sabato 8 novembre 2025

Musica Popolare

Un'interessante chiacchierata con il prof. Andrea Nerone, a cui va il merito di averci fatto conoscere la nostra musica popolare, grazie alle sue ricerche. Grazie infinite, Andrea 

venerdì 31 ottobre 2025

LA SERA DEL 31 OTTOBRE

LA SERA DEL 31 OTTOBRE, nella società contadina di un tempo, non era una sera qualunque.
Secondo una credenza popolare nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre i Morti tornavano a casa a trovare i propri cari e vi rimanevano fino all’ Epifania.
Per questo il detto dice:
Le fest iessen e venessen
Ma Pasc(a) Epifania nun mai veness!
Non si voleva che arrivasse l’Epifania perché in quella data i Morti dovevano andar via.
La sera del 31 ottobre, nelle case contadine, si avvertiva nell’aria un senso di tristezza e mestizia profonda al pensiero di ciò che stava per accadere nella notte, una notte quasi sacra, in cui Morti e vivi si ricongiungevano.
Si cenava in silenzio, nessuno rideva o scherzava o parlava più del necessario. Alla fine si lasciava la tavola apparecchiata con il pane e l’acqua e il camino acceso per permettere ai propri cari Defunti di rifocillarsi e scaldarsi dopo il lungo cammino.
Alla finestra si metteva una candela accesa perché i propri Defunti potessero più facilmente ritrovare la strada di casa nella notte buia.
C’era chi addirittura cambiava le lenzuola per lo straordinario evento.
Non c’era paura alcuna in questo rito di preparazione, non c’erano teschi, streghe o fantasmi ululanti , erano solo gesti di affetto verso le anime dei propri cari Defunti, che venivano a passare un po’ di tempo con i loro cari, presenze benevole e gentili, a cui si ritornava con il ricordo: alla mamma, al papà, ai nonni, ai bisnonni, agli zii e ai parenti vari…
Altro che Halloween! Certo, erano credenze popolari perché si sa che i Morti non possono ritornare ma ogni gesto era fatto con amore: il pane, l’acqua, la candela accesa erano un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei Morti, la cui memoria passava anche attraverso il cibo e il profumo della cucina.



venerdì 24 ottobre 2025

PALAZZO DONN’ ANNA

Il suggestivo Palazzo Donn’ Anna, affacciato sul mare di Posillipo, è uno degli edifici più affascinanti di Napoli ed anche uno dei più misteriosi.
Fu costruito nel XVII sec. per volere di Anna Carafa della Stadera.
Perché parlare di questo famoso palazzo napoletano? Perché donn’ Anna(1605- 1644) era figlia di Antonio Carafa, quinto duca di Mondragone, in carica dal 1602 al 1610, anno in cui morì.
Si sposò con Elena Aldobrandini ed ebbe tre figli, di cui l’ultima era Anna.
Il figlio primogenito morì a due anni, poco dopo morì il secondo ed infine morì il padre.
Per questo Anna si ritrovò ad essere l’unica erede universale della dinastia Carafa dei principi di Stigliano, la più ricca ereditiera d’Europa, desiderata e ambita dai più ricchi signori del tempo.
Possedeva il Ducato di Sabbioneta, il Principato di Stigliano, il Ducato di Mondragone e la Contea di Fondi.
Si sposò, per volere del re, con il nobile spagnolo Ramiro Felipe Nunez de Guzman, che fu nominato vicerè di Napoli e quindi donn’ Anna fu viceregina.
Morì a 39 anni a causa di una grave infezione, seguita ad un parto prematuro. La sua salma è custodita nella basilica di San Domenico Maggiore.
La sua fama è legata al famoso palazzo costruito in suo onore, sul quale aleggiano credenze popolari narrate anche dalla scrittrice Matilde Serao.
Si racconta che Anna, donna potente e di grande bellezza, fosse estremamente gelosa del suo amante, Gaetano di Casapesenna. Quando scoprì che l’uomo si era invaghito di una giovane, non tollerò l’affronto. Si dice che in un impeto di gelosia fece sparire la ragazza nelle segrete del palazzo. Da quel momento la leggenda narra che lo spirito della giovane si aggiri ancora tra le stanze del palazzo, piangendo la sua tragica fine. C’è chi dice di aver udito i suoi lamenti e chi afferma di aver visto un’ombra misteriosa riflettersi nelle acque del mare sottostante.
Si racconta anche che Donn’ Anna si invaghiva dei giovani pescatori che si fermavano a pescare proprio nelle vicinanze del palazzo, li faceva salire nelle sue stanze ma quando finiva l’idillio, li faceva precipitare giù tra gli scogli senza pietà finché un giorno accadde qualcosa di diverso, si innamorò davvero di un giovane pescatore di Posillipo, che però non ricambiava il suo amore. Ferita nell’orgoglio, si lanciò dal suo stesso palazzo, inghiottita dal mare. Da allora c’è chi dice di vederla ancora camminare su quei balconi, alla ricerca dello sguardo del suo amato pescatore.
Storia e leggenda si mescolano intorno alla figura di Donn’ Anna. Secondo lo storico Biagio Greco c’è da dire , però, che alcune leggende, sono state confuse dal popolo napoletano con quelle riguardanti la regina Giovanna, della casa d’Angiò.
Per quello che ci riguarda, donn’ Anna successe al padre Antonio, morto nel 1610, e fu duchessa di Mondragone fino alla sua morte, avvenuta nel 1644.












giovedì 16 ottobre 2025

SAN GERARDO


IL CULTO DI SAN GERARDO NELLA DEVOZIONE POPOLARE MONDRAGONESE

Il 16 ottobre la Chiesa ricorda San Gerardo Maiella, uno dei santi più venerati del Sud Italia.
Fu un frate redentorista, vissuto solo 29 anni, dal 1726 al 1755. Fece dell’ Eucarestia il centro della sua vita e della sua santità.
Il Santo, che a Mondragone si venera nella chiesa di San Rufino, è stato sempre molto amato dal popolo mondragonese, lo testimoniano i pellegrinaggi in pullmann , che si facevano ogni anno, nel mese di ottobre, per recarsi al santuario di Materdomini, a Lui dedicato, in provincia di Avellino.
Addirittura si passava la notte in chiesa, dormendo per terra o seduti nei banchi.
Nella nostra tradizione c’è anche un canto popolare a Lui dedicato:
San Gerard quann er vuaglion
Se facev la Cummnunion
San Gerard quann er bambin
Se facev la disciplin
Disciplin scurrev sangue
San Gerard s’è fatt sant
San Gerard quann er ragazz
Se facev comme nu pazz
Sa Gerard glorios
T’aggiu purtat st' bell' ros'
E le rose le dono a te
San Gerard prega per me.
Attraverso il canto si faceva riferimento ad alcuni episodi salienti della vita del Santo.
“Se faceva la Cummunion” si riferisce al fatto che l’Eucarestia è stata il fulcro di tutta la sua vita. Dalla biografia si legge che Gerardo a 6 anni si avviava verso una cappella solitaria di Capodigiano, dove si venerava una statua della Vergine, che sorregge il Bambino. Gerardo si metteva in preghiera e vedeva che il Bambino lo guardava e sorrideva, poi scendeva dalle braccia della Vergine e giocava e scherzava con lui. Poi gli offriva un bianco panino , che portava a casa. Quando poi diventò sacerdote redentorista, disse alla sorella Brigida: - Ora so che quel Bambino era Gesù. Il “bianco panino” era figura di un altro pane , la Candida Ostia, che vedeva distribuire in chiesa. L’amore per l’Eucarestia arrivò fino alla follia. Quando arrivava la Quaresima, poi, intensificava le astinenze e i digiuni così austeri da far preoccupare seriamente la madre.
“Se facev la disciplin” si riferisce alla sua pratica di flagellarsi in ricordo della flagellazione di Cristo, come forma di mortificazione e partecipazione alla sua Passione. Passava le notti ai piedi di Colui che chiamava “il mio carcerato”. Da un suo parente, l’abate Tirico, si faceva dare la chiave della chiesa, vi si chiudeva e sfogava davanti al Signore tuti gli affetti del suo cuore e piangeva per le ingratitudini degli uomini.
Si tratteneva tutta la giornata e la nottata oppure si portava un po’ di pane e si tratteneva per tre o quattro giorni, dormendo per terra.
“Se facev comme nu pazz” San Gerardo è stato definito “il pazzerello dell’Eucarestia” perché trascorreva lunghe ore di contemplazione davanti al tabernacolo e riusciva a scorgere l’amore di un Dio crocifisso , nascosto in un po’ di pane, in quella prigione d’amore. Dopo aver fatto la Comunione passava tutta la mattinata a pregare e non si risvegliava dal suo assorbimento in Dio, se non richiamato dal Padre Rettore . La sua
posizione, nel pregare, era stare disteso per terra davanti all’altare.
Nella tradizione popolare San Gerardo è il santo protettore delle mamme, delle partorienti e dei bambini. Si racconta che una volta abbia fatto finta di dimenticare il suo fazzoletto a casa di una famiglia che lo aspettava,. Una bambina della famiglia gli corse dietro per restituirglielo ma Gerardo le disse di tenerlo perché un giorno le sarebbe servito. Anni dopo la donna era in pericolo durante il parto, ricordandosi del fazzoletto, se lo fece poggiare sulla pancia e i dolori cessarono, permettendole di partorire felicemente.
San Gerardo è chiamato anche “il santo degli scartati” perché nella sua vita subì molte mortificazioni e angherie, disprezzi e accuse.
Rimasto orfano a 12 anni, andò a lavorare nella bottega di un sarto, dove subiva le percosse, gli insulti e i disprezzi di un giovane di bottega che lo aveva preso di mira. Divenne, in seguito, servo paziente del severo vescovo Albini, sotto il quale si esercitò nella silenziosa sopportazione.
Fu accusato, in seguito, da una certa Nerea Caggiano di essere responsabile della gravidanza di una ragazza, poi, pentitasi, lo scagionò . San Gerardo accettava in silenzio le punizioni dei superiori come un’ulteriore prova spirituale, senza difendersi.
San Gerardo è diventato, quindi, un simbolo di riscatto sociale, di speranza per gli ultimi, proprio come definito da papa Francesco.

giovedì 9 ottobre 2025

RI CICIRI MUOLL

 Una signora anziana fu invitata ad un matrimonio. 
Al ristorante vedeva che lo sposo accarezzava la mano della sposa ripetutamente.
 Lei, essendo di un’altra generazione, non riusciva ad accettare l’espressione di tale affettuosità in pubblico perché una volta c’era un grande senso del pudore ma anche una certa paura di esprimere i propri sentimenti. 
Addirittura si diceva: - I figli si baciano quando dormono! 
Alla fine disse: - Oé, e che stamm a ffa ccà? E po annanz a me! Nun facimm ri ciciri muoll, ià!!! 
Un simpatico paragone, derivante sempre dalla cultura contadina.
 I ceci, quando sono secchi, sono molto duri, quando sono cotti, diventano morbidi e teneri.
 Non oso immaginare cosa sia successo alla signora, quando è avvenuto il momento del fatidico bacio…. 

 Grazie sempre alla carissima Clara Ricciardone



RU CURNACCHIONU VIECCHIJ

  Tante volte abbiamo sentito quest’espressione, con cui ci si riferisce ad una persona con esperienza, avveduta e capace, contrapponendola a qualche altra persona, più piccola per età e per capacità.

Io, personalmente, ho sempre pensato che “curnacchion” derivasse da “corna” perché, nel nostro dialetto, le cosiddette corna non sono riferite solo all’infedeltà ma, quando, da noi, si dice che una persona ha le corna, vuol dire che è astuta, capace e intelligente.
L’espressione, invece, deriva da un racconto popolare, che mi è stato riferito dalla sig. Carmela Filosa.
Un cornacchione, cioè una cornacchia maschio ( cornacchia è un nome solo femminile, che non ha il maschile, quindi per definire al maschile quest’uccello, si dice o il maschio della cornacchia o una cornacchia maschio) si era accorto di essere diventato vecchio e tutto spennato e che non ce la faceva più a procacciarsi il cibo.
Allora si intrufolò in un nido di uccellini, a cui i genitori portavano da mangiare. Riuscì a mimetizzarsi tanto bene che i genitori non se ne accorsero e, quando portavano il cibo, davano da mangiare anche a lui.
Un giorno sentì i due genitori discutere tra loro. Uno diceva:- Pa campagn è tuttu sicc(o), nun ce sta cchiù nient, ma proprij nient!
E la moglie:- E mo comm amma fa pe sfamà a ri figli nuost? Mo se moren de fam!
Al sentire ciò, il cornacchione rispose:- Iat a ru campu Izz, iat a ru campu Izz pecché lla' lu mangia' se trov semp!
I due uccelli, sbalorditi, risposero:- Ah, e tu comm lu sai?
E il cornacchione:- E pecché io quann sev gion, iev semp llà!
Ah- fece il papà- ma tu allor faciv veré che siv picciriglij e invec(e)
Tu si nu curnacchionu viecchij!!!
E così si fece scoprire.



giovedì 2 ottobre 2025

GL’ ACCIAOM

  A Mondragone, quando una persona si accinge a fare qualche lavoro molto pesante, in cui si sporca molto e ne esce, alla fine, tutto sudato, coperto di polvere, terra, fango o altro materiale, ma anche in una situazione imprevista, non necessariamente lavorativa, in cui uno si imbratta tutto, usa dire: - M’aggiu fatt comme n’acciaom!

L’espressione popolare deriva da ECCE HOMO, che vuol dire ECCO L’UOMO, espressione che fu usata da Ponzio Pilato per descrivere Gesù, quando nella sua Passione fu talmente torturato, flagellato e maltrattato da non sembrare più un uomo.
Ponzio Pilato sperava di suscitare compassione nella folla per evitare la sua condanna a morte ma, come sappiamo, non fu così.


venerdì 12 settembre 2025

STA A FFA’ A CCRA’ A CCRA’ COMME A CURNACCHIA

 A Mondragone si usa dire così quando qualcuno rimanda sempre qualcosa che dovrebbe fare e non si decide a farla, come dire “a domani a domani” ma quel domani non arriva mai.

Il termine “a ccrà” richiama il verso della cornacchia ma nello stesso tempo deriva anche dal latino “cras”, avverbio di tempo, che vuol dire domani.
Da “cras” deriva anche il verbo procrastinare, che vuol dire rimandare.
Come si può vedere un po’ di latino c’è sempre sia nell’italiano che nel dialetto mondragonese.
Ci sono anche altri proverbi con lo stesso significato “Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi” e ancora “ Chi ha tempo non aspetti tempo” ma li vogliamo paragonare al nostro “a ccra’ a ccra’ comme a curnacchia”?
Per me è più divertente ed efficace.


venerdì 29 agosto 2025

SULLE DUNE MONDRAGONESI: LE RANF DE JANAR

 Ai margini della spiaggia mondragonese ma generalmente su tutte le coste sabbiose e rocciose cresce una pianta perenne, succulenta e strisciante, alta 15/20 cm, che si propaga spontaneamente, formando dei tappeti erbosi.

Il gambo e le foglie contengono una linfa densa e vischiosa, che costituisce una riserva nei periodi di siccità.
Le sue foglie carnose contengono sostanze che hanno proprietà lenitive e idratanti , che possono essere impiegate per la cura della pelle, per piccole ferite e scottature solari.
Fiorisce dalla primavera all’autunno e produce fiori grandi , simili alle margherite, di colori che vanno dal giallo al fucsia.
Dai fiori nascono dei frutti commestibili, che venivano utilizzati per preparare marmellate e conserve.
E’ una pianta che con la sua crescita strisciante crea tappeti erbosi, che impediscono al vento di trascinare via la sabbia e quindi svolge un’importante funzione di protezione della spiaggia.
Il nome di questa pianta è “carpobrotus”, dal greco “karpos”, che vuol dire frutto e “brotus”, che vuol dire edule, cioè commestibile.
Siccome le foglie hanno la forma di un uncino all’insu’, viene chiamata anche “unghie di strega”, nel nostro dialetto, invece, “ranf de janar”.
Certo le unghie di strega fanno pensare alle streghe delle fiabe, quelle che i bambini vedono disegnate sui libri oppure vedono nei cartoni animati e in questo modo familiarizzano con queste strane e strampalate figure. Addirittura ad Halloween si travestono da streghe proprio per esorcizzare la paura attraverso il divertimento ma per le “ranf de janar” non è così. Sono talmente misteriose e tenebrose, che non si riesce neanche ad immaginarle, evocative del mondo occulto della magia. Quelle sì che incutono un po’ di timore e di inquietudine…..
Questo perché le espressioni dialettali sono molto più efficaci ed espressive dell’italiano, molto più dense di significato.
(LE foto della pianta con fiori e frutti le ho prese da Google perché adesso non è periodo di fioritura ma le altre le ho scattate nella zona della Carrarola)



giovedì 21 agosto 2025

A PIAZZ DA RAMEGN

A Mondragone, la piazza dedicata a Bernardino Ruosi, che si trova all’incrocio tra Via Campanile, Via Venezia e Viale Margherita, veniva chiamata, un tempo, “a piazz da ramegn” perché in passato qui si vendeva la gramigna come foraggio per asini e cavalli ma era preferita soprattutto dagli asini.

La gramigna è un’erba considerata infestante perché cresce molto facilmente, si adatta a tutti i tipi di terreno ed è resistente alla siccità ma ha anche proprietà diuretiche, depurative e antinfiammatorie.
Verso la metà del ‘900 diverse famiglie provenienti da Aversa, vennero ad abitare a Mondragone.
Alcune persone, che facevano parte di queste famiglie, trovandosi senza lavoro, incominciarono a raccogliere la gramigna da vendere per gli animali e ne fecero un vero e proprio lavoro.
Per questo venivano chiamati “ri ramignar”.
Arrivavano, con il carretto, fino a Terracina, una zona molto ricca di quest’erba.
Tornati a casa, la lavavano per ripulire le radici dalla terra, la legavano in fasci e la vendevano per pochi soldi.
Ai contadini conveniva perché, dovendo andare a lavorare in campagna, non avevano tempo di andare a raccogliere la gramigna, che potevano comprare ad un prezzo basso e molto conveniente.
(Da una testimonianza della sig.ra Vincenzina Marta)



mercoledì 13 agosto 2025

Nu Cunt

Era un giorno di festa, forse Natale o Pasqua, non ci è dato sapere perché di tempo ne è passato tanto ma nella memoria popolare è rimasto il fatto accaduto per farci sorridere ma anche per mandarci messaggi, che sempre qualcosa ci vogliono dire.

Un tale, per vantarsi con un suo amico e per non far sapere che non aveva possibilità economiche, disse: - Aé, muglierm a appicciat ru furn e quanta robb che c(i) ammu mangiat, nun ce a faccij cchiù! : timpagn de maccarun, crapett cu le patan, …. e po chest, chest e chell’at…. E continuava….
Ad un certo punto l’interlocutore lo interruppe, dicendo: - Ah, brav, brav! Aspett, però, fatt luvà stu fricul de pastacott che t’è carut ncopp a cammis!
E con la mano glielo fece cadere.

(Clara Ricciardone)
BUON FERRAGOSTO A TUTTI

lunedì 11 agosto 2025

venerdì 8 agosto 2025

TRA SACRO E PROFANO: LA MADONNA ASSUNTA E IL FERRAGOSTO

Il 15 agosto la Chiesa festeggia l’Assunzione di Maria al cielo e nello stesso tempo si festeggia il Ferragosto, cioè la sospensione delle attività lavorative in tutti i campi.

                                            

Il Ferragosto affonda le sue radici nell’antica Roma, difatti la parola Ferragosto deriva da Feriae Augusti, che letteralmente vuol dire “il riposo di Augusto” perché fu l’imperatore Augusto che istituì un periodo di riposo e di festeggiamenti, ogni anno, alla fine dei lavori agricoli.
Con il tempo le Feriae Augusti sono diventate le “ferie” ossia le vacanze estive.
Poi, con l’avvento del Cristianesimo la Chiesa volle far coincidere la festa religiosa dell’Assunzione di Maria al cielo con questa ricorrenza laica e così si incontrano, in questo giorno, due ricorrenze, una sacra e l’altra profana, nessuna esclude l’altra, anzi, a quanto pare, convivono pacificamente e sono, tutte e due, molto attese.
Ecco perché a Mondragone si aspetta il 15 agosto per festeggiare l’Assunta ed anche per assistere alla suggestiva tradizione della Madonna, che viene portata in mare, seguita da una processione di barche e accompagnata dagli spettacolari e scenografici fuochi d’artificio.
Nello stesso tempo si si aspetta il ritorno di parenti e amici che tornano per le vacanze e per imbandire le belle tavolate all’aperto, in cui troneggia al centro il rosso cocomero o anguria, che dir si voglia, e non mancano mai le grigliate, la parmigiana, la pasta al forno, la frittura di pesce, vini, dolci, gelati ecc , e a condire il tutto è l’allegria, la spensieratezza, la gioia di stare insieme e di godere il meritato riposo.




sabato 2 agosto 2025

A SUNAT VINTINOR!


Da bambina, più di 60 anni fa, sentivo quest’espressione da mia nonna, senza capirne il significato.

Non c’erano ancora orologi, all’epoca, ed era il suono delle campane che scandiva il ritmo delle giornate dei contadini, oltre che richiamare i fedeli alle funzioni e celebrazioni religiose.
Quando il contadino andava in campagna in terre lontane e senza orologio, dalla posizione del sole e dal suono delle campane, poteva desumere l’ora.
Era un suono legato a tradizioni e usanze locali, trasmesso di generazione in generazione, che poteva cambiare da paese a paese.
Oggigiorno siamo abituati a contare le ore da mezzanotte a mezzanotte. In passato, invece, si contavano da tramonto a tramonto perché si pensava che con il tramonto finisse la giornata e che ne cominciasse un’altra.
Al tempo del Vangelo, invece, al tempo dei Romani, si contava dall’alba all’alba.
Il difetto di questo modo di contare era che il tramonto e l’alba non erano fissi ma variavano da una stagione all’altra.
Considerato che il sole tramontava all’incirca alle ore 18 del pomeriggio, le 18 erano considerate l’ultima ora del giorno, corrispondente alle 24 di oggi.
Quindi, se le 18 erano le ore 24 , le 15 erano le 21 e ricordavano la morte di Gesù. Ventunore, perciò, erano le ore 15.
C’era anche una strofetta che si recitava al suono della campana:

"Benedett vintunore
Quann è mort Nostro Signore
Sott agl’uocch de Maria
Pe la salvezza dell’anima mia."

Al mattino, il suono del Mattutino, serviva a richiamare i fedeli alla preghiera e segnava l’inizio del giorno, alle 12 per ricordare la preghiera dell’ Angelus Domini, che coincideva anche con l’ora del pranzo, alle 15 per ricordare la morte di Gesù e alle 18 il Vespro, la preghiera della sera, che coincideva con il tramonto del sole e significava la fine della giornata.
Per il Vespro, però, la campana suonava tre volte, la prima volta, un’ora prima del tramonto e veniva chiamata Ave Maria delle 23, cioè un’ora prima della fine della giornata e per il contadino voleva dire lasciare il lavoro e incamminarsi verso casa.
Alle 18 suonava l’Ave Maria delle 24 e segnava la fine ufficiale della giornata .
Il terzo suono era detto Ave Maria di un’ora di notte e significava che era già trascorsa un’ora della notte ed era pericoloso trovarsi in cammino e si recitava il Requiem Aeternam per i Defunti.
Inoltre se la campana suonava a morto, dal numero dei rintocchi si capiva se era morto un uomo, una donna o un religioso.
Le campane servivano anche ad avvisare i fedeli se c’era un incendio o qualsiasi altro pericolo che potesse minacciare la comunità, insomma avevano un linguaggio universale , da tutti compreso.
Oggigiorno si sente dire che le campane possono dare fastidio e che il loro suono deve essere regolato in modo da non disturbare nessuno.

(Nella foto il campanile della chiesa di S. Francesco)









sabato 28 giugno 2025

L’ANTICA TRADIZIONE DELLA MIETITURA






UN TUFFO NEL PASSATO: L’ANTICA TRADIZIONE DELLA MIETITURA
La mietitura era una sorta di resoconto finale dell’annata, durava all’incirca un mesetto, dalla seconda metà di giugno alla prima metà di luglio, periodo variabile a seconda della maturazione del grano, dell’esposizione al sole del terreno e delle condizioni metereologiche e si mobilitava per essa tutto il mondo contadino: intere famiglie partivano armate di arnesi per mietere, fatti affilare dall’arrotino, mussuri e faucioni.
Nelle prime ore del mattino, quando era ancora buio, le strade di campagna si popolavano di traini con a bordo uomini, donne e bambini, guidati dalla luce fioca della lanterna a petrolio.
Arrivati in campagna, tutti per proteggersi dal sole si vestivano adeguatamente con scarponi e calze grosse, fazzoletti in testa. Appena arrivati, i contadini si distribuivano sui lati del campo e ciascuno prendeva la sua direzione, passando intere giornate a mietere il grano sotto il sole cocente, a falciare le spighe a schiena ricurva.
Man mano che si mietevano le spighe, si formavano le regne, cioè i fasci che venivano legati. Una volta mietuto un bel pezzo di campo si raccoglievano le regne per poi formare i covoni in attesa della trebbiatura. Quando si mieteva si sentiva spesso dire: - Mieti sotto, miè! Che significava mietere a fior di terra per ottenere molta paglia che serviva come foraggio per il bestiame durante l’inverno.
Il mietitore più in gamba veniva chiamato “ ru spaccarano” e occupava il centro del campo e aveva alla sua destra tutti gli altri mietitori. (tratto da “Mondragone: scorci di vita passata” di Antonio D’Amato)
Era usanza che il proprietario del fondo mettesse nel campo, il giorno delle Palme, un ramoscello d’ulivo benedetto: con esso il contadino chiedeva al Signore protezione nella difesa del campo dai parassiti, dalle intemperie e dai malefici ma anche di ottenere un raccolto abbondante. Il mietitore che lo trovava aveva diritto a un premio.
La comitiva dei mietitori si fermava per il pranzo consumato all’ombra di alberi frondosi, esso consisteva in pane, pomodori, formaggio, cipolle e vino rosso ma il proprietario del campo non mancava di portare un bel prosciutto da condividere con tutti i mietitori.
Al momento del pranzo poi c’era sempre qualcuno che sapeva suonare la fisarmonica e si intonavano canti popolari e si improvvisavano balli.
Si cantava anche mentre si mieteva perché il canto aiutava a vincere la stanchezza e a dare vigore al corpo. Dopo aver completato la mietitura le persone più povere che non avevano terreni chiedevano il permesso di andare nei campi a spigolare cioè a raccogliere le spighe rimaste e il permesso veniva sempre accordato poiché si viveva in un’era di maggiore solidarietà.
Per completare poi la mietitura i contadini erano soliti bruciare le stoppie dopo Ferragosto ed essendo un’operazione pericolosa appiccavano il fuoco e lo sorvegliavano con molta attenzione. Veniva fatto di sera da più persone per poter affrontare insieme eventuali imprevisti favoriti dal vento.
Dopo alcuni giorni il grano veniva trasportato sulle arie , grandi spazi aperti, in posizione ventilata, per la trebbiatura. Nel paese, ce n’erano diverse, dislocate nei rioni, dove ognuno poteva portare il proprio grano per trebbiare. Si trasportavano le regne con i traini, si caricavano e si scaricavano con le furcate. Venivano stesi per terra grandi teloni su cui venivano adagiate le regne, slacciate. Il modo più antico e semplice di trebbiare il grano fino all’ ‘800 era quello che si eseguiva con il correggiato.
L’operazione consisteva nella battitura del grano per mezzo di un attrezzo, l’auiglio, composto da due bastoni di lunghezze diverse, uniti insieme da una cinghia di cuoio. La parte lunga costituiva il manico, quello corto serviva per percuotere il grano.
I contadini in circolo si accordavano su chi doveva battere il primo colpo, al quale seguiva in senso rotatorio il vicino e così via. Dopo le prime battute lente e incerte , il ritmo cresceva e i colpi diventavano un suono ritmico e armonico scandito dal volteggiare dei bastoni.
Di tanto in tanto il grano veniva rivoltato con la forca fino alla completa trebbiatura, cioè fino a che i chicchi non uscivano dalla spiga.
C’era anche la trebbiatura con il calpestio degli animali. Il grano veniva schiacciato dal mulo o dal cavallo, che veniva prima dissetato e sfamato, poi dotato di paraocchi per ridurre il suo campo visivo, veniva guidato dal contadino secondo una traiettoria circolare tramite una fune legata alla testa; il contadino faceva muovere l’animale in cerchio , il quale schiacciava le spighe liberando i chicchi dal loro involucro e un altro contadino rivoltava il grano con il forcone dopo il passaggio dell’animale.
Dopo aver trebbiato il grano con ciascuno di questi metodi era necessario separare i chicchi dalla paglia a e dalla pula e occorreva farlo in una giornata ventosa . Si stendeva un telo per terra, con una pala si raccoglieva il grano e si metteva nei setacci, che le donne impugnavano verso l’alto, all’altezza della spalla, facendo cadere controvento una piccola quantità alla volta. Il vento portava via la pula e i chicchi cadevano sul telo.
All’inizio del ‘900 comparvero le prime trebbiatrici , qui a Mondragone la macchina fu portata tra gli anni 20/30 e si andava a noleggiare a Sparanise, da dove veniva trasportata da due buoi. Ogni famiglia che aveva mietuto trasportava il grano dove era stata posizionata la trebbiatrice e aspettava il suo turno per trebbiare.
La procedura prevedeva l’impiego di più persone: c’era chi inseriva il grano nella macchina, chi lo incanalava nel carrello, chi lo tagliava per far procedere la macchina senza intoppi, chi si posizionava all’uscita dei bocchettoni con i sacchi per mettere il grano.
Era un lavoro senza sosta, che richiedeva forza e attenzione continua, tra un immenso pulviscolo sparso nell’aria. A fine giornata i volti dei contadini , anche se sporchi , sudati e segnati dalla fatica esprimevano la soddisfazione di aver messo a frutto l’intero lavoro di un’annata.
Intorno agli anni 50/60 c’è stato l’arrivo della mietitrebbiatrice meccanica, che ha eliminato la mietitura manuale, lunga e faticosa, passando così ad una prima meccanizzazione dell’agricoltura.
Quegli immensi campi, quelle intere giornate di duro lavoro venivano così ridimensionate.
Oggi il lavoro lo compie la macchina con un solo operatore, si tratta di una macchina che è in grado di mietere e dare direttamente come risultato finale il grano pulito e pronto.
La mietitura era un lavoro davvero faticoso ma che coinvolgeva tutti ed era anche un’occasione per i giovani di vedere le ragazze, a cui non era concesso di uscire con tanta facilità come oggi, era occasione di grande convivialità attraverso balli, canti e divertimento ma soprattutto essa dava grande soddisfazione ai lavoratori per essere riusciti a procurare alla famiglia il pane, l’alimento principale, simbolo della vita.
Alla mietitura sono legati alcuni detti popolari.
Il primo dice: “ A femmena prena pure sotto a regna trema!”e sta a significare che se una donna è incinta, può tremare anche quando fa molto caldo, nel periodo della mietitura, per condizioni legate non al tempo ma alla gravidanza.
Un altro detto dice: Oi patronu mio
si vuo mete lu rano
E caccià carne e maccaruni
o sinnò lu rano te lu mieti tu
In questo caso sono i braccianti che si rivolgono al padrone, dicendogli di preparare per loro un buon pranzo, se vuole la mietitura del grano. Sapevano bene che il padrone aveva bisogno delle loro braccia per la mietitura e gli intimavano, molto apertamente, di trattarli bene.
Un altro detto afferma: Sciò quarella, sciò! Per far volar via gli uccellini che andavano a beccare i chicchi di grano.
Un altro detto ancora:
Chi va appriess agl’aucieglij che vola
Nun ce port lu ran a la mola!
Sta a significare che chi , invece di mietere, si mette a guardare l’uccello che vola, non riuscirà a portare il grano al mulino.

domenica 22 giugno 2025

LA PROCESSIONE DEL CORPUS DOMINI TRA SACRO E PROFANO


A Mondragone la processione del Corpus Domini è una delle più sentite a livello popolare, in essa si manifesta pubblicamente la fede del popolo di Dio, che celebra la presenza reale del Corpo di Cristo nell’Eucarestia.
Tutto il paese si mobilita per un appuntamento così importante e il popolo mondragonese manifesta, a modo suo, la venerazione, l’amore e il rispetto in questa manifestazione, con ciò che ha di più bello, con i canti , la musica , le preghiere, con le campane che suonano a festa, con le bianche coperte di lino che sventolano ai balconi, con i cesti pieni di petali di fiori ed erbe profumate, che vengono versati in strada al passaggio dell’Ostia Santa, oggi sostituiti dalle infiorate, ancora più belle, preparate con amore e dedizione, anche di notte.
Ogni anno la Confraternita del Giglio, per tradizione, appende in cima allo stendardo le primizie della terra mondragonese: il grappolino d’uva, ancora acerba, le pere piccoline, le melelle di San Giovanni, i ficoni… , in segno di gratitudine e di riconoscenza per questa terra così ricca e feconda.
L’offerta simbolica di quei frutti vuole esprimere un profondo ringraziamento perché è proprio grazie ai frutti della terra, oltre all’aria e all’acqua, che è possibile la nostra vita.
Diversi anni fa, nel giorno del Corpus Domini, una giovane donna, incinta, stava ferma a un lato della strada per assistere al passaggio della processione.
Quando le sfilò davanti agli occhi la Confraternita del Giglio, osservò lo stendardo, che, in cima, aveva i bei frutti.
Quelli erano davvero i primi frutti dell'estate, quando si praticava un'agricoltura rispettosa dell'ambiente e della stagionalità, oggigiorno con l'agricoltura moderna, intensiva e globalizzata, a Natale si possono vedere le fragole e le ciliege...
La suocera, che le stava accanto, se ne accorse e le disse: - Hai visto i frutti ? Ne hai avuto voglia? - No – si scherniva la ragazza – ho solo guardato ma non ho avuto voglia! – ma la suocera, imperterrita, ribatté: - Non ti preoccupare! Ci penso io!
Appena finì la processione, seguì il priore, che, con gli altri membri della confraternita, si recava al Giglio e chiese se poteva avere i frutti per la nuora incinta e glieli portò immediatamente.
Fu un gesto affettuoso di una suocera per la nuora. Quei frutti, un elemento profano del territorio, offerti a Cristo, ora ritornavano ad una mamma in attesa per nutrire una nuova vita, dono sacro e inviolabile.
Quel gesto ci dà il senso di come la vita quotidiana si intrecci di continuo con la dimensione spirituale, con qualcosa che va oltre la quotidianità, in connessione costante con qualcosa di molto più grande.





venerdì 13 giugno 2025

IL FUOCO DI SANT’ANTONIO




IL FUOCO DI SANT’ANTONIO Fino a pochi decenni fa, a Mondragone, c’era la tradizione del fuoco di Sant’Antonio.
La sera del 12 giugno, vigilia della festa di Sant’ Antonio, i vari rioni si illuminavano nel ricordo di un antico rito.
Era un rito collettivo, i vicini di casa raccoglievano rami secchi, sedie rotte, mobili vecchi ecc ed accendevano grandi fuochi in onore del Santo.
Nel Rione San Francesco il fuoco si accendeva all’incrocio tra via Elena, Via Trento, Via Fiumara, Via Padule e Via Giardini.
Tutti si radunavano intorno al fuoco, affascinati da quell’ elemento di purificazione e trasformazione, di connessione con il sacro e il divino, un mondo che va oltre noi e di cui tutti facciamo parte, consapevolmente e inconsapevolmente.
Il rito, con il tempo, è andato scomparendo ma ancora qualcuno lo ripete, a S. Angelo, un rione sempre rispettoso delle tradizioni.
In realtà l’accensione del fuoco è un rito che si faceva e che si fa tutt’oggi in onore di S. Antonio abate, l’anacoreta del deserto, da cui S. Antonio di Padova volle prendere il nome.
Con il passare dei secoli , nell’immaginario collettivo le ritualità si sono confuse e sovrapposte , trasferendosi da un santo all’altro, come spiega l’antropologo Marino Niola.
A volte, tra i due Santi nasce un po’ di confusione specie quando i loro nomi non sono affiancati da necessarie precisazioni che li identificano.
Sant’ Antonio di Padova è un santo medioevale, vissuto nel XII sec. , legato alla predicazione e alla vita religiosa mentre Sant’ Antonio Abate è un eremita egiziano, vissuto nel III sec. , considerato patrono degli animali e legato alla vita monastica.
La leggenda narra che in un tempo antico la Terra era fredda, non esisteva il fuoco e gli uomini non trovavano calore.
Così Sant’Antonio scese nell’Inferno portando con sé un maialino, il quale incominciò a girare e a creare scompiglio, per cui i diavoli chiesero al Santo di riprenderselo.
Il Santo intanto aveva con sé un bastone di ferro, che poggiò sul fuoco infernale e ne assorbì il calore.
Una volta uscito dall’Inferno, il bastone sprigionava scintille di fuoco e così il mondo ebbe il dono del fuoco e la possibilità di scaldarsi.
La foto ritrae l'accensione del fuoco davanti alla chiesa di S. FRANCESCO


giovedì 12 giugno 2025

Troppa grazia Sant’Antonio!



TROPPA GRAZIA, SANT’ANTONIO!!! Tante volte abbiamo sentito o usato questo detto, che si usa ironicamente per esprimere che si è ottenuto più di quanto richiesto, con conseguenze non del tutto positive.
Si tratta di un’espressione, che offre più di una spiegazione.
Dal Messaggero di Sant’Antonio si legge che quando il Santo fu canonizzato, venne letto un elenco infinito di fatti divini o miracoli per cui la folla incominciò a dire scherzosamente: - Troppa grazia, Sant’Antonio!
A Firenze il detto sarebbe legato al vescovo Antonio Pierozzi che, vissuto nella metà del XV sec. , veniva chiamato Antonino perché di struttura esile. Molti Fiorentini si recavano da lui per consigli e conforto e per questo fu soprannominato “Antonino dei consigli”. Un giorno una coppia si recò da lui per chiedere una preghiera di intercessione per avere figli. Poco dopo la coppia ebbe un figlio, poi un secondo, un terzo, un quarto, un quinto. Al sesto figlio i coniugi esclamarono: - Troppa grazia, Sant’Antonio!
L’espressione viene collegata anche ad un mercante, che, essendosi arricchito dopo una vita di stenti , riuscì a comprare un cavallo .Quando si trattò di montare in groppa, non riusciva a prendere lo slancio necessario perché aveva le gambe troppo corte. Dopo alcuni tentativi, si rivolse a Sant’Antonio e invocò la grazia. Poi, mettendo un eccessivo impeto nello sforzo, scavalcò l’animale e cadde dall’altra parte a gambe all’aria ed esclamò: - Troppa grazia Sant’Antonio!

Comunque sia, non si può negare che Sant’Antonio di grazie ne ha fatte davvero tante.



venerdì 6 giugno 2025

LA SPOSINA

Maggio e Giugno, a Mondragone, sono i mesi della raccolta dei fagiolini. A tale proposito vi propongo un racconto, che mi è stato trasmesso dalla mia cara amica VINCENZINA MARTA, con me nella foto, scomparsa, purtroppo, già da qualche anno. LA SPOSINA Una volta il raccolto o meglio la raccolta (perché da noi il termine è di genere femminile) era il momento più atteso dal contadino mondragonese, la principale entrata economica con cui egli faceva fronte alle spese e al sostentamento della famiglia . Se il raccolto andava male si potevano perdere case, terre e andare in rovina ed è successo, purtroppo, a tanti. Negli anni ‘50 una ragazza del rione san Francesco, figlia di un muratore, andò in sposa ad un giovane contadino della zona mare . Quando erano fidanzati i due andavano spesso ad aiutare degli zii anziani e soli, a cui erano morti i figli. Un giorno la ragazza, entrando nella stalla, vide a terra una cucciola di asina , che era nata nella notte, provò ad accarezzarla e l’asinella, tutta contenta, le spingeva la mano come un cane, per farsi accarezzare di nuovo; ne nacque una bella amicizia e ogni giorno la ragazza l’andava a trovare, le dava da mangiare e la coccolava. La zia osservava tutto in silenzio e decise di allevare l’asina e di donargliela in occasione delle nozze. Appena i due giovani si sposarono, due donne, parenti dello sposo, dalle lingue maligne e biforcute, vedendo che la ragazza era alta e magra, incominciarono a malignare su di lei , dicendo che non sarebbe stata in grado di aiutare il marito in campagna poiché un tempo si credeva che per essere persone di buona salute, bisognava essere in carne e per di più poi era figlia di muratore, non di contadini e appena vedevano il marito commentavano: - Oh, poveru compa Ciccio, poveru compa Ciccio! La ragazza, invece, che era buona e giudiziosa con grande volontà di imparare, seguiva sempre il marito e lo aiutava in tutto. Il giovane, all’epoca, lavorava due moggi di vigna alle Due colonne sulla Domitiana, un moggio coltivato a fagiolini e uno a borlotti. Quando arrivò il momento della raccolta, siccome in quella zona arrivavano a maturazione i primi fagiolini e venivano pagati ad un prezzo più alto, i due sposini guadagnarono tanti soldi da comprare il carretto e i vuarnimienti ( gli accessori) per l’asina, quattro botti per l’uva, il maiale, ad agosto, e fecero il compromesso per l’acquisto di un terreno su cui costruire la loro nuova casa. Allora le due parenti incominciarono a chiedersi come avevano fatto e si davano tanto da fare che le critiche arrivarono anche agli sposi. Alle famiglie delle due donne quell’anno la raccolta andò male e non potevano pagare l’affitto delle terre, dovettero andare dagli sposini a chiedere il prestito di cinquemila lire per ognuna ed essi nonostante le critiche di cui erano a conoscenza , glielo fecero volentieri. Dopo due anni la sposina ebbe un bambino e per un po’non andò in campagna ma poi vi ritornò, affidandolo alle cure della nonna; quando diventò più grandicello, lo portava all’asilo sul seggiolino della bicicletta, poi si immetteva sulla Domitiana e raggiungeva il marito in campagna. Un anno il marito si recò in campagna per vedere se erano nati i fagiolini e trovò che la ilata, cioè la gelata, aveva bruciato i piccoli fagiolini appena spuntati, disse alla moglie che quell’anno purtroppo non avrebbero ricavato niente dalla raccolta ma siccome quando si seminano i fagioli, se ne mettono 4 o 5 nella buca del terreno, c’è il seme che nasce prima e quello che nasce dopo e così , passata la gelata, spuntarono gli altri fagiolini, che, zappati, concimati e curati amorevolmente, diedero vita anche quell’anno ad un raccolto abbondante e fruttuoso. Un altro anno, il 5 giugno, morì il papà della sposa proprio quando i fagiolini erano pronti da raccogliere , il marito andò in campagna a controllare e trovò che i ladri avevano rubato i fagioli, scavandoli con tutte le radici; allora, poiché c’era un altro pezzo di terreno dove i fagioli stavano per arrivare a maturazione, si recò da un cugino, chiedendo se, dal momento che essi erano impegnati nel triste evento, glieli poteva andare a raccogliere e il cugino ci andò, poi li andò a vendere e gli portò i soldi fino a casa. Questo avveniva nella società contadina quando c’era più povertà ma più solidarietà tra le persone. Ogni anno la raccolta fruttava loro soldi con cui poter vivere decorosamente e la famiglia progrediva economicamente ed onestamente con il proprio lavoro. Così è stato per la maggior parte dei Mondragonesi, che con i proventi della raccolta hanno costruito la loro posizione economica, partendo anche da zero: hanno comprato, costruito, sposato figli e rimpinguato il conto in banca. Una volta l’agricoltura era l’attività predominante dei Modragonesi ma con il tempo molti dei terreni adibiti all’agricoltura sono stati utilizzati per la costruzione di case, di lidi balneari ecc. e con l’incremento del settore secondario e terziario, molti Mondragonesi sono passati ad altre attività lavorative. Negli ultimi decenni , poi, l’agricoltura ha visto una continua evoluzione delle forme organizzative della produzione, difatti oggi sono le aziende che operano nel settore agricolo: grandi , medie e piccole, a conduzione familiare. La tecnologia ha portato alla meccanizzazione e al ricorso massiccio alla chimica per l’aumento della produttività e della competitività oltre allo sfruttamento dei braccianti, soprattutto extracomunitari. Chi subisce le conseguenze di ciò è il piccolo contadino, proprietario terriero o affittuario, che non può competere con i prezzi competitivi delle aziende e non riesce a vendere a prezzo equo i prodotti del proprio campo e a derivare un reddito adeguato alla propria attività e spesso è costretto a vendere il proprio terreno e a cercare un lavoro più redditizio, a volte costretto anche all’emigrazione.

mercoledì 21 maggio 2025

LA MADONNA NELLA RAGNATELA

  Tanti sono i miracoli e le grazie operate dalla Madonna Incaldana, segni di benevolenza e di protezione a favore del suo popolo.




Uno di questi mi è stato raccontato dalla mia amica Margherita Piglialarmi, riguardante suo padre, Davide Piglialarmi.
Nato nel 1927 nel rione Sant’Angelo, all’incirca verso i 20 anni, si ammalò di malaria.
Bisogna ricordare che Mondragone, in passato, è stata tristemente famosa per la malaria, che si leggeva sul volto degli abitanti sotto forma di un tale indebolimento organico, che era facile da riconoscere anche agli occhi del profano.
Un giorno, mentre era sul letto, incosciente, in preda ad una forte febbre malarica, vide una ragnatela e in essa il quadro della Madonna Incaldana.
Da quel momento è iniziato il suo miglioramento fino alla successiva guarigione.
Ha trovato, poi, la ragnatela, che c’era davvero in un angolo della casa.
Davide, in seguito, si è sposato ed ha avuto cinque figli, ai quali ha raccontato quest’episodio per tutta la vita.
Il ricordo era rimasto indelebile in lui, una prova di come il Divino si manifesta, in certi momenti cruciali della nostra vita per incoraggiarci e sostenerci, in questo caso attraverso il volto della Madre, che traspariva da una ragnatela.
Sempre devoto della Madonna Incaldana, ha fatto anche “ru mast de fest” per i festeggiamenti della nostra Patrona.
Margherita Piglialarmi