venerdì 15 luglio 2022

STU MAMOZIO


STU MAMOZIO E’ un modo di dire che si usa a Mondragone ma che non ha origini mondragonesi.

Lo si usa quando ci si rivolge a qualcuno che si ritiene abbia scarse capacità intellettive, stupido e sciocco, dalla faccia da imbecille.
Da una ricerca fatta sul web ho saputo che deriva da un ritrovamento archeologico che fu fatto a Pozzuoli nel 1704, dove, durante gli scavi per la costruzione della chiesa di S. Giuseppe, venne fuori la villa del console Lolliano Mavorzio e fu ritrovata una statua senza testa, attribuita a lui.
Alla statua venne integrata una nuova testa che, essendo, però, molto più piccola rispetto al corpo, conferiva al console un’aria alquanto imbambolata.
I Puteolani, con il tempo, storpiarono il nome Mavorzio in Mamozio, che assunse il significato di persona stupida e sciocca.
La statua fu collocata nella piazza del mercato nelle vicinanze di un’altra statua, raffigurante il vescovo Martin de Leon Cardenas e veniva chiamata dal popolo Santu Mamozij e divenne con il tempo il protettore degli ortolani del luogo, che gli rivolgevano suppliche e pare che gli lanciassero offerte di fichi e pomodori.
Questi gesti indussero le autorità nel 1918 a spostare la statua nell’anfiteatro Flavio per proteggerla da possibili danni.
Questa, per sommi capi, la storia del Mamozio.
Tornando a noi Mondragonesi, nella nostra quotidianità, quando e perché usiamo questo termine?
Quando ci capita di venire in contatto con una persona dalla faccia da ebete, che non proferisce parola e non si smuove, “ nun se sfriccica e nun pipiteja” e non dà segni di aver capito. Come potremmo definire tale persona senza ricorrere a tanti aggettivi e giri di parole ma in maniera efficace ed istantanea? Ci viene spontaneo dire: - Ma da dove è uscito “stu mamozio”? E che soddisfazione dirlo così , ovviamente non per offendere ma solo per scherzare.

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venerdì 1 luglio 2022

LA MADONNA DELLE GRAZIE AL VESCOVADO


Il 2 luglio ricorre la festività della Madonna delle Grazie, che ha sempre avuto grande rilevanza nella tradizione mondragonese.

La statua si venera nella cappella che sorge all’angolo di via IV Novembre, che fu realizzata nel 1847 come luogo di sepoltura, come attesta la lapide incastonata nel pavimento, dalla famiglia Brodella, il cui figlio sacerdote, don Giuseppe Brodella, fu il primo amministratore della cappella, all’epoca insignito del titolo di “cappellano regio”.

A lui seguirono due sacerdoti passionisti in famiglia, Gennaro e Alfonso Brodella. L’ultimo amministratore della cappella in ordine di tempo è stato don Amato Brodella, per molti anni sacerdote a Carinola, che portava il nome anche dei due precedenti sacerdoti Gennaro e Alfonso.

All’ epoca della sua ordinazione sacerdotale, nel 1960 ricevette dal notaio Ronza l’ atto di proprietà della cappella ed era lui che ne sosteneva tutte le spese.

(Le notizie mi sono state riferite da don Amato Brodella nel 2018, quando era ancora in vita)

La famiglia Capuano, cha abita a ridosso della cappella, si occupa della pulizia e di tenere la chiesetta aperta al culto dei devoti, di tutte quelle persone che ogni giorno passano a recitare una preghiera, ad accendere la candela oppure a portare in segno di ringraziamento fiori e piante o qualche fiocco rosa o celeste per la nascita di qualche bambino.

Il piccolo ambiente a forma quadrangolare presenta un’unica navata. Nella zona dell’altare, sulle pareti laterali sono ricavate due nicchie mentre nell’abside c’è un altare con una nicchia soprastante che ospita la statua della Madonna delle Grazie. Al di sopra si legge la scritta: In me omnes gratiae cioè In me (sono) tutte le grazie.

Nella devozione popolare si conosce bene il ruolo di intercessione che Maria opera tra l’uomo e Dio, si sa che Maria è la Regina di tutte le grazie, la nostra Avvocata, è Colei che intercedendo per noi presso Dio fa sì che Egli ci conceda qualsiasi grazia , difatti si ritiene che nulla Dio neghi alla Vergine Santissima.

Attualmente nella cappella si recita il Rosario nel mese di maggio.

Ogni anno si celebra il Triduo in onore della Madonna nella Cappella, poi nel giorno della festa, la statua viene portata al Vescovado, dove si celebra la Messa e poi, in processione, ritorna alla Cappella.

Quest'anno, per evitare assembramenti, essendo la Cappella troppo piccola, il Triduo si è tenuto al Vescovado.





lunedì 27 giugno 2022

CICCIGLIU ‘NDRIZZ

                                                     
                                                   

Tra le persone che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria popolare mondragonese ce n’è uno, in particolare, che ha segnato un’epoca, che ha guidato e consigliato con competenza i suoi compaesani, Ciccigliu ‘Ndrizz, il cui vero nome era Francesco Fontana.
Chi non lo ricorda alle processioni pasquali, sempre in prima fila, cantare, a squarciagola e accoratamente, ad una sola voce con il popolo, le toccanti parole dei nostri canti della Via Crucis?
Abitava a “ri Crapar” un po’ dopo la chiesa del Vescovado, in via V. Emanuele, ha lavorato per diversi anni nel panificio Rota ma, insieme alla sorella Concettina, confezionava abiti per le processioni pasquali e abiti da cerimonia.
Quando nelle famiglie ci si doveva preparare per un matrimonio e ci si teneva a far bella figura, sapendo di non aver molta esperienza nell’ organizzare al meglio l’evento, tutti consigliavano: - Chiamate a Cicciglij , chiglij ‘ndrizz ‘ndrizz! (Chiamate Francesco, lui vi indirizza) ed è proprio da questo che deriva il simpatico soprannome.
E lui proprio questo faceva: indirizzava, consigliava , suggeriva perché era competente in molti campi, essendo dotato di un ingegno multiforme e versatile.
Un tempo si dava molta importanza alla festa della promessa di matrimonio, “ru ra parol”( il dare parola) e lui indicava per filo e per segno come andava apparecchiata la tavola, dove sistemare i calici per brindare, i tovaglioli, i confetti, i dolci e così via. Era lui che dava il giudizio sull’abito della sposa , che consigliava l’abito più adatto a lei, che curava l’organizzazione del ricevimento, niente sfuggiva alla sua supervisione.
Ci si recava da lui anche per un semplice consiglio, e lui, sempre disponibile: - Cummarè, ata fa accussì….ììì! Non solo, essendo amabile e garbato, amico di tutti, combinava anche matrimoni e metteva pace nelle famiglie e tra marito e moglie.
Collaborava con Giovannina, detta “a vamman”, la sarta che confezionava abiti da sposa, nella sartoria, che ora gestisce Emilia Vellucci, Emil mode, che ha continuato la tradizione.
Giovannina non faceva niente senza la consulenza di Cicciglio, era lui che presenziava alle prove di abiti importanti per verificarne la perfetta vestibilità e correggere eventuali difetti.
Per quanto riguarda le processioni pasquali, poi, c’è da dire che da lui è iniziato tutto. Fu proprio lui , che dopo la fine della seconda guerra mondiale, incominciò a recarsi a Napoli per comprare oggetti sacri quali incensieri, calici per la chiesa del Vescovado, su commissione del parroco. Era quella la sua parrocchia, che frequentava assiduamente e dove suonava l’organo.
Anche quando si facevano i Sepolcri era lui che andava a comprare i fiori e a sistemarli in base a sfumature e tonalità in maniera aggraziata per adornare degnamente l’altare della Reposizione.
Incominciò a portare a Mondragone le stoffe pregiate con cui si confezionavano gli abiti delle Madonne e dei Santi: seta, raso, taffettà, cady, velluto, galloni dorati per orlare e impreziosire.
Iniziò così a confezionare gli abiti dei primi Angeli e poi a progettare e a costruire le ali, modellandole in fil di ferro spesso, realizzandole di diverse misure, in base al fisico del bambino che le doveva indossare.
Le ali venivano fissate a due semicerchi in fil di ferro, piegati in modo da formare una sorta di tracolle come quelle di uno zaino, che venivano appoggiati sulle spalle del bambino, ovviamente imbottiti e ricoperti di stoffa. Succedeva, però, che le tracolle realizzate in questo modo potevano scivolare dalle spalle e cadere e così la sig.ra Emilia, che continua la tradizione, ha ideato una sorta di zainetto a cui vengono fissate le ali, che il bambino indossa molto più comodamente e le ali non possono cadere.
Le ali , poi , venivano ricoperte di raso bianco e di paillettes ma poi con il tempo impreziosite da piume di oca, di anatra e di struzzo, che tutt’oggi arrivano da una ditta di Firenze ad Emilia Vellucci.
Oltre agli abiti per gli angioletti, un po’ alla volta cominciò a confezionare anche quelli per l’Addolorata, quelli per Gesù, che veniva rappresentato come Gesù Risorto, Gesù nell’ Orto degli Olivi, Gesù coronato di spine e con la croce, abiti per la Veronica, per i vari personaggi: le ancelle, le pie donne, i soldati, i centurioni ecc. Ogni personaggio veniva disegnato e studiato nei minimi particolari , nell’abito, nel portamento, negli accessori, negli oggetti che maggiormente li identificavano.
Si faceva preparare la struttura delle ali da Ninando , Ferdinando Santoro, idraulico ed elettricista, che aveva un negozio vicino alla chiesa di S. Francesco.
Anche Ninando era molto ingegnoso nel costruire ali di Angeli e di Arcangeli, sempre su indicazione e su progetto di Cicciglio ma non solo, preparava, ad esempio, il corpetto di S. Michele Arcangelo, l’elmo con il cimiero, calzari, scettri e corone per regine della Bibbia, corone di spine, croci e crocette di varie misure, insomma si ingegnava a creare tutto quello che poteva servire; c’erano anche altri che collaboravano, chi dipingeva, chi ricamava, ieri come oggi, insomma c’era tutta una sorta di artigianato creativo, in cui ognuno metteva a disposizione i propri talenti per rendere la processione sempre più bella e questo è senza dubbio un vanto per la tradizione mondragonese.
Sicuramente la bellezza e la preziosità degli abiti dei personaggi ha poco a che vedere con la fede ma è bello vedere lo spirito di collaborazione e l’impegno di tante persone, che sta a testimoniare come il popolo mondragonese viveva e vive tuttora e partecipa con devozione al mistero della Passione e Morte di Gesù.
Era sempre Cicciglio che preparava i quadri della Passione che vengono portati in processione, arricchendoli con una base di velluto, rifinita con gallone dorato e abbellito con i fiori.
Oggi definiremmo Ciccigliu Ndrizz un influencer d’altri tempi, ma non solo, un personaggio dalle mille sfaccettature, un artista, uno stilista, un sarto, un inventore, un maestro di eleganza e di bon ton , un fine conoscitore del Galateo, in conclusione una persona fenomenale a cui noi Mondragonesi dobbiamo tanto.
Ringrazio Maria Miraglia per le informazioni fornitemi e per avermi fatto notare come la figura di Cicciglio sia stata significativa nella cultura mondragonese , allo stesso modo ringrazio la sig.ra Emilia Vellucci e la sig.ra Antonietta Sorrentino per le ulteriori informazioni al riguardo.
(Le foto mi sono state gentilmente fornite dalla signora Enzina Sessa)







giovedì 23 giugno 2022

LA MAGICA NOTTE DI SAN GIOVANNI


Il 24 giugno la Chiesa festeggia la Natività di san Giovanni Battista, fissata secondo la tradizione religiosa a sei mesi prima della nascita di Cristo. E’ l’unico santo di cui si festeggia la nascita, secondo la carne, oltre a Gesù e alla Madonna. Il “dies natalis” dei Santi, infatti, quello nel quale vengono ricordati nel calendario, corrisponde al giorno della loro morte perché morendo, essi nascono alla vita eterna.
La sua festa cade quasi in corrispondenza del solstizio d’estate, quando la natura è nel massimo rigoglio e poiché nell’antichità la società contadina traeva dall’agricoltura l’intera ragione di vita, attorno a questa ricorrenza la tradizione popolare ha creato tutta una serie di riti propiziatori, credenze magiche, riti di purificazione, raccolta di erbe magiche ecc.
San Giovanni, dunque, è la festa solare per eccellenza , la vittoria della luce sulle tenebre, del bene sul male. Nella tradizione popolare europea la notte di san Giovanni viene considerata una notte particolare, la notte magica per eccellenza, una notte carica di presagi, in cui la natura parla agli uomini e al mondo.
In molte località in questa notte si accendono falò come rito di purificazione, per propiziare buoni raccolti e per cacciare streghe e demoni.
Secondo le tradizioni nordiche è in questa data che il mondo naturale e soprannaturale si compenetrano , è il tempo in cui i pianeti e i segni zodiacali concorrono a caricare di virtù le pietre e le erbe. La terra si imbeve di strani influssi; le erbe medicinali, madide di rugiada, acquistano maggiore efficacia, si caricano di magici poteri e possono guarire le malattie.
L’uomo è pronto, in questa notte, ad accogliere la potenza della natura per farla propria. E’ la notte della rugiada e delle erbe, che in questa notte sono miracolose: l’iperico o erba di san Giovanni, la ruta, che come recita un proverbio mondragonese “ogni male stuta”, la salvia contro il mal di pancia, la menta contro l’influenza, il rosmarino contro la calvizie ecc.
E’ la notte in cui si raccolgono le noci ancora verdi per fare il nocino, detto anche “elisir di san Giovanni”. Le noci andavano e vanno messe ancora oggi in infusione nell’alcol fino alla notte di san Lorenzo, il 10 agosto per essere poi filtrate e zuccherate. E’ in questo periodo che a Mondragone, maturano le cosiddette “melelle di san Giovanni”, piccole mele di colore verde , che non si trovano in commercio, sono esclusiva di quei pochi contadini che hanno conservato qualche albero di questi frutti dolcissimi e quasi dimenticati.
La notte di san Giovanni viene definita anche la notte delle streghe, che secondo la tradizione pare prendessero il volo per andare a caccia di anime e per recarsi al grande raduno di Benevento, dove tutte danzavano attorno all’albero di noce; il loro detto magico, ripetuto anche da noi, alla partenza, era: “Sott’acqua e sotta vient sott a noce de Beneviento” . Un tempo a Mondragone per evitare che una strega potesse entrare in casa, si posizionavano dietro all’uscio di casa un sacchettino pieno di sale o una scopa in modo che la megera era costretta a contare granello per granello o filo per filo della scopa, così si faceva giorno e doveva andare a nascondersi.
In passato questo giorno era considerato sacro al pari di un capo d’anno e da qui l’usanza di trarre presagi e prevedere il futuro. Tante sono le forme di divinazione legate alla notte di san Giovanni , quasi tutte vertevano sull’indovinare qualcosa del proprio futuro amoroso e matrimoniale. Qui a Mondragone, come anche in altre località, si usava versare il piombo nell’acqua, che si raffreddava velocemente e dalle forme assunte si traevano previsioni sul futuro oppure si metteva un albume d’uovo in mezzo bicchiere d’acqua e la mattina dopo qualche persona esperta interpretava la forma che aveva assunto, traaendone previsioni per il futuro.
Altro simbolo della notte di san Giovanni è la rugiada, che ricorda il Battesimo impartito dal Battista nel Giordano a Gesù.
Inoltre, la figura del Santo, che ha battezzato Gesù, ha dato origine, nel tempo, alla figura del “compare” o “padrino” di Battesimo e di Cresima e di Matrimonio , caratterizzando quella forma di parentela spirituale che in molte parti d’Italia viene definito Comparatico, volgarmente detto anche “sangiovanni”.
Esso ricorda il vincolo sacro stabilitosi tra Gesù e san Giovanni nel fiume Giordano, un rapporto spirituale che non deve essere mai tradito; la violazione di siffatto legame è ritenuta, nella tradizione popolare, sacrilega e meritevole di terribili castighi. Si può dire che i compari erano gli amici più veri perché si sceglievano di propria volontà sia per affinità di vedute , di sentimenti, per quel feeling che a volte si viene a creare tra le persone con cui si sta bene in compagnia e a cui ci si vuole legare.
Diventare compari significava essere legati alla reciprocità, promettersi favori e assoluta disponibilità in ogni tipo di circostanza. Qui a Mondragone si invitavano i compari per l’uccisione del maiale, che richiedeva tanto lavoro; con i compari ci si scambiavano giornate di lavoro nei campi, quando moriva qualcuno della famiglia, i compari portavano “ru cuonsolo”, cioè preparavano il pranzo per i familiari del defunto e così via.

sabato 18 giugno 2022

LA PROCESSIONE DEL CORPUS DOMINI: TRA FEDE, SIMBOLOGIA E TRADIZIONE

 


Quando viene la festa del Corpus Domini, a Mondragone si fa una delle processioni più belle e sentite, la più solenne in assoluto, a cui partecipa tutta la comunità. Si tratta di una festività ufficiale della Chiesa, che ha lo scopo di onorare degnamente il sacramento dell’Eucarestia. Il sacerdote porta in processione il sacro “simbolo”, un’Ostia consacrata, racchiusa in un ostensorio, esposta alla pubblica adorazione, sotto un baldacchino finemente ricamato. E’ Gesù che passa per le strade, proprio Lui vivo e vero, presente nel Santissimo Sacramento ed è un paese intero che si mobilita per onorarLo e accompagnarLo sotto le specie dell’Ostia Santa. Una volta questa festa “di precetto” veniva celebrata il giovedì della seconda settimana dopo la Pentecoste , 60 giorni dopo la Pasqua, il che corrisponde al giorno dopo la Santissima Trinità. Nel 1977, in Italia, la Conferenza Episcopale Italiana decise di spostare i festeggiamenti alla seconda domenica dopo la Pentecoste. Qui a Mondragone si faceva la processione il giovedì mattina e si ripeteva il giovedì seguente, di pomeriggio, nella cosiddetta Ottava del Corpus Domini. Allora come oggi si allestivano lungo il tragitto gli altarini, molto più numerosi un tempo rispetto ad oggi, ovunque la devozione popolare lo riteneva opportuno e dove il sacerdote poggiava l’ostensorio e faceva sostare il Santissimo per pochi minuti e impartiva la benedizione; oggi gli altarini si allestiscono solo in prossimità delle chiese e uno alle Crocelle. Si tratta di altarini realizzati dalla gente del rione con coperte e lenzuoli di lino, fiori e ceri. Quando il Santissimo sta per arrivare in prossimità della chiesa, le campane suonano a festa, il sacerdote impartisce le benedizione; poi, tra canti e preghiere il corteo riprende il cammino. Al passaggio del Santissimo Sacramento è tradizione far sventolare dai balconi le più belle coperte e tovaglie di lino, finemente ricamate, i pezzi più pregiati del corredo della sposa di casa e vengono lanciati dall’alto petali di fiori. Come vuole la tradizione, per ogni strada dove deve passare il Santissimo, le donne preparano cesti di vimini colmi di petali di fiori colorati, misti ad erbe profumate, quali la mortella, la menta , la ruta, raccolta sulla nostra montagna, l’erba cedrina e li spargono festosamente a terra, formando un tappeto naturale e profumato, sul quale può passare degnamente il Corpo del Signore. Negli ultimi anni viene preparata l’Infiorata, molto bella anch’essa, con l’utilizzo di fiori e tappeti di segatura colorata con la raffigurazione di immagini sacre. Fortemente simbolico è anche lo stendardo della Congrega del Giglio, in cima al quale vengono appese le primizie, i frutti della terra mondragonese, non ancora maturi ma offerti in segno di gratitudine e di ringraziamento: il grappolino d’uva ancora acerba , che sta appena per colorire, le pesche, i primi ficoni, le pere durette e piccoline, le melelle di san Giovanni. Alla processione partecipano, nell’ordine: la banda, l’Azione Cattolica, i Movimenti, le due Congreghe del Carmine e del Giglio, le parrocchie, ognuna con il proprio stendardo, i sacerdoti, che a turno portano l’Ostia Santa, il sindaco, attorniato dai consiglieri comunali, carabinieri e guardie municipali, dietro seguono i fedeli. E’ in questo modo che la processione si snoda per le strade del paese e il popolo mondragonese, adora e rende omaggio al mistero di Cristo che ci ha amato di un amore tanto grande da donarci se stesso in cibo. La processione, poi, si conclude nella piazza principale, piazza Umberto, dove da un altare posto in alto su un palco il sacerdote impartisce la benedizione finale.

lunedì 13 giugno 2022

IL RESPONSORIO DI SANT’ANTONIO

Sant’Antonio è famoso anche come il Santo che aiuta a ritrovare le cose perdute. Questa particolare venerazione ha sicuramente origini popolari ma è anche da ricercare nel Responsorio latino , la preghiera più famosa recitata o cantata in suo onore. Secondo la tradizione popolare se, recitando il Responsorio, dall’inizio alla fine, non si verifica alcun intoppo, l’esito per il quale si prega sarebbe favorevole e viceversa. Di certo la preghiera non va considerata come una formula magica, bensì va recitata con umiltà e senza alcuna pretesa assoluta di ottenere qualcosa. Il Responsorio è una preghiera così popolare da essere conosciuto in tutto il mondo. Eccone la versione in italiano:

“Se chiedi i miracoli, eccoli: la morte, l’errore, le disgrazie, il demonio e la lebbra vengono messi in fuga; gli ammalati si alzano sanati, il mare si calma, i ceppi si aprono. Giovani e vecchi pregano e ritrovano nuovamente le membra e tutto ciò che hanno perduto. I pericoli periscono, cessa la necessità; parlino tutti coloro che l’hanno sperimentato. Lo dicano i Padovani.”
A Mondragone , fino a pochi anni fa, c’era l’usanza, quando una donna doveva partorire, che una persona di famiglia si recasse nella chiesa di san Francesco e facesse suonare il Responsorio a sant’Antonio: 13 rintocchi di campana e la recita del responsorio e di altre preghiere recitate da un frate della chiesa. E’ una tradizione portata a Mondragone dai monaci e molto sentita dal popolo ed è un peccato che sia andata perduta in quanto con essa si metteva la mamma e il bambino sotto la protezione del Santo in un momento così difficile e delicato come quello del parto. Si sa che sant’Antonio ha sempre avuto una particolare predilezione per i bambini. Nella sua biografia si raccontano tanti miracoli compiuti in loro favore ma la tradizione di porre i bambini fin dalla nascita sotto la sua protezione è nata da un episodio della vita del Santo: sant’Antonio si trovava ad Assisi per intervenire al Capitolo Generale. In quei giorni una devota donna, temendo di morire per il suo parto pericoloso, mandò a chiamare qualche frate affinché andasse a visitarla e a confortarla. Fu scelto Antonio, che in quel consesso godeva di fama di santità e di prodigiose operazioni. Egli andò e ispiratole coraggio, le disse che avrebbe partorito un figlio maschio, il quale si sarebbe vestito da frate minore, sarebbe passato tra gli Infedeli a cogliere la palma del martirio, della quale egli non era stato degno. La profezia si avverò ai tempi debiti. La donna partorì un maschio, che poi si fece frate con il nome di Filippo. A 50 anni fu mandato in Oriente insieme ad altri compagni. Poiché incoraggiava i compagni a resistere e a non rinnegare la propria fede, il sultano gli fece tagliare la lingua e le dita e lo fece scorticare vivo, condannando a morte anche i compagni. I loro corpi benché insepolti per molto tempo anziché fetore,emanavano una soavissima fragranza. (tratto da “ Vita di S. Antonio di Padova taumaturgo portoghese” dell’abate Emmanuele de Azevedo libro I cap. XXVI)

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martedì 7 giugno 2022

I COMIZI ELETTORALI NEL PASSATO

Cari amici, da una collaborazione con Maria Miraglia, dal confronto di ricordi comuni, è nato questo post:

COM’ERANO BELLI I COMIZI ELETTORALI DI UNA VOLTA A MONDRAGONE
Siamo quasi al termine della campagna elettorale a Mondragone. Di comizi ce ne sono stati tanti, di diversi candidati e di diverse coalizioni, tutti animati da lodevoli intenzioni di migliorare le sorti del nostro paese.
Una volta il teatro di questi appuntamenti preelettorali era quasi sempre la piazza Umberto I, l’agorà, il centro, il cuore pulsante del paese. Da balconi di case private i candidati si rivolgevano ai cittadini mentre l’orario e il luogo veniva anzitempo comunicato a mezzo manifesti, volantini, passaparola o addirittura c’era chi, fornito di megafono, girava in macchina per i vicoli e le vie della città, animando così la platea dei votanti.
E con quanta forza, coraggio, passione, i candidati si preparavano ad incontrare e a convincere gli elettori e fra questi: sostenitori, indecisi, curiosi. Erano vere e proprie sfide “a chiedere il voto”.
Esponevano i candidati chiaramente, con un ritmo e tono di voce sicuro e deciso le idee, i programmi, i progetti che intendevano realizzare per migliorare la vita della città.
A volte leader di partito a livello nazionale venivano ospitati ed esprimevano il loro supporto ai candidati e al programma, tra cui, ad esempio, il senatore Bosco a sostegno della DC.
Capitava anche una concomitanza di comizi per cui i cittadini elettori si dimenavano tra un comizio e l’altro.
Sono rimasti memorabili i comizi di Nicola Stefanelli, l’oratore poeta, la figura carismatica, che incantava letteralmente gli elettori in una piazza gremita fino all’inverosimile.
Alla fine del comizio i suoi appassionati sostenitori erano soliti portarlo sulle spalle fino a casa, al palazzo ducale, in trionfo.
Il professor Mario Conte, poi, esponente del Partito Liberale Italiano, convinceva i suoi elettori dal balcone della sua casa paterna, in viale Margherita.
E le donne?
Anche loro partecipavano animatamente alle tornate elettorali…eccome!
Tra i vari aneddoti si racconta che a via Campanile, nei pressi della vecchia chiesetta di S. Rufino, si fronteggiavano due famiglie: quella della “Cancellesa”, titolare di un negozio di corredo, simpatizzante della DC di Camillo Federico e le sorelle de Pascale, dette “Le orfanelle”, sostenitrici del partito Liberale di Conte.
Quando le elezioni venivano vinte dalla DC e quindi da Federico, la simpatica Cancellesa metteva fuori dalla porta bene in vista una frasca di limone come per dire alle avversarie: - Tié, magnat o limon!
Quando invece Federico perdeva e vinceva Conte, le sorelle De Pascale, che neanche scherzavano, mettevano un disco a tutto volume, che si sentisse in tutto il vicinato, di Jean Francois Michel. La canzone, dedicata al candidato uscente, diceva: - Fiori bianchi per te, che te ne vaiii!
E oggi?
Solo e solamente semplici incontri elettorali, dove i cittadini partecipanti assemblati in locali al chiuso e poco all’aperto, si convincono al voto.
E’ notizia di queste ultime ore il confronto pubblico tra i sette candidati a sindaco per mercoledì 8 giugno alle 20, 30 presso il nostro Palazzetto dello Sport.
Si ringraziano gli organizzatori per questo grande segno di democrazia.
In bocca al lupo ai candidati e che vinca il migliore!



mercoledì 1 giugno 2022

A CAMILLUCCIA

 A Mondragone, in piazza Umberto, dove inizia la via del Santuario, sulla sinistra, ancora si può vedere la sartoria di Giovanni Coppola, un tempo detta “ A CAMILLUCCIA” perché lì si riunivano i sostenitori di Camillo Federico, autorevole personaggio politico mondragonese, esponente del vecchio partito della Democrazia Cristiana.                               

Fu sindaco di Mondragone per diversi anni, eletto per due volte alla Camera dei Deputati e infine Presidente della Mostra d’ Oltremare di Napoli.

Si racconta che lì gli amici si ritrovavano a trascorrere le loro serate a parlare delle sorti di Mondragone e di come sognavano il loro paese ma non disdegnavano neanche di parlare del più e del meno.
Quando qualcuno se ne andava poteva capitare che gli altri si mettessero a sparlare del malcapitato, come, di solito, succede un po’ dappertutto perché è proprio l’essere umano, in generale, che è molto portato ad osservare e a dare giudizi in continuazione su eventi, situazioni e persone e niente sfugge agli intransigenti giudici.
Per questo motivo tra quelli che andavano via, qualcuno scherzosamente diceva: - Nuje mo ce ne jamm, me raccumann, mo che ce ne jamm, trattatece buon che nuje simm bravi vuagliun! 
Traduco per gli amici non Mondragonesi: - Noi ce ne andiamo, mi raccomando, ora che ce ne andiamo, trattateci bene, cioè non parlate male di noi, perché noi siamo bravi ragazzi!

( Ringrazio l’amica Maria Miraglia, attenta testimone di un passato non troppo lontano di cui si ritrova ad essere ironica e spassosa narratrice).



sabato 28 maggio 2022

I RITI DELL’ASCENSIONE: L’ ACQUA DI ROSE E IL RISO AL LATTE


L’ Ascensione è una solennità che cade 40 giorni dopo Pasqua e riveste notevole importanza nella liturgia cattolica perché segna la fine del soggiorno terreno di Gesù, il quale, dopo la sua Passione, Morte e Resurrezione, si mostrò agli Apostoli e alle donne per un periodo di 40 giorni; poi ascese al cielo, concludendo la sua permanenza terrena.

Un tempo, nell’antica società contadina, la gente conferiva a questo giorno una particolare “sacralità” e come in tutti i giorni festivi non era consentito fare lavori servili.
A testimonianza di ciò c’è un proverbio abruzzese che assicura che in tale giorno “neanche gli uccelli capovolgono l’ uovo” ; in tale giorno, cioè, non lavorano neanche gli uccelli.
Nel momento in cui Gesù ascendeva al cielo, distaccandosi dalla terra, si avvertiva o meglio si “percepiva” maggiormente quel misterioso collegamento delle forze celesti con la Terra, quel rapporto di congiunzione e di comunicazione tra cielo e terra.
La festa cadeva proprio a primavera inoltrata, in un periodo di grande floridezza della natura, e l’acqua e il latte diventarono, nel tempo, simboli di rigenerazione e purificazione.
Secondo la tradizione, a Mondragone, la sera della vigilia dell’Ascensione, veniva lasciato un bacile colmo d’acqua con tanti petali di rose e foglie verdi profumate su un balcone o sul davanzale della finestra: si credeva che Gesù, alla mezzanotte, salendo al cielo accompagnato dagli Angeli, benedicesse quelle acque.
Al mattino tutti i componenti della famiglia venivano invitati a lavare il viso in quell’acqua fresca e profumata, in segno di purificazione, un gesto simbolico che nonne e mamme ci hanno tramandato nel tempo, una tradizione, che, però, è andata progressivamente esaurendosi.
Nel giorno dell’ Ascensione, inoltre, c’è chi ancora usa, a Mondragone , mangiare per devozione e per tradizione il riso al latte, con zucchero e cannella. Si tratta di un’ usanza antica, pervenuta a noi da altri paesi.
Anticamente poiché nel giorno dell’Ascensione agli uomini non era consentito lavorare, in Basilicata, nell’Irpinia e nel Cilento, il latte non veniva lavorato e i pastori per devozione lo distribuivano gratis ai compaesani al fine di dare la possibilità a tutti di cucinare i cosiddetti “tagliolini dell’Ascensione”, con zucchero e cannella.
C’era la credenza popolare che tenerne per sé anche solo una goccia poteva causare la sterilità delle bestie.
La tradizione si è diffusa nel tempo anche in altri paesi, come nel nostro, dove i tagliolini sono stati sostituiti dal riso.
Probabilmente anche il latte, che è un alimento fondamentale per lo sviluppo e la salute del bambino, ma anche rilevante nella dieta dell’adulto, con il suo candore, in occasione dell’Ascensione, veniva visto simbolicamente come elemento purificatore per la crescita spirituale della persona.


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giovedì 19 maggio 2022

RU MARITU IAUTU IAUT, A MUGLIERA VASCIA VASCIA



"RU MARITU IAUTU IAUT, A MUGLIERA VASCIA VASCIA,

RI FIGLI NIRI NIRI, RI N(I)PUT BIANCHI BIANCHI"

Si tratta di un indovinello mondragonese, proposto da Clara Ricciardone, attenta conoscitrice della nostra tradizione.
I Mondragonesi, quando non c’era la TV, si sbizzarrivano con la fantasia e la creatività, anche nel creare indovinelli.
Il marito alto alto era il pino, la moglie bassa bassa era la pigna, i figli neri neri erano i pinoli con il guscio marrone scuro e i nipoti bianchi bianchi erano i pinoli bianchi senza il guscio, insomma una sorta di famiglia

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martedì 10 maggio 2022

MARIA E IL MORTO

Mia madre era una persona umile e schiva, di una bellezza semplice, senza fronzoli. Aveva due occhi azzurrissimi che quando ti guardavano t’avevano bell’e sistemato nel senso che al volo riusciva a cogliere l’essenzialità della persona, che aveva davanti.
Era abilissima nel fare i calcoli a mente, quando c’era da fare i conti; mentre mio padre, che faceva il mediatore, diceva: - Allora tanti quintali per tale prezzo, lei già dava la risposta, anticipandolo sempre.
Se succedeva qualcosa in famiglia, mentre noi cominciavamo a chiederci come e quando, lei era già arrivata alla conclusione, come facesse non si sa.
La vita non era stata tanto magnanima con lei e le aveva presentato varie difficoltà, che lei ha sempre sopportato cristianamente, anche troppo, senza aver avuto mai il coraggio, qualche volta, di mandare qualcuno a quel paese, anche quando sarebbe stato necessario.
Soffriva e si addolorava non solo per sé ma sinceramente per chiunque, non c’era finzione in lei, era proprio così come la si vedeva, pura nei sentimenti e nell’animo.
Aveva paura di soffrire o di vedere soffrire, tanto che a noi figli diceva: - Se succede qualcosa, non me lo dite perché io non ce la faccio! Si voleva autoproteggere per così dire ma la vita non fa sconti a nessuno.
Un giorno morì un giovane di una traversa di via Trento e per fare le esequie dovevano portarlo alla chiesa di S. Francesco, passando obbligatoriamente per via Elena, cioè davanti alla nostra casa.
Lei, appena lo venne a sapere, disse: - Ah, no no …., nu ru voglio veré, nu lu pozz suppurtà!
Allora un po’ prima dell’orario stabilito, se ne uscì di casa per evitare il doloroso coinvolgimento emotivo.
Prima venne a casa mia e si intrattenne un po’, poi si avviò per via Giardini e svoltò a via Caserta, camminando piano piano, a passo di formica per maggiore sicurezza, per dare tutto il tempo al Morto di passare, senza che lei lo vedesse.
Ad un certo punto, verso metà strada, voltandosi indietro, che cosa vide? La bara bianca del giovane, portata a spalla dagli amici e tutto il corteo funebre dietro.
Per un ultimo gesto di affetto, gli amici, prima di portarlo in chiesa, avevano fatto il giro per via Caserta, per portarlo a passare davanti al bar, che lui frequentava.
Siccome lei camminava lentamente e il corteo procedeva a passo più sostenuto, il Morto la sorpassò addirittura e lei si trovò dietro, costretta a vedere tutto.
( Questo episodio, pur essendo autobiografico, racconta un fatto successo a Mondragone e tutto ciò che è successo qui, appartiene a questo territorio).

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martedì 3 maggio 2022

La raccolta dei fagiolini

Il mese di maggio era un mese davvero impegnativo ed operoso per i contadini mondragonesi poiché in esso avveniva la cosiddetta “raccolta dei fagiolini”.
Era un periodo in cui il contadino riponeva tutte le sue speranze di guadagno dopo il lungo inverno per far fronte alle spese della famiglia, per saldare debiti, per preparare il matrimonio di un figlio, per fare progetti per il futuro.
Bisogna ricordare che quando l’unica occupazione della famiglia era l’agricoltura, bastava una grandinata, un periodo di siccità o di pioggia eccessiva per rovinare un raccolto e perdere un anno di fatiche e mettere a rischio la sopravvivenza del nucleo familiare.
I fagiolini, un tempo, erano il prodotto “di nicchia” , l’eccellenza del territorio mondragonese. Si cominciarono coltivare nel primo dopoguerra e le varietà conosciute erano i Boby e i Meraviglia mentre i fagiolini lunghi, detti Gentili, si producevano in piccole quantità solo ad uso familiare.
Venivano esportati nei mercati del Nord Italia ed erano molto rinomati e ricercati; quando la Sicilia ancora non li esportava , tutti i fagiolini che arrivavano al Nord provenivano da Mondragone e dal Casertano; questo succedeva quando tutto il territorio mondragonese da Pescopagano all’hotel Sinuessa, escludendo la discesa al mare creata nel dopoguerra con i pochi lidi, era tutta una distesa di vigneti e terreni coltivati a fagiolini.
Si seminavano o meglio “si pastenavano” a fine febbraio e dopo 40 giorni circa, a marzo nascevano le piantine; quando diventavano grandicelle si zappettava intorno ad esse per rincalzare il terreno, per aerarlo e per impedire la formazione di una crosta superficiale più compatta.
Quando le piantine fiorivano e nascevano i piccoli fagiolini era il momento di irrigare ma non sempre ce n’era bisogno, dipendeva dal clima , dall’esposizione al sole e dal tipo di terreno.
Se la terra era troppo secca e assetata bisognava intervenire: con il motore si attingeva l’acqua dai pozzi e con lunghi tubi di ferro sostituiti poi da tubi di plastica, si faceva arrivare l’acqua in tutti i punti. C’era anche chi , avendo poco terreno, non aveva il motore e lo poteva affittare a ore.
Quando arrivava il momento della raccolta, ai primi di maggio ma a volte anche a fine aprile, il contadino valutava gli aiuti necessari: si faceva aiutare dai suoi familiari, anche dai ragazzini, ma se c’era bisogno si rivolgeva anche a nipoti e parenti e compari e, se necessario, prendeva a giornate anche altre persone.
Era nelle terre calde dell’ Incaldana che arrivavano i primi fagiolini , teneri, sottili e delicati e venivano pagati negli anni ‘60 fino a 5000 lire al Kg. Allora sì che i contadini mondragonesi rimpinguavano le loro finanze e progredivano dal punto di vista economico.
Si partiva la mattina presto con il buio e si arrivava in campagna prima dell’alba e si procedeva alla raccolta fino a tarda mattinata; quando il sole incominciava a picchiare forte, il lavoro era già terminato.
Ognuno si disponeva davanti al suo solco e in silenzio si dava da fare e se qualcuno più lento rimaneva indietro, le persone che stavano a destra o sinistra lo aiutavano, facendolo stare al passo con loro. Il padrone si occupava di riempire i sacchi e appena erano pronti i primi, si recava al mercato .
Non aspettava che finisse la raccolta perché i primi fagiolini ad arrivare venivano pagati sempre ad un prezzo più alto; quando poi erano in tanti ad arrivare, il prezzo scendeva.
A schiena curva, con movimenti rapidi e precisi, si raccoglievano i fagiolini badando bene a non maltrattare la pianta su cui c’erano i fagiolini più piccoli che sarebbero arrivati a maturazione nei giorni successivi.
Ad una certa ora si faceva la colazione , che veniva preparata dalla padrona per tutti ma non si indugiava perché bisognava far presto, prima che il sole diventasse troppo forte.
Il mercato si svolgeva a Piazza Bernardino Ruosi, dove era tutto un brulichio di carretti , in seguito di lambrette e c’era un gran movimento, un alveare umano: i contadini, appena arrivati si incominciavano a informare sul prezzo, i “sanzani” o mediatori osservavano la merce, patteggiavano con i contadini e compravano per conto dei proprietari dei magazzini. Ce n’erano di più bravi e simpatici nel trattare ed altri più intransigenti e imbroglioni; alla fine i contadini davano i loro fagiolini ai loro sanzani preferiti , a quelli di cui avevano fiducia, anche se dovevano guadagnare qualche lira in meno.
Nei magazzini, poi, avveniva la lavorazione e anche lì il lavoro era molto faticoso, bisognava darsi da fare nell’ “incestrare” quintali e quintali di fagiolini per preparare il camion che a una certa ora doveva partire. Si riempivano i cassettini, mettendo dentro i fagiolini alla rinfusa, ma sopra si faceva l’ “accuppatura” , cioè venivano sistemati in bell’ordine. Dai magazzini partivano verso sera i camion che portavano i nostri fagiolini nei mercati del nord Italia e la mattina presto erano già lì.
(Da questo termine deriva il detto” A fatto “accuppatura”, con il quale ci si riferisce a qualcuno che si è sempre comportato male e che ha fatto un’ultima cosa peggiore delle altre; è usato , quindi, in senso ironico)
C’era davvero tanto lavoro attorno ai fagiolini , che però hanno rappresentato la ricchezza e la prosperità del nostro paese.
A pensarci bene non doveva essere certo piacevole svegliarsi nel cuore della notte per recarsi in campagna per non parlare di quel freddo umido della rugiada, “r’acquar”da cui erano coperte le piante e che andava a bagnare gambe e braccia che faceva comunque male oltre alla stanchezza fisica vera e propria dovuta allo stare tante ore a schiena curva a lavorare.
Ma i Mondragonesi di un tempo, lavoratori instancabili, venivano abituati al sacrificio fin da piccoli, a guadagnarsi il pane e a lottare per migliorare le proprie condizioni di vita e per costruirsi un futuro migliore per cui si tornava a casa, stanchi ma soddisfatti.
Ringrazio per la foto il gruppo FB "C' ERA UNA VOLTA MONDRAGONE"

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