giovedì 22 settembre 2022

NUN METT LU PEP ‘NCUL A ZOCCOL

NUN METT LU PEP ‘NCUL A ZOCCOL (Non mettere il pepe nell’ano dei topi di fogna)

A Mondragone si usa questo modo di dire per far intendere a qualcuno di non mettere zizzania, mettendo l’uno contro l’altro.
E’ un detto di origine partenopea, che ci viene spiegato dallo scrittore e umorista napoletano Amedeo Colella.
In realtà si tratta di una pratica realmente in uso, un tempo, quando, sui mercantili, i marinai, per liberare la nave dai topi, ne catturavano gli esemplari più grossi e introducevano nell’ano delle povere bestiole del pepe per incattivirle, in modo che, impazzendo per il bruciore si avventavano sui propri simili, sterminandoli.
Quando a Napoli scoppiò la peste, della quale erano portatori i topi, i Napoletani decisero usare questa strategia, che però non funzionò e la peste decimò la popolazione.
Fortunatamente il 15 agosto 1656 scoppiò un diluvio, una bomba d’acqua, che affogò tutti i topi nelle fogne e la peste fu debellata.
Il miracolo fu attribuito a san Gaetano, uno dei Santi Protettori di Napoli.
Anche la stessa parola “zoccola” con cui si indica una donna dai facili costumi, viene erroneamente associata al topo di fogna.
In realtà deriva dagli zoccoletti che le nobildonne napoletane indossavano lungo la Via Toledo per evitare che il vestito lungo si sporcasse nel fango della strada .
Le prostitute dei Quartieri Spagnoli, che si acconciavano sempre in maniera vistosa per attirare i clienti, incominciarono ad imitare le nobildonne, indossando zoccoletti sempre più alti per cui incominciarono a chiamarle “zoccolelle” fino poi ad arrivare al termine che conosciamo.

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martedì 6 settembre 2022

LE BOTTIGLIE DI POMODORO: UNA BUONA E SANA TRADIZIONE

 
Quando arriva il mese di agosto e i pomodori arrivano a completa maturazione, a Mondragone, ma in tutto il Meridione come anche in tante altre parti d’Italia, si rinnova, ogni anno, la tradizione delle bottiglie di pomodoro.
Nasce dal bisogno di avere a disposizione la salsa di pomodoro, “lu stratt” come noi lo chiamiamo, che vuol dire appunto “estratto”, ciò che si estrae dal pomodoro, per tutto l’anno e poterla adoperare per sughi, ragù, pizze ed altro, visto che il pomodoro è l’ingrediente principale della cucina mediterranea, quasi sempre presente in tutte le ricette; ma si fanno anche i pelati, i pezzettoni, i pomodorini in salsa.
E’ un patrimonio, un vero e proprio rito, che ci deriva dalla tradizione contadina, che ci ha insegnato a conservare i prodotti agricoli per averli a disposizione per tutto l’ anno.
Certo l’industria conserviera la fa da padrona in questo settore ma non è certo riuscita a soppiantare la tradizione delle bottiglie di pomodoro.
Pur avendo a disposizione sugli scaffali dei supermercati a poco prezzo le bottiglie di passata, i pelati, il concentrato nei tubetti ecc. , i sughi pronti , di tutto e di più, ancora in tante famiglie si preferisce preparare in casa le bottiglie perché hanno tutto un altro sapore e poi siamo sicuri di sapere cosa ci sia in quelle del supermercato? Correttori di acidità, esaltatori di sapidità ed altro. Sulle confezioni, poi, non è obbligatorio riportare il luogo di origine dei pomodori, eppure si sa che l’Italia importa pomodori da diversi mercati mondiali, tra cui anche la Cina e gli USA.
E allora perché non farli in casa , visto che il procedimento è semplice e poco dispendioso, si tratta di una procedura ben conosciuta e collaudata , tramandata di generazione in generazione, che oggi si è modernizzata in alcune fasi.
Chi di noi non ha mai partecipato o visto fare le bottiglie di pomodoro a casa sua o dai vicini?
Certo è un lavoro faticoso, che richiede coordinazione e precisione, che impegna tutta la famiglia, dagli anziani ai più piccoli. E’ come una catena di montaggio, in cui ognuno è impegnato in una determinata fase. Ci accorgiamo dei preparativi, quando, negli afosi pomeriggi estivi incominciamo a sentire il tintinnio che fanno le bottiglie toccandosi tra loro quando vengono immerse nell’acqua per il lavaggio e allora vuol dire che nelle case vicine si stanno preparando ma anche passando per le vie del paese può capitare di sentire il profumo intenso della polpa di pomodoro e del basilico fresco, come può capitare di vedere nei cortili cassette pieni di pomodori, di bottiglie, bidoni, bruciatori, donne affaccendate con il grembiule, che impartiscono ordini, che vanno avanti e indietro tra chi ride, chi scherza e chi racconta, il tutto in gioco di colori, suoni e rumori a noi ben noti.
Il giorno prima si lavano le bottiglie e i barattoli. La mattina si ispezionano e si controllano i pomodori, si lavano e si mettono a cuocere in grossi pentoloni con l’acqua.
Una volta cotti, i pomodori si mettono a scolare nelle cassette di plastica coperte da un telo pulito.
Poi si passano nella macchinetta , che una volta aveva una manovella girata a mano ma che oggi ha il motore di una lavatrice e quindi macina grandi quantità di pomodori con un’ incredibile rapidità .
Poi si passa alla fase dell’ imbottigliamento ma prima, nelle bottiglie vuote, si mettono le foglie di basilico, operazione, che un tempo, toccava ai bambini.
Si imbottiglia con l’imbuto e con il mestolo ma oggigiorno c’è anche chi si serve di un comodo rubinetto che si apre appoggiandolo al collo della bottiglia ma bisogna lasciare un po’ di spazio vuoto e non arrivare fin sopra per evitare esplosioni in fase di bollitura.
Si tappano, poi, le bottiglie con la macchinetta e con i tappi a corona mentre un tempo quest’operazione era più faticosa e lunga perché si tappavano con i tappi di sughero , che andavano legati con lo spago.
Poi bisogna sistemare le bottiglie nel contenitore per la bollitura , oggi grossi bidoni, piazzati sui bruciatori del gas, un tempo nel calderone, “ru curar” di rame, piazzato su un treppiedi con sotto il fuoco, alimentato con la legna perché di bottiglie se ne facevano di meno.
Sul fondo del bidone viene messo qualche sacco di iuta o qualche vecchia tovaglia perché faccia da ammortizzatore e le bottiglie non siano a contatto diretto con il bidone.
Bisogna sistemarle nel modo giusto per evitare che in fase di bollitura le vibrazioni non le facciano cozzare l’una contro l’altra .
Il bidone viene messo quasi sempre all’aperto, riparando la fiamma con altre lamiere e stando attenti alle scintille, se c’è un po’ di vento.
Dal momento in cui l’acqua incomincia a bollire deve passare all’ incirca un’ ora e mezza..
Le bottiglie si lasciano nel bidone fino a raffreddamento, si tolgono il giorno dopo, stando attenti al vetro perché può capitare che qualche bottiglia si rompa in cottura.
Una volta i pomodori non si cuocevano nell’acqua ma si infornavano nel pomeriggio precedente, e dopo un po’ si sentiva nell’aria un certo profumino delizioso, rimasto nei nostri ricordi olfattivi. La mattina dopo i pomodori appassiti in forno venivano passati e il prodotto era proprio una crema di pomodori, più densa di quella di oggi. Anche per la sterilizzazione c’era chi preferiva infornarle e chi bollirle.
Certo, è una soddisfazione, quando, una volta finito il lavoro, si sistemano le bottiglie sugli scaffali, nelle cantine o nel garage pronte per il consumo, si tira un sospiro di sollievo, a guardarle, tutte rosse e in fila come soldatini e si pensa che la provvista è fatta, anche per quest’anno.
Ci rassicura il pensiero che, se qualche volta, non ci troviamo niente in casa perché magari non abbiamo fatto la spesa per un qualunque motivo, potremo rimediare con un bel piatto di spaghetti al pomodoro con una spolverata di parmigiano grattugiato, gustoso e appetitoso, che di sicuro non ci deluderà.


venerdì 26 agosto 2022

IL CULTO DI SAN RUFINO A MONDRAGONE

Il 25 agosto ricorre la memoria liturgica di San Rufino, Vescovo di Capua, a cui è dedicata la chiesa omonima di Mondragone, la più grande della diocesi.

Nella chiesa si può ammirare un bellissimo mosaico, che fa da sfondo all’altare, che raffigura il Santo tra due angeli. Ad esso si è aggiunta, negli ultimi anni, anche una statua del Santo benedicente, posta sul lato sinistro.
Sull’antico culto del Santo don Franco Alfieri, parroco per tanti anni della parrocchia, ha scritto un libro “San Rufino un Santo luminoso” ed è grazie ai suoi studi che abbiamo potuto approfondire la conoscenza di questo Santo.
San Rufino, di origine siriana, presbitero in Palestina, visse nella seconda metà del IV sec. d.C., sotto il pontificato di Atanasio.
Da principio negò la trasmissione del peccato originale, ma poi convertito a Roma dai Santi Girolamo e Pammacchio, scrisse una serie di libri ortodossi sulla fede. Veniva lodato per la sua viva intelligenza e l'arguzia di mente.
Fece atto di sottomissione al Vescovo di Roma e con l'aiuto del Santo Pammacchio riuscì a liberarsi dai suoi errori.
San Rufino strinse un forte legame di amicizia con San Girolamo, questi più volte si recò con lui in diversi luoghi per compiere importanti legazioni diplomatiche.
Fu creato vescovo di Capua verso il 410 dal Santo Pontefice Innocenzo I, morì a Capua il 25 Agosto del 423.
Dopo la morte avvennero vari e interessanti prodigi e miracoli attribuiti al vescovo morto in odore di santità.
Verso la metà del IX sec d.C., il longobardo Radiperto, vescovo vulturnense, gli faceva erigere nella sua cattedrale un superbo altare marmoreo rivestito finemente con argento e metalli preziosi . Il marmo sepolcrale riportava la scritta: "Perspicuo argenti sacrum altare metallo Rufini eximii struxit in omne decus." e ciò faceva da testimone del pregio e della santità del Vescovo capuano.
Il breviario Capuano riporta su San Rufino la seguente espressione: "Rufinus Episcopus Vir Eximii Sanctitatis".
Con l’avvento dei Longobardi ebbe inizio una particolare diffusione del culto del vescovo capuano in tutto il territorio da essi dominato.
Furono fondate innumerevoli chiese e cappelle in suo onore, Capua gli dedicò due chiese, altre chiese gli furono dedicate a Sessa, a Carinola, a Piedimonte, nella Piana di Caiazzo, nel Casertano.
Furono proprio i Longobardi che ne portarono il culto anche nell’antica diocesi di Sinuessa.
Tra gli storici locali che ci hanno fornito notizie al riguardo, il notaio carinolese Luca Menna nel suo “Saggio istorico della città di Carinola” del 1848 afferma che “ alla distruzione di Sinuessa, città vescovile, nel Castello di Mondragone fu trasferita anche la Sede Episcopale con le reliquie di San Rufino, San Castrese e di altri Santissimi Martiri, come luogo più limitrofo…. Che la maggiore chiesa di Sinuessa fu dedicata a S. Rufino, la cui festa cade il 25 agosto e che vi si introdusse anche una piccola fiera , ingrandita poi a Mondragone e perché accade nel giorno di S. Bartolomeo, il 24 agosto, il volgo la chiama Fiera di S. Bartolomeo ma, in effetti, si fa per S. Rufino”.
Anche il vescovo Giovanni Maria Diamare nel testo “Memorie storico-critiche della Chiesa di Sessa Aurunca” del 1906 scriveva “ Stabilita in Mondragone la chiesa di S. Rufino, ai tempi dei Longobardi, la chiesa rimase sottoposta alla giurisdizione di Capua… Anche al presente, nella Rocca di Mondragone, che in luogo di Sinuessa è succeduta, si aduna nel giorno di S. Rufino un pubblico mercato, uno dei più famosi della provincia, benché il volgo creda che sia consacrata all’apostolo Bartolomeo per un equivoco…”
Il culto del vescovo capuano, quindi, resta il più antico che la popolazione di queste terre abbia professato verso un Santo, portato dai Longobardi, che erano a Lui molto legati e che dominarono nell’Alto Medio Evo anche la Terra di Mondragone.
A proposito del culto dei Santi nella Rocca di Mondragone è interessante sapere che grazie a uno studio archeologico effettuato sui ruderi del Castello, sono stati ritrovati i frammenti di un affresco parietale raffigurante immagini di Santi, il che attesta che proprio all’interno del Castello doveva esservi una cappella.
Comunque, alla fin fine, anche il culto di S. Rufino ci riporta alle nostre origini.


lunedì 22 agosto 2022

DA NU MANTIEGLJ A ROT (NU)N C(E) ASCETT MANC NA SCAZZETT

DA NU MANTIEGLJ A ROT (NU)N C(E) ASCETT MANC NA SCAZZETT

OPPURE

DA NU CAPPOTT (NU)N C(E) ASCETT MANC NA SCAZZETT

Questo antico modo di dire mondragonese è conosciuto in due versioni ma il significato è lo stesso.
Il detto si riferisce a qualcuno che, volendo ricavare da un mantello o da un cappotto nuovi indumenti, probabilmente non essendo esperto nel taglio o non prendendo bene le misure, tira di qua e tira di là, non ne riuscì a ricavare neanche una scazzetta.
La scazzetta è il copricapo che viene utilizzato dal vescovo o dal cardinale ma anche dallo stesso papa, è quel piccolo berretto di forma semisferica, che aderisce perfettamente alla testa.
Con questo detto si vuole intendere che talvolta, nella realizzazione di un progetto, pur avendo molto materiale a disposizione, che ci fa immaginare tanti possibili sviluppi, alla fine, se non stiamo bene attenti, a causa della nostra incapacità e inesperienza, rimarremo delusi perché non riusciremo a ricavarne proprio niente.

Clara Ricciardone

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giovedì 11 agosto 2022

LA VENERE DI SINUESSA

LA VENERE DI SINUESSA: MESSAGGERA DELLA VERA BELLEZZA

E’ tornata per un po’ di tempo a casa la Venere di Sinuessa, offrendoci un utile spunto di riflessione sulla bellezza.
Nel guardarla, non solo penso alle nostre origini, a Sinuessa, quella favolosa città che giace in fondo al mare e che mi ha sempre affascinato e incuriosito ma nello stesso tempo vedo in essa la bellezza del corpo femminile, riprodotta in maniera così naturale da sembrare vera, con quelle forme sinuose e delicate, così aggraziate e armoniose, che sono proprie del corpo di una donna, una vera meraviglia della natura , che non ha bisogno né di ritocchi, né di rifacimenti, un corpo in cui anche le rotondità fanno parte della bellezza, simbolo di abbondanza e foriere di fertilità, una bellezza ben lontana da quegli stereotipi per cui una donna, per essere bella, doveva avere il vitino da vespa o essere magra o avere i fianchi larghi o il seno grande o la pelle chiara o scura ecc.
Non è certo la bellezza che ci viene propinata oggi, quella trash e volgare, con seni che sembrano palloni gonfiabili, che talvolta scoppiano pure, proprio come i pneumatici quando la pressione non è quella giusta per non parlare delle labbra ”a canotto” che vanno tanto di moda, così grosse e pesanti che quando mi trovo a guardare una signora “rifatta”, che le mostra con orgoglio, a prima vista, mi viene da pensare che alla poverina chissà cosa sarà successo per avere quei labbroni, forse potrebbe aver avuto un’allergia o sarà stata la puntura di una vespa ma poi penso che no no, chissà quanto avrà pagato la signora per farsi fare quelle labbra così mostruose da far impressione a un bambino e a quali altri interventi si sarà sottoposta per assumere quell’aspetto così grottesco e innaturale da sembrare una maschera di Carnevale ….
Certo noi le labbra della Venere non le abbiamo potute vedere perché la statua manca della testa e delle braccia ma le posso immaginare, graziose e delicate, in armonia con il resto del corpo.
Anche senza testa e braccia, per me, la più bella è lei ma anche tra le varie statue di Venere che ho visto rimane sempre lei la più bella proprio per la naturalezza e l’armonia con cui è riprodotto il corpo femminile.
E voi cosa ne pensate?

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domenica 31 luglio 2022

SANT’ ANGELO DETTO “CARTAGINE”


POSSIBILE ORIGINE STORICA DELL’APPELLATIVO

Qualche volta ho sentito accennare scherzosamente a Cartagine, sia in riferimento a S. Angelo che ai Santangiolesi, probabilmente volendo alludere al fatto che S. Angelo è il rione più antico di Mondragone e quindi usato nel senso di vecchio, antiquato, arcaico.
In realtà all’origine dell’ironico epiteto vi potrebbe essere un reale e prezioso riferimento alla ricchezza storica e culturale del rione santangiolese in quanto esso,
più precisamente, si riferisce al Criptoportico, che sorge in territorio santangiolese, in località Starza.
Il Criptoportico, costruito dai Romani, pare sia sorto come magazzino, deposito di viveri durante la seconda guerra punica, che i Romani combatterono contro i Cartaginesi, detti anche Puni.
Volendo riassumere, in breve, le guerre puniche, bisogna ricordare che furono tre e furono combattute per più di cento anni.
Intorno al 300 a. C. Roma e Cartagine (odierna Tunisi) erano le due maggiori potenze del Mediterraneo. Cartaginesi e Romani avevano fatto una serie di accordi commerciali affinché nessuna delle due potenze danneggiasse l’altra.
Gli accordi si ruppero quando Roma nel 264 a C invase la Sicilia, che non le apparteneva, facendo scoppiare la prima guerra punica, che fu combattuta in mare dal 264 al 241 e terminò con la sconfitta dei Cartaginesi.
La seconda guerra punica dal 218 al 202 fu dominata dal genio militare di Annibale, generale cartaginese, che venne in Italia, attraversando le Alpi, con 30 000 uomini e 37 elefanti, sconfiggendo i Romani molte volte. Nell’inverno a cavallo tra il 216 e 215 a C si stabilì a Capua. Il suo soggiorno, passato alla storia come “gli Ozi di Capua”, fu definito dallo storico Tito Livio come la tomba della gloria di Annibale, accusato di essersi addormentato nelle delizie, cullato dai piaceri e affascinato dalle donne e questa fu la causa della sconfitta del suo esercito.
La terza guerra punica fu combattuta dal 149 al 146 a C direttamente a Cartagine, che fu assediata e rasa al suolo.
E’ questo, quindi, il periodo in cui va inquadrata la costruzione del Criptoportico mondragonese.
Il Criptoportico, nell’architettura romana, era un corridoio coperto, che poteva essere a livello del terreno o seminterrato e poteva servire di supporto ad una villa come nel nostro caso o poteva servire per accedere al teatro o per il mercato coperto.
Il nostro Criptoportico, in particolare, ora in rovina e pericolante, ha una pianta rettangolare, presenta un corridoio centrale più grande , da cui partono corridoi laterali, che portano ai vari ambienti.
Si sa che le pareti erano adornate con affreschi , nei quali era possibile distinguere il caratteristico “rosso pompeiano”. Il pavimento era fatto a mosaico, i vari ambienti abbelliti da colonne ed altri oggetti, molti dei quali, purtroppo sono stati trafugati da ignoti che li hanno venduti o li tengono nelle loro case.
Sono ancora visibili le arcate dell’ acquedotto che convogliava le acque verso il Criptoportico.
Si tratta, comunque, di una zona archeologica di notevole interesse, che versa in condizioni di degrado e di abbandono.
In conclusione, non solo i Romani ma tutti i popoli che hanno soggiornato nel nostro paese hanno lasciato segni e tracce della loro presenza.
Non solo il Castello e il Palazzo Ducale ma anche le chiese, le strade, i vicoli ricordano il passato, perfino i ruderi, le pietre e i ciottoli raccontano storie… anzi raccontano la Storia.


martedì 26 luglio 2022

S. Anna



Cari amici,

nel giorno della festa di S. Anna, è sempre bello riascoltare questo antico canto della tradizione popolare mondragonese, a Lei dedicato.
Dobbiamo ringraziare Andrea Capuano, giovane talento mondragonese, studioso e appassionato ricercatore di tradizioni e cultura del nostro paese. E’ lui che ce lo ha fatto conoscere, salvandolo dall’oblio.
Grazie, Andrea Capuano 
Nelle Sacre Scritture non c’è alcun riferimento alla storia di S. Anna, madre della Vergine Maria.
Essa viene narrata, però, nei cosiddetti Vangeli apocrifi, nel Protovangelo di Giacomo e nel Vangelo dello pseudo- Matteo.
Da essi sappiamo che Anna sposò Gioacchino, uomo virtuoso e ricco della stirpe di Davide ma non ebbero figli a causa della sterilità del marito.
Gioacchino fu umiliato pubblicamente da un uomo di nome Ruben, che gli impedì di sacrificare al Tempio per non aver dato figli a Israele perché la sterilità era considerata per gli Ebrei un segno della mancanza della benedizione divina.
Gioacchino, amareggiato, si ritirò nel deserto, tra i pastori.
Un Angelo apparve ad Anna, preannunciandole il prossimo concepimento di una bambina.
Dai versi dei Vangeli si legge:
“Anna si afflisse molto. [4] Si spogliò delle sue vesti di lutto, si lavò il capo, indossò le sue vesti di sposa e verso l'ora nona scese a passeggiare in giardino. Vedendo un alloro, si sedette ai suoi piedi e supplicò il Padrone, dicendo: "O Dio dei nostri padri, benedicimi e ascolta la mia preghiera, come hai benedetto il ventre di Sara, dandole un figlio, Isacco".
[3, 1] Guardando fisso verso il cielo, vide, nell'alloro, un nido di passeri, e compose in se stessa una lamentazione, dicendo: "Ahimè! chi mi ha generato? qual ventre mi ha partorito? Sono infatti diventata una maledizione davanti ai figli di Israele, sono stata insultata e mi hanno scacciata con scherno dal tempio del Signore. [2] Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio agli uccelli del cielo, poiché anche gli uccelli del cielo sono fecondi dinanzi a te, Signore.
[4, 1] Ecco, un angelo del Signore le apparve, dicendole: "Anna, Anna! Il Signore ha esaudito la tua preghiera; tu concepirai e partorirai. Si parlerà in tutta la terra della tua discendenza".
Ecco come la tradizione popolare mondragonese ci tramanda l’episodio nel canto:
Quanno Sant’Anna a ru urticieglio jeva
Tutta de gloria e de malincunìa
Nu giorno alzaje gli occhi al cielo
E vide r’auciegli fa lu nido
<So auciegli e fanno ri fanciulli
E io che so’ donna nu ri pozzo fare>>
Nu giorno scisero gli angiuli da ru cielo
E dissero: <Anna, tu avrai ‘na figliola
Tu avrai ‘na figliola de nome Maria
Sarrà padrona de ru cielo e la terra>>
TRADUZIONE
Quando Sant’Anna all’orticello andava
Tutta (piena) di gloria e di malinconia
Un giorno alzò gli occhi al cielo
E vide gli uccelli fare il nido
(Disse): - Sono uccelli e fanno i figli
E io che sono donna non li posso fare.
Un giorno scesero gli angeli dal cielo
E dissero : - Anna, tu avrai una figliola
Tu avrai una figliola di nome Maria
Sarà padrona del cielo e della terra.

domenica 17 luglio 2022

SANT’ALESSIO: L’UOMO DI DIO


"Sant’Alessio cittadin de Roma- Parent de ru papa imperatore"

Sono queste le uniche parole che si ricordano di un canto della tradizione mondragonese dedicato a sant’Alessio, che si festeggia il 17 luglio.
Anche se non c’è un culto particolare per sant’Alessio nel nostro paese, da questo canto emerge la conoscenza della vita del Santo nella cultura contadina.
Della vita di sant’Alessio esistono ben tre versioni: una di tradizione siriaca, una greco-bizantina e una romana.
Sant’Alessio nacque a Roma nel V sec. Era figlio di Eufemiano, nobile romano, uomo di grande bontà, che ogni giorno faceva preparare da mangiare peri bisognosi e lui stesso li serviva a tavola instancabilmente. Era seguito anche dalla moglie, che aveva gli stessi principi.
Non avevano avuto un figlio ma il Signore esaudì le loro preghiere e ne donò loro uno. Quando il figlio crebbe, fu avviato agli studi, nei quali eccelleva. Fattosi ormai un ragazzo, secondo la consuetudine di allora, fu scelta per lui una ragazza, anch’essa dell’ambiente di corte e gli fu data in sposa.
La sera delle nozze, Alessio, che voleva offrire la propria vita a Dio, iniziò a istruire la sposa sul timor di Dio e sul pudore verginale, le dette il suo anello d’oro e se ne andò verso il mare , dove si imbarcò per Edessa, città della Siria.
Là prese le sostanze che aveva con sé e le distribuì ai poveri. Poi, vestito di stracci, iniziò a vivere da mendicante; delle elemosine che riceveva , tratteneva per sé il minimo e il resto lo distribuiva ai poveri .
II padre, profondamente addolorato per la scomparsa del figlio, mandò i suoi servi a cercarlo in ogni parte del mondo , giunsero anche a Edessa, dove Alessio li riconobbe ma i servi non riconobbero lui.
Dopo 17 anni che Alessio era rimasto al servizio di Dio, un giorno nella chiesa dove si trovava, l’immagine della Vergine miracolosamente disse al custode: - Fai entrare l’uomo di Dio perché è degno del Regno dei cieli! IL custode non sapeva di chi parlasse e l’immagine della Vergine disse:- E’ quello che sta fuori, seduto nell’atrio.
Allora il custode lo chiamò e lo fece entrare in chiesa. La fama di questo fatto si diffuse e tutti cominciarono a venerarlo come un Santo. Alessio, che voleva sfuggire alla gloria del mondo, partì in segreto con l’intenzione di raggiungere Tarso di Cilicia ma la nave arrivò al porto di Roma.
Allora Alessio pensò di andare a casa del padre ma senza farsi riconoscere e vedendolo che rientrava al palazzo, gli chiese ospitalità; il padre senza indugio gliela concesse , assegnandogli un luogo per lui e mandandogli ogni giorno il cibo dalla sua mensa , affidandolo a un servo.
Alessio pregava e faceva penitenza , i servi si facevano beffe di lui, facendogli i dispetti ma lui sopportava tutto, senza ribellarsi. Passò altri 17 anni nella casa del padre senza essere riconosciuto.
Si accorse, ad un certo punto, che ormai era vicina la fine della sua vita, allora chiese carta e inchiostro, scrisse la sua storia su un rotolo e morì. In quello stesso momento le campane incominciarono a suonare a festa, si sentì una voce dal cielo che diceva: - Venite a me voi tutti che soffrite e siete provati e io vi rifocillerò. Poi la voce continuò: - Cercate l’uomo di Dio, che preghi per Roma! E poi di nuovo : - Cercatelo nella casa di Eufemiano!
Ma Eufemiano, quando gli fu chiesto, disse di non conoscere quest’uomo. Allora gli imperatori Onorio e Arcadio con il papa Innocenzo andarono da Eufemiano e il servo che si occupava di Alessio, disse: - Signore, guarda se non è quel forestiero, è un uomo di vita elevata e di gran pazienza.
Eufemiano corse da Alessio ma lo trovò morto e cercò di prendere il rotolo che stringeva in mano ma non ci riuscì. Il papa allora si avvicinò e prese la carta , che Alessio lasciò andare facilmente.
La lessero davanti a tutti. Eufemiano e la moglie erano sconvolti dal dolore; anche la moglie di Alessio, indossata la veste del lutto, accorse. Il papa e gli imperatori posero il corpo in un feretro di gran pregio e lo portarono attraverso tutta la città e fu annunziato al popolo che era stato trovato l’uomo di Dio.
Tutti accorrevano incontro al Santo, se qualche malato ne toccava il corpo, subito era guarito, i ciechi riacquistavano la vista, gli indemoniati erano liberati. Per portare il corpo di Alessio alla chiesa, fu ordinato di spargere oro e argento per le piazze affinché il popolo lo raccogliesse e facesse spazio.
Ma la folla non badava al denaro e cercava di toccare il Santo. Così con gran fatica riuscirono a portare il feretro al tempio di san Bonifacio martire, dove per sette giorni lodando Dio senza sosta costruirono un sepolcro in oro e pietre preziose dove deposero il corpo da cui si diffuse un odore soavissimo tanto che tutti pensavano che fosse pieno di aromi.