mercoledì 23 ottobre 2024

UNA RICETTA DEL RICICLO

UNA RICETTA DEL RICICLO
In questo periodo, per tradizione, si preparano le melenzane sott’olio , se ne preparano tante e in diversi modi per poterle gustare in inverno.
Mi è stato riferito che a Mondragone c’è chi utilizza anche le bucce e così ho voluto provare.
Si sbucciano le melenzane, avendo cura di lasciare anche un po’ di polpa attaccata alla buccia. Le strisce ottenute, poi, si tagliano in striscioline più strette.
Si mettono per qualche ora in acqua e sale , poi si strizzano e si fanno bollire in acqua e aceto in uguali quantità per pochi minuti.
Si scolano e si fanno raffreddare.
Si strizzano di nuovo e si condiscono con aglio, peperoncino e origano e si mettono nei vasetti di vetro, coprendole con l’olio di semi, come per le melenzane.
Io ho provato e devo dire che sono buone e croccanti e poi, a pensarci bene, è nella buccia che si concentrano i migliori nutrienti e le proprietà di quest’ortaggio.
Grazie alle massaie mondragonesi, sempre attente e rispettose dell’ambiente.
Provare per credere e … buon appetito!







domenica 13 ottobre 2024

domenica 6 ottobre 2024

OTTOBRE, IL MESE DELLE CASTAGNE

Se settembre è il mese del vino, ottobre è il mese delle castagne, un frutto che un tempo costituiva la base dell’alimentazione popolare contadina delle zone di collina e di montagna.
Le castagne, utilizzate già nell’antica Grecia e a Roma, hanno salvato intere popolazioni dalla fame quando il grano per fare il pane non era sufficiente per tutti.
Oggigiorno la ricchezza ha fatto perdere importanza a questi frutti, che erano un prodotto della povertà.
Erano considerate il pane dei poveri perché con la farina da esse ricavata, si preparavano pani dolci e salati, polenta, castagnacci, focacce ecc.
Oggigiorno, passati i tempi della fame e della carestia, le castagne hanno perduto il ruolo di cibo integratore dell’alimentazione quotidiana, non più strettamente necessario e vitale, si consumano ugualmente ma come cibo sfizioso e saporito , come spassatiempo, direbbero i Napoletani, alla fine dei pasti, come la frutta secca.
Le castagne fresche si possono mangiare arrostite, dette caldarroste, bollite con la buccia, chiamate ballotte, oppure senza la buccia esterna, dette allesse, a seconda delle zone.
I contadini di una volta nonostante non esistessero ancora i mezzi tecnologici di oggi per conservare questo frutto , erano riusciti a trovare il modo di conservarlo e di poterlo utilizzare sempre.
Uno di questi modi era la ‘nzerta, una sorta di collana, che si otteneva infilando le castagne con un ago infilato con lo spago.
Una volta ultimata la ‘nzerta, si chiudeva e si infornava nel forno caldo, all’uscita del pane.
Le spezzatelle, invece, erano castagne sbucciate e seccate al sole, venivano sgusciate con la battitura o pestatura, eseguita dagli uomini mentre a donne e ragazzi era affidato il compito della ventilatura, che consisteva nell’eliminazione della pula. Oggigiorno queste operazioni vengono eseguite dalle macchine e le castagne seccate negli essiccatoi.
A Roccamonfina c’era anche l’usanza di curare le castagne, mettendole in acqua per 7/10 giorni , poi si facevano asciugare all’ombra, girandole di tanto in tanto , mettendole nelle cassette e alternando uno strato di castagne e uno di rena da costruzione.
In questo modo si facevano arrivare le castagne fresche fino a Pasqua.
Ci sono, poi, le castagne del prete, da noi dette “murchigliane” , da Mercogliano, paese in provincia di Avellino, ricco di castagneti , dove si effettua questa lavorazione.
Secondo una leggenda il nome è legato alla storia di un prete che avendo ricevuto in dono delle castagne, per portarle a casa, le caricò su un mulo.
L’animale inciampò facendo cadere le castagne nell’acqua di un fiume. Il prete le raccolse e tornato in convento, decise di metterle in forno per farle asciugare .
Le castagne diventarono croccanti fuori e morbide all’interno. Così nacquero le castagne del prete.
Anche a Mondragone, dove le castagne arrivavano perlopiù da Roccamonfina e dalla zona di Avellino, questo frutto faceva parte dell’alimentazione popolare contadina.
La ‘nzerta e le castagne del prete venivano consumate nel periodo natalizio, come ancora oggi succede.
Le spezzatelle, invece, si trovavano e si trovano ancora oggi durante tutto l’anno, si mettevano in ammollo in acqua la sera prima e poi venivano cotte sotto forma di zuppetta oppure miste ai fagioli ma si faceva anche una minestra di riso e spezzatelle.
Le castagne fresche, se venivano cotte con la buccia erano dette “vualleri”, senza la buccia esterna “allesse”.
Le caldarroste fino a non molti anni fa venivano vendute nei punti di ritrovo più frequentati del paese come ad esempio fuori al cinema Ariston.
Per quanto riguarda le allesse, è rimasto nella tradizione popolare il ricordo di due donne dei Sabatini, che, di sera, sbucciavano le castagne e la mattina presto le mettevano a cuocere, aggiungendo sale e alloro.
Poi, con la pentola ancora fumante, giravano per i vicoli e gridavano: Allesse rosse ! Allesse rosse!
Le mamme uscivano e ne compravano 5/6 per 10/ 20 lire all’incirca e le facevano mangiare ai bambini , che dovevano andare a scuola, una sorta di merendina dolce.
Le allesse rimaste invendute, venivano messe in esposizione fuori ad un “puosto” o banco di verdure della fruttivendola, dove qualcuno le acquistava durante la giornata.
Un’altra donna si metteva seduta con la sua pentola fuori ad una salumeria della Porta di Mare proprio all’angolo di Piazza Bernardino Ruosi, nel portone a fianco c’era un asilo per i bambini e le mamme compravano per merendina ai loro bambini quattro allesse e un vuallero per 10 lire.
Anche in altri punti del paese si vedevano queste vecchine, venditrici occasionali, a volte, di allesse, ma che potevano essere broccoli, rane, ammariegli , frutta secca ecc.
Ringrazio le mie preziose fonti orali: orali: Anna Maria Patrone , Linda Papa , Clara Ricciardone Vincenzina Papa





sabato 28 settembre 2024

A Faggiolata




PER GLI AMANTI DELLA TRADIZIONE MONDRAGONESE: una poesia del mio alunno Francesco Palma con la spiegazione del detto “a visita a ru bufone”
A FAGGIOLATA
Iammucenn a faggiolata
Iamm a fa a visita a ru bufone
Ri fasuli ce mangiammo
E a casa cuntienti ce ne turnammo
Comme ricie a tradizione
A Sant’Angiulo nu vuaglione
Appenneva ru bufone pe fa spaventà agli amiconi.
Quanne vaie a faggiolata
Truove fasule e cutenelle
Vuanti e scrippellucce
E nisciuno Mundraunese ce sape rinuncià
Cu ru bufone illuminat
Ru divertimento è assicurato
Nella poesia si fa riferimento alla “visita a ru bufone”. Forse non tutti sanno che gli abitanti del rione di Sant’Angelo scelsero come simbolo il gufone , detto volgarmente bufone perché in quella zona piuttosto alta c’erano molti alberi dove si annidava il gufo, uccello notturno, caratteristico delle zone montane o forse lo scelsero per scaramanzia , visto che quest’uccello veniva considerato di malaugurio. Il detto vero e proprio nasce, però, dalla tradizione orale. Si racconta che tanto tempo fa, tre amici, uno di sant’Angelo, uno di San Nicola e uno della zona mare erano soliti uscire insieme, si recavano all’osteria e lì, dopo aver bevuto in allegria, si prendevano in giro, tra di loro, alla buona. L’amico di Sant’ Angelo, che per voce di popolo pare appartenesse alla famiglia dei “Cioci” veniva sempre insultato dagli altri due con l’appellativo di bufone e paragonato a un gufo perché nella sua zona era frequente sentire il verso dei gufi e delle civette. Il ragazzo per vendicarsi, in occasione della festa di San Michele, invitò gli amici a casa sua, uccise un gufo e lo appese fuori alla porta. Gli amici, a quella vista, rimasero piuttosto infastiditi e non gradirono molto la sorpresa. Da questo episodio è nata la tradizione della visita al bufone nel giorno di San Michele Arcangelo.

giovedì 12 settembre 2024

TEMPO DI CONTRORA

 Sperando che per quest 'anno quel caldo insopportabile sia passato ...

TEMPO DI CONTRORA
Nei caldi pomeriggi estivi, quando incombe la cosiddetta “calandrella”, cioè quando il caldo è così afoso ed estenuante da far diminuire le energie umane e mentali, è tempo di “controra”, cioè di riposo, è tempo di fare una pausa, che va più o meno dalle ore 12/13 all’incirca alle 16.
Il termine “Controra” viene dal latino “contra horas”, cioè ore contrarie all’azione e all’agire, a svolgere qualsiasi attività.
“Calandrella” , invece, viene dal verbo spagnolo “calentar” che significa riscaldare, arroventare, che a sua volta viene dal vero latino calēre, che vuol dire ardere, essere caldo.
E’ proprio nelle ore di controra il momento di cedere ad un sonnellino ristoratore finché non sia passato quel caldo asfissiante per poi riprendere le consuete attività.
Quando è tempo di controra anche per le strade non cammina nessuno, il paese sembra addormentato e tutto il mondo, umano e animale, è coinvolto nell’immobilità e nel silenzio.
A parte le cicale, che non si zittiscono mai, non si sentono cinguettare gli uccelli, i cani stremati cercano un posticino al fresco, dove distendersi, anche i gatti boccheggiano e respirano a fatica.
Nelle case, dopo pranzo e appena dopo aver rigovernato, si chiudono porte e finestre, lasciandole appena socchiuse per non permettere al caldo di entrare e per creare quella penombra e quella frescura, dove tutto è fermo e silenzio, quasi un tempo non tempo o meglio un andamento lento del tempo stesso.
Non si esce, non si alza la voce per non disturbare il riposo altrui…
Guai a disturbare quella quiete e quel riposo, nessuno si può permettere di andare a suonare senza preavviso o di telefonare, sarebbe come profanare la sacralità della controra.
Quest’usanza nasce dall’antica società contadina, che nella sua saggezza, aveva ben compreso che il caldo eccessivo di quelle ore avrebbe impedito di svolgere al meglio qualsiasi lavoro.
I contadini, infatti, andavano a lavorare al sorgere del sole ma a mezzogiorno si fermavano per mangiare e poi cercavano un posto fresco all’ombra di un albero, dove poter riposare per poi riprendere il lavoro al momento opportuno cioè quando, con il fresco, sapevano di poter svolgere al meglio le proprie attività.
Fermarsi e fare una pausa, lasciarsi andare ad un ozio che fa bene sia al corpo che al cervello, è questo il modo giusto per superare quelle ore di caldo eccessivo.
Alcuni studi scientifici hanno dimostrato che dopo il riposino della controra, le prestazioni intellettive aumentano del 34%.
Oggiorno, al contrario, nell’era dell’industrializzazione, tutto è finalizzato alla velocità e alla produttività e pur di raggiungere gli obiettivi previsti, a volte, si arriva ad una forzatura dei ritmi umani e naturali, che porta allo stress, all’ansia e ad una forte pressione mentale ed emotiva, che influisce molto negativamente sulla salute delle persone.
Diventa utile e salutare, quindi, rispettare la controra.




giovedì 29 agosto 2024

Canti per S.Antonio

I Canti della devozione popolare per S.Antonio nella testimonianza della prof.ssa Adele Papa

I Canti della devozione popolare per S.Antonio nella testimonianza della prof.ssa Adele Papa Adele Pa

Pubblicato da Caterina Di Maio su Giovedì 29 agosto 2024

mercoledì 28 agosto 2024

D(E) (E)STAT SICCA VIETT

 D(E) (E)STAT SICCA VIETT .... CHE DE VIERN SO CUNFIETT

D’estate secca i rametti della vite con i grappoli d’uva perché d’inverno gli acini diventano dolci come confetti e cioè buoni da mangiare.
Il termine “viett” , che significa rametti, è detto in questo modo per fare rima con “cunfiett”, ma in realtà il termine mondragonese originario è “vett”.
Questo detto ci riporta a quando non c’erano ancora i frigoriferi, congelatori ed altri mezzi moderni di conservazione dei prodotti agricoli.
C’era l’usanza di seccare l’uva per farne l’uva passa ma non solo, anche le bucce dei meloni per friggerle a Natale, le bucce dei fichi d’India, si seccavano i pomodori, le melenzane da mettere sott’olio, i semi di zucca, i fichi , tutto ciò che era possibile seccare per poterlo avere poi d’inverno.
L’essiccazione è stato sempre il metodo più antico di conservazione, il sole e il vento hanno permesso alle generazioni passate di preparare scorte durature di vari prodotti per l’inverno.
Si coprivano i prodotti dagli insetti con dei veli a fori piccoli , tipo tulle. Il problema era quello che la pioggia non li bagnasse e bisognava mettere tutto al sicuro prima che incominciasse a piovere.
Al calar del sole, per evitare l’umidità notturna, si ritiravano i prodotti in casa e si rimettevano al sole il giorno dopo.
Il termine “vett” viene dal latino “vectus”, che significa condotto , trasportato, che a sua volta viene dal verbo veho-is- vexi- ctum – vehere, che vuol dire condurre, avanzare, trasportare.
“Ru vett” si riferisce al ramo o tralcio della vite, che dal fusto della pianta, attaccato ad un palo, viene accompagnato con delicatezza dal contadino in una direzione e quindi condotto, trasportato, allungato ed appoggiato quasi spontaneamente su dei fili – guida, a cui si aggrappa, come si può osservare nei vigneti.
Con il tempo poi il termine è passato ad indicare anche i rami tagliati, gli scarti di potatura della vite ed anche i rami secchi.
Si dice anche “Mitt ru vett rent a ru purtus” cioè “Metti un rametto nel buco” sia per ricordarsi di qualcosa come quando per lo stesso motivo si facevano i nodi al fazzoletto ma anche come punto di riferimento.
E’ sempre bello scoprire come una semplice parola del nostro dialetto ci possa riportare indietro nel tempo, alla lingua dei nostri antenati, il latino, che ancora continua a vivere nella nostra e come questo termine ci possa catapultare all’improvviso nell’antica Sinuessa, alla coltivazione della vite, allora molto fiorente, al vino Falerno, alle nostre origini.
Grazie alla sig.ra Carmela Filosa, che mi ha spiegato questo antico modo di dire.



martedì 27 agosto 2024

ME PARE A COT(E)N NCOPP A RI CRAUN

ME PARE A COT(E)N NCOPP A RI CRAUN 
A Mondragone si usa quest’espressione per indicare una persona gelosa e invidiosa degli altri.

Viene paragonata alla cotenna del maiale quando si mette sulla brace perché questa, a contatto con il fuoco, piano piano si consuma, si incomincia a sciogliere, cigola, sfrigola, si strugge, si contorce, si deforma, diminuisce di volume e perde la sua forma originaria.
Anche la persona gelosa fa così, non riesce a vivere la propria vita perché è concentrata su quella degli altri, è sempre lì a spiare, a controllare, a fare paragoni, a puntare il dito, a disprezzare e sminuire qualcuno perché ogni successo altrui è un attacco alla propria autostima, e soffre e consuma tutte le sue energie per questo.
E’ chiaro che questo continuo confronto con gli altri nasce da un’insicurezza e insoddisfazione cronica della propria vita.
Le persone gelose lottano con sentimenti di inferiorità che cercano di compensare con la rivalità e il disprezzo altrui.
La gelosia è distruttiva perché porta a voler distruggere in ogni modo la persona che si ritiene rivale ma è anche autodistruttiva perché influisce negativamente sulla propria salute mentale.
Le conseguenze della gelosia sono: il pettegolezzo, l’insinuazione, il sabotaggio della persona che si considera nemica.
Riconoscere in noi stessi la gelosia non come un segnale di debolezza ma come un segnale dei nostri bisogni e desideri insoddisfatti porta all’autoconsapevolezza e a relazioni interpersonali più sane ed empatiche.
Certo non è facile spiegare, a parole, ciò che soffre una persona gelosa, il tormento continuo a cui è sottoposta ma non per il dialetto mondragonese che, con un paragone eloquente più di mille parole, sempre legato al mondo contadino, ci dice che la persona gelosa soffre tanto, come “na cot(e)n ncopp a ri craun”
Grazie alla sig. Carmela Filosa, che mi ha fatto conoscere questo modo di dire del nostro dialetto.

lunedì 5 agosto 2024

RER CASCA RER

 Un uomo aveva un padre vecchio ed era stanco di vederselo sempre davanti e di assisterlo. Un giorno preparò una bisaccia, mettendo dentro poche cose e lo portò sulla montagna, dove lo abbandonò.

Dopo anni , un giorno vide il figlio che stava facendo la stessa cosa, ne capì l’intenzione e chiese: - Ma pecché? E il figlio: - T’aggia purtà ncopp a muntagn!
Allora si rese conto e rispose: - Ma che staje a ffà, rer casca rer? Da na g(e)nerazzion a ‘nnat, da lu mal a lu peggio? E sp(e)zzamm(e)l sta catena!
E convinse il figlio a non ripetere il male che lui stesso aveva fatto.
L’espressione “Rer casca rer” voleva dire che quando si cade all’indietro, cioè ci si incammina sulla via del male , non si riesce a ritrovare la strada del bene e si può solo cadere sempre più all’indietro e quindi sempre più in basso. Ci vuole un atto di coraggio per risalire e per imparare, successivamente, a riconoscere e a gestire il bene e il male che sono in tutti noi.
(Racconto della sig.ra Carmela Filosa)
                     

sabato 27 luglio 2024

A IATT (NU)N ‘E’ PASSAT.....


A IATT (NU)N ‘E’ PASSAT A TEGUL (NU)N ‘E’ CARUT
A CIORTA TOJA E’ ANCOR ‘MP(E)RUT
Una donna, pur essendo ancora bella e piacente, cominciava ad essere avanti con gli anni e non si era ancora sposata perché nessuno l’aveva chiesta in sposa. Tutte le sue amiche si erano sistemate ma per lei la “ciorta”, come si diceva un tempo, non era ancora arrivata.
Un giorno decise di andare a reclamare dalla Fortuna. Incominciò a chiamarla a gran voce finché questa non le comparve davanti sotto sembianze umane, proprio come una donna.
E lei: - Furtuna mia, tutt le cumpagne meje s’annu spusat e io no! E pecché? A me che me manc(a)? Pecché a me nisciun me ricje nient?
La Fortuna rispose:- Aggi' (abbi) pacienz! A iatt (nu)n ‘ è passat, a tegul (nu)n’ è carut, a ciorta toja è ancor ‘mperut! (ferma, impedita)
La donna se ne andò senza aver capito il significato di quelle parole. Voleva aver pazienza ma il tempo passava e niente succedeva.
Così ritornò a reclamare dalla Fortuna, la quale rispose, dicendo:- Ma io che te pozz fa? A iatt (nu)n è passat… Anche questa volta la donna se ne andò senza aver capito quelle sibilline parole.
Passò un po’ di tempo e, un giorno, nell’abitazione accanto alla sua si verificò un evento.
Una gatta, passando sul tetto, fece cadere una tegola, che cadde in testa alla padrona di casa, uccidendola.
Il marito, rimasto vedovo, dopo circa due mesi, chiese alla donna di sposarlo. Ecco che si erano avverate le parole della Fortuna, si era compiuta la “ciorta”.
Questi semplici racconti della narrativa popolare mondragonese hanno sempre qualcosa da insegnarci e da rivelarci dei tempi passati.
Il primo insegnamento che ci suggerisce il racconto è che non dobbiamo aver fretta per la realizzazione dei nostri desideri, bisogna che arrivi il momento giusto per ogni cosa.
Dal racconto emerge anche la priorità delle donne di un tempo , che era quella di sposarsi. Ancora oggi, grosso modo, è così, ma qualcosa è cambiato nella società attuale perché oggi la donna non cerca solo il matrimonio ma la sua realizzazione umana e sociale, l’indipendenza economica ecc.
Dal racconto emerge anche la visione fatalistica della vita dell’antica società contadina, che imputava tutto alla fortuna, relegando la persona in una posizione passiva di aspettativa e di lamentela.
Gli antichi Romani non la pensavano così , infatti dicevano: “Quisque faber fortunae suae” e cioè “ Chiunque è fabbro, costruttore della propria fortuna” Con questo volevano dire che l’uomo è in grado di guidare il proprio destino.
E’ pur vero che non è possibile al 100% perché non tutto è in nostro potere e in certe situazioni avverse davvero non possiamo fare proprio niente.
Eppure anche in situazioni difficili si può trovare il lato positivo, che nasce prima di tutto dall’accettazione e dal sapersi adeguare alle situazioni .
A tale proposito Machiavelli diceva che La Fortuna è arbitra solo per metà delle azioni dell’uomo e l’altra metà è nelle mani di quest’ultimo, grazie alle sue capacità e al suo adeguarsi alle condizioni in cui si trova ad operare.
Diceva anche che la Fortuna è “ donna” e “volubile” e per questo, per non farla dominare , bisogna batterla e contrastarla, nel senso che, se la realtà ci mette davanti impedimenti e ostacoli di vario genere , la nostra capacità deve essere quella di andare oltre l’ostacolo, in qualunque modo, come possiamo, ognuno a modo suo, per non farci dominare e schiacciare da una realtà avversa e difficile.
Grazie alla carissima Clara Ricciardone


lunedì 8 luglio 2024

Tradizioni mondragonesi

 

Le tradizioni mondragonesi raccontate direttamente dalla voce degli interessati. Grazie infinite a Masiello Crescenzo, autore di alcune belle poesie dedicate alla Madonna Incaldana.

Pubblicato da Caterina Di Maio su Lunedì 8 luglio 2024

domenica 7 luglio 2024

Intervista a Crescenzo Masiello

 Le tradizioni mondragonesi raccontate direttamente dalla voce degli interessati.

Grazie infinite a Masiello Crescenzo, autore di alcune belle poesie dedicate alla Madonna Incaldana.


domenica 30 giugno 2024

BUONUMORE MONDRAGONESE

  Un pittore edile di S. Angelo, di carattere allegro e gioviale, era sempre in vena di fare scherzi, oggi si direbbe un buontempone.

Un giorno andò, con un ragazzo, suo aiutante, a fare dei lavori di tinteggiatura in un appartamento.
Ad un certo punto disse all’aiutante: - Ma tu lu saje che io saccio ‘nduvinà tutt chell che fai? Si tu mo vai rent a n’ata stanz, io te saccio addicie comme staje, assì te mitt assettat o vicin a ru mur. Comme te mitti mitt, io lu saccio. Vuò fa a prov? E va va.
Il ragazzo lo guardava, incredulo e divertito e non sapeva che pensare. Poi, alla fine, accettò la sfida. Si recò nella stanza a fianco e dopo un po’, chiese: - Comm stong(o)?
E il pittore, che quello aspettava: - Comme nu strunz!!!
Grazie sempre a Clara Ricciardone che con i suoi racconti non solo ci permette di conoscere la tradizione ma ci fa notare come la nostra gente ha sempre avuto un atteggiamento di bonaria ironia verso ogni situazione , che serviva anche ad affrontare situazioni difficili, per non permettere mai ai sentimenti negativi di prevalere.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante 2 persone
Tutte le reazion

sabato 15 giugno 2024

SCHERZA CON I FANTI MA LASCIA STARE I SANTI

Finalmente, a Mondragone, anche il Rione S. Francesco si è fatto valere, organizzando una bella festa per S. Antonio.

A proposito del Santo, mi hanno raccontato che, tempo fa, una donna anziana, sua devota, era solita andare spesso in chiesa a pregarLo e ad accendere la candela e, se qualcuno le chiedeva dove stesse andando, per far capire che andava da Lui, sorridendo, rispondeva:- Aggia ì nu poc addu chigliu scucciat! Là per là potrebbe sembrare un’offesa ma era tanto l’affetto e la familiarità che sentiva da considerarlo uno di noi, con cui poter anche scherzare.
Eppure c’è un proverbio che dice: - Scherza con i fanti ma lascia stare i Santi! Proprio per dire che si può scherzare su tutto tranne che sul Sacro, tranne che con Dio.
I Mondragonesi, invece, scherzavano anche con i Santi.
Difatti, come ho già raccontato in passato, avendo saputo che la statua di S. Antonio, nella chiesa di S. Francesco, era stata ricavata dal tronco di un pero, si rivolgevano al Santo, dicendo: - Quann siv pir, nun menav le per e mo che si Sant può mai fa ri miracul?
Anche la stessa Madonna Incaldana, tanto amata, veniva chiamata da qualcuno “Chella faccia iarz” !
Sarà che i Mondragonesi hanno sempre avuto un carattere ironico e scherzoso e l’ironia, si sa, ci salva in molte situazioni della vita .
Anche Papa Francesco, qualche giorno fa, ha detto che dobbiamo chiedere il dono dell’umorismo perché, quando si ride e si scherza, va tutto meglio, anche un rimprovero, fatto, scherzando, si accetta e non si arriva mai alla lite e allo scontro.
O forse questo modo di rivolgerci ai Santi con espressioni popolari e nostri modi di dire è un modo per sentirli più vicini a noi, alla nostra dimensione umana, per accorciare quella distanza eccessiva che c’è tra terreno e ultraterreno?
Sarà per questo o per quello? Mah! Chissà!
Mi sa che mi tocca pensarci un po’ su! 

lunedì 27 maggio 2024

LA MADONNA E’ RIENTRATA A MONDRAGONE

LA MADONNA E’ RIENTRATA A MONDRAGONE E SI TROVA NELLLA CHIESA DI SAN GIUSTINO

MARIA INCALDANA: LA MADONNA DEL SOLE E DELLA PIOGGIA
Come si sa, la Madonna Incaldana esce dal santuario ogni 25 anni, salvo che per eventi straordinari, per i quali va chiesto il permesso al Vescovo.
Veniva portata in processione, ad esempio, per chiedere la fine della guerra o del colera, di epidemie, per l’incoronazione dopo il Restauro e così via. Quest’anno è stata portata in processione per i festeggiare i 400 anni dalla Traslazione, il prossimo anno sarà per il Giubileo del 2025.
Il motivo più ricorrente, però, per cui si portava la Madonna in processione, nel passato, era quello di chiedere il sole o la pioggia per il raccolto.
La si portava sulla spiaggia con la faccia rivolta al mare, se si chiedeva la pioggia, e con la faccia rivolta verso la montagna, se si chiedeva il sole.
Parliamo di tempi in cui il raccolto agricolo significava avere il cibo, il sostentamento, che garantiva la vita e la sopravvivenza. Non era come oggi che i prodotti agricoli arrivano, nel cosiddetto “villaggio globale”, da varie parti del mondo, allora gli scambi commerciali erano quasi inesistenti. Quello che si produceva, si consumava, e se non si produceva, si prospettava lo spettro della carestia e quindi la fame e la morte. Erano davvero periodi duri e difficili quelli con cui si sono dovuti confrontare i nostri progenitori.
Ecco come si spiegano quegli uomini penitenti che, quando seguivano la processione, si mettevano sulle spalle ruote di carretti, catene attorcigliate intorno al corpo, gioghi di buoi, figli sulle spalle, arnesi vari e pesanti.
Era per chiedere, insieme al sole e alla pioggia, la vita stessa, per implorare pietà ed erano pronti a qualunque sacrificio. Non erano solo gli uomini ma tutto il popolo, che quando seguiva la Madonna, tutto infervorato, si sacrificava, non badava né alla fame né alla sete, né al caldo né al freddo, né allo sforzo.
Sono tanti i racconti che abbiamo ascoltato in famiglia e che sono stati riportati anche in testi scritti.
Sono rimasta molto colpita da uno di questi. Una volta pioveva ininterrottamente da circa due mesi, i terreni erano tutti allagati, le spighe di grano, ormai alte ma non ancora mature, marcivano nel fango.
I Mondragonesi erano molto scoraggiati, non sapevano cosa fare, senza grano come avrebbero fatto? Un giorno si recarono in chiesa e davanti all’altare della Madonna buttarono tanti fasci di spighe, piene di fango e qualcuno , rivolto a Lei, disse: - E mo cu chest, lu pan faccellu tu!
Potrebbe sembrare un atteggiamento irriverente e sfrontato verso la Madonna ma era dettato dalla disperazione. Lo disse proprio, pieno di rabbia, quel tale, come se si stesse rivolgendo alla mamma terrena, come chi pretende da un vero genitore, visto l’amore che li lega, perché il rapporto dei nostri avi con la Madonna era un rapporto autentico e sincero, proprio come quello tra madre e figlio.
La Madonna poteva mai veder morire di fame i suoi figli? Non l’ha mai fatto.
Anche quell’anno, come al solito, ebbe inizio la Novena e si calò l’Immagine, al canto delle Litanie. Ci fu la processione e il popolo ebbe il pane desiderato.
Un’altra volta, sempre durante una pioggia incessante, che minacciava il raccolto, dopo la Novena e le Litanie, si doveva fare la processione ma la pioggia continuava a cadere. Il Primicerio pregava a nome di tutti ma la pioggia non cessava, allora rivolto ai fedeli, disse. – “ Su, fratelli, andiamo, esponiamoci pure alla pioggia e lasciamo che anch’Ella si bagni… La processione si mosse e dopo appena un po’, la pioggia diminuì e poi cessò. Tra le nuvole apparve il cielo azzurro.” Si erano avviati per fede sotto la pioggia e la fede li salvò , anche quella volta, perché i Mondragonesi erano così, volitivi, temerari, insistenti, continuavano a credere anche nell’impossibile e l’impossibile si avverava puntualmente.
Mia madre mi raccontava che, un’altra volta, avevano portato la Madonna al mare per chiedere la pioggia, al ritorno non arrivarono neanche in chiesa che si bagnarono tutti.
Noi certo non eravamo presenti eppure, attraverso quei racconti, qualcosa ci è rimasto dentro. Sarà per questo che quando si cala il quadro della Madonna vedo certe persone, che, prese da un istinto irrazionale e irrefrenabile, pur essendo adulte, cercano di toccarlo, mettendo a rischio la propria incolumità e quella degli altri. Probabilmente sentono qualcosa dentro, in maniera inconscia, che arriva loro da molto lontano, dai nostri avi che, insieme alla vita, ci hanno trasmesso tutto un patrimonio di informazioni, ricordi, sensazioni, suggestioni, che sono appartenute sì ad altre vite ma che, attraverso la memoria cellulare, sono arrivate fino a noi come in un’eco e continuano a vivere in noi.
Noi non eravamo presenti eppure sappiamo, consapevolmente e inconsapevolmente.
(Il dipinto è di Ilaria Marchitelli, la foto è tratta dal calendario della Madonna Incaldana di quest'anno)




sabato 11 maggio 2024

LA TORTA DI RISO DELL’ ASCENSIONE

Oggi si festeggia L’Ascensione del Signore.
Per la precisione, la data di questa festività, quest’anno, è coincisa con il giovedì, 9 maggio, perché è in quella data che sono passati i 40 giorni dalla Resurrezione ma la festa, come si sa, è stata spostata alla domenica già da molti anni.
La torta di riso è una rielaborazione , per così dire, del riso al latte, che si prepara per l’Ascensione, secondo un’antica tradizione.
Al riso cotto nel latte, basta aggiungere lo zucchero, quando è ancora caldo, poi gli aromi: vaniglia, cannella, scorza di limone grattugiata, uvetta a piacere.
Quando il riso è freddo si aggiungono le uova sbattute. Non c’è bisogno di fare il contenitore di pasta frolla come per la pastiera. Si versa il contenuto direttamente in teglia, mettendo sotto la carta forno.
Anche con la tortina di riso, semplice e delicata, siamo sempre nel rispetto della tradizione.
Hai inviato
I RITI DELL’ASCENSIONE: L’ ACQUA DI ROSE E IL RISO AL LATTE
L’ Ascensione è una solennità che cade 40 giorni dopo Pasqua e riveste notevole importanza nella liturgia cattolica perché segna la fine del soggiorno terreno di Gesù, il quale, dopo la sua Passione, Morte e Resurrezione, si mostrò agli Apostoli e alle donne per un periodo di 40 giorni; poi ascese al cielo, concludendo la sua permanenza terrena.
Un tempo, nell’antica società contadina, la gente conferiva a questo giorno una particolare “sacralità” e come in tutti i giorni festivi non era consentito fare lavori servili.
A testimonianza di ciò c’è un proverbio abruzzese che assicura che in tale giorno “neanche gli uccelli capovolgono l’ uovo” ; in tale giorno, cioè, non lavorano neanche gli uccelli.
Nel momento in cui Gesù ascendeva al cielo, distaccandosi dalla terra, si avvertiva o meglio si “percepiva” maggiormente quel misterioso collegamento delle forze celesti con la Terra, quel rapporto di congiunzione e di comunicazione tra cielo e terra.
La festa cadeva proprio a primavera inoltrata, in un periodo di grande floridezza della natura, e l’acqua e il latte diventarono, nel tempo, simboli di rigenerazione e purificazione.
Secondo la tradizione, a Mondragone, la sera della vigilia dell’Ascensione, veniva lasciato un bacile colmo d’acqua con tanti petali di rose e foglie verdi profumate su un balcone o sul davanzale della finestra: si credeva che Gesù, alla mezzanotte, salendo al cielo accompagnato dagli Angeli, benedicesse quelle acque.
Al mattino tutti i componenti della famiglia venivano invitati a lavare il viso in quell’acqua fresca e profumata, in segno di purificazione, un gesto simbolico che nonne e mamme ci hanno tramandato nel tempo, una tradizione, che, però, è andata progressivamente esaurendosi.
Nel giorno dell’ Ascensione, inoltre, c’è chi ancora usa, a Mondragone , mangiare per devozione e per tradizione il riso al latte, con zucchero e cannella. Si tratta di un’ usanza antica, pervenuta a noi da altri paesi.
Anticamente poiché nel giorno dell’Ascensione agli uomini non era consentito lavorare, in Basilicata, nell’Irpinia e nel Cilento, il latte non veniva lavorato e i pastori per devozione lo distribuivano gratis ai compaesani al fine di dare la possibilità a tutti di cucinare i cosiddetti “tagliolini dell’Ascensione”, con zucchero e cannella.
C’era la credenza popolare che tenerne per sé anche solo una goccia poteva causare la sterilità delle bestie.
La tradizione si è diffusa nel tempo anche in altri paesi, come nel nostro, dove i tagliolini sono stati sostituiti dal riso.
Probabilmente anche il latte, che è un alimento fondamentale per lo sviluppo e la salute del bambino, ma anche rilevante nella dieta dell’adulto, con il suo candore, in occasione dell’Ascensione, veniva visto simbolicamente come elemento purificatore per la crescita spirituale della persona.


giovedì 25 aprile 2024

MARIA INCALDANA: LA PRODIGIOSA

Non senza motivo la Madonna Incaldana viene definita “La Prodigiosa” perché tante sono state le grazie e i favori che ha elargito e continua ad elargire per i suoi fedeli , che la invocavano, un tempo, per il sole o per la pioggia al fine di ottenere un buon raccolto.

La invocavano per la fine della guerra, per le pestilenze, per i cataclismi naturali, per le malattie e per tutte le necessità.
Sempre la Madonna ha fatto sentire la sua protezione al popolo mondragonese ma, al di là di quei miracoli direi “eclatanti”, che sono rimasti nella storia del nostro paese, ognuno di noi ha potuto sperimentare il suo aiuto e la sua protezione per problemi per così dire di minore importanza e non così clamorosi o spettacolari ma comunque importanti nelle nostre vicende personali.
Io, personalmente, posso dire che la Madonna per due volte mi ha fatto sentire la sua protezione in maniera tangibile e concreta.
Quando avevo due anni , nel ’54, un giorno mi trovavo a casa di mia nonna a S. Francesco, dove stavo quasi ogni giorno. Il fidanzato di mia zia, per farmi giocare, mi prese per le mani e mi sollevò in alto per farmi fare “vola vola”. Evidentemente dovette prendermi in maniera molto maldestra perché mi fece slogare il braccio. Mia madre mi portò da una vicina, come si faceva a quei tempi, che era ritenuta esperta in questo tipo di problemi, lei mi muoveva il braccio, lo tastava, lo piegava e disse che si era rimesso a posto ma non era affatto così. Il braccio mi faceva sempre male e non lo potevo muovere. La cosa durò per diverso tempo e mia madre pensò che quel braccio non sarebbe più tornato come prima.
Quando arrivò il giorno che si doveva portare la Madonna al mare per l’Incoronazione, lei mi prese in braccio e seguì la processione, ripromettendosi di non appoggiarmi mai a terra, e così fece, all’andata, al ritorno e per tutto il tempo della cerimonia. Voleva offrire quel sacrificio alla Madonna per essere più degna di chiedere il suo aiuto.
A quei tempi si vedevano uomini che per ottenere le grazie, facevano penitenza, caricandosi sulle spalle ruote di carretti, sassi pesanti, grossi pezzi di tronchi d’albero e così via. La fede allora si esprimeva anche in questo modo.
Il braccio si rimise a posto e io non so neanche se sia stato il destro o il sinistro perché avevo solo due anni, conosco questa vicenda perché mia madre lo ha raccontato in famiglia diverse volte.
Quando avevo 28 anni fui operata di commissurotomia mitralica per una stenosi di origine reumatica, nel mese di febbraio dell'81.
Essendo credente, mi affidai alla Madonna e al buon Dio e andai tranquilla in ospedale.
Il giorno prima dell’intervento mia sorella si recò in chiesa per chiedere la protezione della Madonna, e chiese al parroco di controllare se c’era una data libera, in quei giorni, per celebrare una Messa per intercessione. E lui, che in quel momento era molto indaffarato per le Quarantore, rispose: - In questo momento non se ne parla proprio! Lei replicò: - Ma io ho sognato la Madonna Incaldana. E lui: Ah, allora vieni qua, vieni qua! E fece quello che aveva chiesto.
Intanto, dopo l’intervento, io mi svegliai dall’anestesia e, non so perché, incominciai a sentire dolori alle ossa in tutto il corpo. Non trovavo pace, anziché stare sul materasso mi sembrava di stare sulle pietre e quasi piangevo. Venne il medico a controllarmi e trovandomi tutta insofferente e agitata, disse: - Ma come?! E’ andato tutto bene!... Mi fece fare un’iniezione e dopo un po’ sparirono i dolori , sentivo un senso di benessere, quasi di beatitudine, mi sentivo leggera come se fossi appoggiata su un tappeto di morbida erba. Caddi in una specie di dormiveglia e sognai che era il Lunedì in Albis, quando si fa la processione con i buoi. Sul Belvedere c’era tanta gente, tutti aspettavano che uscisse il quadro della Madonna per la processione e io stavo lì , in mezzo a loro.
Da allora sono passati 43 anni e la mia valvola funziona ancora benissimo, ho altri acciacchi che mi danno problemi ma la valvola continua a fare il suo lavoro egregiamente.
Ho voluto condividere questi due episodi della mia vita per ringraziare ancora una volta la Madonna per il suo aiuto, questa volta pubblicamente, e per rendere testimonianza, e mi farebbe piacere se anche altre persone volessero dare testimonianza dei tanti favori e benefici della Madonna a tante famiglie mondragonesi.
Le foto sono di C' ERA UNA VOLTA MONDRAGONE