sabato 18 luglio 2026

CU NA MAN ANNANZ E N'AT ARRET!

 


CU NA MAN ANNANZ E N'AT ARRET!

Quest’espressione, usata a Mondragone, è di origine napoletana ed è una metafora di chi ha perso tutto, di chi esce da una situazione con le mani vuote, senza aver ottenuto nulla.
A Napoli, nel 1500, per volontà del viceré spagnolo don Pedro de Toledo, Castel Capuano diventò il tribunale supremo, la sede della Gran Corte della Vicarìa, il cuore della giustizia del Regno di Napoli.
Davanti alla porta centrale del Castello c’era una colonna, che non aveva una funzione decorativa ma punitiva perché serviva a umiliare pubblicamente i debitori insolventi, coloro che non erano riusciti a pagare i debiti.
I poveretti dovevano salire sulla colonna, abbassarsi i pantaloni e poggiare per tre volte le natiche sul marmo e al suono di tromba del banditore, dovevano pronunciare la frase latina “Cedo bona” cioè “ Cedo i beni”, un gesto umiliante ma simbolico che serviva a dimostrare che non avevano più nulla. Poi si allontanavano dalla colonna nudi e cercando di coprire con le mani le proprie nudità.
Durante il rito il popolo aggrediva verbalmente e fisicamente il povero debitore di turno.
La colonna fu rimossa nel 1856 per volontà del re Carlo III di Borbone.
Ci vollero, comunque, tre secoli perché una persona si rendesse conto dell’inciviltà e della barbarie di questo rito, che non rispettava la dignità dell’essere umano.
Oggi la “colonna infame” è esposta in una sala del Museo della Certosa di S. Martino.
Da essa nascono le imprecazioni “Sangue da culonn” e “Mannaggia a culonn”.

domenica 5 luglio 2026

(NU)N’ AMMA RA’ CUNT SUL A GENT MA PUR A RI CAN DE PUCURAR!

 (NU)N’ AMMA RA’ CUNT SUL A GENT MA PUR A RI CAN DE PUCURAR!

Non ricordo il racconto popolare da cui nasce questo detto, che comunque parlava delle varie vicissitudini di un tale , che, alla fine, si trovò a scappare per sfuggire ai cani di un pastore che lo inseguivano e si espresse con la famosa frase, dando origine al detto che di tanto in tanto si usa a Mondragone.
Esso sta a significare che qualsiasi cosa facciamo, dobbiamo rendere sempre conto a tutti, e perfino ai cani, nel caso del racconto, che pure vogliono dire la loro.
Chi la vede in un modo e chi in un altro, chi la vuole cotta e chi la vuole cruda, non va bene mai niente a nessuno.
Chi ci vede in un modo e chi in un altro perché, come diceva Pirandello, in “Uno, nessuno e centomila”, ognuno crede di essere “uno” , invece può diventare “100 000”, quante sono le persone che lo giudicano , in realtà non è “nessuno” di quelli perché nessuna idea di quello che gli altri pensano di lui corrisponde a verità; la “nostra verità” la conosciamo solo noi stessi ma, a volte , non la conosciamo neanche noi, se non abbiamo fatto quel famoso viaggio interiore per arrivare alla conoscenza e alla consapevolezza di noi stessi.
E comunque riguardo alle 100 000 persone che ci giudicano, freghiamocene pure altamente perché non è il loro giudizio che ci definisce. Chi può dire chi siamo realmente è solo Colui che ci conosce più di noi stessi.
Basta prendere le distanze da quelle persone, che credono di sapere di tutto e di più ma , in realtà, loro stesse non valgono più che quello che dicono, e andare diritti per la nostra strada.
E ce ne andremo così , con lo sguardo diritto in avanti, “sfrondandoci” di tutte quelle persone, che ci sono letteralmente “cadute” come foglie d’autunno, con la schiena diritta, fieri e soli ma sempre in compagnia. Dell’Essenziale.
Buona vita a tutti!