martedì 24 marzo 2026

IL 25 MARZO NELLA TRADIZIONE POPOLARE

  Il 25 Marzo, giorno dell’Annunciazione, la Chiesa celebra la Concezione di Gesù nel grembo della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo, annunciata dall’ Arcangelo Gabriele.

                                           

La profonda devozione verso il mistero dell’Incarnazione portava ad osservare, in questo giorno, l’astinenza dai rapporti sessuali tra coniugi.
Sebbene il dogma dell’Annunciazione non imponga esplicitamente tale divieto, nella tradizione popolare, già dal Medio Evo si onorava l’astinenza dai rapporti sessuali perché l’eventuale concepimento in tale data non coincidesse con quello di Gesù.
Veniva considerata una forma di rispetto per “la sponsale unione della natura divina con quella umana”
Secondo antiche leggende e superstizioni si credeva che chi nasceva la notte di Natale diventasse lupo mannaro o licantropo.
In realtà la licantropia clinica è una rara sindrome psichiatrica in cui il soggetto crede di trasformarsi in lupo.
Grazie sempre alla mia carissima amica Clara Ricciardone




domenica 22 marzo 2026

IN MEMORIA DI DON FRANCO

  Ieri sera, al Memoriale di don Franco Alfieri, ho ascoltato tante parole di elogio sentite e veritiere sul suo conto, tante testimonianze sulla sua figura, geniale e rivoluzionaria, nell’Amore.

Poeta, teologo, docente di Filosofia, non era certo il professore che si mette “in cattedra”, era sempre in discussione, sempre alla ricerca di novi orizzonti da scoprire. Aveva un’intelligenza notevole, un’apertura culturale eccezionale.

Anche io, devo dire, ammiravo tanto la sua figura di sacerdote. La sua più bella caratteristica, forse, era proprio quella di “saper fare comunità”. Non si faceva sfuggire mai un’occasione, pur di animare e richiamare i suoi fedeli: gite, feste, cori, incontri, catechesi… , di tutto e di più.
Ricordo le feste dell’Assunta, nel campetto, dove si ballava per diverse sere perché anche quello era un modo di riunire le persone, nella festa e nell’allegria. Dopo la Messa dell’Aurora, da lui istituita, faceva distribuire caffè, cioccolata calda e cornetti perché tutti facessero “comunione”, anche con una bella colazione.
Ricordo che un pomeriggio, su invito di Gina Maratta, che aveva creato un gruppo folcloristico “I ragazzi del Petrino”, andai a vedere le prove che facevano nei locali della parrocchia, che don Franco le aveva messo a disposizione. Entrando, vidi che là sotto, in ogni locale di quel seminterrato, si svolgeva qualche attività: chi cantava , chi ballava, chi recitava.. Alla fine, poi, andandolo a cercare, lo trovammo in mezzo ad un gruppo di anziani, che giocava a carte. Mi sembrava di essere entrata in un “paese nel paese”, vedevo una comunità viva e all’opera. Devo dire che un po’ mi ingelosivo anche, ma in senso buono, perché nelle altre parrocchie tutto era statico e abituale e lì c’era tanta vitalità. Questo, però, succedeva quando ancora non c’erano i sacerdoti giovani che ci sono adesso a Mondragone.
Era capace di coinvolgere tutti, aveva creato il coro dei bambini, quello dei giovani e quello degli adulti, non so quanti cori ci fossero in quella parrocchia. Ricordo una mia comare anziana, che mi diceva che anche lei andava a cantare e me lo diceva con una gioia vera, che le traspariva dal volto.
Per le Letture, poi? Chiamava tutti a leggere, per ogni Preghiera dei Fedeli, chiamava una persona. Ma quante persone dovevano andare su quell’ altare? Era chiaro, che voleva tutti. Questo era Don Franco.
Una volta andai ad una gita con la sua parrocchia e lo vidi, incredula, salire su una giostra per andare a farsi il giro con i ragazzi e ridere e divertirsi con loro. Poi ho capito che non c’ era niente di strano, lui lo faceva sempre, non aspettava neanche l’invito, era proprio lui a prendere l’iniziativa. Anche questo era molto bello perché lui annullava le distanze, “si mescolava” per così dire, con noi , si sentiva uno di noi e ci faceva sentire tutti far parte della comunità. Papa Francesco diceva che “il pastore deve avere l’odore delle pecore” e lui, questo, lo metteva in pratica regolarmente.
Era instancabile, tanto che, una volta, una mia amica, che non c’è più già da qualche anno, parlando di lui, alla maniera mondragonese, cioè con detti e proverbi, disse: - Nun appoja pier ‘nterr! Infatti lui era così, non aveva neanche appoggiato il piede a terra, che con l’altro, stava già correndo da un’altra parte, verso un’altra meta. L’aveva caratterizzato così bene che non ho più dimenticato quell’espressione.
Non era il sacerdote che aspettava i fedeli in chiesa, era lui che andava a bussare, si avvicinava alle persone con determinazione e con una santa “faccia tosta”, dicendo: - Ma tu lo sai che devi venire in chiesa? L’interlocutore rimaneva spiazzato perché capiva che con lui non c’era verso, doveva rispondere per forza, non sapeva dove scappare. Sono stati in parecchi a sperimentare quest’incontro ravvicinato con lui.
Mi piaceva molto quella sua determinazione perché, pur sapendo di poter ricevere un rifiuto, non demordeva perché sapeva che il Signore ci vuole coraggiosi e non stare lì guardare a ciò che ci conviene e a ciò che non ci conviene.
Era schietto, diceva quello che c’era da dire senza riguardo, era per la verità, era “Franco” di nome e di fatto.
Anche quando è passato al Santuario ha dato prova delle sue capacità organizzative, ha rimesso a nuovo la chiesa , trascurata da tanto tempo. Di idee geniali e lungimiranti ne ha avute tante: lo sbarco dell’Assunta, il Corteo storico-biblico, la festa di S. Anna a monte ecc.
Questo è stato don Franco , “un lavoratore instancabile nella vigna del Signore”. Mi sembra di sentirlo ancora con quella sua risata fragorosa, briosa e coinvolgente, che ti rassicurava e ti apriva il cuore.
Grazie di tutto, don Franco. Grazie per tutto quello che ci hai dato e per quello che ci hai insegnato. Non ti dimenticheremo mai.

mercoledì 18 marzo 2026

UNO SCHERZO … QUARESIMALE

 Nella Mondragone degli anni ’50, nei pressi della chiesa di S. Francesco viveva una famiglia con cinque figlie femmine. Erano nati anche due maschietti, in verità, ma erano morti tutti e due, verso i due anni, per le malattie esantematiche dei bambini.

Una delle sorelle aveva un carattere molto particolare: era dura, decisa, temeraria, sprezzante di ogni pericolo. Guardava chiunque in cagnesco, con uno sguardo minaccioso, che non prometteva niente di buono, come per dire: - Se mi tocchi, ti spezzo in due!
Non che non ci fosse un motivo per quel suo modo di essere perché niente succede per niente, il motivo affondava le radici nella storia della sua famiglia. Proverò a spiegarlo in un altro racconto.
Nel periodo di Quaresima il baccalà compariva spesso sulla loro tavola, almeno una volta a settimana. Un giorno la mamma lo aveva preparato al pomodoro, con aglio, olive e prezzemolo. Nella padella c’erano sette pezzi di baccalà, uno per ogni persona. Erano altri tempi, il cibo era più razionato.
Alla ragazza il baccalà piaceva molto, ne era ghiotta e anziché mangiarne solo un pezzo, ne voleva due. Sapendo di avere una sorella molto schifiltosa, le venne un’idea. Ammazzò una mosca, con un leggero colpetto, lasciandola intera, senza massacrarla troppo. La appoggiò delicatamente su uno spicchio di pomodoro, di quelli che si facevano, una volta “a pacche” nelle bottiglie, che era capitato su un pezzo di baccalà, facendo in modo che la mosca non toccasse minimamente il baccalà. Poi prese il piatto e lo mise davanti alla sorella, che, appena lo vide, gridò: Uh, che schif! Ij, chest, nun me lu mangio! E lei, pronta: - Mmmm, quanta moss! Vott ccà! Prese il piatto, pian pianino sollevò il pomodoro con la mosca, lo buttò e mangiò il baccalà.



giovedì 12 marzo 2026

L’ ARINGA AFFUMICATA DELLA QUARESIMA

Una volta, in tempo di Quaresima, si usava comprare le aringhe affumicate per variare un po’ il menu giornaliero, che non prevedeva carne. Dato il suo sapore molto forte e deciso, se ne mangiava un pezzetto, condito con olio, con una fetta di pane.

Al mercato di Mondragone le aringhe non mancano mai. Io, però, di solito, non le compro perché, per i mei gusti, sono troppo salate. Quest’anno ne ho comprata una per un assaggio.
L’ho sfilettata e messa in acqua e latte per una notte, poi l’ho asciugata con carta da cucina e tagliata a tocchetti e ho fatto un’insalatina con patate lesse, aringa, olive e cipolla rossa di Tropea e infine ho condito tutto con olio e limone. E’ buona, devo dire, però mangiata con parsimonia perché c’è troppo sale.
A proposito di Quaresima c’è un proverbio mondragonese, che recita: - Vruocc(o)l de rap e vrocc(o)l de foglij, a Quaresima s’arravoglia.
Vuol dire che un giorno con un cibo e un giorno con un altro si faceva passare la Quaresima, rispettando l’astinenza dalle carni.



domenica 8 marzo 2026

RU MUNDRAUNES E’ AMANT DE RU FURASTIER

  Il Vangelo di oggi mi ha fatto ricordare questo proverbio. Nel brano si legge che Gesù disse: - Nessun profeta è bene accetto nella sua patria….. All’udire queste cose tutti si riempirono di sdegno, si alzarono e lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù… I compaesani di Gesù, che prima lo applaudivano per i miracoli che aveva fatto, ora lo rifiutano per quello che dice.

Succede spesso quando si fa qualcosa che gli altri non vogliono, non approvano oppure sentono che in qualche modo possa ledere la loro persona o la loro posizione.
Nel nostro proverbio, a prima vista, sembra che i Mondragonesi, amanti del forestiero, siano generosi, altruisti e accoglienti verso di loro.
Non è così, vuol dire che, pur di non dare soddisfazione ad un loro compaesano, preferiscono darla al forestiero.
Ho conosciuto questo proverbio, da ragazza. Si doveva vendere una casa vicino alla nostra e c’erano diversi acquirenti mondragonesi intenzionati a comprarla ma fu venduta ad una famiglia che veniva da fuori. Mia madre commentò semplicemente: - Ru Mundraunes è amant de ru furastier!. Là per là non lo capii, l’ho capito con il tempo.