martedì 5 maggio 2026

PER TUTTI I DEVOTI DELLA MADONNA INCALDANA

 LA QUESTIONE DELL’INCENDIO

Durante la Peregrinatio di S. Maria Incaldana si può toccare con mano la devozione del popolo mondragonese per la Madonna.
Ogni devoto dovrebbe conoscerne la storia che, per alcuni periodi, rimane ancora oggi vaga e misteriosa.
La storia inizia con l’incendio, di cui non si conosce la data, che i Turchi invasori appiccarono alla chiesetta e al convento del Belvedere.


Le prime notizie certe che si hanno della Madonna risalgono al 1569, quando i Carmelitani presero possesso del Belvedere. Essi affermano che nella chiesetta “era la celebre immagine di S. Maria in Caldana”
Di questo siamo certi perché risulta dall’archivio generale dei Padri Carmelitani.
Tutti gli ordini religiosi: Francescani, Benedettini, Carmelitani … , scrivevano gli Annali o Cronache , in cui registravano tutto ciò che succedeva ogni anno. Grazie a loro gli storici hanno potuto ricostruire la vita di quel tempo con precisione.
Secondo la tradizione, riportata da Antonio Sementini nel testo “Memorie su culto di Maria SS Incaldana”, nell’incendio, da lui datato nel 1560, il quadro della Madonna si salvò miracolosamente, riportando solo una lieve bruciatura alla guancia destra.
Tutti accorsero sul posto, dove constatarono la quasi distruzione del convento e fu deciso di trasportare la Sacra Icona con solenne processione in paese nella chiesa dell’Annunziata, che dai documenti francescani risulta essere la chiesa di S. Francesco, che inizialmente si chiamava così.
Nel 1569 poi arrivarono i Carmelitani a prendere possesso del Belvedere e la Sacra Icona ritornò nel santuarietto restaurato, al tempo in cui a Mondragone regnavano i signori Carafa.
In seguito, dopo 55 anni di permanenza a Mondragone i Carmelitani furono costretti ad abbandonare quel luogo per l’eccessiva lontananza dal centro abitato e per il pericolo delle scorrerie dei Turchi e nel 1624 fu deciso di traslocare la Sacra Icona nella chiesa di S. Giovanni Battista, dove rimase definitivamente.
Per quanto riguarda l’incendio, il Sementini segue la data fornita da Francesco Maria Pratilli, originario di S. M. Capua Vetere, (1689-1763), sacerdote, archeologo e antiquario, che ha scritto l’opera “Della via Appia”, nel 1754, in cui parla anche di Mondragone e della Madonna Incaldana.
Purtroppo il Pratilli viene ricordato per i suoi studi eruditi ma anche per essere stato uno dei più abili falsari storici del ‘700. Per questo motivo la data dell’incendio non è certa.
Tuttavia, poiché è acclarato dagli storici che le incursioni turche nell’Italia meridionale sono iniziate dal XV sec, cioè dal 1400 in poi, è possibile che l’incursione sia avvenuta da quella data in poi.
Fausto Sementini nel libro “Memorie e riflessioni per infervorare la divozione verso Maria SS Incaldana” ci riporta addirittura al 1420.
L’incursione, quindi, può essere avvenuta dal 1400 in poi e prima del 1569 perché in tale data arrivarono i Carmelitani, i quali già trovarono la Madonna.
E allora da quanto tempo la Madonna stava là? Non lo sappiamo. E qui la storia si perde nel tempo




martedì 28 aprile 2026

LA MADONNA INCALDANA NEL MONDO

  La Madonna Incaldana non è conosciuta solo a Mondragone e nei 36 Casali cioè nei dintorni ma un po’ in tutto il mondo, dove i Mondragonesi si spostano per lavoro o per altro.



Quando vanno via non smettono mai di essere mondragonesi, portano, dove vanno, le nostre usanze, tradizioni, la nostra cultura, insomma e, insieme alla valigia, portano anche la Madonna Incaldana nel proprio cuore.
Una mia zia, scomparsa da qualche anno, aveva sposato un milanese ed era andata a vivere in provincia di Milano. Da allora aveva messo sul comodino il quadretto della Madonna Incaldana e non le faceva mancare mai i fiori freschi perché aveva un bel giardino; quando non c’erano fiori, provvedeva con quelli del fioraio. Una sua amica milanese, osservava questa cura e devozione continua e chiese informazioni sulla Madonna. La zia le raccontò la storia. Da allora anche l’amica ne diventò devota e quando aveva qualche problema di salute o di altro genere, chiedeva: - Assunta, mi fai accendere una candela alla “tua” Madonna? – oppure: - Mi fai dire una Messa alla “tua” Madonna? La zia ci telefonava e noi provvedevamo. Quando la zia veniva a Mondragone, lei le mandava l’offerta.
Un altro episodio mi è stato raccontato dalla mia amica Clara. UN giorno, in America (USA), un mondragonese si trovò ad entrare in un locale e, mentre chiedeva da bere, osservò un gruppetto di uomini che giocavano a carte e sentì nominare la Madonna Incaldana. Stupito, dopo un po’ si avvicinò e chiese come mai qualcuno di loro l’ avesse nominata. Uno dei presenti rispose, dicendo che era stato lui e spiegò come mai si trovava in quel posto a lavorare. Non era di Mondragone ma conosceva la Madonna, era di un paese vicino Formia.
Un mio amico di fb, Pietro Macera, nipote di “zi Giuvannina Macera” , di cui ho parlato in un altro post, emigrato in Brasile tanti anni fa, spesso pubblica post su Mondragone, suo paese di origine a cui è sempre molto legato e sulla Madonna Incaldana, di cui è molto devoto.
Ritornando all’America la mia amica Maria mi ha raccontato che quando don Adelchi Fantini vi si recò per chiedere offerte per la nuova chiesa di S. Nicola da costruire, alloggiò presso la famiglia De Martino/Sperlongano e la sig.ra Lucia Sperlongano faceva i “guanti” mondragonesi e li vendeva agli americani per racimolare soldi da dare in offerta per la nuova chiesa. Questo a dimostrazione che i Mondragonesi portano nel mondo la nostra cultura e la fanno conoscere agli altri ma dagli altri anche apprendono, come succede da sempre con la “contaminazione culturale”.
Clara Ricciardone Maria Malaspina Pietro Macera

mercoledì 22 aprile 2026

IL FIGLIO MASCHIO

Nella società contadina di una volta avere un figlio maschio era molto importante perché veniva considerato il pilastro della famiglia, necessario per la continuazione della stirpe in quanto avrebbe portato lo stesso nome e cognome del nonno ma non solo, era fondamentale anche per avere quella “forza” maschile, necessaria per il lavoro nei campi e quindi per il sostentamento della famiglia.

In pratica il figlio maschio era una garanzia di stabilità economica e sociale. La figlia femmina era vista come un peso se non addirittura una sventura. Ancora oggi si usa dire agli sposi: -Auguri e figli maschi! Per la femmina c’è il detto: - A mala nuttat e a figlia femmen! La femmina costituiva un peso finanziario perché le si doveva procurare la “dote”, “a rot”, cioè il corredo, e qui c’è un altro detto “Figlia ‘nfasce, panni in cascia” per dire che si doveva cominciare subito a preparare il corredo perché era molto costoso.
Riallacciandomi al racconto UNO SCHERZO … QUARESIMALE, nella famiglia del rione S. Francesco erano nati sette figli, due maschi e cinque femmine. I due maschietti morirono da piccoli a causa delle malattie esantematiche.
Un anno successe che si ammalarono di morbillo un maschietto e una femminuccia, che si distanziavano di appena nove mesi.
Siccome il primo dei maschietti già era morto, per il secondo c’era tanta preoccupazione e quindi tutte le attenzioni erano per lui, la culletta sempre vicino al camino, al caldo, veniva controllato in continuazione. Alla femminuccia, invece, pur accudendola, non veniva riservata nessuna cura o interesse.
Avvenne che il bambino morì e la bambina sopravvisse. Aver perso due figli maschi fu un grande dolore per la famiglia, difficile da accettare. La madre, che era sempre stata una persona molto devota, non andò più in chiesa per molto tempo. Un giorno, il sacerdote che c’era all’epoca, don Ciccio Gravano, che abitava vicino alla famiglia, la fece entrare in chiesa e disse: - Vir quant altar ce stann rent a sta chies? Ogn altar ten a crocia soja, e pur nuje, tutti quant, amma purtà a crocia!
La donna, un po’ alla volta, si riconciliò con il Signore ma non dimenticò mai la morte dei figli, conservò per tutta la vita nel primo cassetto del comò, come una reliquia, un paio di pantaloncini di velluto, “a pagliaccetto”, come si usavano una volta.


Ma, tornando a quella bambina così piccola, come avrà fatto a capire quella mancanza di affetto nei suoi confronti, quel “non amore” deleterio per il cuore e per l’anima, visto che nessuno glielo aveva detto mai apertamente e neanche doveva essere durato a lungo perché, in fondo, la madre voleva bene anche a lei perché era anche lei sua figlia.
Nessuno glielo aveva detto ma lei lo aveva “sentito” e le era bastato per diventare quella che era, una persona dal carattere duro e brusco, “sprucido” nel nostro dialetto, a volte, intrattabile e per quell’istinto di sopravvivenza, che la voleva proteggere da una mancanza così grande e da qualsiasi altra minaccia, si era costruita una corazza, una barriera tale che nessuno più avrebbe potuto colpirla.
Diventò una brava moglie e madre, una persona sveglia e capace ma quel carattere che la vita le aveva cucito addosso, non lo perse mai.
Verso la fine, a causa della vecchiaia, non ricordava più e solo allora il suo volto pieno di rughe, si distese ed era sempre sorridente. Solo perché non ricordava più.
Tutte le sorelle superarono gli 80 anni, solo lei superò i 90.




venerdì 3 aprile 2026

LA TRADIZIONE DELLE UOVA ROSSE

 Cari amici, trovandoci in tema di tradizioni pasquali, per allargare l’orizzonte, vi voglio far conoscere questa tradizione, che mi ha fatto conoscere la mia amica rumena Maria, cristiana ortodossa, portandomi in dono queste uova.


In Romania, secondo la tradizione, quando San Tommaso non voleva credere alla Risurrezione di Gesù, disse: - Allora ci credo quando quelle uova diventeranno rosse. Immediatamente le uova diventarono rosse.
Per questo motivo ogni anno i Rumeni ortodossi rinnovano l’antica tradizione delle uova rosse per Pasqua, e le colorano facendo bollire le foglie esterne delle cipolle.
Una bella tradizione che potrebbe diventare anche nostra perché la contaminazione culturale rappresenta un arricchimento reciproco, che promuove il dialogo e l’innovazione.
Non dimentichiamo che le tradizioni uniscono le persone che credono negli stessi valori ed ideali e che la cultura è un ponte di dialogo tra i popoli.

mercoledì 1 aprile 2026

CHELLA PIGNA CHE (NU)N SE FA DE PASQUA, (NU)N SE FA CCHIU’!

 Questo detto mondragonese si riferisce al periodo pasquale, al Giovedì Santo, in cui, una volta, si faceva il “pane di Pasqua”. Oltre alle pagnotte e ai filoni, “paniegli e cocchie”, si faceva anche il tortano con le uova incastonate sopra e le pigne per i bambini e si facevano solo per Pasqua. Ecco perché il detto dice che se non si fanno a Pasqua poi non si possono fare più.

Il detto equivale a un altro detto più famoso “Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi” ed è un invito a non essere pigri e a svolgere tutti i compiti in programma senza rimandare continuamente.
A volte si rimanda perché non ci si sente all’altezza e quindi per paura del fallimento o per perfezionismo “Se non lo faccio bene, lo rimando” e così via.
E’ un tentativo di autoprotezione da emozioni spiacevoli, che, però, trasforma il tempo in nemico anziché in risorsa.
Tutti sappiamo bene, però, che rimandare significa anche perdere un’occasione, che non sappiamo se si ripeterà.
Anche nella Bibbia, dal libro del Qoelet, si legge “C’è un tempo per ogni cosa, c’è un tempo per nascere, un tempo per gioire, un tempo per soffrire, un tempo per morire”… e vuol dire che Dio ha stabilito un momento opportuno per ogni evento sotto il cielo. Ci insegna che l’uomo non può controllare tutto ma deve accettare il tempo stabilito da Dio.



martedì 24 marzo 2026

IL 25 MARZO NELLA TRADIZIONE POPOLARE

  Il 25 Marzo, giorno dell’Annunciazione, la Chiesa celebra la Concezione di Gesù nel grembo della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo, annunciata dall’ Arcangelo Gabriele.

                                           

La profonda devozione verso il mistero dell’Incarnazione portava ad osservare, in questo giorno, l’astinenza dai rapporti sessuali tra coniugi.
Sebbene il dogma dell’Annunciazione non imponga esplicitamente tale divieto, nella tradizione popolare, già dal Medio Evo si onorava l’astinenza dai rapporti sessuali perché l’eventuale concepimento in tale data non coincidesse con quello di Gesù.
Veniva considerata una forma di rispetto per “la sponsale unione della natura divina con quella umana”
Secondo antiche leggende e superstizioni si credeva che chi nasceva la notte di Natale diventasse lupo mannaro o licantropo.
In realtà la licantropia clinica è una rara sindrome psichiatrica in cui il soggetto crede di trasformarsi in lupo.
Grazie sempre alla mia carissima amica Clara Ricciardone




domenica 22 marzo 2026

IN MEMORIA DI DON FRANCO

  Ieri sera, al Memoriale di don Franco Alfieri, ho ascoltato tante parole di elogio sentite e veritiere sul suo conto, tante testimonianze sulla sua figura, geniale e rivoluzionaria, nell’Amore.

Poeta, teologo, docente di Filosofia, non era certo il professore che si mette “in cattedra”, era sempre in discussione, sempre alla ricerca di novi orizzonti da scoprire. Aveva un’intelligenza notevole, un’apertura culturale eccezionale.

Anche io, devo dire, ammiravo tanto la sua figura di sacerdote. La sua più bella caratteristica, forse, era proprio quella di “saper fare comunità”. Non si faceva sfuggire mai un’occasione, pur di animare e richiamare i suoi fedeli: gite, feste, cori, incontri, catechesi… , di tutto e di più.
Ricordo le feste dell’Assunta, nel campetto, dove si ballava per diverse sere perché anche quello era un modo di riunire le persone, nella festa e nell’allegria. Dopo la Messa dell’Aurora, da lui istituita, faceva distribuire caffè, cioccolata calda e cornetti perché tutti facessero “comunione”, anche con una bella colazione.
Ricordo che un pomeriggio, su invito di Gina Maratta, che aveva creato un gruppo folcloristico “I ragazzi del Petrino”, andai a vedere le prove che facevano nei locali della parrocchia, che don Franco le aveva messo a disposizione. Entrando, vidi che là sotto, in ogni locale di quel seminterrato, si svolgeva qualche attività: chi cantava , chi ballava, chi recitava.. Alla fine, poi, andandolo a cercare, lo trovammo in mezzo ad un gruppo di anziani, che giocava a carte. Mi sembrava di essere entrata in un “paese nel paese”, vedevo una comunità viva e all’opera. Devo dire che un po’ mi ingelosivo anche, ma in senso buono, perché nelle altre parrocchie tutto era statico e abituale e lì c’era tanta vitalità. Questo, però, succedeva quando ancora non c’erano i sacerdoti giovani che ci sono adesso a Mondragone.
Era capace di coinvolgere tutti, aveva creato il coro dei bambini, quello dei giovani e quello degli adulti, non so quanti cori ci fossero in quella parrocchia. Ricordo una mia comare anziana, che mi diceva che anche lei andava a cantare e me lo diceva con una gioia vera, che le traspariva dal volto.
Per le Letture, poi? Chiamava tutti a leggere, per ogni Preghiera dei Fedeli, chiamava una persona. Ma quante persone dovevano andare su quell’ altare? Era chiaro, che voleva tutti. Questo era Don Franco.
Una volta andai ad una gita con la sua parrocchia e lo vidi, incredula, salire su una giostra per andare a farsi il giro con i ragazzi e ridere e divertirsi con loro. Poi ho capito che non c’ era niente di strano, lui lo faceva sempre, non aspettava neanche l’invito, era proprio lui a prendere l’iniziativa. Anche questo era molto bello perché lui annullava le distanze, “si mescolava” per così dire, con noi , si sentiva uno di noi e ci faceva sentire tutti far parte della comunità. Papa Francesco diceva che “il pastore deve avere l’odore delle pecore” e lui, questo, lo metteva in pratica regolarmente.
Era instancabile, tanto che, una volta, una mia amica, che non c’è più già da qualche anno, parlando di lui, alla maniera mondragonese, cioè con detti e proverbi, disse: - Nun appoja pier ‘nterr! Infatti lui era così, non aveva neanche appoggiato il piede a terra, che con l’altro, stava già correndo da un’altra parte, verso un’altra meta. L’aveva caratterizzato così bene che non ho più dimenticato quell’espressione.
Non era il sacerdote che aspettava i fedeli in chiesa, era lui che andava a bussare, si avvicinava alle persone con determinazione e con una santa “faccia tosta”, dicendo: - Ma tu lo sai che devi venire in chiesa? L’interlocutore rimaneva spiazzato perché capiva che con lui non c’era verso, doveva rispondere per forza, non sapeva dove scappare. Sono stati in parecchi a sperimentare quest’incontro ravvicinato con lui.
Mi piaceva molto quella sua determinazione perché, pur sapendo di poter ricevere un rifiuto, non demordeva perché sapeva che il Signore ci vuole coraggiosi e non stare lì guardare a ciò che ci conviene e a ciò che non ci conviene.
Era schietto, diceva quello che c’era da dire senza riguardo, era per la verità, era “Franco” di nome e di fatto.
Anche quando è passato al Santuario ha dato prova delle sue capacità organizzative, ha rimesso a nuovo la chiesa , trascurata da tanto tempo. Di idee geniali e lungimiranti ne ha avute tante: lo sbarco dell’Assunta, il Corteo storico-biblico, la festa di S. Anna a monte ecc.
Questo è stato don Franco , “un lavoratore instancabile nella vigna del Signore”. Mi sembra di sentirlo ancora con quella sua risata fragorosa, briosa e coinvolgente, che ti rassicurava e ti apriva il cuore.
Grazie di tutto, don Franco. Grazie per tutto quello che ci hai dato e per quello che ci hai insegnato. Non ti dimenticheremo mai.

mercoledì 18 marzo 2026

UNO SCHERZO … QUARESIMALE

 Nella Mondragone degli anni ’50, nei pressi della chiesa di S. Francesco viveva una famiglia con cinque figlie femmine. Erano nati anche due maschietti, in verità, ma erano morti tutti e due, verso i due anni, per le malattie esantematiche dei bambini.

Una delle sorelle aveva un carattere molto particolare: era dura, decisa, temeraria, sprezzante di ogni pericolo. Guardava chiunque in cagnesco, con uno sguardo minaccioso, che non prometteva niente di buono, come per dire: - Se mi tocchi, ti spezzo in due!
Non che non ci fosse un motivo per quel suo modo di essere perché niente succede per niente, il motivo affondava le radici nella storia della sua famiglia. Proverò a spiegarlo in un altro racconto.
Nel periodo di Quaresima il baccalà compariva spesso sulla loro tavola, almeno una volta a settimana. Un giorno la mamma lo aveva preparato al pomodoro, con aglio, olive e prezzemolo. Nella padella c’erano sette pezzi di baccalà, uno per ogni persona. Erano altri tempi, il cibo era più razionato.
Alla ragazza il baccalà piaceva molto, ne era ghiotta e anziché mangiarne solo un pezzo, ne voleva due. Sapendo di avere una sorella molto schifiltosa, le venne un’idea. Ammazzò una mosca, con un leggero colpetto, lasciandola intera, senza massacrarla troppo. La appoggiò delicatamente su uno spicchio di pomodoro, di quelli che si facevano, una volta “a pacche” nelle bottiglie, che era capitato su un pezzo di baccalà, facendo in modo che la mosca non toccasse minimamente il baccalà. Poi prese il piatto e lo mise davanti alla sorella, che, appena lo vide, gridò: Uh, che schif! Ij, chest, nun me lu mangio! E lei, pronta: - Mmmm, quanta moss! Vott ccà! Prese il piatto, pian pianino sollevò il pomodoro con la mosca, lo buttò e mangiò il baccalà.



giovedì 12 marzo 2026

L’ ARINGA AFFUMICATA DELLA QUARESIMA

Una volta, in tempo di Quaresima, si usava comprare le aringhe affumicate per variare un po’ il menu giornaliero, che non prevedeva carne. Dato il suo sapore molto forte e deciso, se ne mangiava un pezzetto, condito con olio, con una fetta di pane.

Al mercato di Mondragone le aringhe non mancano mai. Io, però, di solito, non le compro perché, per i mei gusti, sono troppo salate. Quest’anno ne ho comprata una per un assaggio.
L’ho sfilettata e messa in acqua e latte per una notte, poi l’ho asciugata con carta da cucina e tagliata a tocchetti e ho fatto un’insalatina con patate lesse, aringa, olive e cipolla rossa di Tropea e infine ho condito tutto con olio e limone. E’ buona, devo dire, però mangiata con parsimonia perché c’è troppo sale.
A proposito di Quaresima c’è un proverbio mondragonese, che recita: - Vruocc(o)l de rap e vrocc(o)l de foglij, a Quaresima s’arravoglia.
Vuol dire che un giorno con un cibo e un giorno con un altro si faceva passare la Quaresima, rispettando l’astinenza dalle carni.



domenica 8 marzo 2026

RU MUNDRAUNES E’ AMANT DE RU FURASTIER

  Il Vangelo di oggi mi ha fatto ricordare questo proverbio. Nel brano si legge che Gesù disse: - Nessun profeta è bene accetto nella sua patria….. All’udire queste cose tutti si riempirono di sdegno, si alzarono e lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù… I compaesani di Gesù, che prima lo applaudivano per i miracoli che aveva fatto, ora lo rifiutano per quello che dice.

Succede spesso quando si fa qualcosa che gli altri non vogliono, non approvano oppure sentono che in qualche modo possa ledere la loro persona o la loro posizione.
Nel nostro proverbio, a prima vista, sembra che i Mondragonesi, amanti del forestiero, siano generosi, altruisti e accoglienti verso di loro.
Non è così, vuol dire che, pur di non dare soddisfazione ad un loro compaesano, preferiscono darla al forestiero.
Ho conosciuto questo proverbio, da ragazza. Si doveva vendere una casa vicino alla nostra e c’erano diversi acquirenti mondragonesi intenzionati a comprarla ma fu venduta ad una famiglia che veniva da fuori. Mia madre commentò semplicemente: - Ru Mundraunes è amant de ru furastier!. Là per là non lo capii, l’ho capito con il tempo.



giovedì 26 febbraio 2026

LE SPEZZATELLE DELLA QUARESIMA

 Domenica scorsa, al mercato ho comprato le spezzatelle.

Una volta, quando si rispettava realmente l’astinenza dalle carni, in Quaresima, questo tipo di castagne secche compariva, durante la settimana, sulla tavola contadina. Venivano mischiate alla pasta o al riso e mangiate come primo piatto per cambiare un po’ la monotonia del menu giornaliero, che prevedeva pasta, riso, legumi, zuppe di verdura, baccalà, aringa affumicata, qualche uovo ma poche perché andavano conservate per le pastiere.
Le ho messe a bagno la sera prima e poi le ho fatte cuocere, come i fagioli, in acqua, un pizzico di sale, una foglia di alloro. Poi le ho condite con un filo di olio.
Mia figlia e mio marito, quando le hanno viste, mi guardavano incuriositi e preoccupati, allora li ho rassicurati subito: - Tranquilli, non sono per voi, sono solo per me!
Ho letto che hanno proprietà antianemiche ed energetiche e allora per me vanno bene. Io aspetto proprio un po' di energia.



sabato 21 febbraio 2026

A MAMM CU RI FIGLIJ

A MAMM CU RI FIGLIJ, PUZZ DA CIENT MIGLIJ: TE PURTA’ RU STOVANAS, RU STOVACUL E R’ABBEVERATUR!
Il detto sta a significare che, quando arriva una mamma con dei bambini, in qualsiasi contesto sociale, si sovvertono le regole della convivenza civile e si soprassiede a qualunque cosa perché il bambino ha bisogni impellenti e improrogabili.
Può avere sete e deve bere, altrimenti incomincia a piangere, gli si deve asciugare il naso, se gli cola in continuazione, se fa il bisognino, deve essere pulito e cambiato e così via…
Spesso si può osservare una situazione del genere negli studi medici, dove, quando arrivano i bambini, piangono, corrono di qua e di là, non riescono a stare fermi…
Devo dire che io conoscevo solo la prima parte del detto ma ora ne conosciamo anche la seconda, grazie alla sig. ra Adele Maceroli, di Sant’Angelo.
Sono sempre molto simpatici e divertenti i detti mondragonesi nello spiegare certe situazioni di vita, reali e contingenti.

Grazie , Adele Maceroli 



lunedì 9 febbraio 2026

LA CANTATA DEI MESI

 


In questo video: la Cantata dei Mesi di Carnevale a Mondragone
Maria Miraglia
LA CANTATA DEI MESI
Durante il Carnevale era una delle tradizioni più sentite a Mondragone, rimasta in voga fino agli anni ‘60.
Si trattava di una rappresentazione allegorica dei Mesi, legata strettamente al ciclo annuale dell’agricoltura, che iniziava con il nuovo anno, una sorta di rito che aveva una funzione beneaugurante, quella cioè, di evocare buoni auspici per raccolti abbondanti ma vi era implicito anche una sorta di omaggio e di ringraziamento per ciò che Madre Natura offriva nelle varie stagioni dell’anno.
Con la personificazione dei Mesi si intendeva rappresentare il Tempo, che scandiva i ritmi delle stagioni e del lavoro umano.
La manifestazione era diffusa in molti centri agricoli italiani. Ogni comunità conserva i suoi testi e le sue performance ma tutte prevedono la figura di Capodanno oltre a quella di Pulcinella al sud e Arlecchino al nord, nelle vesti di presentatore e cerimoniere.
Le sue origini si fanno risalire al ‘700 ma si pensa che sia ancora più antica, retaggio, secondo gli studiosi, degli Ambarvalia e dei Saturnalia, una serie di riti che si svolgevano nell’antica Roma per propiziare la fertilità dei campi.
La rappresentazione veniva eseguita da 14 persone, una per ogni mese più Capodanno e Pulcinella, che fungevano da presentatori. Gli attori che impersonavano i Mesi, cavalcavano degli asini, solo Capodanno cavalcava il cavallo mentre Pulcinella procedeva a piedi.
Partivano dalla Porta di Mare e si esibivano nei punti centrali di ogni rione, dove tutti accorrevano.
Ogni attore nel suo abbigliamento e negli ornamenti tendeva a simboleggiare il mese che rappresentava, così Maggio era ornato di fiori, Giugno di grano ecc e ognuno portava un oggetto, di solito di lavoro, usato nei campi nel periodo rappresentato.
Capodanno e Pulcinella presentavano l’allegra brigata e poi chiamavano ogni Mese a cantare. Solo il mese di Aprile era impersonato da una donna, che cantava: Io song Aprile e so na giovinetta!
I MESI, dai costumi pittoreschi, venivano rappresentati attraverso un canto dai tratti virili e ancestrali e con l’utilizzo di termini desueti, che quindi non si ritrovano più nel nostro dialetto e per alcuni dei quali non si può procedere ad una traduzione certa. Essi costituiscono un segno evidente nella storia del folclore mondragonese, che evoca un mondo rurale, che è andato via via scomparendo.
Per le ragione precedentemente indicate viene riportato il testo integrale senza la traduzione.
GENNAIO
Je so Gennaio di prima intratura, a caccià uocchie cu ri putaturi- nisciuno juorno li farò putare- castigare li voglio li bestemmiaturi – chi bestemmia il mese di Gennaio e isso cu la cappa e je cu ll’uscio – chi mi bestemmia ce lo manno in froscio.
FEBBRAIO
Je so Febbraio e cu l’erba che nasce e ‘nterra ce la coglio la viola – la pecorella va a la muntagna a pascere e da chistu mese ru rente s’ammola rent a terre pantanose e luoghi vasci e ci canta la ranonchia senza cola. Ogni aucieglio canta allegramente: ecco la primavera che mò s’appresenta.
MARZO
Je so Marzo e cu la mia zappella e cu pane e puorri faccio ru digiuno – ogni villano chistu mese aspetta pe jttà casacche e pellicciumm. Nun ve fidate de la mia fermezza e ci tengo le cervella a 35 – ora vi faccio ricchi e ora poveri- ora vi faccio asciutti e ora ‘nfusi.
APRILE
Je so Aprile e cu la lapa aspetto e guarnisco terra e arberi all’agnota – ogni aucieglio fa il suo versetto e fioriscono le muntagne cu ru calore
E ru spiziale cu la mia rosetta po guaragnà patacche e dogadori – Je so Aprile e so na giovinetta e a Maggio lo dono chistu ramaglietto.
MAGGIO
Je so Maggio e so maggiore di tutti –so chist’alimenti, d’oro e d’argento ri guarnisco a tutti – giacché siamo tutti allegramente –sunate chitarre, viulini e arti strumenti ché pure sta bestia mia sta allegramente, e parto e vaco a fare le bone spese e in fiore vi lascio a voi chist’altri mesi.
GIUGNO
Je so Giugno e cu la mia sarrecchia che bello quanno sto ‘ncicerchia – ci tengo na pignata cu na cuperchia e cu sta cucchiara che sempe spellecchia e si pe ‘ddinnanzi avessi a chella vecchia, ru cuoglio ri tagliarria cu sta sarrecchia, po me mangio ru riesto de sta minestra e treciento e sei carrati la mia barrecchia.
LUGLIO
Je so Luglio e cu ru carru rutto- ru carro r’aggiu rutto a la maesa- tocca cumpagnu mji, tooca l’asciutto, n’acqua ca vene e perdimmo ogni spesa- si sta regna mia è chiena di ben frutto – ogni treciento tummuli ne farò una meta e si stu carru mio rutto carrea justo, putimmo jre cantenno la Carresa.
AGOSTO
Je so Austo e cu l’infermeria e ru mierco m’a urdinato sta supposta- mi vatte la capa ‘nfermeria e comme vattesse cu stu maglio a posto ciaggiu azzeccati tutti sti spiziari e pe nun da aurienzia a vui e a la faccia vosta, je pe dispietto de miereci e merecine, rimane me la mangio chest’aglina.
SETTEMBRE
Je so Settembre e cu la fica moscia e l’uva muscarella mo se fernisce – se quarche donna avesse la contoscia ce vaco pe la ntuppà e ce passo liscio- e si pe sta vota so ghiuo ‘nfroscio, cumprate limunciegli me l’alliscio – quanne sienti alluccà chigli carruoti le mele meje ce vanno na pacca a rrota.
OTTOBRE
Je so Ottobre e cu ri begli frutti e ri frutti miei songo cchiù superiori. Chest’uva fresca e nera sazzea a tutti , a ru ricco a ru povero e a ru villano. Le cantinelle l’aggiu vinchiute tutte pe fa parlà Tedeschi e Italiani. Dietro faccio sorgere dduje condotte pe dispietto de ri miereci e spiziali.
NOVEMBRE
Je so Nuvembre e so lavoratore e ‘nterra aggiu semmenato la semmenta – l’aggiu semmenata de bbona staggione e, giacché ci siamo tutti allegramente, m’abbisognerebbe nu lavoratore e ‘nn’ato che me mantene sta jummenta – questo è pe gl’auciegli e questo lo dono a voi, signori belli.
DICEMBRE
L’urdimo di tutti, la sculatura de chist’arti misi- ce tengo na pignata di belli frutti – carne de puorco fresco l’aggio acciso, poi mi abbìo pe chist’arti fusti, chi tene cchiù vino pe chist’ artri mesi: ci tengo na vutticella de vino verduosco e na bella mugliera quanno me l’abbusco.

mercoledì 28 gennaio 2026

RU SANT DA TEL

 E’ un’espressione della nostra tradizione, che si riferisce ad un racconto popolare, che è la versione mondragonese di un racconto di Giambattista Basile, “Vardiello”, tratto dalla sua opera “Lo cunto de li cunti”.
Una donna saggia aveva un figlio, che per i Mondragonesi si chiamava Chiuvale, il più sciocco e credulone del paese. Era la disperazione della madre perché ogni giorno ne combinava una delle sue.
Una volta la madre lo mandò a vendere un tocco (scampolo) di tela, raccomandandogli di darlo a chi faceva poche chiacchiere.
Così appena qualcuno gli chiedeva: - Che tipo di tela è questa? Oppure – A quanto la vendi? Lui rispondeva: - Tu parli troppo, non fai per me!
Alla fine, dopo aver camminato per tutto il giorno senza vendere la tela, vide una statua e credendo che fosse una persona, gli disse:- La vuoi tu questa tela? La statua non rispondeva e lui : - Prendila, ti faccio un buon prezzo! Ma non aveva risposta, allora disse: - Ah, finalmente ho trovato quello che cercavo, questo non parla proprio! Gli sembrava di aver trovato la persona migliore, con un comportamento impeccabile, proprio un santo. - Allora tieni la tela e domani mi vengo a prendere i soldi.
La mattina dopo tornò per i soldi ma la tela non c’era più, chiese i soldi più volte ma la statua non rispondeva, allora prese una pietra e gliela scagliò in mezzo al petto. La statua si ruppe e dall’interno uscì una pentola piena di monete d’oro, che portò alla madre, arricchendola, senza rendersene neanche conto.
Per questo motivo quando si incontra una persona troppo buona, accogliente, gentile… non ci sembra vero e obbedendo a quell’impulso, che ci fa dubitare di tutto e tutti per paura del male che ce ne può venire, con quell’ironia tutta mondragonese, irriverente, sarcastica e dissacrante, commentiamo: - Se, se, ru sant da tel, ma chi te crer?! 



martedì 20 gennaio 2026

DIJ CHIUR NA PORT E ARAP NU PURTON!

Tante volte abbiamo dei sogni che vorremmo realizzare, degli obiettivi che cerchiamo di raggiungere ma non ci riusciamo e allora aspettiamo che succeda qualcosa che faccia aprire quella porta, che faccia avverare il nostro desiderio.
Ma non succede, e più ci intestardiamo e più quella porta non si apre.
A volte Dio non chiude quella porta per punirci ma per proteggerci, non permette che quella porta si apra perché sa cosa c’è dietro, sa che ci potrebbe essere qualcosa che ci potrebbe fare del male.
Lui ci vuole guidare lontano da una strada sbagliata verso un futuro più adatto a noi e tante volte ce lo fa capire proprio nel concreto.
Ecco perché chiude una porta e apre altre porte più grandi, più belle, più adatte a noi perché il piano di Dio è perfetto nell’amore, vuole la nostra salvezza.
Se noi vediamo fino alla punta del nostro naso o poco più, Lui vede dappertutto, nello spazio e nel tempo, conosce il nostro bene più di quanto possiamo conoscerlo noi stessi.
Fidiamoci



martedì 6 gennaio 2026

COMME VULITE VUJE … E PO’ MANGIAMM!

Due sposi mondragonesi, appena finito il pranzo nuziale, partirono per il viaggio di nozze.
Arrivati in albergo, il novello sposo chiese alla sposa: - Mo’, comm vulimm fa’? Ce vulimm i’ prima a cucca’ o vulimm i’ prim a mangia’?
La dolce sposina non voleva esprimere la sua opinione esplicitamente, allora, diplomaticamente rispose: - Comm vulite vuje! E poi aggiunse : - E po’ mangiamm! Cioè, dopo mangiamo.
E con queste parole fece capire qual era la cosa che andava fatta prima.

Anche per questa simpatica storiella, che circolava negli anni addietro, ringrazio sempre la nostra carissima Clara Ricciardone


mercoledì 31 dicembre 2025

DE STRACC(I) E DE PETACC(E)

 A Mondragone, quando arriva la fine dell’anno e ci scambiamo gli auguri, lo facciamo sempre scherzando, secondo la nostra indole paesana, facendo anche qualche considerazione, per così dire, di carattere filosofico: - E ci ammu (a)rrivat n’at ann! E qualcuno risponde: - Eh, sì, de stracc(i) e de petacc(e)… ma ci ammu (a)rrivat!

Con quest’espressione ci si riferisce ai vari problemi e difficoltà che la vita ci mette davanti durante l’anno, che, certe volte, ci mettono a dura prova, facendoci esercitare la virtù della pazienza e della sopportazione oppure è qualche anziano che lo dice, riferendosi alle condizioni di salute che, a quell’età, vanno peggiorando e mentre i farmaci curano una malattia, ne peggiorano un’altra e così via, e non si sa come conciliare la situazione e, mettendo una toppa di qua e una di là, si va avanti.
Per quello che mi riguarda personalmente, in quest’ultimo periodo, sono stata accompagnata da un’influenza, senza febbre, ma con tutti i problemi annessi e connessi, che mi è ritornata due volte nel giro di poco tempo, e con una tosse tanto forte che mi ha quasi distrutto, togliendomi ogni velleità e quindi posso dire che anche io “de stracc(i) e de petacc(e)” ci sono arrivata.
E speriamo bene…
Il termine “stracci” viene dall’atto di stracciare, ridurre in pezzi qualcosa di più grande, proprio come le malattie e i problemi riducono noi, a pezzi.
Anche le “petacce”, che sono abiti dismessi, logori e strappati, hanno lo stesso significato.
I detti mondragonesi sono sempre molto ironici e ci insegnano ad accettare le situazioni con consapevolezza ma senza drammatizzare ciò che è già troppo difficile in sé.
Ci insegnano che l’ironia è quella che ci salva, che ci rende la vita più serena e accettabile, che ci rende superiori a quello che ci capita, che ci permette di affrontare situazioni difficili con più distacco e leggerezza.
Ci aiuta a non prenderci troppo sul serio, a ridere delle difficoltà e a trovare la forza per affrontarle e continuare.
BUON ANNO A TUTTI



sabato 27 dicembre 2025

Preghiera della Notte di Natale

In questo video un’antica preghiera della Notte di Natale, recitata dalla sig.ra Genoveffa Caparco:

Part, anima mia,
va’, te cunfessa
pens che e muri’
a vall de Gesù
a fatt cumparì ( pensa che andrai davanti a Dio)
scont ru fauzu nnemmic(o) pe la via
O fauzu nnemmic(o), vota via,
Nun fai che prutestà st’anima mia,
Me l’aggiu fatt 100 Crucie a nott,
Me l’aggiu fatt a nott de Natale
Me l’aggiu fatt pe l’anima mia
Pe devozion me ric(o) Ave Maria
( Si recita 100 volte la preghiera e si recitano 100 Ave Maria)
Alessandra Mone