Ieri sera, al Memoriale di don Franco Alfieri, ho ascoltato tante parole di elogio sentite e veritiere sul suo conto, tante testimonianze sulla sua figura, geniale e rivoluzionaria, nell’Amore.
Poeta, teologo, docente di Filosofia, non era certo il professore che si mette “in cattedra”, era sempre in discussione, sempre alla ricerca di novi orizzonti da scoprire. Aveva un’intelligenza notevole, un’apertura culturale eccezionale.
Anche io, devo dire, ammiravo tanto la sua figura di sacerdote. La sua più bella caratteristica, forse, era proprio quella di “saper fare comunità”. Non si faceva sfuggire mai un’occasione, pur di animare e richiamare i suoi fedeli: gite, feste, cori, incontri, catechesi… , di tutto e di più.
Ricordo le feste dell’Assunta, nel campetto, dove si ballava per diverse sere perché anche quello era un modo di riunire le persone, nella festa e nell’allegria. Dopo la Messa dell’Aurora, da lui istituita, faceva distribuire caffè, cioccolata calda e cornetti perché tutti facessero “comunione”, anche con una bella colazione.
Ricordo che un pomeriggio, su invito di Gina Maratta, che aveva creato un gruppo folcloristico “I ragazzi del Petrino”, andai a vedere le prove che facevano nei locali della parrocchia, che don Franco le aveva messo a disposizione. Entrando, vidi che là sotto, in ogni locale di quel seminterrato, si svolgeva qualche attività: chi cantava , chi ballava, chi recitava.. Alla fine, poi, andandolo a cercare, lo trovammo in mezzo ad un gruppo di anziani, che giocava a carte. Mi sembrava di essere entrata in un “paese nel paese”, vedevo una comunità viva e all’opera. Devo dire che un po’ mi ingelosivo anche, ma in senso buono, perché nelle altre parrocchie tutto era statico e abituale e lì c’era tanta vitalità. Questo, però, succedeva quando ancora non c’erano i sacerdoti giovani che ci sono adesso a Mondragone.
Era capace di coinvolgere tutti, aveva creato il coro dei bambini, quello dei giovani e quello degli adulti, non so quanti cori ci fossero in quella parrocchia. Ricordo una mia comare anziana, che mi diceva che anche lei andava a cantare e me lo diceva con una gioia vera, che le traspariva dal volto.
Per le Letture, poi? Chiamava tutti a leggere, per ogni Preghiera dei Fedeli, chiamava una persona. Ma quante persone dovevano andare su quell’ altare? Era chiaro, che voleva tutti. Questo era Don Franco.
Una volta andai ad una gita con la sua parrocchia e lo vidi, incredula, salire su una giostra per andare a farsi il giro con i ragazzi e ridere e divertirsi con loro. Poi ho capito che non c’ era niente di strano, lui lo faceva sempre, non aspettava neanche l’invito, era proprio lui a prendere l’iniziativa. Anche questo era molto bello perché lui annullava le distanze, “si mescolava” per così dire, con noi , si sentiva uno di noi e ci faceva sentire tutti far parte della comunità. Papa Francesco diceva che “il pastore deve avere l’odore delle pecore” e lui, questo, lo metteva in pratica regolarmente.
Era instancabile, tanto che, una volta, una mia amica, che non c’è più già da qualche anno, parlando di lui, alla maniera mondragonese, cioè con detti e proverbi, disse: - Nun appoja pier ‘nterr! Infatti lui era così, non aveva neanche appoggiato il piede a terra, che con l’altro, stava già correndo da un’altra parte, verso un’altra meta. L’aveva caratterizzato così bene che non ho più dimenticato quell’espressione.
Non era il sacerdote che aspettava i fedeli in chiesa, era lui che andava a bussare, si avvicinava alle persone con determinazione e con una santa “faccia tosta”, dicendo: - Ma tu lo sai che devi venire in chiesa? L’interlocutore rimaneva spiazzato perché capiva che con lui non c’era verso, doveva rispondere per forza, non sapeva dove scappare. Sono stati in parecchi a sperimentare quest’incontro ravvicinato con lui.
Mi piaceva molto quella sua determinazione perché, pur sapendo di poter ricevere un rifiuto, non demordeva perché sapeva che il Signore ci vuole coraggiosi e non stare lì guardare a ciò che ci conviene e a ciò che non ci conviene.
Era schietto, diceva quello che c’era da dire senza riguardo, era per la verità, era “Franco” di nome e di fatto.
Anche quando è passato al Santuario ha dato prova delle sue capacità organizzative, ha rimesso a nuovo la chiesa , trascurata da tanto tempo. Di idee geniali e lungimiranti ne ha avute tante: lo sbarco dell’Assunta, il Corteo storico-biblico, la festa di S. Anna a monte ecc.
Questo è stato don Franco , “un lavoratore instancabile nella vigna del Signore”. Mi sembra di sentirlo ancora con quella sua risata fragorosa, briosa e coinvolgente, che ti rassicurava e ti apriva il cuore.
Grazie di tutto, don Franco. Grazie per tutto quello che ci hai dato e per quello che ci hai insegnato. Non ti dimenticheremo mai.

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