sabato 21 febbraio 2026

A MAMM CU RI FIGLIJ

A MAMM CU RI FIGLIJ, PUZZ DA CIENT MIGLIJ: TE PURTA’ RU STOVANAS, RU STOVACUL E R’ABBEVERATUR!
Il detto sta a significare che, quando arriva una mamma con dei bambini, in qualsiasi contesto sociale, si sovvertono le regole della convivenza civile e si soprassiede a qualunque cosa perché il bambino ha bisogni impellenti e improrogabili.
Può avere sete e deve bere, altrimenti incomincia a piangere, gli si deve asciugare il naso, se gli cola in continuazione, se fa il bisognino, deve essere pulito e cambiato e così via…
Spesso si può osservare una situazione del genere negli studi medici, dove, quando arrivano i bambini, piangono, corrono di qua e di là, non riescono a stare fermi…
Devo dire che io conoscevo solo la prima parte del detto ma ora ne conosciamo anche la seconda, grazie alla sig. ra Adele Maceroli, di Sant’Angelo.
Sono sempre molto simpatici e divertenti i detti mondragonesi nello spiegare certe situazioni di vita, reali e contingenti.

Grazie , Adele Maceroli 



lunedì 9 febbraio 2026

LA CANTATA DEI MESI

 


In questo video: la Cantata dei Mesi di Carnevale a Mondragone
Maria Miraglia
LA CANTATA DEI MESI
Durante il Carnevale era una delle tradizioni più sentite a Mondragone, rimasta in voga fino agli anni ‘60.
Si trattava di una rappresentazione allegorica dei Mesi, legata strettamente al ciclo annuale dell’agricoltura, che iniziava con il nuovo anno, una sorta di rito che aveva una funzione beneaugurante, quella cioè, di evocare buoni auspici per raccolti abbondanti ma vi era implicito anche una sorta di omaggio e di ringraziamento per ciò che Madre Natura offriva nelle varie stagioni dell’anno.
Con la personificazione dei Mesi si intendeva rappresentare il Tempo, che scandiva i ritmi delle stagioni e del lavoro umano.
La manifestazione era diffusa in molti centri agricoli italiani. Ogni comunità conserva i suoi testi e le sue performance ma tutte prevedono la figura di Capodanno oltre a quella di Pulcinella al sud e Arlecchino al nord, nelle vesti di presentatore e cerimoniere.
Le sue origini si fanno risalire al ‘700 ma si pensa che sia ancora più antica, retaggio, secondo gli studiosi, degli Ambarvalia e dei Saturnalia, una serie di riti che si svolgevano nell’antica Roma per propiziare la fertilità dei campi.
La rappresentazione veniva eseguita da 14 persone, una per ogni mese più Capodanno e Pulcinella, che fungevano da presentatori. Gli attori che impersonavano i Mesi, cavalcavano degli asini, solo Capodanno cavalcava il cavallo mentre Pulcinella procedeva a piedi.
Partivano dalla Porta di Mare e si esibivano nei punti centrali di ogni rione, dove tutti accorrevano.
Ogni attore nel suo abbigliamento e negli ornamenti tendeva a simboleggiare il mese che rappresentava, così Maggio era ornato di fiori, Giugno di grano ecc e ognuno portava un oggetto, di solito di lavoro, usato nei campi nel periodo rappresentato.
Capodanno e Pulcinella presentavano l’allegra brigata e poi chiamavano ogni Mese a cantare. Solo il mese di Aprile era impersonato da una donna, che cantava: Io song Aprile e so na giovinetta!
I MESI, dai costumi pittoreschi, venivano rappresentati attraverso un canto dai tratti virili e ancestrali e con l’utilizzo di termini desueti, che quindi non si ritrovano più nel nostro dialetto e per alcuni dei quali non si può procedere ad una traduzione certa. Essi costituiscono un segno evidente nella storia del folclore mondragonese, che evoca un mondo rurale, che è andato via via scomparendo.
Per le ragione precedentemente indicate viene riportato il testo integrale senza la traduzione.
GENNAIO
Je so Gennaio di prima intratura, a caccià uocchie cu ri putaturi- nisciuno juorno li farò putare- castigare li voglio li bestemmiaturi – chi bestemmia il mese di Gennaio e isso cu la cappa e je cu ll’uscio – chi mi bestemmia ce lo manno in froscio.
FEBBRAIO
Je so Febbraio e cu l’erba che nasce e ‘nterra ce la coglio la viola – la pecorella va a la muntagna a pascere e da chistu mese ru rente s’ammola rent a terre pantanose e luoghi vasci e ci canta la ranonchia senza cola. Ogni aucieglio canta allegramente: ecco la primavera che mò s’appresenta.
MARZO
Je so Marzo e cu la mia zappella e cu pane e puorri faccio ru digiuno – ogni villano chistu mese aspetta pe jttà casacche e pellicciumm. Nun ve fidate de la mia fermezza e ci tengo le cervella a 35 – ora vi faccio ricchi e ora poveri- ora vi faccio asciutti e ora ‘nfusi.
APRILE
Je so Aprile e cu la lapa aspetto e guarnisco terra e arberi all’agnota – ogni aucieglio fa il suo versetto e fioriscono le muntagne cu ru calore
E ru spiziale cu la mia rosetta po guaragnà patacche e dogadori – Je so Aprile e so na giovinetta e a Maggio lo dono chistu ramaglietto.
MAGGIO
Je so Maggio e so maggiore di tutti –so chist’alimenti, d’oro e d’argento ri guarnisco a tutti – giacché siamo tutti allegramente –sunate chitarre, viulini e arti strumenti ché pure sta bestia mia sta allegramente, e parto e vaco a fare le bone spese e in fiore vi lascio a voi chist’altri mesi.
GIUGNO
Je so Giugno e cu la mia sarrecchia che bello quanno sto ‘ncicerchia – ci tengo na pignata cu na cuperchia e cu sta cucchiara che sempe spellecchia e si pe ‘ddinnanzi avessi a chella vecchia, ru cuoglio ri tagliarria cu sta sarrecchia, po me mangio ru riesto de sta minestra e treciento e sei carrati la mia barrecchia.
LUGLIO
Je so Luglio e cu ru carru rutto- ru carro r’aggiu rutto a la maesa- tocca cumpagnu mji, tooca l’asciutto, n’acqua ca vene e perdimmo ogni spesa- si sta regna mia è chiena di ben frutto – ogni treciento tummuli ne farò una meta e si stu carru mio rutto carrea justo, putimmo jre cantenno la Carresa.
AGOSTO
Je so Austo e cu l’infermeria e ru mierco m’a urdinato sta supposta- mi vatte la capa ‘nfermeria e comme vattesse cu stu maglio a posto ciaggiu azzeccati tutti sti spiziari e pe nun da aurienzia a vui e a la faccia vosta, je pe dispietto de miereci e merecine, rimane me la mangio chest’aglina.
SETTEMBRE
Je so Settembre e cu la fica moscia e l’uva muscarella mo se fernisce – se quarche donna avesse la contoscia ce vaco pe la ntuppà e ce passo liscio- e si pe sta vota so ghiuo ‘nfroscio, cumprate limunciegli me l’alliscio – quanne sienti alluccà chigli carruoti le mele meje ce vanno na pacca a rrota.
OTTOBRE
Je so Ottobre e cu ri begli frutti e ri frutti miei songo cchiù superiori. Chest’uva fresca e nera sazzea a tutti , a ru ricco a ru povero e a ru villano. Le cantinelle l’aggiu vinchiute tutte pe fa parlà Tedeschi e Italiani. Dietro faccio sorgere dduje condotte pe dispietto de ri miereci e spiziali.
NOVEMBRE
Je so Nuvembre e so lavoratore e ‘nterra aggiu semmenato la semmenta – l’aggiu semmenata de bbona staggione e, giacché ci siamo tutti allegramente, m’abbisognerebbe nu lavoratore e ‘nn’ato che me mantene sta jummenta – questo è pe gl’auciegli e questo lo dono a voi, signori belli.
DICEMBRE
L’urdimo di tutti, la sculatura de chist’arti misi- ce tengo na pignata di belli frutti – carne de puorco fresco l’aggio acciso, poi mi abbìo pe chist’arti fusti, chi tene cchiù vino pe chist’ artri mesi: ci tengo na vutticella de vino verduosco e na bella mugliera quanno me l’abbusco.

mercoledì 28 gennaio 2026

RU SANT DA TEL

 E’ un’espressione della nostra tradizione, che si riferisce ad un racconto popolare, che è la versione mondragonese di un racconto di Giambattista Basile, “Vardiello”, tratto dalla sua opera “Lo cunto de li cunti”.
Una donna saggia aveva un figlio, che per i Mondragonesi si chiamava Chiuvale, il più sciocco e credulone del paese. Era la disperazione della madre perché ogni giorno ne combinava una delle sue.
Una volta la madre lo mandò a vendere un tocco (scampolo) di tela, raccomandandogli di darlo a chi faceva poche chiacchiere.
Così appena qualcuno gli chiedeva: - Che tipo di tela è questa? Oppure – A quanto la vendi? Lui rispondeva: - Tu parli troppo, non fai per me!
Alla fine, dopo aver camminato per tutto il giorno senza vendere la tela, vide una statua e credendo che fosse una persona, gli disse:- La vuoi tu questa tela? La statua non rispondeva e lui : - Prendila, ti faccio un buon prezzo! Ma non aveva risposta, allora disse: - Ah, finalmente ho trovato quello che cercavo, questo non parla proprio! Gli sembrava di aver trovato la persona migliore, con un comportamento impeccabile, proprio un santo. - Allora tieni la tela e domani mi vengo a prendere i soldi.
La mattina dopo tornò per i soldi ma la tela non c’era più, chiese i soldi più volte ma la statua non rispondeva, allora prese una pietra e gliela scagliò in mezzo al petto. La statua si ruppe e dall’interno uscì una pentola piena di monete d’oro, che portò alla madre, arricchendola, senza rendersene neanche conto.
Per questo motivo quando si incontra una persona troppo buona, accogliente, gentile… non ci sembra vero e obbedendo a quell’impulso, che ci fa dubitare di tutto e tutti per paura del male che ce ne può venire, con quell’ironia tutta mondragonese, irriverente, sarcastica e dissacrante, commentiamo: - Se, se, ru sant da tel, ma chi te crer?! 



martedì 20 gennaio 2026

DIJ CHIUR NA PORT E ARAP NU PURTON!

Tante volte abbiamo dei sogni che vorremmo realizzare, degli obiettivi che cerchiamo di raggiungere ma non ci riusciamo e allora aspettiamo che succeda qualcosa che faccia aprire quella porta, che faccia avverare il nostro desiderio.
Ma non succede, e più ci intestardiamo e più quella porta non si apre.
A volte Dio non chiude quella porta per punirci ma per proteggerci, non permette che quella porta si apra perché sa cosa c’è dietro, sa che ci potrebbe essere qualcosa che ci potrebbe fare del male.
Lui ci vuole guidare lontano da una strada sbagliata verso un futuro più adatto a noi e tante volte ce lo fa capire proprio nel concreto.
Ecco perché chiude una porta e apre altre porte più grandi, più belle, più adatte a noi perché il piano di Dio è perfetto nell’amore, vuole la nostra salvezza.
Se noi vediamo fino alla punta del nostro naso o poco più, Lui vede dappertutto, nello spazio e nel tempo, conosce il nostro bene più di quanto possiamo conoscerlo noi stessi.
Fidiamoci



martedì 6 gennaio 2026

COMME VULITE VUJE … E PO’ MANGIAMM!

Due sposi mondragonesi, appena finito il pranzo nuziale, partirono per il viaggio di nozze.
Arrivati in albergo, il novello sposo chiese alla sposa: - Mo’, comm vulimm fa’? Ce vulimm i’ prima a cucca’ o vulimm i’ prim a mangia’?
La dolce sposina non voleva esprimere la sua opinione esplicitamente, allora, diplomaticamente rispose: - Comm vulite vuje! E poi aggiunse : - E po’ mangiamm! Cioè, dopo mangiamo.
E con queste parole fece capire qual era la cosa che andava fatta prima.

Anche per questa simpatica storiella, che circolava negli anni addietro, ringrazio sempre la nostra carissima Clara Ricciardone


mercoledì 31 dicembre 2025

DE STRACC(I) E DE PETACC(E)

 A Mondragone, quando arriva la fine dell’anno e ci scambiamo gli auguri, lo facciamo sempre scherzando, secondo la nostra indole paesana, facendo anche qualche considerazione, per così dire, di carattere filosofico: - E ci ammu (a)rrivat n’at ann! E qualcuno risponde: - Eh, sì, de stracc(i) e de petacc(e)… ma ci ammu (a)rrivat!

Con quest’espressione ci si riferisce ai vari problemi e difficoltà che la vita ci mette davanti durante l’anno, che, certe volte, ci mettono a dura prova, facendoci esercitare la virtù della pazienza e della sopportazione oppure è qualche anziano che lo dice, riferendosi alle condizioni di salute che, a quell’età, vanno peggiorando e mentre i farmaci curano una malattia, ne peggiorano un’altra e così via, e non si sa come conciliare la situazione e, mettendo una toppa di qua e una di là, si va avanti.
Per quello che mi riguarda personalmente, in quest’ultimo periodo, sono stata accompagnata da un’influenza, senza febbre, ma con tutti i problemi annessi e connessi, che mi è ritornata due volte nel giro di poco tempo, e con una tosse tanto forte che mi ha quasi distrutto, togliendomi ogni velleità e quindi posso dire che anche io “de stracc(i) e de petacc(e)” ci sono arrivata.
E speriamo bene…
Il termine “stracci” viene dall’atto di stracciare, ridurre in pezzi qualcosa di più grande, proprio come le malattie e i problemi riducono noi, a pezzi.
Anche le “petacce”, che sono abiti dismessi, logori e strappati, hanno lo stesso significato.
I detti mondragonesi sono sempre molto ironici e ci insegnano ad accettare le situazioni con consapevolezza ma senza drammatizzare ciò che è già troppo difficile in sé.
Ci insegnano che l’ironia è quella che ci salva, che ci rende la vita più serena e accettabile, che ci rende superiori a quello che ci capita, che ci permette di affrontare situazioni difficili con più distacco e leggerezza.
Ci aiuta a non prenderci troppo sul serio, a ridere delle difficoltà e a trovare la forza per affrontarle e continuare.
BUON ANNO A TUTTI



sabato 27 dicembre 2025

Preghiera della Notte di Natale

In questo video un’antica preghiera della Notte di Natale, recitata dalla sig.ra Genoveffa Caparco:

Part, anima mia,
va’, te cunfessa
pens che e muri’
a vall de Gesù
a fatt cumparì ( pensa che andrai davanti a Dio)
scont ru fauzu nnemmic(o) pe la via
O fauzu nnemmic(o), vota via,
Nun fai che prutestà st’anima mia,
Me l’aggiu fatt 100 Crucie a nott,
Me l’aggiu fatt a nott de Natale
Me l’aggiu fatt pe l’anima mia
Pe devozion me ric(o) Ave Maria
( Si recita 100 volte la preghiera e si recitano 100 Ave Maria)
Alessandra Mone




lunedì 24 novembre 2025

SACCI(O) A ME!

Quando arrivava il tempo della vendemmia, a Mondragone, tutti andavano ad aiutare in campagna, grandi e piccoli, ed era una vera festa.
Mentre si tagliavano i bei grappoli maturi, si mangiava anche l’uva e, a volte, se ne facevano vere e proprie scorpacciate.
I padroni, per non farne mangiare troppa e perché il raccolto non diminuisse, dicevano: - Vuagliò, cantat, cantat!
In campagna c’era l’usanza di cantare, quei canti servivano a mantenere il ritmo e a non far sentire tanto la pesantezza del lavoro e attraverso di essi si creava un’armonia, quasi un toccasana, che ricreava il corpo e lo spirito.
Una volta andò a “struccà l’uva” anche un bel giovanotto dei Sabatini, alto e snello. Tagliava e mangiava, mangiava e tagliava.
Non aveva tenuto conto che l’uva, mangiata in grande quantità, poteva avere potere lassativo e, ad un certo punto, incominciò a correre e correva e correva a perdifiato, con quelle gambe lunghe che si ritrovava, saltava i filari con grande agilità.
Le persone presenti, pur avendo intuito il motivo, lo prendevano in giro: - Velardì (Bernardino) ma addò curr?
E lui: - Lassatem ì, lassatem ì , sacci(o) a me!!!

(Grazie sempre alla nostra carissima Clara Ricciardone )



sabato 8 novembre 2025

Musica Popolare

Un'interessante chiacchierata con il prof. Andrea Nerone, a cui va il merito di averci fatto conoscere la nostra musica popolare, grazie alle sue ricerche. Grazie infinite, Andrea 

venerdì 31 ottobre 2025

LA SERA DEL 31 OTTOBRE

LA SERA DEL 31 OTTOBRE, nella società contadina di un tempo, non era una sera qualunque.
Secondo una credenza popolare nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre i Morti tornavano a casa a trovare i propri cari e vi rimanevano fino all’ Epifania.
Per questo il detto dice:
Le fest iessen e venessen
Ma Pasc(a) Epifania nun mai veness!
Non si voleva che arrivasse l’Epifania perché in quella data i Morti dovevano andar via.
La sera del 31 ottobre, nelle case contadine, si avvertiva nell’aria un senso di tristezza e mestizia profonda al pensiero di ciò che stava per accadere nella notte, una notte quasi sacra, in cui Morti e vivi si ricongiungevano.
Si cenava in silenzio, nessuno rideva o scherzava o parlava più del necessario. Alla fine si lasciava la tavola apparecchiata con il pane e l’acqua e il camino acceso per permettere ai propri cari Defunti di rifocillarsi e scaldarsi dopo il lungo cammino.
Alla finestra si metteva una candela accesa perché i propri Defunti potessero più facilmente ritrovare la strada di casa nella notte buia.
C’era chi addirittura cambiava le lenzuola per lo straordinario evento.
Non c’era paura alcuna in questo rito di preparazione, non c’erano teschi, streghe o fantasmi ululanti , erano solo gesti di affetto verso le anime dei propri cari Defunti, che venivano a passare un po’ di tempo con i loro cari, presenze benevole e gentili, a cui si ritornava con il ricordo: alla mamma, al papà, ai nonni, ai bisnonni, agli zii e ai parenti vari…
Altro che Halloween! Certo, erano credenze popolari perché si sa che i Morti non possono ritornare ma ogni gesto era fatto con amore: il pane, l’acqua, la candela accesa erano un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei Morti, la cui memoria passava anche attraverso il cibo e il profumo della cucina.



venerdì 24 ottobre 2025

PALAZZO DONN’ ANNA

Il suggestivo Palazzo Donn’ Anna, affacciato sul mare di Posillipo, è uno degli edifici più affascinanti di Napoli ed anche uno dei più misteriosi.
Fu costruito nel XVII sec. per volere di Anna Carafa della Stadera.
Perché parlare di questo famoso palazzo napoletano? Perché donn’ Anna(1605- 1644) era figlia di Antonio Carafa, quinto duca di Mondragone, in carica dal 1602 al 1610, anno in cui morì.
Si sposò con Elena Aldobrandini ed ebbe tre figli, di cui l’ultima era Anna.
Il figlio primogenito morì a due anni, poco dopo morì il secondo ed infine morì il padre.
Per questo Anna si ritrovò ad essere l’unica erede universale della dinastia Carafa dei principi di Stigliano, la più ricca ereditiera d’Europa, desiderata e ambita dai più ricchi signori del tempo.
Possedeva il Ducato di Sabbioneta, il Principato di Stigliano, il Ducato di Mondragone e la Contea di Fondi.
Si sposò, per volere del re, con il nobile spagnolo Ramiro Felipe Nunez de Guzman, che fu nominato vicerè di Napoli e quindi donn’ Anna fu viceregina.
Morì a 39 anni a causa di una grave infezione, seguita ad un parto prematuro. La sua salma è custodita nella basilica di San Domenico Maggiore.
La sua fama è legata al famoso palazzo costruito in suo onore, sul quale aleggiano credenze popolari narrate anche dalla scrittrice Matilde Serao.
Si racconta che Anna, donna potente e di grande bellezza, fosse estremamente gelosa del suo amante, Gaetano di Casapesenna. Quando scoprì che l’uomo si era invaghito di una giovane, non tollerò l’affronto. Si dice che in un impeto di gelosia fece sparire la ragazza nelle segrete del palazzo. Da quel momento la leggenda narra che lo spirito della giovane si aggiri ancora tra le stanze del palazzo, piangendo la sua tragica fine. C’è chi dice di aver udito i suoi lamenti e chi afferma di aver visto un’ombra misteriosa riflettersi nelle acque del mare sottostante.
Si racconta anche che Donn’ Anna si invaghiva dei giovani pescatori che si fermavano a pescare proprio nelle vicinanze del palazzo, li faceva salire nelle sue stanze ma quando finiva l’idillio, li faceva precipitare giù tra gli scogli senza pietà finché un giorno accadde qualcosa di diverso, si innamorò davvero di un giovane pescatore di Posillipo, che però non ricambiava il suo amore. Ferita nell’orgoglio, si lanciò dal suo stesso palazzo, inghiottita dal mare. Da allora c’è chi dice di vederla ancora camminare su quei balconi, alla ricerca dello sguardo del suo amato pescatore.
Storia e leggenda si mescolano intorno alla figura di Donn’ Anna. Secondo lo storico Biagio Greco c’è da dire , però, che alcune leggende, sono state confuse dal popolo napoletano con quelle riguardanti la regina Giovanna, della casa d’Angiò.
Per quello che ci riguarda, donn’ Anna successe al padre Antonio, morto nel 1610, e fu duchessa di Mondragone fino alla sua morte, avvenuta nel 1644.












giovedì 16 ottobre 2025

SAN GERARDO


IL CULTO DI SAN GERARDO NELLA DEVOZIONE POPOLARE MONDRAGONESE

Il 16 ottobre la Chiesa ricorda San Gerardo Maiella, uno dei santi più venerati del Sud Italia.
Fu un frate redentorista, vissuto solo 29 anni, dal 1726 al 1755. Fece dell’ Eucarestia il centro della sua vita e della sua santità.
Il Santo, che a Mondragone si venera nella chiesa di San Rufino, è stato sempre molto amato dal popolo mondragonese, lo testimoniano i pellegrinaggi in pullmann , che si facevano ogni anno, nel mese di ottobre, per recarsi al santuario di Materdomini, a Lui dedicato, in provincia di Avellino.
Addirittura si passava la notte in chiesa, dormendo per terra o seduti nei banchi.
Nella nostra tradizione c’è anche un canto popolare a Lui dedicato:
San Gerard quann er vuaglion
Se facev la Cummnunion
San Gerard quann er bambin
Se facev la disciplin
Disciplin scurrev sangue
San Gerard s’è fatt sant
San Gerard quann er ragazz
Se facev comme nu pazz
Sa Gerard glorios
T’aggiu purtat st' bell' ros'
E le rose le dono a te
San Gerard prega per me.
Attraverso il canto si faceva riferimento ad alcuni episodi salienti della vita del Santo.
“Se faceva la Cummunion” si riferisce al fatto che l’Eucarestia è stata il fulcro di tutta la sua vita. Dalla biografia si legge che Gerardo a 6 anni si avviava verso una cappella solitaria di Capodigiano, dove si venerava una statua della Vergine, che sorregge il Bambino. Gerardo si metteva in preghiera e vedeva che il Bambino lo guardava e sorrideva, poi scendeva dalle braccia della Vergine e giocava e scherzava con lui. Poi gli offriva un bianco panino , che portava a casa. Quando poi diventò sacerdote redentorista, disse alla sorella Brigida: - Ora so che quel Bambino era Gesù. Il “bianco panino” era figura di un altro pane , la Candida Ostia, che vedeva distribuire in chiesa. L’amore per l’Eucarestia arrivò fino alla follia. Quando arrivava la Quaresima, poi, intensificava le astinenze e i digiuni così austeri da far preoccupare seriamente la madre.
“Se facev la disciplin” si riferisce alla sua pratica di flagellarsi in ricordo della flagellazione di Cristo, come forma di mortificazione e partecipazione alla sua Passione. Passava le notti ai piedi di Colui che chiamava “il mio carcerato”. Da un suo parente, l’abate Tirico, si faceva dare la chiave della chiesa, vi si chiudeva e sfogava davanti al Signore tuti gli affetti del suo cuore e piangeva per le ingratitudini degli uomini.
Si tratteneva tutta la giornata e la nottata oppure si portava un po’ di pane e si tratteneva per tre o quattro giorni, dormendo per terra.
“Se facev comme nu pazz” San Gerardo è stato definito “il pazzerello dell’Eucarestia” perché trascorreva lunghe ore di contemplazione davanti al tabernacolo e riusciva a scorgere l’amore di un Dio crocifisso , nascosto in un po’ di pane, in quella prigione d’amore. Dopo aver fatto la Comunione passava tutta la mattinata a pregare e non si risvegliava dal suo assorbimento in Dio, se non richiamato dal Padre Rettore . La sua
posizione, nel pregare, era stare disteso per terra davanti all’altare.
Nella tradizione popolare San Gerardo è il santo protettore delle mamme, delle partorienti e dei bambini. Si racconta che una volta abbia fatto finta di dimenticare il suo fazzoletto a casa di una famiglia che lo aspettava,. Una bambina della famiglia gli corse dietro per restituirglielo ma Gerardo le disse di tenerlo perché un giorno le sarebbe servito. Anni dopo la donna era in pericolo durante il parto, ricordandosi del fazzoletto, se lo fece poggiare sulla pancia e i dolori cessarono, permettendole di partorire felicemente.
San Gerardo è chiamato anche “il santo degli scartati” perché nella sua vita subì molte mortificazioni e angherie, disprezzi e accuse.
Rimasto orfano a 12 anni, andò a lavorare nella bottega di un sarto, dove subiva le percosse, gli insulti e i disprezzi di un giovane di bottega che lo aveva preso di mira. Divenne, in seguito, servo paziente del severo vescovo Albini, sotto il quale si esercitò nella silenziosa sopportazione.
Fu accusato, in seguito, da una certa Nerea Caggiano di essere responsabile della gravidanza di una ragazza, poi, pentitasi, lo scagionò . San Gerardo accettava in silenzio le punizioni dei superiori come un’ulteriore prova spirituale, senza difendersi.
San Gerardo è diventato, quindi, un simbolo di riscatto sociale, di speranza per gli ultimi, proprio come definito da papa Francesco.

giovedì 9 ottobre 2025

RI CICIRI MUOLL

 Una signora anziana fu invitata ad un matrimonio. 
Al ristorante vedeva che lo sposo accarezzava la mano della sposa ripetutamente.
 Lei, essendo di un’altra generazione, non riusciva ad accettare l’espressione di tale affettuosità in pubblico perché una volta c’era un grande senso del pudore ma anche una certa paura di esprimere i propri sentimenti. 
Addirittura si diceva: - I figli si baciano quando dormono! 
Alla fine disse: - Oé, e che stamm a ffa ccà? E po annanz a me! Nun facimm ri ciciri muoll, ià!!! 
Un simpatico paragone, derivante sempre dalla cultura contadina.
 I ceci, quando sono secchi, sono molto duri, quando sono cotti, diventano morbidi e teneri.
 Non oso immaginare cosa sia successo alla signora, quando è avvenuto il momento del fatidico bacio…. 

 Grazie sempre alla carissima Clara Ricciardone



RU CURNACCHIONU VIECCHIJ

  Tante volte abbiamo sentito quest’espressione, con cui ci si riferisce ad una persona con esperienza, avveduta e capace, contrapponendola a qualche altra persona, più piccola per età e per capacità.

Io, personalmente, ho sempre pensato che “curnacchion” derivasse da “corna” perché, nel nostro dialetto, le cosiddette corna non sono riferite solo all’infedeltà ma, quando, da noi, si dice che una persona ha le corna, vuol dire che è astuta, capace e intelligente.
L’espressione, invece, deriva da un racconto popolare, che mi è stato riferito dalla sig. Carmela Filosa.
Un cornacchione, cioè una cornacchia maschio ( cornacchia è un nome solo femminile, che non ha il maschile, quindi per definire al maschile quest’uccello, si dice o il maschio della cornacchia o una cornacchia maschio) si era accorto di essere diventato vecchio e tutto spennato e che non ce la faceva più a procacciarsi il cibo.
Allora si intrufolò in un nido di uccellini, a cui i genitori portavano da mangiare. Riuscì a mimetizzarsi tanto bene che i genitori non se ne accorsero e, quando portavano il cibo, davano da mangiare anche a lui.
Un giorno sentì i due genitori discutere tra loro. Uno diceva:- Pa campagn è tuttu sicc(o), nun ce sta cchiù nient, ma proprij nient!
E la moglie:- E mo comm amma fa pe sfamà a ri figli nuost? Mo se moren de fam!
Al sentire ciò, il cornacchione rispose:- Iat a ru campu Izz, iat a ru campu Izz pecché lla' lu mangia' se trov semp!
I due uccelli, sbalorditi, risposero:- Ah, e tu comm lu sai?
E il cornacchione:- E pecché io quann sev gion, iev semp llà!
Ah- fece il papà- ma tu allor faciv veré che siv picciriglij e invec(e)
Tu si nu curnacchionu viecchij!!!
E così si fece scoprire.



giovedì 2 ottobre 2025

GL’ ACCIAOM

  A Mondragone, quando una persona si accinge a fare qualche lavoro molto pesante, in cui si sporca molto e ne esce, alla fine, tutto sudato, coperto di polvere, terra, fango o altro materiale, ma anche in una situazione imprevista, non necessariamente lavorativa, in cui uno si imbratta tutto, usa dire: - M’aggiu fatt comme n’acciaom!

L’espressione popolare deriva da ECCE HOMO, che vuol dire ECCO L’UOMO, espressione che fu usata da Ponzio Pilato per descrivere Gesù, quando nella sua Passione fu talmente torturato, flagellato e maltrattato da non sembrare più un uomo.
Ponzio Pilato sperava di suscitare compassione nella folla per evitare la sua condanna a morte ma, come sappiamo, non fu così.


venerdì 12 settembre 2025

STA A FFA’ A CCRA’ A CCRA’ COMME A CURNACCHIA

 A Mondragone si usa dire così quando qualcuno rimanda sempre qualcosa che dovrebbe fare e non si decide a farla, come dire “a domani a domani” ma quel domani non arriva mai.

Il termine “a ccrà” richiama il verso della cornacchia ma nello stesso tempo deriva anche dal latino “cras”, avverbio di tempo, che vuol dire domani.
Da “cras” deriva anche il verbo procrastinare, che vuol dire rimandare.
Come si può vedere un po’ di latino c’è sempre sia nell’italiano che nel dialetto mondragonese.
Ci sono anche altri proverbi con lo stesso significato “Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi” e ancora “ Chi ha tempo non aspetti tempo” ma li vogliamo paragonare al nostro “a ccra’ a ccra’ comme a curnacchia”?
Per me è più divertente ed efficace.


venerdì 29 agosto 2025

SULLE DUNE MONDRAGONESI: LE RANF DE JANAR

 Ai margini della spiaggia mondragonese ma generalmente su tutte le coste sabbiose e rocciose cresce una pianta perenne, succulenta e strisciante, alta 15/20 cm, che si propaga spontaneamente, formando dei tappeti erbosi.

Il gambo e le foglie contengono una linfa densa e vischiosa, che costituisce una riserva nei periodi di siccità.
Le sue foglie carnose contengono sostanze che hanno proprietà lenitive e idratanti , che possono essere impiegate per la cura della pelle, per piccole ferite e scottature solari.
Fiorisce dalla primavera all’autunno e produce fiori grandi , simili alle margherite, di colori che vanno dal giallo al fucsia.
Dai fiori nascono dei frutti commestibili, che venivano utilizzati per preparare marmellate e conserve.
E’ una pianta che con la sua crescita strisciante crea tappeti erbosi, che impediscono al vento di trascinare via la sabbia e quindi svolge un’importante funzione di protezione della spiaggia.
Il nome di questa pianta è “carpobrotus”, dal greco “karpos”, che vuol dire frutto e “brotus”, che vuol dire edule, cioè commestibile.
Siccome le foglie hanno la forma di un uncino all’insu’, viene chiamata anche “unghie di strega”, nel nostro dialetto, invece, “ranf de janar”.
Certo le unghie di strega fanno pensare alle streghe delle fiabe, quelle che i bambini vedono disegnate sui libri oppure vedono nei cartoni animati e in questo modo familiarizzano con queste strane e strampalate figure. Addirittura ad Halloween si travestono da streghe proprio per esorcizzare la paura attraverso il divertimento ma per le “ranf de janar” non è così. Sono talmente misteriose e tenebrose, che non si riesce neanche ad immaginarle, evocative del mondo occulto della magia. Quelle sì che incutono un po’ di timore e di inquietudine…..
Questo perché le espressioni dialettali sono molto più efficaci ed espressive dell’italiano, molto più dense di significato.
(LE foto della pianta con fiori e frutti le ho prese da Google perché adesso non è periodo di fioritura ma le altre le ho scattate nella zona della Carrarola)



giovedì 21 agosto 2025

A PIAZZ DA RAMEGN

A Mondragone, la piazza dedicata a Bernardino Ruosi, che si trova all’incrocio tra Via Campanile, Via Venezia e Viale Margherita, veniva chiamata, un tempo, “a piazz da ramegn” perché in passato qui si vendeva la gramigna come foraggio per asini e cavalli ma era preferita soprattutto dagli asini.

La gramigna è un’erba considerata infestante perché cresce molto facilmente, si adatta a tutti i tipi di terreno ed è resistente alla siccità ma ha anche proprietà diuretiche, depurative e antinfiammatorie.
Verso la metà del ‘900 diverse famiglie provenienti da Aversa, vennero ad abitare a Mondragone.
Alcune persone, che facevano parte di queste famiglie, trovandosi senza lavoro, incominciarono a raccogliere la gramigna da vendere per gli animali e ne fecero un vero e proprio lavoro.
Per questo venivano chiamati “ri ramignar”.
Arrivavano, con il carretto, fino a Terracina, una zona molto ricca di quest’erba.
Tornati a casa, la lavavano per ripulire le radici dalla terra, la legavano in fasci e la vendevano per pochi soldi.
Ai contadini conveniva perché, dovendo andare a lavorare in campagna, non avevano tempo di andare a raccogliere la gramigna, che potevano comprare ad un prezzo basso e molto conveniente.
(Da una testimonianza della sig.ra Vincenzina Marta)



mercoledì 13 agosto 2025

Nu Cunt

Era un giorno di festa, forse Natale o Pasqua, non ci è dato sapere perché di tempo ne è passato tanto ma nella memoria popolare è rimasto il fatto accaduto per farci sorridere ma anche per mandarci messaggi, che sempre qualcosa ci vogliono dire.

Un tale, per vantarsi con un suo amico e per non far sapere che non aveva possibilità economiche, disse: - Aé, muglierm a appicciat ru furn e quanta robb che c(i) ammu mangiat, nun ce a faccij cchiù! : timpagn de maccarun, crapett cu le patan, …. e po chest, chest e chell’at…. E continuava….
Ad un certo punto l’interlocutore lo interruppe, dicendo: - Ah, brav, brav! Aspett, però, fatt luvà stu fricul de pastacott che t’è carut ncopp a cammis!
E con la mano glielo fece cadere.

(Clara Ricciardone)
BUON FERRAGOSTO A TUTTI