venerdì 28 ottobre 2022

MARTIRI DELLE CEMENTARE

Cari amici mondragonesi,

oggi, un doveroso ricordo va ai MARTIRI DELLE CEMENTARE, che il 28 ottobre di 79 anni fa, persero la vita, vittime della furia nazista.
Il loro sacrificio rinnova ogni anno, tristezza e commozione nella nostra comunità e ci fa riflettere sulle inutili e inaudite crudeltà delle guerre.
Una preghiera spontanea si elevi al Cielo per i 17 giovani e padri di famiglia da tutto il popolo mondragonese.



Cari amici mondragonesi,
oggi, un doveroso ricordo va ai MARTIRI DELLE CEMENTARE, che il 28 ottobre di 79 anni fa, persero la vita, vittime della furia nazista.
Il loro sacrificio rinnova ogni anno, tristezza e commozione nella nostra comunità e ci fa riflettere sulle inutili e inaudite crudeltà delle guerre.
Una preghiera spontanea si elevi al Cielo per i 17 giovani e padri di famiglia da tutto il popolo mondragonese.🙏🙏🙏
Francesca Maria Miraglia, Letizia Piglialarmi e altri 18
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giovedì 27 ottobre 2022

A MARONN T’ACCUMPAGN



A MARONN T’ACCUMPAGN
cioè
POSSA TU CAMMINARE SENZA PENSIERI PROTETTO DALLA LUCE DELLA MADONNA
A Mondragone sono soprattutto le mamme e le nonne ad utilizzare quest’espressione, di origine napoletana, quando qualcuno della famiglia esce per andare al lavoro o deve intraprendere un viaggio o magari deve sostenere qualche esame e così via.
Da dove nasce questo detto, questo bell’augurio, che la Madonna ci sorvegli e ci protegga per l’intero cammino?
Ce lo racconta Luciano De Crescenzo nel libro “Fosse a Madonna”, anche questo un modo di dire che significa “Volesse il cielo” per dire che tutto ciò che vuole la Madonna, si avvera.
Verso la metà del 1700 re Ferdinando di Borbone, salito al trono nel 1759, constatò che il fenomeno della malavita era oltremodo aumentato e per scoraggiare i malavitosi che agivano soprattutto di notte, pensò di illuminare maggiormente le strade di Napoli ma le spese erano notevoli per una città grande come Napoli.
Fu il frate domenicano Padre Gregorio Maria Rocco a proporre al sovrano la soluzione, dicendo: - Maestà, datemi la licenza dell’illuminazione della città e non vi farò spendere neppure un ducato!
Padre Gregorio aveva trovato, qualche anno prima, nel sotterraneo del monastero di Santo Spirito un dipinto della Madonna.
Fece realizzare un centinaio di copie di quel quadro e le fece collocare nelle edicole votive sparse per tutta la città.
Rivolto ai Napoletani di ogni quartiere, disse: - La Madonna che sta nella vostra strada è uguale a quelle delle altre strade di Napoli. Se volete davvero bene alla vostra Madonna, dovete tenerla sempre illuminata.
Così, facendo leva sulla sensibilità dei Napoletani e sulla loro devozione verso la Madonna, Padre Gregorio riuscì nel suo intento.
Ogni quartiere tenne accese le lampade alla Madonna e tutte le strade furono illuminate.
Forse tutti ricordano quando il cardinale Sepe, salutando papa Francesco, appena dopo le elezioni, adoperò quest’espressione e disse: - A Maronn t’accumpagn e cioè La Madonna ti guidi sempre.
Un’altra espressione che tutti conosciamo è “Assa fa a Maronn!" E cioè Lascia fare alla Madonna! Perché quello che fa Lei è sempre per il nostro bene.
La adoperiamo, quando, in tante situazioni, tutto si risolve nel migliore dei modi, grazie all’intervento della Madonna.

martedì 18 ottobre 2022

NUN SFRUCULIA’ A MAZZARELL DE SAN GIUSEPPE

NUN SFRUCULIA’ A MAZZARELL DE SAN GIUSEPPE

( Non infastidire il bastone di San Giuseppe)

A Mondragone usiamo questo detto come esortazione a non infastidire, quando qualcuno cerca in tutti i modi di mettere alla prova la pazienza di un’altra persona.
Il detto è di origine napoletana e nasce da un avvenimento storico, raccontato dallo studioso napoletano Ulisse Porta Giurleo.
L’erudito trovò un documento negli archivi storici in cui si raccontava che un importante cantante napoletano, il cavalier Nicolino Grimaldi nel 1713 tornò da un viaggio a Londra con un’importante reliquia: il bastone di San Giuseppe.
L’oggetto di culto fu messo in una cappella di casa Grimaldi e tutto il popolo accorreva per venerare la preziosa reliquia, perfino il Viceré.
Tuttavia accadeva che i fedeli accarezzando e strofinando il bastone, furtivamente ne strappavano pezzetti e schegge per portarseli a casa.
Il cavaliere se ne accorse e mise di guardia al bastone un fedele servitore veneziano, di nome Andrea Musaccio.
Così a chiunque allungava la mano verso la reliquia, l’uomo ripeteva con un accento fra il veneto e il napoletano: - Non sfrecoleate la massarella de San Giuseppe, che poi, storpiato nel dialetto napoletano diventò sfruculià.
Sia sfrecolare che sfruculià derivano dal latino fricare, che vuol dire sfregare, strofinare, sminuzzare.
Comunque, mi vien da dire che quelli che sfruculeano la mazzarella di San Giuseppe, ogni giorno, sono sempre in tanti e noi cosa possiamo fare? 
Pazienza, pazienza, pazienza …





martedì 11 ottobre 2022

LA SCHIAVITU’ A SINUESSA E NELL’ANTICA ROMA

Dopo la seconda guerra punica nel corso del II sec. a. C. la colonia di Sinuessa cominciò ad espandersi al di fuori della cinta muraria originaria, sorsero i “magalia”, quartieri suburbani ed altre abitazioni per cui sorse una nuova cinta muraria, che inglobò le nuove costruzioni.

Ci fu un notevole sviluppo dell’economia del territorio e fu per questo che un gran numero di schiavi dovette affluire a Sinuessa per la coltura della vite, dell’olivo, del grano ecc.
Sorsero, in questo periodo, le prime ville rustiche, che si distinguono dalle ville urbane.
La villa rustica era un edificio di campagna, una sorta di fattoria o meglio il nucleo di un’azienda agricola, dove venivano raccolti e lavorati i prodotti agricoli con l’ausilio della manodopera servile.
La produzione agricola non serviva solo per il fabbisogno personale del padrone o “dominus” ma anche per commerciare i prodotti in eccesso con mercati lontani.
La villa era divisa in diversi settori: la parte residenziale, riservata al proprietario e alla sua famiglia, la parte rustica, destinata alla servitù, la parte fructuaria, destinata alla lavorazione dei prodotti.
In essa c’era la cantina con il torchio per la spremitura dell’uva, i magazzini per il grano, il mulino, il frantoio per macinare le olive e così via.
In un ambiente sotterraneo c’era l’ergastulum, una prigione dove venivano relegati gli schiavi indisciplinati.
Gli schiavi potevano essere acquistati facilmente nei mercati di Puteoli, di Capua e di Volturnum.
Non sappiamo nulla della vita degli schiavi di Sinuessa ma dalla testimonianza di Paolo Orosio, presbitero, storico e discepolo di S. Agostino, sappiamo che in seguito alle rivolte scoppiate in Sicilia nel 133 a. C., furono crocifissi 300 schiavi a Minturnae e 4000 a Sinuessa.
Per comprendere come si arrivò a tutto ciò, occorre fare un rapido excursus sulla schiavitù al tempo dei Romani.
In tutte le varie fasi della storia romana è possibile riscontrare Il fenomeno della schiavitù, come anche nella storia di altri popoli dell’antichità.
Nell’antica Roma essa forniva una forza lavoro a bassissimo costo, elemento importante dell’economia dello Stato.
Diventavano schiavi (servi) i prigionieri di guerra, ma anche i bambini abbandonati o chi non riusciva a pagare i debiti.
Il loro stato e tenore di vita dipendeva dalla mitezza o ferocia del padrone. Solitamente agli schiavi venivano assegnati compiti in base al loro livello culturale e alle loro competenze.
C’erano anche schiavi medici, insegnanti, architetti, atleti ma nella maggior parte, essi venivano oppressi, sfruttati e maltrattati in ogni modo.
In genere, il lavoro degli schiavi era duro e faticoso per non parlare delle pene che venivano loro inflitte: lavori forzati, la fustigazione, la tortura con ustioni, mutilazioni.
Gli schiavi ribelli erano condannati alla crocifissione oppure venivano dati in pasto alle belve feroci o bruciati vivi.
Fu proprio il trattamento disumano e oppressivo degli schiavi che portò allo scoppio di varie ribellioni.
Nel 136 a. C. in Sicilia scoppiò la prima guerra servile, capeggiata da Euno, schiavo di origine siriana.
Agli insorti si unirono gli abitanti del posto, chiedendo l’autonomia da Roma. Questa fu la prima delle guerre servili, che impegnarono Roma per quasi un secolo.
La seconda guerra servile scoppiò sempre in Sicilia, guidata dagli schiavi Salvio e Atenione tra il 104 e il 100 a. C.
La terza, la più celebre, fu guidata dal gladiatore Spartaco, cominciò a Capua nel 73 a. C. e si estese a tutta la penisola italica, impegnando i Romani in due anni di feroci combattimenti.
Spartaco era, inizialmente, un uomo libero, nato in Tracia nel 109 a. C.
Dotato di un fisico eccezionale e di un coraggio straordinario, si era arruolato nell’esercito romano.
Durante un’azione militare in Tracia, si rifiutò di uccidere i suoi compatrioti, fu arrestato per insubordinazione e ridotto in schiavitù.
Dopo varie vicissitudini si trovò a Capua , nella più famosa scuola di gladiatori, dove gli schiavi venivano addestrati in vari tipi di combattimento.
Spartacus non era rassegnato alla sua sorte e non accettava la schiavitù. Concepì, allora, un piano per ridare la libertà a sé e ai compagni.
Si mise a capo di un esercito di schiavi, che si ingrossava man mano che la marcia procedeva e raccolse un esercito di 150 000 uomini.
Tanti erano gli schiavi che fuggivano e si univano al suo esercito, tentando di riconquistare la libertà.
Il comando delle legioni romane fu affidato a Crasso , che dopo una drammatica guerra sconfisse i ribelli nel 71 a. C.
Dell’esercito di Spartaco sopravvissero 6000 schiavi.
Si racconta che i Romani, dopo aver sconfitto i ribelli, tentarono di individuare il leader carismatico e ribelle per una punizione esemplare, offrendo a tutti gli altri il perdono ma quando fu rivolta la domanda: - Chi è Spartaco? tutti risposero: - Io sono Spartaco.
Crasso allora li condannò tutti a morte tramite crocifissione lungo la via Appia, tra Roma e Capua, dove era iniziata la rivolta.
Dei 6000, 4000 furono crocifissi a Sinuessa e 300 a Minturnae.



martedì 4 ottobre 2022

INDOVINELLO MONDRAGONESE

SCEGN RIRENN E SAGLIJE CHIAGNENN
(Scende ridendo e sale piangendo)
E’ il secchio, che scende nel pozzo.
Quando scende, la carrucola del pozzo, legata alla catena, cigola e il secchio sembra ridere. Quando risale, invece, pieno d’acqua che fuoriesce, sembra piangere.


sabato 1 ottobre 2022

Le origini di Sinuessa

I SANNITI, LE FORCHE CAUDINE E SINUESSA

Per risalire alle origini di Sinuessa occorre fare un breve ripasso di Storia Romana.
I Romani, prima di lanciarsi alla conquista dei tanti territori che formarono il loro grande impero, dovettero assoggettare i popoli italici: Sabini, Equi, Volsci ed altri.
Tra questi, i Sanniti gli diedero filo da torcere. Erano un popolo fiero e bellicoso, stanziato nell’area centromeridionale della penisola, tra Lazio, Abruzzo, Molise, Campania e Puglia.
Sia i Romani che i Sanniti miravano alla supremazia nel territorio e per questo si scontrarono in tre guerre, tutte vinte dai Romani.
Durante la seconda guerra sannitica, però, in una battaglia, nel 321 a. C., a Caudio, presso Benevento, i Sanniti sconfissero i Romani, imponendo loro l’umiliazione di passare sotto il giogo, cioè tra due aste conficcate nel terreno e una terza messa trasversalmente, che imponeva ai vinti di inchinarsi per passarvi sotto; i soldati dovevano passare seminudi, subendo gli scherni e le percosse dei vincitori.
Da questo episodio così umiliante è nato un modo di dire “Passare sotto le forche caudine”, che significa subire una grave umiliazione o una prova mortificante.
Fu proprio per le scorrerie dei Sanniti nell’Agro Falerno che i Romani fondarono nel 296 a. C. le colonie di Sinuessa e di Minturnae allo scopo di presidiare militarmente la zona ma, come narra lo storico Tito Livio, non si trovava facilmente chi si mettesse in lista per raggiungere le due nuove città perché la gente pensava di essere mandata solo a combattere in quei luoghi.
Le due colonie non esercitavano nessuna attrattiva sulla popolazione per il loro carattere esclusivamente militare.
Nel giro di un secolo dalla fondazione ci fu, però, un radicale cambiamento, difatti esse risultavano “insediamenti formati da “cives optimo iure”(cittadini con pieni diritti)”.
Delle due città, Sinuessa diventò più importante di Minturnae perché non solo era un fiorente centro economico ma anche un luogo di vacanze. Qui, infatti, esistevano impianti termali, tra i più famosi dell’antichità.
Inoltre c’erano cantieri navali, nella pianura produzione di cereali, nella fascia collinare e pedemontana produzione di olio e di vino, il famoso Falerno, che veniva esportato in tutto l’impero.
Sinuessa, da piccola colonia, era diventata una ricca e grande città.


giovedì 22 settembre 2022

NUN METT LU PEP ‘NCUL A ZOCCOL

NUN METT LU PEP ‘NCUL A ZOCCOL (Non mettere il pepe nell’ano dei topi di fogna)

A Mondragone si usa questo modo di dire per far intendere a qualcuno di non mettere zizzania, mettendo l’uno contro l’altro.
E’ un detto di origine partenopea, che ci viene spiegato dallo scrittore e umorista napoletano Amedeo Colella.
In realtà si tratta di una pratica realmente in uso, un tempo, quando, sui mercantili, i marinai, per liberare la nave dai topi, ne catturavano gli esemplari più grossi e introducevano nell’ano delle povere bestiole del pepe per incattivirle, in modo che, impazzendo per il bruciore si avventavano sui propri simili, sterminandoli.
Quando a Napoli scoppiò la peste, della quale erano portatori i topi, i Napoletani decisero usare questa strategia, che però non funzionò e la peste decimò la popolazione.
Fortunatamente il 15 agosto 1656 scoppiò un diluvio, una bomba d’acqua, che affogò tutti i topi nelle fogne e la peste fu debellata.
Il miracolo fu attribuito a san Gaetano, uno dei Santi Protettori di Napoli.
Anche la stessa parola “zoccola” con cui si indica una donna dai facili costumi, viene erroneamente associata al topo di fogna.
In realtà deriva dagli zoccoletti che le nobildonne napoletane indossavano lungo la Via Toledo per evitare che il vestito lungo si sporcasse nel fango della strada .
Le prostitute dei Quartieri Spagnoli, che si acconciavano sempre in maniera vistosa per attirare i clienti, incominciarono ad imitare le nobildonne, indossando zoccoletti sempre più alti per cui incominciarono a chiamarle “zoccolelle” fino poi ad arrivare al termine che conosciamo.

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martedì 6 settembre 2022

LE BOTTIGLIE DI POMODORO: UNA BUONA E SANA TRADIZIONE

 
Quando arriva il mese di agosto e i pomodori arrivano a completa maturazione, a Mondragone, ma in tutto il Meridione come anche in tante altre parti d’Italia, si rinnova, ogni anno, la tradizione delle bottiglie di pomodoro.
Nasce dal bisogno di avere a disposizione la salsa di pomodoro, “lu stratt” come noi lo chiamiamo, che vuol dire appunto “estratto”, ciò che si estrae dal pomodoro, per tutto l’anno e poterla adoperare per sughi, ragù, pizze ed altro, visto che il pomodoro è l’ingrediente principale della cucina mediterranea, quasi sempre presente in tutte le ricette; ma si fanno anche i pelati, i pezzettoni, i pomodorini in salsa.
E’ un patrimonio, un vero e proprio rito, che ci deriva dalla tradizione contadina, che ci ha insegnato a conservare i prodotti agricoli per averli a disposizione per tutto l’ anno.
Certo l’industria conserviera la fa da padrona in questo settore ma non è certo riuscita a soppiantare la tradizione delle bottiglie di pomodoro.
Pur avendo a disposizione sugli scaffali dei supermercati a poco prezzo le bottiglie di passata, i pelati, il concentrato nei tubetti ecc. , i sughi pronti , di tutto e di più, ancora in tante famiglie si preferisce preparare in casa le bottiglie perché hanno tutto un altro sapore e poi siamo sicuri di sapere cosa ci sia in quelle del supermercato? Correttori di acidità, esaltatori di sapidità ed altro. Sulle confezioni, poi, non è obbligatorio riportare il luogo di origine dei pomodori, eppure si sa che l’Italia importa pomodori da diversi mercati mondiali, tra cui anche la Cina e gli USA.
E allora perché non farli in casa , visto che il procedimento è semplice e poco dispendioso, si tratta di una procedura ben conosciuta e collaudata , tramandata di generazione in generazione, che oggi si è modernizzata in alcune fasi.
Chi di noi non ha mai partecipato o visto fare le bottiglie di pomodoro a casa sua o dai vicini?
Certo è un lavoro faticoso, che richiede coordinazione e precisione, che impegna tutta la famiglia, dagli anziani ai più piccoli. E’ come una catena di montaggio, in cui ognuno è impegnato in una determinata fase. Ci accorgiamo dei preparativi, quando, negli afosi pomeriggi estivi incominciamo a sentire il tintinnio che fanno le bottiglie toccandosi tra loro quando vengono immerse nell’acqua per il lavaggio e allora vuol dire che nelle case vicine si stanno preparando ma anche passando per le vie del paese può capitare di sentire il profumo intenso della polpa di pomodoro e del basilico fresco, come può capitare di vedere nei cortili cassette pieni di pomodori, di bottiglie, bidoni, bruciatori, donne affaccendate con il grembiule, che impartiscono ordini, che vanno avanti e indietro tra chi ride, chi scherza e chi racconta, il tutto in gioco di colori, suoni e rumori a noi ben noti.
Il giorno prima si lavano le bottiglie e i barattoli. La mattina si ispezionano e si controllano i pomodori, si lavano e si mettono a cuocere in grossi pentoloni con l’acqua.
Una volta cotti, i pomodori si mettono a scolare nelle cassette di plastica coperte da un telo pulito.
Poi si passano nella macchinetta , che una volta aveva una manovella girata a mano ma che oggi ha il motore di una lavatrice e quindi macina grandi quantità di pomodori con un’ incredibile rapidità .
Poi si passa alla fase dell’ imbottigliamento ma prima, nelle bottiglie vuote, si mettono le foglie di basilico, operazione, che un tempo, toccava ai bambini.
Si imbottiglia con l’imbuto e con il mestolo ma oggigiorno c’è anche chi si serve di un comodo rubinetto che si apre appoggiandolo al collo della bottiglia ma bisogna lasciare un po’ di spazio vuoto e non arrivare fin sopra per evitare esplosioni in fase di bollitura.
Si tappano, poi, le bottiglie con la macchinetta e con i tappi a corona mentre un tempo quest’operazione era più faticosa e lunga perché si tappavano con i tappi di sughero , che andavano legati con lo spago.
Poi bisogna sistemare le bottiglie nel contenitore per la bollitura , oggi grossi bidoni, piazzati sui bruciatori del gas, un tempo nel calderone, “ru curar” di rame, piazzato su un treppiedi con sotto il fuoco, alimentato con la legna perché di bottiglie se ne facevano di meno.
Sul fondo del bidone viene messo qualche sacco di iuta o qualche vecchia tovaglia perché faccia da ammortizzatore e le bottiglie non siano a contatto diretto con il bidone.
Bisogna sistemarle nel modo giusto per evitare che in fase di bollitura le vibrazioni non le facciano cozzare l’una contro l’altra .
Il bidone viene messo quasi sempre all’aperto, riparando la fiamma con altre lamiere e stando attenti alle scintille, se c’è un po’ di vento.
Dal momento in cui l’acqua incomincia a bollire deve passare all’ incirca un’ ora e mezza..
Le bottiglie si lasciano nel bidone fino a raffreddamento, si tolgono il giorno dopo, stando attenti al vetro perché può capitare che qualche bottiglia si rompa in cottura.
Una volta i pomodori non si cuocevano nell’acqua ma si infornavano nel pomeriggio precedente, e dopo un po’ si sentiva nell’aria un certo profumino delizioso, rimasto nei nostri ricordi olfattivi. La mattina dopo i pomodori appassiti in forno venivano passati e il prodotto era proprio una crema di pomodori, più densa di quella di oggi. Anche per la sterilizzazione c’era chi preferiva infornarle e chi bollirle.
Certo, è una soddisfazione, quando, una volta finito il lavoro, si sistemano le bottiglie sugli scaffali, nelle cantine o nel garage pronte per il consumo, si tira un sospiro di sollievo, a guardarle, tutte rosse e in fila come soldatini e si pensa che la provvista è fatta, anche per quest’anno.
Ci rassicura il pensiero che, se qualche volta, non ci troviamo niente in casa perché magari non abbiamo fatto la spesa per un qualunque motivo, potremo rimediare con un bel piatto di spaghetti al pomodoro con una spolverata di parmigiano grattugiato, gustoso e appetitoso, che di sicuro non ci deluderà.


venerdì 26 agosto 2022

IL CULTO DI SAN RUFINO A MONDRAGONE

Il 25 agosto ricorre la memoria liturgica di San Rufino, Vescovo di Capua, a cui è dedicata la chiesa omonima di Mondragone, la più grande della diocesi.

Nella chiesa si può ammirare un bellissimo mosaico, che fa da sfondo all’altare, che raffigura il Santo tra due angeli. Ad esso si è aggiunta, negli ultimi anni, anche una statua del Santo benedicente, posta sul lato sinistro.
Sull’antico culto del Santo don Franco Alfieri, parroco per tanti anni della parrocchia, ha scritto un libro “San Rufino un Santo luminoso” ed è grazie ai suoi studi che abbiamo potuto approfondire la conoscenza di questo Santo.
San Rufino, di origine siriana, presbitero in Palestina, visse nella seconda metà del IV sec. d.C., sotto il pontificato di Atanasio.
Da principio negò la trasmissione del peccato originale, ma poi convertito a Roma dai Santi Girolamo e Pammacchio, scrisse una serie di libri ortodossi sulla fede. Veniva lodato per la sua viva intelligenza e l'arguzia di mente.
Fece atto di sottomissione al Vescovo di Roma e con l'aiuto del Santo Pammacchio riuscì a liberarsi dai suoi errori.
San Rufino strinse un forte legame di amicizia con San Girolamo, questi più volte si recò con lui in diversi luoghi per compiere importanti legazioni diplomatiche.
Fu creato vescovo di Capua verso il 410 dal Santo Pontefice Innocenzo I, morì a Capua il 25 Agosto del 423.
Dopo la morte avvennero vari e interessanti prodigi e miracoli attribuiti al vescovo morto in odore di santità.
Verso la metà del IX sec d.C., il longobardo Radiperto, vescovo vulturnense, gli faceva erigere nella sua cattedrale un superbo altare marmoreo rivestito finemente con argento e metalli preziosi . Il marmo sepolcrale riportava la scritta: "Perspicuo argenti sacrum altare metallo Rufini eximii struxit in omne decus." e ciò faceva da testimone del pregio e della santità del Vescovo capuano.
Il breviario Capuano riporta su San Rufino la seguente espressione: "Rufinus Episcopus Vir Eximii Sanctitatis".
Con l’avvento dei Longobardi ebbe inizio una particolare diffusione del culto del vescovo capuano in tutto il territorio da essi dominato.
Furono fondate innumerevoli chiese e cappelle in suo onore, Capua gli dedicò due chiese, altre chiese gli furono dedicate a Sessa, a Carinola, a Piedimonte, nella Piana di Caiazzo, nel Casertano.
Furono proprio i Longobardi che ne portarono il culto anche nell’antica diocesi di Sinuessa.
Tra gli storici locali che ci hanno fornito notizie al riguardo, il notaio carinolese Luca Menna nel suo “Saggio istorico della città di Carinola” del 1848 afferma che “ alla distruzione di Sinuessa, città vescovile, nel Castello di Mondragone fu trasferita anche la Sede Episcopale con le reliquie di San Rufino, San Castrese e di altri Santissimi Martiri, come luogo più limitrofo…. Che la maggiore chiesa di Sinuessa fu dedicata a S. Rufino, la cui festa cade il 25 agosto e che vi si introdusse anche una piccola fiera , ingrandita poi a Mondragone e perché accade nel giorno di S. Bartolomeo, il 24 agosto, il volgo la chiama Fiera di S. Bartolomeo ma, in effetti, si fa per S. Rufino”.
Anche il vescovo Giovanni Maria Diamare nel testo “Memorie storico-critiche della Chiesa di Sessa Aurunca” del 1906 scriveva “ Stabilita in Mondragone la chiesa di S. Rufino, ai tempi dei Longobardi, la chiesa rimase sottoposta alla giurisdizione di Capua… Anche al presente, nella Rocca di Mondragone, che in luogo di Sinuessa è succeduta, si aduna nel giorno di S. Rufino un pubblico mercato, uno dei più famosi della provincia, benché il volgo creda che sia consacrata all’apostolo Bartolomeo per un equivoco…”
Il culto del vescovo capuano, quindi, resta il più antico che la popolazione di queste terre abbia professato verso un Santo, portato dai Longobardi, che erano a Lui molto legati e che dominarono nell’Alto Medio Evo anche la Terra di Mondragone.
A proposito del culto dei Santi nella Rocca di Mondragone è interessante sapere che grazie a uno studio archeologico effettuato sui ruderi del Castello, sono stati ritrovati i frammenti di un affresco parietale raffigurante immagini di Santi, il che attesta che proprio all’interno del Castello doveva esservi una cappella.
Comunque, alla fin fine, anche il culto di S. Rufino ci riporta alle nostre origini.


lunedì 22 agosto 2022

DA NU MANTIEGLJ A ROT (NU)N C(E) ASCETT MANC NA SCAZZETT

DA NU MANTIEGLJ A ROT (NU)N C(E) ASCETT MANC NA SCAZZETT

OPPURE

DA NU CAPPOTT (NU)N C(E) ASCETT MANC NA SCAZZETT

Questo antico modo di dire mondragonese è conosciuto in due versioni ma il significato è lo stesso.
Il detto si riferisce a qualcuno che, volendo ricavare da un mantello o da un cappotto nuovi indumenti, probabilmente non essendo esperto nel taglio o non prendendo bene le misure, tira di qua e tira di là, non ne riuscì a ricavare neanche una scazzetta.
La scazzetta è il copricapo che viene utilizzato dal vescovo o dal cardinale ma anche dallo stesso papa, è quel piccolo berretto di forma semisferica, che aderisce perfettamente alla testa.
Con questo detto si vuole intendere che talvolta, nella realizzazione di un progetto, pur avendo molto materiale a disposizione, che ci fa immaginare tanti possibili sviluppi, alla fine, se non stiamo bene attenti, a causa della nostra incapacità e inesperienza, rimarremo delusi perché non riusciremo a ricavarne proprio niente.

Clara Ricciardone

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giovedì 11 agosto 2022

LA VENERE DI SINUESSA

LA VENERE DI SINUESSA: MESSAGGERA DELLA VERA BELLEZZA

E’ tornata per un po’ di tempo a casa la Venere di Sinuessa, offrendoci un utile spunto di riflessione sulla bellezza.
Nel guardarla, non solo penso alle nostre origini, a Sinuessa, quella favolosa città che giace in fondo al mare e che mi ha sempre affascinato e incuriosito ma nello stesso tempo vedo in essa la bellezza del corpo femminile, riprodotta in maniera così naturale da sembrare vera, con quelle forme sinuose e delicate, così aggraziate e armoniose, che sono proprie del corpo di una donna, una vera meraviglia della natura , che non ha bisogno né di ritocchi, né di rifacimenti, un corpo in cui anche le rotondità fanno parte della bellezza, simbolo di abbondanza e foriere di fertilità, una bellezza ben lontana da quegli stereotipi per cui una donna, per essere bella, doveva avere il vitino da vespa o essere magra o avere i fianchi larghi o il seno grande o la pelle chiara o scura ecc.
Non è certo la bellezza che ci viene propinata oggi, quella trash e volgare, con seni che sembrano palloni gonfiabili, che talvolta scoppiano pure, proprio come i pneumatici quando la pressione non è quella giusta per non parlare delle labbra ”a canotto” che vanno tanto di moda, così grosse e pesanti che quando mi trovo a guardare una signora “rifatta”, che le mostra con orgoglio, a prima vista, mi viene da pensare che alla poverina chissà cosa sarà successo per avere quei labbroni, forse potrebbe aver avuto un’allergia o sarà stata la puntura di una vespa ma poi penso che no no, chissà quanto avrà pagato la signora per farsi fare quelle labbra così mostruose da far impressione a un bambino e a quali altri interventi si sarà sottoposta per assumere quell’aspetto così grottesco e innaturale da sembrare una maschera di Carnevale ….
Certo noi le labbra della Venere non le abbiamo potute vedere perché la statua manca della testa e delle braccia ma le posso immaginare, graziose e delicate, in armonia con il resto del corpo.
Anche senza testa e braccia, per me, la più bella è lei ma anche tra le varie statue di Venere che ho visto rimane sempre lei la più bella proprio per la naturalezza e l’armonia con cui è riprodotto il corpo femminile.
E voi cosa ne pensate?

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