martedì 28 aprile 2026

LA MADONNA INCALDANA NEL MONDO

  La Madonna Incaldana non è conosciuta solo a Mondragone e nei 36 Casali cioè nei dintorni ma un po’ in tutto il mondo, dove i Mondragonesi si spostano per lavoro o per altro.



Quando vanno via non smettono mai di essere mondragonesi, portano, dove vanno, le nostre usanze, tradizioni, la nostra cultura, insomma e, insieme alla valigia, portano anche la Madonna Incaldana nel proprio cuore.
Una mia zia, scomparsa da qualche anno, aveva sposato un milanese ed era andata a vivere in provincia di Milano. Da allora aveva messo sul comodino il quadretto della Madonna Incaldana e non le faceva mancare mai i fiori freschi perché aveva un bel giardino; quando non c’erano fiori, provvedeva con quelli del fioraio. Una sua amica milanese, osservava questa cura e devozione continua e chiese informazioni sulla Madonna. La zia le raccontò la storia. Da allora anche l’amica ne diventò devota e quando aveva qualche problema di salute o di altro genere, chiedeva: - Assunta, mi fai accendere una candela alla “tua” Madonna? – oppure: - Mi fai dire una Messa alla “tua” Madonna? La zia ci telefonava e noi provvedevamo. Quando la zia veniva a Mondragone, lei le mandava l’offerta.
Un altro episodio mi è stato raccontato dalla mia amica Clara. UN giorno, in America (USA), un mondragonese si trovò ad entrare in un locale e, mentre chiedeva da bere, osservò un gruppetto di uomini che giocavano a carte e sentì nominare la Madonna Incaldana. Stupito, dopo un po’ si avvicinò e chiese come mai qualcuno di loro l’ avesse nominata. Uno dei presenti rispose, dicendo che era stato lui e spiegò come mai si trovava in quel posto a lavorare. Non era di Mondragone ma conosceva la Madonna, era di un paese vicino Formia.
Un mio amico di fb, Pietro Macera, nipote di “zi Giuvannina Macera” , di cui ho parlato in un altro post, emigrato in Brasile tanti anni fa, spesso pubblica post su Mondragone, suo paese di origine a cui è sempre molto legato e sulla Madonna Incaldana, di cui è molto devoto.
Ritornando all’America la mia amica Maria mi ha raccontato che quando don Adelchi Fantini vi si recò per chiedere offerte per la nuova chiesa di S. Nicola da costruire, alloggiò presso la famiglia De Martino/Sperlongano e la sig.ra Lucia Sperlongano faceva i “guanti” mondragonesi e li vendeva agli americani per racimolare soldi da dare in offerta per la nuova chiesa. Questo a dimostrazione che i Mondragonesi portano nel mondo la nostra cultura e la fanno conoscere agli altri ma dagli altri anche apprendono, come succede da sempre con la “contaminazione culturale”.
Clara Ricciardone Maria Malaspina Pietro Macera

mercoledì 22 aprile 2026

IL FIGLIO MASCHIO

Nella società contadina di una volta avere un figlio maschio era molto importante perché veniva considerato il pilastro della famiglia, necessario per la continuazione della stirpe in quanto avrebbe portato lo stesso nome e cognome del nonno ma non solo, era fondamentale anche per avere quella “forza” maschile, necessaria per il lavoro nei campi e quindi per il sostentamento della famiglia.

In pratica il figlio maschio era una garanzia di stabilità economica e sociale. La figlia femmina era vista come un peso se non addirittura una sventura. Ancora oggi si usa dire agli sposi: -Auguri e figli maschi! Per la femmina c’è il detto: - A mala nuttat e a figlia femmen! La femmina costituiva un peso finanziario perché le si doveva procurare la “dote”, “a rot”, cioè il corredo, e qui c’è un altro detto “Figlia ‘nfasce, panni in cascia” per dire che si doveva cominciare subito a preparare il corredo perché era molto costoso.
Riallacciandomi al racconto UNO SCHERZO … QUARESIMALE, nella famiglia del rione S. Francesco erano nati sette figli, due maschi e cinque femmine. I due maschietti morirono da piccoli a causa delle malattie esantematiche.
Un anno successe che si ammalarono di morbillo un maschietto e una femminuccia, che si distanziavano di appena nove mesi.
Siccome il primo dei maschietti già era morto, per il secondo c’era tanta preoccupazione e quindi tutte le attenzioni erano per lui, la culletta sempre vicino al camino, al caldo, veniva controllato in continuazione. Alla femminuccia, invece, pur accudendola, non veniva riservata nessuna cura o interesse.
Avvenne che il bambino morì e la bambina sopravvisse. Aver perso due figli maschi fu un grande dolore per la famiglia, difficile da accettare. La madre, che era sempre stata una persona molto devota, non andò più in chiesa per molto tempo. Un giorno, il sacerdote che c’era all’epoca, don Ciccio Gravano, che abitava vicino alla famiglia, la fece entrare in chiesa e disse: - Vir quant altar ce stann rent a sta chies? Ogn altar ten a crocia soja, e pur nuje, tutti quant, amma purtà a crocia!
La donna, un po’ alla volta, si riconciliò con il Signore ma non dimenticò mai la morte dei figli, conservò per tutta la vita nel primo cassetto del comò, come una reliquia, un paio di pantaloncini di velluto, “a pagliaccetto”, come si usavano una volta.


Ma, tornando a quella bambina così piccola, come avrà fatto a capire quella mancanza di affetto nei suoi confronti, quel “non amore” deleterio per il cuore e per l’anima, visto che nessuno glielo aveva detto mai apertamente e neanche doveva essere durato a lungo perché, in fondo, la madre voleva bene anche a lei perché era anche lei sua figlia.
Nessuno glielo aveva detto ma lei lo aveva “sentito” e le era bastato per diventare quella che era, una persona dal carattere duro e brusco, “sprucido” nel nostro dialetto, a volte, intrattabile e per quell’istinto di sopravvivenza, che la voleva proteggere da una mancanza così grande e da qualsiasi altra minaccia, si era costruita una corazza, una barriera tale che nessuno più avrebbe potuto colpirla.
Diventò una brava moglie e madre, una persona sveglia e capace ma quel carattere che la vita le aveva cucito addosso, non lo perse mai.
Verso la fine, a causa della vecchiaia, non ricordava più e solo allora il suo volto pieno di rughe, si distese ed era sempre sorridente. Solo perché non ricordava più.
Tutte le sorelle superarono gli 80 anni, solo lei superò i 90.




venerdì 3 aprile 2026

LA TRADIZIONE DELLE UOVA ROSSE

 Cari amici, trovandoci in tema di tradizioni pasquali, per allargare l’orizzonte, vi voglio far conoscere questa tradizione, che mi ha fatto conoscere la mia amica rumena Maria, cristiana ortodossa, portandomi in dono queste uova.


In Romania, secondo la tradizione, quando San Tommaso non voleva credere alla Risurrezione di Gesù, disse: - Allora ci credo quando quelle uova diventeranno rosse. Immediatamente le uova diventarono rosse.
Per questo motivo ogni anno i Rumeni ortodossi rinnovano l’antica tradizione delle uova rosse per Pasqua, e le colorano facendo bollire le foglie esterne delle cipolle.
Una bella tradizione che potrebbe diventare anche nostra perché la contaminazione culturale rappresenta un arricchimento reciproco, che promuove il dialogo e l’innovazione.
Non dimentichiamo che le tradizioni uniscono le persone che credono negli stessi valori ed ideali e che la cultura è un ponte di dialogo tra i popoli.

mercoledì 1 aprile 2026

CHELLA PIGNA CHE (NU)N SE FA DE PASQUA, (NU)N SE FA CCHIU’!

 Questo detto mondragonese si riferisce al periodo pasquale, al Giovedì Santo, in cui, una volta, si faceva il “pane di Pasqua”. Oltre alle pagnotte e ai filoni, “paniegli e cocchie”, si faceva anche il tortano con le uova incastonate sopra e le pigne per i bambini e si facevano solo per Pasqua. Ecco perché il detto dice che se non si fanno a Pasqua poi non si possono fare più.

Il detto equivale a un altro detto più famoso “Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi” ed è un invito a non essere pigri e a svolgere tutti i compiti in programma senza rimandare continuamente.
A volte si rimanda perché non ci si sente all’altezza e quindi per paura del fallimento o per perfezionismo “Se non lo faccio bene, lo rimando” e così via.
E’ un tentativo di autoprotezione da emozioni spiacevoli, che, però, trasforma il tempo in nemico anziché in risorsa.
Tutti sappiamo bene, però, che rimandare significa anche perdere un’occasione, che non sappiamo se si ripeterà.
Anche nella Bibbia, dal libro del Qoelet, si legge “C’è un tempo per ogni cosa, c’è un tempo per nascere, un tempo per gioire, un tempo per soffrire, un tempo per morire”… e vuol dire che Dio ha stabilito un momento opportuno per ogni evento sotto il cielo. Ci insegna che l’uomo non può controllare tutto ma deve accettare il tempo stabilito da Dio.