Nella società contadina di una volta avere un figlio maschio era molto importante perché veniva considerato il pilastro della famiglia, necessario per la continuazione della stirpe in quanto avrebbe portato lo stesso nome e cognome del nonno ma non solo, era fondamentale anche per avere quella “forza” maschile, necessaria per il lavoro nei campi e quindi per il sostentamento della famiglia.
In pratica il figlio maschio era una garanzia di stabilità economica e sociale. La figlia femmina era vista come un peso se non addirittura una sventura. Ancora oggi si usa dire agli sposi: -Auguri e figli maschi! Per la femmina c’è il detto: - A mala nuttat e a figlia femmen! La femmina costituiva un peso finanziario perché le si doveva procurare la “dote”, “a rot”, cioè il corredo, e qui c’è un altro detto “Figlia ‘nfasce, panni in cascia” per dire che si doveva cominciare subito a preparare il corredo perché era molto costoso.
Riallacciandomi al racconto UNO SCHERZO … QUARESIMALE, nella famiglia del rione S. Francesco erano nati sette figli, due maschi e cinque femmine. I due maschietti morirono da piccoli a causa delle malattie esantematiche.
Un anno successe che si ammalarono di morbillo un maschietto e una femminuccia, che si distanziavano di appena nove mesi.
Siccome il primo dei maschietti già era morto, per il secondo c’era tanta preoccupazione e quindi tutte le attenzioni erano per lui, la culletta sempre vicino al camino, al caldo, veniva controllato in continuazione. Alla femminuccia, invece, pur accudendola, non veniva riservata nessuna cura o interesse.
Avvenne che il bambino morì e la bambina sopravvisse. Aver perso due figli maschi fu un grande dolore per la famiglia, difficile da accettare. La madre, che era sempre stata una persona molto devota, non andò più in chiesa per molto tempo. Un giorno, il sacerdote che c’era all’epoca, don Ciccio Gravano, che abitava vicino alla famiglia, la fece entrare in chiesa e disse: - Vir quant altar ce stann rent a sta chies? Ogn altar ten a crocia soja, e pur nuje, tutti quant, amma purtà a crocia!
La donna, un po’ alla volta, si riconciliò con il Signore ma non dimenticò mai la morte dei figli, conservò per tutta la vita nel primo cassetto del comò, come una reliquia, un paio di pantaloncini di velluto, “a pagliaccetto”, come si usavano una volta.
Ma, tornando a quella bambina così piccola, come avrà fatto a capire quella mancanza di affetto nei suoi confronti, quel “non amore” deleterio per il cuore e per l’anima, visto che nessuno glielo aveva detto mai apertamente e neanche doveva essere durato a lungo perché, in fondo, la madre voleva bene anche a lei perché era anche lei sua figlia.
Nessuno glielo aveva detto ma lei lo aveva “sentito” e le era bastato per diventare quella che era, una persona dal carattere duro e brusco, “sprucido” nel nostro dialetto, a volte, intrattabile e per quell’istinto di sopravvivenza, che la voleva proteggere da una mancanza così grande e da qualsiasi altra minaccia, si era costruita una corazza, una barriera tale che nessuno più avrebbe potuto colpirla.
Diventò una brava moglie e madre, una persona sveglia e capace ma quel carattere che la vita le aveva cucito addosso, non lo perse mai.
Verso la fine, a causa della vecchiaia, non ricordava più e solo allora il suo volto pieno di rughe, si distese ed era sempre sorridente. Solo perché non ricordava più.
Tutte le sorelle superarono gli 80 anni, solo lei superò i 90.


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