoli.
Nella sua opera LO ZODIACO DI MARIA, tratta dei principali santuari mariani del Regno di Napoli e paragona le 12 province del Regno di Napoli dell’epoca ai segni zodiacali, ognuna associata a un segno zodiacale, in cui la figura della Vergine rappresenta il sole, che illumina l’intero territorio con la sua protezione.
Parlando del santuario della Madonna Incaldana, afferma: “ Ed io, predicandovi la Quaresima dell’anno 1692, sopra di essi tre favori composi, e predicai un accomodato Panegirico il terzo giorno di Pasqua, quando se ne celebra solennissima, la Festa nella Collegiata di San Giovanni Battista”.
Lo riporta EGIDIO NERONE nel libro DAI TURCHI BRUCIATA del 2023.
Mi sembra quasi di vedere padre Serafino decantare le lodi alla Madonna mentre fa il Panegirico e tutti attenti ad ascoltare. Ieri come oggi, è una storia che si ripete ogni anno, adesso siamo noi che andiamo ad ascoltare il Panegirico alla Madonna, domani saranno altri perché la nostra è una fede che sfida il tempo e attraversa i secoli.
Tra gli altri scrittori che hanno trattato del culto di S. Maria Incaldana si ricordano :
Il religioso FRANCESCO MARIA PRATILLI nell’opera DELLA VIA APPIA 1754
Il notaio carinolese LUCA MENNA nell’opera SAGGIO ISTORICO SULLA CITTA’ DI CARINOLA 1848
il vescovo GIOVANNI MARIA DIAMARE in LA CHIESA DI SESSA 1907
Il Prof. ANTONIO SEMENTINI nell’opera MEMORIE SUL CULTO DI S.MARIA INCALDANA 1969
Il francescano padre BERARDO BUONANNO in NOTIZIE STORICHE DEL CONVENTO DELLA CHIESA E DEI FRATI DI MONDRAGONE 1981
Il sacerdote RICCARDO LUBERTO in 30 ANNI AL SERVIZIO DELLA MADONNA INCALDANA 1994
Il missionario padre ALFREDO DI LANDA in SANTI E FANTI 2002
Il prof. RAFFAELE FIORE in TERRA FELICE 2016
Il sacerdote ENRICO MACERA in UN’ORA DI LUTTO UN’ORA DI GIOIA Ristampa del 2017
I proff. CORRADO VALENTE E FRANCESCO MIRAGLIA in MONDRAGONE SACRA – RESTAURO DELLA BASILICA MINORE DI MARIA SS INCALDANA 2018 MONDRAGONE: GENESI E SVILUPPO DEL CONTESTO STORICO URBANO 2020



martedì 19 maggio 2026

DEVOTI DELLA MADONNA INCALDANA

 PER TUTTI I DEVOTI DELLA MADONNA INCALDANA

MONDRAGONESI CHE SI SONO DISTINTI NEL CULTO DI S. M. INCALDANA
Nella memoria popolare mondragonese è rimasta impressa la figura di un uomo, detto zi Luigi, che viveva da eremita negli anni 50/60 e curava la Cappelluccia della Madonna, tenendola pulita e in ordine, non facendo mancare mai fiori e ceri accesi, la stessa cosa faceva per la cappellina di san Rocco.
Era un omone grande e grosso, con un vestito somigliante a quello dei monaci, anche se tale non era, e con un lungo soprabito, andava di casa in casa con una cassettina a chiedere le offerte per la Madonna e una bisaccia in cui metteva qualche pezzo di pane che gli davano in elemosina.
In epoca più recente, molti ricordano la figura di zi Vicienzo o compa Vicienzo, al secolo Vincenzo Pirozzi, che risiedeva in via Gaeta.
Originario di Pomigliano d’Arco, nei primi anni del 1960 si recò con un mediatore a comprare i fagiolini nella zona dell’Incaldana e chiese notizie di una costruzione che vedeva in alto, gli fu detto che quella era la chiesetta dove era stata ritrovata la Madonna Incaldana, andò a visitare la cappella e alla visione della Madonna promise di non lasciarla più.
Fu una promessa che mantenne per tutta la vita, si recava ogni giorno sul Belvedere, a bordo del suo motocarro, apriva la chiesetta, e la teneva pulita e in ordine, recitava il santo Rosario, parlava ai visitatori della Madonna, mostrando un carisma che gli proveniva da una fede autentica e sincera senza retorica e senza ipocrisia, riuscendo a trasmettere la vera devozione alla Madonna.
Fuori alla chiesetta aveva creato un piccolo giardino con dei fiori che curava personalmente con amore, e che innaffiava, portando l’acqua da casa in due bidoni sull’Ape.
Era lui che si preoccupava di far celebrare le Sante Messe, e se qualche sacerdote non era disponibile, era sempre pronto a cercarne degli altri; era sempre lui che si rivolgeva agli amministratori politici per la costruzione della strada e dello spiazzato antistante la chiesetta, che furono eseguite.
Fece tutto ciò fino a tarda età, quando poi, avendo perso la vista da un occhio ed essendo afflitto anche da altri problemi di salute legati all’età, non fu più in grado di continuare la sua opera.
Nella devozione popolare la sua testimonianza sincera e autentica è rimasta impressa nel cuore dei Mondragonesi che l’hanno conosciuto.
Tutt’oggi la devozione popolare continua, c’è sempre qualcuno che si prende cura della chiesetta e la tiene aperta per i fedeli che vi si recano a pregare, è una fede che sfida secoli e impedimenti vari e solo il tempo ce ne dà veritiera testimonianza.




giovedì 14 maggio 2026

LA TRASLAZIONE

 PER TUTTI I DEVOTI DELLA MADONNA INCALDANA

LA TRASLAZIONE
Poiché nacque una lite tra gli abitanti di Piedimonte e di Mondragone sul possesso del quadro, i fedeli dei due paesi decisero di collocarlo su un carro trainato da due buoi, uno di Piedimonte e uno di Mondragone e di lasciare liberi i bovini di recarsi dove volevano; essi, giunti ad un bivio tra due strade, scelsero la strada per Mondragone.
Proseguendo lungo il tragitto, si fermarono all’incrocio della strada che porta alla cava di pietra e qui fu fatta erigere, in seguito, una piccola cappella, la Cappelluccia, dove tutt’oggi i viandanti si fermano a pregare e a deporre ceri e fiori.
Sulla pietra dove fu appoggiato il quadro, considerata sacra, fu infisso, in seguito, in ricordo dell’evento, un anello di ferro e la gente vi si recava a pregare; ora essa non è più visibile perché interrata, da quando è stata costruita la strada.
La tradizione popolare riferisce lo stesso episodio, raccontando addirittura che la Madonna si sedette su quella pietra ed era tanto stanca che raccolse delle foglioline di nepitella e le portò alla bocca per ristorarsi un po’.
Si sa che la tradizione popolare, a volte, mescola il fantastico al reale e l’abbellisce e lo colorisce, rendendolo poetico e meraviglioso come in un sogno.
Si racconta che i buoi che trainarono il carro morirono e furono seppelliti sotto il sagrato del santuario.
Dopo la traslazione, poi, si racconta che i sacerdoti della Collegiata abbiano provato a collocare la Madonna nella navata centrale per darle il posto d’onore, ma che Lei abbia espresso il suo dissenso, facendosi trovare, la mattina dopo, dietro la porta. La storia si è ripetuta per diverse volte.
Tutti, increduli e timorosi, si chiedevano quale posto volesse occupare la Madonna fino a che l’hanno posizionata nella navata laterale di destra e da lì non si è più mossa e, dunque, è stato chiaro il suo intento: era il Figlio che doveva stare al centro, Lei al suo fianco.
( il disegno ricostruttivo è del prof. Antonio Sementini)





martedì 5 maggio 2026

PER TUTTI I DEVOTI DELLA MADONNA INCALDANA

 LA QUESTIONE DELL’INCENDIO

Durante la Peregrinatio di S. Maria Incaldana si può toccare con mano la devozione del popolo mondragonese per la Madonna.
Ogni devoto dovrebbe conoscerne la storia che, per alcuni periodi, rimane ancora oggi vaga e misteriosa.
La storia inizia con l’incendio, di cui non si conosce la data, che i Turchi invasori appiccarono alla chiesetta e al convento del Belvedere.


Le prime notizie certe che si hanno della Madonna risalgono al 1569, quando i Carmelitani presero possesso del Belvedere. Essi affermano che nella chiesetta “era la celebre immagine di S. Maria in Caldana”
Di questo siamo certi perché risulta dall’archivio generale dei Padri Carmelitani.
Tutti gli ordini religiosi: Francescani, Benedettini, Carmelitani … , scrivevano gli Annali o Cronache , in cui registravano tutto ciò che succedeva ogni anno. Grazie a loro gli storici hanno potuto ricostruire la vita di quel tempo con precisione.
Secondo la tradizione, riportata da Antonio Sementini nel testo “Memorie su culto di Maria SS Incaldana”, nell’incendio, da lui datato nel 1560, il quadro della Madonna si salvò miracolosamente, riportando solo una lieve bruciatura alla guancia destra.
Tutti accorsero sul posto, dove constatarono la quasi distruzione del convento e fu deciso di trasportare la Sacra Icona con solenne processione in paese nella chiesa dell’Annunziata, che dai documenti francescani risulta essere la chiesa di S. Francesco, che inizialmente si chiamava così.
Nel 1569 poi arrivarono i Carmelitani a prendere possesso del Belvedere e la Sacra Icona ritornò nel santuarietto restaurato, al tempo in cui a Mondragone regnavano i signori Carafa.
In seguito, dopo 55 anni di permanenza a Mondragone i Carmelitani furono costretti ad abbandonare quel luogo per l’eccessiva lontananza dal centro abitato e per il pericolo delle scorrerie dei Turchi e nel 1624 fu deciso di traslocare la Sacra Icona nella chiesa di S. Giovanni Battista, dove rimase definitivamente.
Per quanto riguarda l’incendio, il Sementini segue la data fornita da Francesco Maria Pratilli, originario di S. M. Capua Vetere, (1689-1763), sacerdote, archeologo e antiquario, che ha scritto l’opera “Della via Appia”, nel 1754, in cui parla anche di Mondragone e della Madonna Incaldana.
Purtroppo il Pratilli viene ricordato per i suoi studi eruditi ma anche per essere stato uno dei più abili falsari storici del ‘700. Per questo motivo la data dell’incendio non è certa.
Tuttavia, poiché è acclarato dagli storici che le incursioni turche nell’Italia meridionale sono iniziate dal XV sec, cioè dal 1400 in poi, è possibile che l’incursione sia avvenuta da quella data in poi.
Fausto Sementini nel libro “Memorie e riflessioni per infervorare la divozione verso Maria SS Incaldana” ci riporta addirittura al 1420.
L’incursione, quindi, può essere avvenuta dal 1400 in poi e prima del 1569 perché in tale data arrivarono i Carmelitani, i quali già trovarono la Madonna.
E allora da quanto tempo la Madonna stava là? Non lo sappiamo. E qui la storia si perde nel tempo




martedì 28 aprile 2026

LA MADONNA INCALDANA NEL MONDO

  La Madonna Incaldana non è conosciuta solo a Mondragone e nei 36 Casali cioè nei dintorni ma un po’ in tutto il mondo, dove i Mondragonesi si spostano per lavoro o per altro.



Quando vanno via non smettono mai di essere mondragonesi, portano, dove vanno, le nostre usanze, tradizioni, la nostra cultura, insomma e, insieme alla valigia, portano anche la Madonna Incaldana nel proprio cuore.
Una mia zia, scomparsa da qualche anno, aveva sposato un milanese ed era andata a vivere in provincia di Milano. Da allora aveva messo sul comodino il quadretto della Madonna Incaldana e non le faceva mancare mai i fiori freschi perché aveva un bel giardino; quando non c’erano fiori, provvedeva con quelli del fioraio. Una sua amica milanese, osservava questa cura e devozione continua e chiese informazioni sulla Madonna. La zia le raccontò la storia. Da allora anche l’amica ne diventò devota e quando aveva qualche problema di salute o di altro genere, chiedeva: - Assunta, mi fai accendere una candela alla “tua” Madonna? – oppure: - Mi fai dire una Messa alla “tua” Madonna? La zia ci telefonava e noi provvedevamo. Quando la zia veniva a Mondragone, lei le mandava l’offerta.
Un altro episodio mi è stato raccontato dalla mia amica Clara. UN giorno, in America (USA), un mondragonese si trovò ad entrare in un locale e, mentre chiedeva da bere, osservò un gruppetto di uomini che giocavano a carte e sentì nominare la Madonna Incaldana. Stupito, dopo un po’ si avvicinò e chiese come mai qualcuno di loro l’ avesse nominata. Uno dei presenti rispose, dicendo che era stato lui e spiegò come mai si trovava in quel posto a lavorare. Non era di Mondragone ma conosceva la Madonna, era di un paese vicino Formia.
Un mio amico di fb, Pietro Macera, nipote di “zi Giuvannina Macera” , di cui ho parlato in un altro post, emigrato in Brasile tanti anni fa, spesso pubblica post su Mondragone, suo paese di origine a cui è sempre molto legato e sulla Madonna Incaldana, di cui è molto devoto.
Ritornando all’America la mia amica Maria mi ha raccontato che quando don Adelchi Fantini vi si recò per chiedere offerte per la nuova chiesa di S. Nicola da costruire, alloggiò presso la famiglia De Martino/Sperlongano e la sig.ra Lucia Sperlongano faceva i “guanti” mondragonesi e li vendeva agli americani per racimolare soldi da dare in offerta per la nuova chiesa. Questo a dimostrazione che i Mondragonesi portano nel mondo la nostra cultura e la fanno conoscere agli altri ma dagli altri anche apprendono, come succede da sempre con la “contaminazione culturale”.
Clara Ricciardone Maria Malaspina Pietro Macera

mercoledì 22 aprile 2026

IL FIGLIO MASCHIO

Nella società contadina di una volta avere un figlio maschio era molto importante perché veniva considerato il pilastro della famiglia, necessario per la continuazione della stirpe in quanto avrebbe portato lo stesso nome e cognome del nonno ma non solo, era fondamentale anche per avere quella “forza” maschile, necessaria per il lavoro nei campi e quindi per il sostentamento della famiglia.

In pratica il figlio maschio era una garanzia di stabilità economica e sociale. La figlia femmina era vista come un peso se non addirittura una sventura. Ancora oggi si usa dire agli sposi: -Auguri e figli maschi! Per la femmina c’è il detto: - A mala nuttat e a figlia femmen! La femmina costituiva un peso finanziario perché le si doveva procurare la “dote”, “a rot”, cioè il corredo, e qui c’è un altro detto “Figlia ‘nfasce, panni in cascia” per dire che si doveva cominciare subito a preparare il corredo perché era molto costoso.
Riallacciandomi al racconto UNO SCHERZO … QUARESIMALE, nella famiglia del rione S. Francesco erano nati sette figli, due maschi e cinque femmine. I due maschietti morirono da piccoli a causa delle malattie esantematiche.
Un anno successe che si ammalarono di morbillo un maschietto e una femminuccia, che si distanziavano di appena nove mesi.
Siccome il primo dei maschietti già era morto, per il secondo c’era tanta preoccupazione e quindi tutte le attenzioni erano per lui, la culletta sempre vicino al camino, al caldo, veniva controllato in continuazione. Alla femminuccia, invece, pur accudendola, non veniva riservata nessuna cura o interesse.
Avvenne che il bambino morì e la bambina sopravvisse. Aver perso due figli maschi fu un grande dolore per la famiglia, difficile da accettare. La madre, che era sempre stata una persona molto devota, non andò più in chiesa per molto tempo. Un giorno, il sacerdote che c’era all’epoca, don Ciccio Gravano, che abitava vicino alla famiglia, la fece entrare in chiesa e disse: - Vir quant altar ce stann rent a sta chies? Ogn altar ten a crocia soja, e pur nuje, tutti quant, amma purtà a crocia!
La donna, un po’ alla volta, si riconciliò con il Signore ma non dimenticò mai la morte dei figli, conservò per tutta la vita nel primo cassetto del comò, come una reliquia, un paio di pantaloncini di velluto, “a pagliaccetto”, come si usavano una volta.


Ma, tornando a quella bambina così piccola, come avrà fatto a capire quella mancanza di affetto nei suoi confronti, quel “non amore” deleterio per il cuore e per l’anima, visto che nessuno glielo aveva detto mai apertamente e neanche doveva essere durato a lungo perché, in fondo, la madre voleva bene anche a lei perché era anche lei sua figlia.
Nessuno glielo aveva detto ma lei lo aveva “sentito” e le era bastato per diventare quella che era, una persona dal carattere duro e brusco, “sprucido” nel nostro dialetto, a volte, intrattabile e per quell’istinto di sopravvivenza, che la voleva proteggere da una mancanza così grande e da qualsiasi altra minaccia, si era costruita una corazza, una barriera tale che nessuno più avrebbe potuto colpirla.
Diventò una brava moglie e madre, una persona sveglia e capace ma quel carattere che la vita le aveva cucito addosso, non lo perse mai.
Verso la fine, a causa della vecchiaia, non ricordava più e solo allora il suo volto pieno di rughe, si distese ed era sempre sorridente. Solo perché non ricordava più.
Tutte le sorelle superarono gli 80 anni, solo lei superò i 90.




venerdì 3 aprile 2026

LA TRADIZIONE DELLE UOVA ROSSE

 Cari amici, trovandoci in tema di tradizioni pasquali, per allargare l’orizzonte, vi voglio far conoscere questa tradizione, che mi ha fatto conoscere la mia amica rumena Maria, cristiana ortodossa, portandomi in dono queste uova.


In Romania, secondo la tradizione, quando San Tommaso non voleva credere alla Risurrezione di Gesù, disse: - Allora ci credo quando quelle uova diventeranno rosse. Immediatamente le uova diventarono rosse.
Per questo motivo ogni anno i Rumeni ortodossi rinnovano l’antica tradizione delle uova rosse per Pasqua, e le colorano facendo bollire le foglie esterne delle cipolle.
Una bella tradizione che potrebbe diventare anche nostra perché la contaminazione culturale rappresenta un arricchimento reciproco, che promuove il dialogo e l’innovazione.
Non dimentichiamo che le tradizioni uniscono le persone che credono negli stessi valori ed ideali e che la cultura è un ponte di dialogo tra i popoli.

mercoledì 1 aprile 2026

CHELLA PIGNA CHE (NU)N SE FA DE PASQUA, (NU)N SE FA CCHIU’!

 Questo detto mondragonese si riferisce al periodo pasquale, al Giovedì Santo, in cui, una volta, si faceva il “pane di Pasqua”. Oltre alle pagnotte e ai filoni, “paniegli e cocchie”, si faceva anche il tortano con le uova incastonate sopra e le pigne per i bambini e si facevano solo per Pasqua. Ecco perché il detto dice che se non si fanno a Pasqua poi non si possono fare più.

Il detto equivale a un altro detto più famoso “Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi” ed è un invito a non essere pigri e a svolgere tutti i compiti in programma senza rimandare continuamente.
A volte si rimanda perché non ci si sente all’altezza e quindi per paura del fallimento o per perfezionismo “Se non lo faccio bene, lo rimando” e così via.
E’ un tentativo di autoprotezione da emozioni spiacevoli, che, però, trasforma il tempo in nemico anziché in risorsa.
Tutti sappiamo bene, però, che rimandare significa anche perdere un’occasione, che non sappiamo se si ripeterà.
Anche nella Bibbia, dal libro del Qoelet, si legge “C’è un tempo per ogni cosa, c’è un tempo per nascere, un tempo per gioire, un tempo per soffrire, un tempo per morire”… e vuol dire che Dio ha stabilito un momento opportuno per ogni evento sotto il cielo. Ci insegna che l’uomo non può controllare tutto ma deve accettare il tempo stabilito da Dio.



martedì 24 marzo 2026

IL 25 MARZO NELLA TRADIZIONE POPOLARE

  Il 25 Marzo, giorno dell’Annunciazione, la Chiesa celebra la Concezione di Gesù nel grembo della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo, annunciata dall’ Arcangelo Gabriele.

                                           

La profonda devozione verso il mistero dell’Incarnazione portava ad osservare, in questo giorno, l’astinenza dai rapporti sessuali tra coniugi.
Sebbene il dogma dell’Annunciazione non imponga esplicitamente tale divieto, nella tradizione popolare, già dal Medio Evo si onorava l’astinenza dai rapporti sessuali perché l’eventuale concepimento in tale data non coincidesse con quello di Gesù.
Veniva considerata una forma di rispetto per “la sponsale unione della natura divina con quella umana”
Secondo antiche leggende e superstizioni si credeva che chi nasceva la notte di Natale diventasse lupo mannaro o licantropo.
In realtà la licantropia clinica è una rara sindrome psichiatrica in cui il soggetto crede di trasformarsi in lupo.
Grazie sempre alla mia carissima amica Clara Ricciardone




domenica 22 marzo 2026

IN MEMORIA DI DON FRANCO

  Ieri sera, al Memoriale di don Franco Alfieri, ho ascoltato tante parole di elogio sentite e veritiere sul suo conto, tante testimonianze sulla sua figura, geniale e rivoluzionaria, nell’Amore.

Poeta, teologo, docente di Filosofia, non era certo il professore che si mette “in cattedra”, era sempre in discussione, sempre alla ricerca di novi orizzonti da scoprire. Aveva un’intelligenza notevole, un’apertura culturale eccezionale.

Anche io, devo dire, ammiravo tanto la sua figura di sacerdote. La sua più bella caratteristica, forse, era proprio quella di “saper fare comunità”. Non si faceva sfuggire mai un’occasione, pur di animare e richiamare i suoi fedeli: gite, feste, cori, incontri, catechesi… , di tutto e di più.
Ricordo le feste dell’Assunta, nel campetto, dove si ballava per diverse sere perché anche quello era un modo di riunire le persone, nella festa e nell’allegria. Dopo la Messa dell’Aurora, da lui istituita, faceva distribuire caffè, cioccolata calda e cornetti perché tutti facessero “comunione”, anche con una bella colazione.
Ricordo che un pomeriggio, su invito di Gina Maratta, che aveva creato un gruppo folcloristico “I ragazzi del Petrino”, andai a vedere le prove che facevano nei locali della parrocchia, che don Franco le aveva messo a disposizione. Entrando, vidi che là sotto, in ogni locale di quel seminterrato, si svolgeva qualche attività: chi cantava , chi ballava, chi recitava.. Alla fine, poi, andandolo a cercare, lo trovammo in mezzo ad un gruppo di anziani, che giocava a carte. Mi sembrava di essere entrata in un “paese nel paese”, vedevo una comunità viva e all’opera. Devo dire che un po’ mi ingelosivo anche, ma in senso buono, perché nelle altre parrocchie tutto era statico e abituale e lì c’era tanta vitalità. Questo, però, succedeva quando ancora non c’erano i sacerdoti giovani che ci sono adesso a Mondragone.
Era capace di coinvolgere tutti, aveva creato il coro dei bambini, quello dei giovani e quello degli adulti, non so quanti cori ci fossero in quella parrocchia. Ricordo una mia comare anziana, che mi diceva che anche lei andava a cantare e me lo diceva con una gioia vera, che le traspariva dal volto.
Per le Letture, poi? Chiamava tutti a leggere, per ogni Preghiera dei Fedeli, chiamava una persona. Ma quante persone dovevano andare su quell’ altare? Era chiaro, che voleva tutti. Questo era Don Franco.
Una volta andai ad una gita con la sua parrocchia e lo vidi, incredula, salire su una giostra per andare a farsi il giro con i ragazzi e ridere e divertirsi con loro. Poi ho capito che non c’ era niente di strano, lui lo faceva sempre, non aspettava neanche l’invito, era proprio lui a prendere l’iniziativa. Anche questo era molto bello perché lui annullava le distanze, “si mescolava” per così dire, con noi , si sentiva uno di noi e ci faceva sentire tutti far parte della comunità. Papa Francesco diceva che “il pastore deve avere l’odore delle pecore” e lui, questo, lo metteva in pratica regolarmente.
Era instancabile, tanto che, una volta, una mia amica, che non c’è più già da qualche anno, parlando di lui, alla maniera mondragonese, cioè con detti e proverbi, disse: - Nun appoja pier ‘nterr! Infatti lui era così, non aveva neanche appoggiato il piede a terra, che con l’altro, stava già correndo da un’altra parte, verso un’altra meta. L’aveva caratterizzato così bene che non ho più dimenticato quell’espressione.
Non era il sacerdote che aspettava i fedeli in chiesa, era lui che andava a bussare, si avvicinava alle persone con determinazione e con una santa “faccia tosta”, dicendo: - Ma tu lo sai che devi venire in chiesa? L’interlocutore rimaneva spiazzato perché capiva che con lui non c’era verso, doveva rispondere per forza, non sapeva dove scappare. Sono stati in parecchi a sperimentare quest’incontro ravvicinato con lui.
Mi piaceva molto quella sua determinazione perché, pur sapendo di poter ricevere un rifiuto, non demordeva perché sapeva che il Signore ci vuole coraggiosi e non stare lì guardare a ciò che ci conviene e a ciò che non ci conviene.
Era schietto, diceva quello che c’era da dire senza riguardo, era per la verità, era “Franco” di nome e di fatto.
Anche quando è passato al Santuario ha dato prova delle sue capacità organizzative, ha rimesso a nuovo la chiesa , trascurata da tanto tempo. Di idee geniali e lungimiranti ne ha avute tante: lo sbarco dell’Assunta, il Corteo storico-biblico, la festa di S. Anna a monte ecc.
Questo è stato don Franco , “un lavoratore instancabile nella vigna del Signore”. Mi sembra di sentirlo ancora con quella sua risata fragorosa, briosa e coinvolgente, che ti rassicurava e ti apriva il cuore.
Grazie di tutto, don Franco. Grazie per tutto quello che ci hai dato e per quello che ci hai insegnato. Non ti dimenticheremo mai.

mercoledì 18 marzo 2026

UNO SCHERZO … QUARESIMALE

 Nella Mondragone degli anni ’50, nei pressi della chiesa di S. Francesco viveva una famiglia con cinque figlie femmine. Erano nati anche due maschietti, in verità, ma erano morti tutti e due, verso i due anni, per le malattie esantematiche dei bambini.

Una delle sorelle aveva un carattere molto particolare: era dura, decisa, temeraria, sprezzante di ogni pericolo. Guardava chiunque in cagnesco, con uno sguardo minaccioso, che non prometteva niente di buono, come per dire: - Se mi tocchi, ti spezzo in due!
Non che non ci fosse un motivo per quel suo modo di essere perché niente succede per niente, il motivo affondava le radici nella storia della sua famiglia. Proverò a spiegarlo in un altro racconto.
Nel periodo di Quaresima il baccalà compariva spesso sulla loro tavola, almeno una volta a settimana. Un giorno la mamma lo aveva preparato al pomodoro, con aglio, olive e prezzemolo. Nella padella c’erano sette pezzi di baccalà, uno per ogni persona. Erano altri tempi, il cibo era più razionato.
Alla ragazza il baccalà piaceva molto, ne era ghiotta e anziché mangiarne solo un pezzo, ne voleva due. Sapendo di avere una sorella molto schifiltosa, le venne un’idea. Ammazzò una mosca, con un leggero colpetto, lasciandola intera, senza massacrarla troppo. La appoggiò delicatamente su uno spicchio di pomodoro, di quelli che si facevano, una volta “a pacche” nelle bottiglie, che era capitato su un pezzo di baccalà, facendo in modo che la mosca non toccasse minimamente il baccalà. Poi prese il piatto e lo mise davanti alla sorella, che, appena lo vide, gridò: Uh, che schif! Ij, chest, nun me lu mangio! E lei, pronta: - Mmmm, quanta moss! Vott ccà! Prese il piatto, pian pianino sollevò il pomodoro con la mosca, lo buttò e mangiò il baccalà.



giovedì 12 marzo 2026

L’ ARINGA AFFUMICATA DELLA QUARESIMA

Una volta, in tempo di Quaresima, si usava comprare le aringhe affumicate per variare un po’ il menu giornaliero, che non prevedeva carne. Dato il suo sapore molto forte e deciso, se ne mangiava un pezzetto, condito con olio, con una fetta di pane.

Al mercato di Mondragone le aringhe non mancano mai. Io, però, di solito, non le compro perché, per i mei gusti, sono troppo salate. Quest’anno ne ho comprata una per un assaggio.
L’ho sfilettata e messa in acqua e latte per una notte, poi l’ho asciugata con carta da cucina e tagliata a tocchetti e ho fatto un’insalatina con patate lesse, aringa, olive e cipolla rossa di Tropea e infine ho condito tutto con olio e limone. E’ buona, devo dire, però mangiata con parsimonia perché c’è troppo sale.
A proposito di Quaresima c’è un proverbio mondragonese, che recita: - Vruocc(o)l de rap e vrocc(o)l de foglij, a Quaresima s’arravoglia.
Vuol dire che un giorno con un cibo e un giorno con un altro si faceva passare la Quaresima, rispettando l’astinenza dalle carni.



domenica 8 marzo 2026

RU MUNDRAUNES E’ AMANT DE RU FURASTIER

  Il Vangelo di oggi mi ha fatto ricordare questo proverbio. Nel brano si legge che Gesù disse: - Nessun profeta è bene accetto nella sua patria….. All’udire queste cose tutti si riempirono di sdegno, si alzarono e lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù… I compaesani di Gesù, che prima lo applaudivano per i miracoli che aveva fatto, ora lo rifiutano per quello che dice.

Succede spesso quando si fa qualcosa che gli altri non vogliono, non approvano oppure sentono che in qualche modo possa ledere la loro persona o la loro posizione.
Nel nostro proverbio, a prima vista, sembra che i Mondragonesi, amanti del forestiero, siano generosi, altruisti e accoglienti verso di loro.
Non è così, vuol dire che, pur di non dare soddisfazione ad un loro compaesano, preferiscono darla al forestiero.
Ho conosciuto questo proverbio, da ragazza. Si doveva vendere una casa vicino alla nostra e c’erano diversi acquirenti mondragonesi intenzionati a comprarla ma fu venduta ad una famiglia che veniva da fuori. Mia madre commentò semplicemente: - Ru Mundraunes è amant de ru furastier!. Là per là non lo capii, l’ho capito con il tempo.