CU NA MAN ANNANZ E N'AT ARRET!
Quest’espressione, usata a Mondragone, è di origine napoletana ed è una metafora di chi ha perso tutto, di chi esce da una situazione con le mani vuote, senza aver ottenuto nulla.
A Napoli, nel 1500, per volontà del viceré spagnolo don Pedro de Toledo, Castel Capuano diventò il tribunale supremo, la sede della Gran Corte della Vicarìa, il cuore della giustizia del Regno di Napoli.
Davanti alla porta centrale del Castello c’era una colonna, che non aveva una funzione decorativa ma punitiva perché serviva a umiliare pubblicamente i debitori insolventi, coloro che non erano riusciti a pagare i debiti.
I poveretti dovevano salire sulla colonna, abbassarsi i pantaloni e poggiare per tre volte le natiche sul marmo e al suono di tromba del banditore, dovevano pronunciare la frase latina “Cedo bona” cioè “ Cedo i beni”, un gesto umiliante ma simbolico che serviva a dimostrare che non avevano più nulla. Poi si allontanavano dalla colonna nudi e cercando di coprire con le mani le proprie nudità.
Durante il rito il popolo aggrediva verbalmente e fisicamente il povero debitore di turno.
La colonna fu rimossa nel 1856 per volontà del re Carlo III di Borbone.
Ci vollero, comunque, tre secoli perché una persona si rendesse conto dell’inciviltà e della barbarie di questo rito, che non rispettava la dignità dell’essere umano.
Oggi la “colonna infame” è esposta in una sala del Museo della Certosa di S. Martino.
Da essa nascono le imprecazioni “Sangue da culonn” e “Mannaggia a culonn”.

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