Nella Mondragone degli anni ’50, nei pressi della chiesa di S. Francesco viveva una famiglia con cinque figlie femmine. Erano nati anche due maschietti, in verità, ma erano morti tutti e due, verso i due anni, per le malattie esantematiche dei bambini.
Una delle sorelle aveva un carattere molto particolare: era dura, decisa, temeraria, sprezzante di ogni pericolo. Guardava chiunque in cagnesco, con uno sguardo minaccioso, che non prometteva niente di buono, come per dire: - Se mi tocchi, ti spezzo in due!
Non che non ci fosse un motivo per quel suo modo di essere perché niente succede per niente, il motivo affondava le radici nella storia della sua famiglia. Proverò a spiegarlo in un altro racconto.
Nel periodo di Quaresima il baccalà compariva spesso sulla loro tavola, almeno una volta a settimana. Un giorno la mamma lo aveva preparato al pomodoro, con aglio, olive e prezzemolo. Nella padella c’erano sette pezzi di baccalà, uno per ogni persona. Erano altri tempi, il cibo era più razionato.
Alla ragazza il baccalà piaceva molto, ne era ghiotta e anziché mangiarne solo un pezzo, ne voleva due. Sapendo di avere una sorella molto schifiltosa, le venne un’idea. Ammazzò una mosca, con un leggero colpetto, lasciandola intera, senza massacrarla troppo. La appoggiò delicatamente su uno spicchio di pomodoro, di quelli che si facevano, una volta “a pacche” nelle bottiglie, che era capitato su un pezzo di baccalà, facendo in modo che la mosca non toccasse minimamente il baccalà. Poi prese il piatto e lo mise davanti alla sorella, che, appena lo vide, gridò: Uh, che schif! Ij, chest, nun me lu mangio! E lei, pronta: - Mmmm, quanta moss! Vott ccà! Prese il piatto, pian pianino sollevò il pomodoro con la mosca, lo buttò e mangiò il baccalà.

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