venerdì 31 ottobre 2025

LA SERA DEL 31 OTTOBRE

LA SERA DEL 31 OTTOBRE, nella società contadina di un tempo, non era una sera qualunque.
Secondo una credenza popolare nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre i Morti tornavano a casa a trovare i propri cari e vi rimanevano fino all’ Epifania.
Per questo il detto dice:
Le fest iessen e venessen
Ma Pasc(a) Epifania nun mai veness!
Non si voleva che arrivasse l’Epifania perché in quella data i Morti dovevano andar via.
La sera del 31 ottobre, nelle case contadine, si avvertiva nell’aria un senso di tristezza e mestizia profonda al pensiero di ciò che stava per accadere nella notte, una notte quasi sacra, in cui Morti e vivi si ricongiungevano.
Si cenava in silenzio, nessuno rideva o scherzava o parlava più del necessario. Alla fine si lasciava la tavola apparecchiata con il pane e l’acqua e il camino acceso per permettere ai propri cari Defunti di rifocillarsi e scaldarsi dopo il lungo cammino.
Alla finestra si metteva una candela accesa perché i propri Defunti potessero più facilmente ritrovare la strada di casa nella notte buia.
C’era chi addirittura cambiava le lenzuola per lo straordinario evento.
Non c’era paura alcuna in questo rito di preparazione, non c’erano teschi, streghe o fantasmi ululanti , erano solo gesti di affetto verso le anime dei propri cari Defunti, che venivano a passare un po’ di tempo con i loro cari, presenze benevole e gentili, a cui si ritornava con il ricordo: alla mamma, al papà, ai nonni, ai bisnonni, agli zii e ai parenti vari…
Altro che Halloween! Certo, erano credenze popolari perché si sa che i Morti non possono ritornare ma ogni gesto era fatto con amore: il pane, l’acqua, la candela accesa erano un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei Morti, la cui memoria passava anche attraverso il cibo e il profumo della cucina.



venerdì 24 ottobre 2025

PALAZZO DONN’ ANNA

Il suggestivo Palazzo Donn’ Anna, affacciato sul mare di Posillipo, è uno degli edifici più affascinanti di Napoli ed anche uno dei più misteriosi.
Fu costruito nel XVII sec. per volere di Anna Carafa della Stadera.
Perché parlare di questo famoso palazzo napoletano? Perché donn’ Anna(1605- 1644) era figlia di Antonio Carafa, quinto duca di Mondragone, in carica dal 1602 al 1610, anno in cui morì.
Si sposò con Elena Aldobrandini ed ebbe tre figli, di cui l’ultima era Anna.
Il figlio primogenito morì a due anni, poco dopo morì il secondo ed infine morì il padre.
Per questo Anna si ritrovò ad essere l’unica erede universale della dinastia Carafa dei principi di Stigliano, la più ricca ereditiera d’Europa, desiderata e ambita dai più ricchi signori del tempo.
Possedeva il Ducato di Sabbioneta, il Principato di Stigliano, il Ducato di Mondragone e la Contea di Fondi.
Si sposò, per volere del re, con il nobile spagnolo Ramiro Felipe Nunez de Guzman, che fu nominato vicerè di Napoli e quindi donn’ Anna fu viceregina.
Morì a 39 anni a causa di una grave infezione, seguita ad un parto prematuro. La sua salma è custodita nella basilica di San Domenico Maggiore.
La sua fama è legata al famoso palazzo costruito in suo onore, sul quale aleggiano credenze popolari narrate anche dalla scrittrice Matilde Serao.
Si racconta che Anna, donna potente e di grande bellezza, fosse estremamente gelosa del suo amante, Gaetano di Casapesenna. Quando scoprì che l’uomo si era invaghito di una giovane, non tollerò l’affronto. Si dice che in un impeto di gelosia fece sparire la ragazza nelle segrete del palazzo. Da quel momento la leggenda narra che lo spirito della giovane si aggiri ancora tra le stanze del palazzo, piangendo la sua tragica fine. C’è chi dice di aver udito i suoi lamenti e chi afferma di aver visto un’ombra misteriosa riflettersi nelle acque del mare sottostante.
Si racconta anche che Donn’ Anna si invaghiva dei giovani pescatori che si fermavano a pescare proprio nelle vicinanze del palazzo, li faceva salire nelle sue stanze ma quando finiva l’idillio, li faceva precipitare giù tra gli scogli senza pietà finché un giorno accadde qualcosa di diverso, si innamorò davvero di un giovane pescatore di Posillipo, che però non ricambiava il suo amore. Ferita nell’orgoglio, si lanciò dal suo stesso palazzo, inghiottita dal mare. Da allora c’è chi dice di vederla ancora camminare su quei balconi, alla ricerca dello sguardo del suo amato pescatore.
Storia e leggenda si mescolano intorno alla figura di Donn’ Anna. Secondo lo storico Biagio Greco c’è da dire , però, che alcune leggende, sono state confuse dal popolo napoletano con quelle riguardanti la regina Giovanna, della casa d’Angiò.
Per quello che ci riguarda, donn’ Anna successe al padre Antonio, morto nel 1610, e fu duchessa di Mondragone fino alla sua morte, avvenuta nel 1644.












giovedì 16 ottobre 2025

SAN GERARDO


IL CULTO DI SAN GERARDO NELLA DEVOZIONE POPOLARE MONDRAGONESE

Il 16 ottobre la Chiesa ricorda San Gerardo Maiella, uno dei santi più venerati del Sud Italia.
Fu un frate redentorista, vissuto solo 29 anni, dal 1726 al 1755. Fece dell’ Eucarestia il centro della sua vita e della sua santità.
Il Santo, che a Mondragone si venera nella chiesa di San Rufino, è stato sempre molto amato dal popolo mondragonese, lo testimoniano i pellegrinaggi in pullmann , che si facevano ogni anno, nel mese di ottobre, per recarsi al santuario di Materdomini, a Lui dedicato, in provincia di Avellino.
Addirittura si passava la notte in chiesa, dormendo per terra o seduti nei banchi.
Nella nostra tradizione c’è anche un canto popolare a Lui dedicato:
San Gerard quann er vuaglion
Se facev la Cummnunion
San Gerard quann er bambin
Se facev la disciplin
Disciplin scurrev sangue
San Gerard s’è fatt sant
San Gerard quann er ragazz
Se facev comme nu pazz
Sa Gerard glorios
T’aggiu purtat st' bell' ros'
E le rose le dono a te
San Gerard prega per me.
Attraverso il canto si faceva riferimento ad alcuni episodi salienti della vita del Santo.
“Se faceva la Cummunion” si riferisce al fatto che l’Eucarestia è stata il fulcro di tutta la sua vita. Dalla biografia si legge che Gerardo a 6 anni si avviava verso una cappella solitaria di Capodigiano, dove si venerava una statua della Vergine, che sorregge il Bambino. Gerardo si metteva in preghiera e vedeva che il Bambino lo guardava e sorrideva, poi scendeva dalle braccia della Vergine e giocava e scherzava con lui. Poi gli offriva un bianco panino , che portava a casa. Quando poi diventò sacerdote redentorista, disse alla sorella Brigida: - Ora so che quel Bambino era Gesù. Il “bianco panino” era figura di un altro pane , la Candida Ostia, che vedeva distribuire in chiesa. L’amore per l’Eucarestia arrivò fino alla follia. Quando arrivava la Quaresima, poi, intensificava le astinenze e i digiuni così austeri da far preoccupare seriamente la madre.
“Se facev la disciplin” si riferisce alla sua pratica di flagellarsi in ricordo della flagellazione di Cristo, come forma di mortificazione e partecipazione alla sua Passione. Passava le notti ai piedi di Colui che chiamava “il mio carcerato”. Da un suo parente, l’abate Tirico, si faceva dare la chiave della chiesa, vi si chiudeva e sfogava davanti al Signore tuti gli affetti del suo cuore e piangeva per le ingratitudini degli uomini.
Si tratteneva tutta la giornata e la nottata oppure si portava un po’ di pane e si tratteneva per tre o quattro giorni, dormendo per terra.
“Se facev comme nu pazz” San Gerardo è stato definito “il pazzerello dell’Eucarestia” perché trascorreva lunghe ore di contemplazione davanti al tabernacolo e riusciva a scorgere l’amore di un Dio crocifisso , nascosto in un po’ di pane, in quella prigione d’amore. Dopo aver fatto la Comunione passava tutta la mattinata a pregare e non si risvegliava dal suo assorbimento in Dio, se non richiamato dal Padre Rettore . La sua
posizione, nel pregare, era stare disteso per terra davanti all’altare.
Nella tradizione popolare San Gerardo è il santo protettore delle mamme, delle partorienti e dei bambini. Si racconta che una volta abbia fatto finta di dimenticare il suo fazzoletto a casa di una famiglia che lo aspettava,. Una bambina della famiglia gli corse dietro per restituirglielo ma Gerardo le disse di tenerlo perché un giorno le sarebbe servito. Anni dopo la donna era in pericolo durante il parto, ricordandosi del fazzoletto, se lo fece poggiare sulla pancia e i dolori cessarono, permettendole di partorire felicemente.
San Gerardo è chiamato anche “il santo degli scartati” perché nella sua vita subì molte mortificazioni e angherie, disprezzi e accuse.
Rimasto orfano a 12 anni, andò a lavorare nella bottega di un sarto, dove subiva le percosse, gli insulti e i disprezzi di un giovane di bottega che lo aveva preso di mira. Divenne, in seguito, servo paziente del severo vescovo Albini, sotto il quale si esercitò nella silenziosa sopportazione.
Fu accusato, in seguito, da una certa Nerea Caggiano di essere responsabile della gravidanza di una ragazza, poi, pentitasi, lo scagionò . San Gerardo accettava in silenzio le punizioni dei superiori come un’ulteriore prova spirituale, senza difendersi.
San Gerardo è diventato, quindi, un simbolo di riscatto sociale, di speranza per gli ultimi, proprio come definito da papa Francesco.

giovedì 9 ottobre 2025

RI CICIRI MUOLL

 Una signora anziana fu invitata ad un matrimonio. 
Al ristorante vedeva che lo sposo accarezzava la mano della sposa ripetutamente.
 Lei, essendo di un’altra generazione, non riusciva ad accettare l’espressione di tale affettuosità in pubblico perché una volta c’era un grande senso del pudore ma anche una certa paura di esprimere i propri sentimenti. 
Addirittura si diceva: - I figli si baciano quando dormono! 
Alla fine disse: - Oé, e che stamm a ffa ccà? E po annanz a me! Nun facimm ri ciciri muoll, ià!!! 
Un simpatico paragone, derivante sempre dalla cultura contadina.
 I ceci, quando sono secchi, sono molto duri, quando sono cotti, diventano morbidi e teneri.
 Non oso immaginare cosa sia successo alla signora, quando è avvenuto il momento del fatidico bacio…. 

 Grazie sempre alla carissima Clara Ricciardone



RU CURNACCHIONU VIECCHIJ

  Tante volte abbiamo sentito quest’espressione, con cui ci si riferisce ad una persona con esperienza, avveduta e capace, contrapponendola a qualche altra persona, più piccola per età e per capacità.

Io, personalmente, ho sempre pensato che “curnacchion” derivasse da “corna” perché, nel nostro dialetto, le cosiddette corna non sono riferite solo all’infedeltà ma, quando, da noi, si dice che una persona ha le corna, vuol dire che è astuta, capace e intelligente.
L’espressione, invece, deriva da un racconto popolare, che mi è stato riferito dalla sig. Carmela Filosa.
Un cornacchione, cioè una cornacchia maschio ( cornacchia è un nome solo femminile, che non ha il maschile, quindi per definire al maschile quest’uccello, si dice o il maschio della cornacchia o una cornacchia maschio) si era accorto di essere diventato vecchio e tutto spennato e che non ce la faceva più a procacciarsi il cibo.
Allora si intrufolò in un nido di uccellini, a cui i genitori portavano da mangiare. Riuscì a mimetizzarsi tanto bene che i genitori non se ne accorsero e, quando portavano il cibo, davano da mangiare anche a lui.
Un giorno sentì i due genitori discutere tra loro. Uno diceva:- Pa campagn è tuttu sicc(o), nun ce sta cchiù nient, ma proprij nient!
E la moglie:- E mo comm amma fa pe sfamà a ri figli nuost? Mo se moren de fam!
Al sentire ciò, il cornacchione rispose:- Iat a ru campu Izz, iat a ru campu Izz pecché lla' lu mangia' se trov semp!
I due uccelli, sbalorditi, risposero:- Ah, e tu comm lu sai?
E il cornacchione:- E pecché io quann sev gion, iev semp llà!
Ah- fece il papà- ma tu allor faciv veré che siv picciriglij e invec(e)
Tu si nu curnacchionu viecchij!!!
E così si fece scoprire.



giovedì 2 ottobre 2025

GL’ ACCIAOM

  A Mondragone, quando una persona si accinge a fare qualche lavoro molto pesante, in cui si sporca molto e ne esce, alla fine, tutto sudato, coperto di polvere, terra, fango o altro materiale, ma anche in una situazione imprevista, non necessariamente lavorativa, in cui uno si imbratta tutto, usa dire: - M’aggiu fatt comme n’acciaom!

L’espressione popolare deriva da ECCE HOMO, che vuol dire ECCO L’UOMO, espressione che fu usata da Ponzio Pilato per descrivere Gesù, quando nella sua Passione fu talmente torturato, flagellato e maltrattato da non sembrare più un uomo.
Ponzio Pilato sperava di suscitare compassione nella folla per evitare la sua condanna a morte ma, come sappiamo, non fu così.