sabato 18 gennaio 2025

LE SCOLL ‘NFRONT

 LE SCOLL ‘NFRONT…

In passato, nell’antica società contadina, nell’abbigliamento femminile, era sempre presente un accessorio, che si usava in molte occasioni e che addirittura, doveva far parte del corredo della sposa.

Si trattava della scolla, un triangolo di cotone bianco dai lati molto lunghi.
Si avvolgeva come una fascia e si legava, stretta , intorno alla testa, se si aveva mal di testa oppure si usava per asciugarsi il sudore in caso di caldo eccessivo o di lavoro estenuante, si legava intorno alla testa a mo’ di fazzoletto o foulard .
Si usava, ad esempio, se ci si ritrovava con un braccio ingessato e bisognava tenerlo immobilizzato, visto che non c’erano i tutori che si usano oggi, veniva legata la scolla sulla spalla e dentro si infilava il braccio.
Serviva anche per tener chiusa la bocca ai defunti , la si metteva piegata a mo’ di fascia intorno al viso e si legava sulla testa, ed era piuttosto antiestetica, in verità. Oggi vengono utilizzati dei collari , che servono a questo scopo , quasi invisibili, una volta applicati.
Insomma di un semplice triangolo di cotone si facevano tanti usi, una panacea per tanti problemi.
Forse sarà per questo che ancora oggi quando una persona si vuole accingere ad un compito troppo gravoso ed eccessivo per le sue possibilità , si sente dire ironicamente, da qualcuno che lo conosce bene: - Ma si sicur? Me par che già te vec(o) cu le scoll ‘front!



giovedì 12 dicembre 2024

A SCRIPPELL

Più volte abbiamo inserito sua maestà "La Scrippella" come la tradizione mondragonese per eccellenza, questa volta presentiamo la poesia con cui Caterina ha partecipato al concorso “Salva la tua lingua locale”. Premio ricevuto il 12 dicembre 2024 e promosso dall’UNPLI, Unione nazionale Pro Loco con l’obiettivo di promuovere i tesori culturali e linguistici del nostro Paese. Caterina ha ricevuto un riconoscimento con questo lavoro, una poesia.
E’ dedicata alla SCRIPPELLA, un dolce dal valore fortemente identitario per il nostro territorio.
E’ morbido e profumato, talmente grande da non passare inosservato, un chiaro augurio di ricchezza e prosperità.
La genuinità, la bontà e quella forma a spirale beneaugurante per la fertilità degli sposi ne fanno un dolce unico e inimitabile , che solo a Mondragone si può gustare.

A SCRIPPELL
A ru paesu mij
a matin, quann iescj,
te po succer che mentr cammin
all’impruvvis accumincj a sentì n’addor
nu prufum delicat: limon, cannell, vainiglj.
Uhmm, par che te sient de svenì!
Cammin n’atu ppoc e subb(e)t capiscj:
- Stann a frije le scrippell!
Caccherun s’adda spusà...
Ma … d’addò ne ven? Da ccà? Da llà?
Nun c’è bisogn de sapé!
Bast che vaje appriess a chiglij addor
pe vic(hi) e vicarieglij .
E ropp de nu poc(o) addò te truov? E che vir?
Nu purtonu spalancat tutt addubbat:
piant, fiurj, palluncin
tavul mbiancat, tutt v(e)stut a fest
e tanta gent tutta ‘nfacennat.
Ce sta n’ammuin: chi tras, chi jesce,
chi fa gl’augurij, chi rire, chi pazzea
(nu)n se ne capisce nient.
Se ver sul che è tant l’allegria.
A femmen che frije
piglia a pasta crisciut
e chianu chian , cu na sapienza antica
a fa scegn rent a na tian chiena d’uoglij
e a gir, a gir….
E cu chella pasta morbida e prufumat
form nu curdonu nturcinat
fin a che nun se venchie a tian
ma che fin all’infinit putess cuntinuà
comme a vit, lu ben, l’amor,
che nun fernisce maj
e po a gir sott e ‘ncopp
fin a che tutta bionda e dorat adda addeventà.
A fianc(o) ce sta chi a scol
mett zuccher e cunfiett
e po ce sta chi a ‘ncart
e ri vuagliun attuorn pront pe ghì a spenzà:
- (Nu)n te scurdà a chist (nu)n te scurdà a chiglij!
Pecché a scrippell nun è sul pe gl’invitat
è pe amici, parient, cummar e cummarell
è pe tutti quant!
Si na femmena incint se trov a passà, immediatament:
- Trasit, assettatev, assaggiat!
Si se trova a passà nu furastier
pur a chiglij fann trasì
pecchè a stu paes sacra è rimast l’ospitalità!
E si chiglij avessa ricije:
- Ma ccà che sta a succer?
- No, nient, sapit, chest è na tradizion antic(a)
na festa paisan
pe augurà a ri spus ogni ben e felicità.
Insomm, pa fin da jurnat
È na vera sfacchinat!
Ma a cuntentezz è tant e l’allegrezza pur
pecché pe nu figlij che se sposa
è gioia grande!



martedì 3 dicembre 2024

MAL DE MOL, MAL DE COR!

MAL DE MOL, MAL DE COR!

 Così dicevano i nostri avi ed avevano ragione.
In realtà si sa che le patologie delle gengive sono associate alle malattie cardiache.
La fonte dei problemi sono i batteri presenti all’interno del nostro cavo orale, che causano placca e tartaro, quando non si compie un’accurata igiene orale.
Questi batteri hanno la possibilità di diffondersi attraverso il sangue e di arrivare ad altre parti del corpo.
Quando arrivano al cuore possono causare infiammazioni e infezioni e causare endocardite e infarto.
Addirittura ulteriori studi hanno indicato che c’è una relazione tra igiene orale e ictus perché l’infiammazione cronica determina la formazione di placche indurite nelle arterie, detta aterosclerosi, che rende difficile il fluire del sangue al cuore, mettendo a rischio di infarto e di ictus.
Per questo non bisogna trascurare le malattie delle gengive ed è importante usare un collutorio ad azione disinfettante e antisettica.
Anche in questo caso dobbiamo ringraziare il nostro detto, che ci mette in guardia.
Dalla nostra tradizione c’è sempre da imparare….
Ringrazio la sig. Carmela Filosa, che mi ha fatto conoscere il detto.



martedì 12 novembre 2024

LE CAPUZZELL D’ANGIULIGLJ



LE CAPUZZELL D’ANGIULIGLJ

Un pittore edile del Rione S. Angelo aveva fama di essere molto bravo e tutti lo chiamavano perché non solo era attento e curato nel pitturare la casa ma decorava i soffitti con bei rosoni affrescati, sulle pareti faceva comparire all’improvviso cornici preziose raffiguranti amorini, puttini e teneri bambini cicciottelli alati.
Solo che quando faceva queste decorazioni voleva rimanere solo.
- E comm pitt beglj, fa ciert capuzzell d’angiuliglij !!! commentavano i compaesani .
E credendo che fosse tutta opera sua, pensavano che fosse nato un nuovo Giotto o un altro Raffaello o un Tiziano. Chissà!
Erano troppo curiosi, però, e un giorno aprirono la porta e si resero conto che non era opera del suo sacco. Usava la decalcomania, una tecnica con cui un disegno può essere trasportato su una superficie da un foglio dipinto o impresso. Anche le figure scolpite venivano semplicemente incollate.
Ci rimasero un po’ male, in verità, perché ci avevano davvero creduto…
Grazie sempre alla nostra Clara Ricciardone
















venerdì 1 novembre 2024

Antica preghiera per i Defunti

La preghiera della nostra devozione popolare per i Defunti nella testimonianza 
della sig.ra Gianna De Martino



mercoledì 23 ottobre 2024

UNA RICETTA DEL RICICLO

UNA RICETTA DEL RICICLO
In questo periodo, per tradizione, si preparano le melenzane sott’olio , se ne preparano tante e in diversi modi per poterle gustare in inverno.
Mi è stato riferito che a Mondragone c’è chi utilizza anche le bucce e così ho voluto provare.
Si sbucciano le melenzane, avendo cura di lasciare anche un po’ di polpa attaccata alla buccia. Le strisce ottenute, poi, si tagliano in striscioline più strette.
Si mettono per qualche ora in acqua e sale , poi si strizzano e si fanno bollire in acqua e aceto in uguali quantità per pochi minuti.
Si scolano e si fanno raffreddare.
Si strizzano di nuovo e si condiscono con aglio, peperoncino e origano e si mettono nei vasetti di vetro, coprendole con l’olio di semi, come per le melenzane.
Io ho provato e devo dire che sono buone e croccanti e poi, a pensarci bene, è nella buccia che si concentrano i migliori nutrienti e le proprietà di quest’ortaggio.
Grazie alle massaie mondragonesi, sempre attente e rispettose dell’ambiente.
Provare per credere e … buon appetito!







domenica 13 ottobre 2024

domenica 6 ottobre 2024

OTTOBRE, IL MESE DELLE CASTAGNE

Se settembre è il mese del vino, ottobre è il mese delle castagne, un frutto che un tempo costituiva la base dell’alimentazione popolare contadina delle zone di collina e di montagna.
Le castagne, utilizzate già nell’antica Grecia e a Roma, hanno salvato intere popolazioni dalla fame quando il grano per fare il pane non era sufficiente per tutti.
Oggigiorno la ricchezza ha fatto perdere importanza a questi frutti, che erano un prodotto della povertà.
Erano considerate il pane dei poveri perché con la farina da esse ricavata, si preparavano pani dolci e salati, polenta, castagnacci, focacce ecc.
Oggigiorno, passati i tempi della fame e della carestia, le castagne hanno perduto il ruolo di cibo integratore dell’alimentazione quotidiana, non più strettamente necessario e vitale, si consumano ugualmente ma come cibo sfizioso e saporito , come spassatiempo, direbbero i Napoletani, alla fine dei pasti, come la frutta secca.
Le castagne fresche si possono mangiare arrostite, dette caldarroste, bollite con la buccia, chiamate ballotte, oppure senza la buccia esterna, dette allesse, a seconda delle zone.
I contadini di una volta nonostante non esistessero ancora i mezzi tecnologici di oggi per conservare questo frutto , erano riusciti a trovare il modo di conservarlo e di poterlo utilizzare sempre.
Uno di questi modi era la ‘nzerta, una sorta di collana, che si otteneva infilando le castagne con un ago infilato con lo spago.
Una volta ultimata la ‘nzerta, si chiudeva e si infornava nel forno caldo, all’uscita del pane.
Le spezzatelle, invece, erano castagne sbucciate e seccate al sole, venivano sgusciate con la battitura o pestatura, eseguita dagli uomini mentre a donne e ragazzi era affidato il compito della ventilatura, che consisteva nell’eliminazione della pula. Oggigiorno queste operazioni vengono eseguite dalle macchine e le castagne seccate negli essiccatoi.
A Roccamonfina c’era anche l’usanza di curare le castagne, mettendole in acqua per 7/10 giorni , poi si facevano asciugare all’ombra, girandole di tanto in tanto , mettendole nelle cassette e alternando uno strato di castagne e uno di rena da costruzione.
In questo modo si facevano arrivare le castagne fresche fino a Pasqua.
Ci sono, poi, le castagne del prete, da noi dette “murchigliane” , da Mercogliano, paese in provincia di Avellino, ricco di castagneti , dove si effettua questa lavorazione.
Secondo una leggenda il nome è legato alla storia di un prete che avendo ricevuto in dono delle castagne, per portarle a casa, le caricò su un mulo.
L’animale inciampò facendo cadere le castagne nell’acqua di un fiume. Il prete le raccolse e tornato in convento, decise di metterle in forno per farle asciugare .
Le castagne diventarono croccanti fuori e morbide all’interno. Così nacquero le castagne del prete.
Anche a Mondragone, dove le castagne arrivavano perlopiù da Roccamonfina e dalla zona di Avellino, questo frutto faceva parte dell’alimentazione popolare contadina.
La ‘nzerta e le castagne del prete venivano consumate nel periodo natalizio, come ancora oggi succede.
Le spezzatelle, invece, si trovavano e si trovano ancora oggi durante tutto l’anno, si mettevano in ammollo in acqua la sera prima e poi venivano cotte sotto forma di zuppetta oppure miste ai fagioli ma si faceva anche una minestra di riso e spezzatelle.
Le castagne fresche, se venivano cotte con la buccia erano dette “vualleri”, senza la buccia esterna “allesse”.
Le caldarroste fino a non molti anni fa venivano vendute nei punti di ritrovo più frequentati del paese come ad esempio fuori al cinema Ariston.
Per quanto riguarda le allesse, è rimasto nella tradizione popolare il ricordo di due donne dei Sabatini, che, di sera, sbucciavano le castagne e la mattina presto le mettevano a cuocere, aggiungendo sale e alloro.
Poi, con la pentola ancora fumante, giravano per i vicoli e gridavano: Allesse rosse ! Allesse rosse!
Le mamme uscivano e ne compravano 5/6 per 10/ 20 lire all’incirca e le facevano mangiare ai bambini , che dovevano andare a scuola, una sorta di merendina dolce.
Le allesse rimaste invendute, venivano messe in esposizione fuori ad un “puosto” o banco di verdure della fruttivendola, dove qualcuno le acquistava durante la giornata.
Un’altra donna si metteva seduta con la sua pentola fuori ad una salumeria della Porta di Mare proprio all’angolo di Piazza Bernardino Ruosi, nel portone a fianco c’era un asilo per i bambini e le mamme compravano per merendina ai loro bambini quattro allesse e un vuallero per 10 lire.
Anche in altri punti del paese si vedevano queste vecchine, venditrici occasionali, a volte, di allesse, ma che potevano essere broccoli, rane, ammariegli , frutta secca ecc.
Ringrazio le mie preziose fonti orali: orali: Anna Maria Patrone , Linda Papa , Clara Ricciardone Vincenzina Papa





sabato 28 settembre 2024

A Faggiolata




PER GLI AMANTI DELLA TRADIZIONE MONDRAGONESE: una poesia del mio alunno Francesco Palma con la spiegazione del detto “a visita a ru bufone”
A FAGGIOLATA
Iammucenn a faggiolata
Iamm a fa a visita a ru bufone
Ri fasuli ce mangiammo
E a casa cuntienti ce ne turnammo
Comme ricie a tradizione
A Sant’Angiulo nu vuaglione
Appenneva ru bufone pe fa spaventà agli amiconi.
Quanne vaie a faggiolata
Truove fasule e cutenelle
Vuanti e scrippellucce
E nisciuno Mundraunese ce sape rinuncià
Cu ru bufone illuminat
Ru divertimento è assicurato
Nella poesia si fa riferimento alla “visita a ru bufone”. Forse non tutti sanno che gli abitanti del rione di Sant’Angelo scelsero come simbolo il gufone , detto volgarmente bufone perché in quella zona piuttosto alta c’erano molti alberi dove si annidava il gufo, uccello notturno, caratteristico delle zone montane o forse lo scelsero per scaramanzia , visto che quest’uccello veniva considerato di malaugurio. Il detto vero e proprio nasce, però, dalla tradizione orale. Si racconta che tanto tempo fa, tre amici, uno di sant’Angelo, uno di San Nicola e uno della zona mare erano soliti uscire insieme, si recavano all’osteria e lì, dopo aver bevuto in allegria, si prendevano in giro, tra di loro, alla buona. L’amico di Sant’ Angelo, che per voce di popolo pare appartenesse alla famiglia dei “Cioci” veniva sempre insultato dagli altri due con l’appellativo di bufone e paragonato a un gufo perché nella sua zona era frequente sentire il verso dei gufi e delle civette. Il ragazzo per vendicarsi, in occasione della festa di San Michele, invitò gli amici a casa sua, uccise un gufo e lo appese fuori alla porta. Gli amici, a quella vista, rimasero piuttosto infastiditi e non gradirono molto la sorpresa. Da questo episodio è nata la tradizione della visita al bufone nel giorno di San Michele Arcangelo.

giovedì 12 settembre 2024

TEMPO DI CONTRORA

 Sperando che per quest 'anno quel caldo insopportabile sia passato ...

TEMPO DI CONTRORA
Nei caldi pomeriggi estivi, quando incombe la cosiddetta “calandrella”, cioè quando il caldo è così afoso ed estenuante da far diminuire le energie umane e mentali, è tempo di “controra”, cioè di riposo, è tempo di fare una pausa, che va più o meno dalle ore 12/13 all’incirca alle 16.
Il termine “Controra” viene dal latino “contra horas”, cioè ore contrarie all’azione e all’agire, a svolgere qualsiasi attività.
“Calandrella” , invece, viene dal verbo spagnolo “calentar” che significa riscaldare, arroventare, che a sua volta viene dal vero latino calēre, che vuol dire ardere, essere caldo.
E’ proprio nelle ore di controra il momento di cedere ad un sonnellino ristoratore finché non sia passato quel caldo asfissiante per poi riprendere le consuete attività.
Quando è tempo di controra anche per le strade non cammina nessuno, il paese sembra addormentato e tutto il mondo, umano e animale, è coinvolto nell’immobilità e nel silenzio.
A parte le cicale, che non si zittiscono mai, non si sentono cinguettare gli uccelli, i cani stremati cercano un posticino al fresco, dove distendersi, anche i gatti boccheggiano e respirano a fatica.
Nelle case, dopo pranzo e appena dopo aver rigovernato, si chiudono porte e finestre, lasciandole appena socchiuse per non permettere al caldo di entrare e per creare quella penombra e quella frescura, dove tutto è fermo e silenzio, quasi un tempo non tempo o meglio un andamento lento del tempo stesso.
Non si esce, non si alza la voce per non disturbare il riposo altrui…
Guai a disturbare quella quiete e quel riposo, nessuno si può permettere di andare a suonare senza preavviso o di telefonare, sarebbe come profanare la sacralità della controra.
Quest’usanza nasce dall’antica società contadina, che nella sua saggezza, aveva ben compreso che il caldo eccessivo di quelle ore avrebbe impedito di svolgere al meglio qualsiasi lavoro.
I contadini, infatti, andavano a lavorare al sorgere del sole ma a mezzogiorno si fermavano per mangiare e poi cercavano un posto fresco all’ombra di un albero, dove poter riposare per poi riprendere il lavoro al momento opportuno cioè quando, con il fresco, sapevano di poter svolgere al meglio le proprie attività.
Fermarsi e fare una pausa, lasciarsi andare ad un ozio che fa bene sia al corpo che al cervello, è questo il modo giusto per superare quelle ore di caldo eccessivo.
Alcuni studi scientifici hanno dimostrato che dopo il riposino della controra, le prestazioni intellettive aumentano del 34%.
Oggiorno, al contrario, nell’era dell’industrializzazione, tutto è finalizzato alla velocità e alla produttività e pur di raggiungere gli obiettivi previsti, a volte, si arriva ad una forzatura dei ritmi umani e naturali, che porta allo stress, all’ansia e ad una forte pressione mentale ed emotiva, che influisce molto negativamente sulla salute delle persone.
Diventa utile e salutare, quindi, rispettare la controra.




giovedì 29 agosto 2024

Canti per S.Antonio

I Canti della devozione popolare per S.Antonio nella testimonianza della prof.ssa Adele Papa

I Canti della devozione popolare per S.Antonio nella testimonianza della prof.ssa Adele Papa Adele Pa

Pubblicato da Caterina Di Maio su Giovedì 29 agosto 2024

mercoledì 28 agosto 2024

D(E) (E)STAT SICCA VIETT

 D(E) (E)STAT SICCA VIETT .... CHE DE VIERN SO CUNFIETT

D’estate secca i rametti della vite con i grappoli d’uva perché d’inverno gli acini diventano dolci come confetti e cioè buoni da mangiare.
Il termine “viett” , che significa rametti, è detto in questo modo per fare rima con “cunfiett”, ma in realtà il termine mondragonese originario è “vett”.
Questo detto ci riporta a quando non c’erano ancora i frigoriferi, congelatori ed altri mezzi moderni di conservazione dei prodotti agricoli.
C’era l’usanza di seccare l’uva per farne l’uva passa ma non solo, anche le bucce dei meloni per friggerle a Natale, le bucce dei fichi d’India, si seccavano i pomodori, le melenzane da mettere sott’olio, i semi di zucca, i fichi , tutto ciò che era possibile seccare per poterlo avere poi d’inverno.
L’essiccazione è stato sempre il metodo più antico di conservazione, il sole e il vento hanno permesso alle generazioni passate di preparare scorte durature di vari prodotti per l’inverno.
Si coprivano i prodotti dagli insetti con dei veli a fori piccoli , tipo tulle. Il problema era quello che la pioggia non li bagnasse e bisognava mettere tutto al sicuro prima che incominciasse a piovere.
Al calar del sole, per evitare l’umidità notturna, si ritiravano i prodotti in casa e si rimettevano al sole il giorno dopo.
Il termine “vett” viene dal latino “vectus”, che significa condotto , trasportato, che a sua volta viene dal verbo veho-is- vexi- ctum – vehere, che vuol dire condurre, avanzare, trasportare.
“Ru vett” si riferisce al ramo o tralcio della vite, che dal fusto della pianta, attaccato ad un palo, viene accompagnato con delicatezza dal contadino in una direzione e quindi condotto, trasportato, allungato ed appoggiato quasi spontaneamente su dei fili – guida, a cui si aggrappa, come si può osservare nei vigneti.
Con il tempo poi il termine è passato ad indicare anche i rami tagliati, gli scarti di potatura della vite ed anche i rami secchi.
Si dice anche “Mitt ru vett rent a ru purtus” cioè “Metti un rametto nel buco” sia per ricordarsi di qualcosa come quando per lo stesso motivo si facevano i nodi al fazzoletto ma anche come punto di riferimento.
E’ sempre bello scoprire come una semplice parola del nostro dialetto ci possa riportare indietro nel tempo, alla lingua dei nostri antenati, il latino, che ancora continua a vivere nella nostra e come questo termine ci possa catapultare all’improvviso nell’antica Sinuessa, alla coltivazione della vite, allora molto fiorente, al vino Falerno, alle nostre origini.
Grazie alla sig.ra Carmela Filosa, che mi ha spiegato questo antico modo di dire.



martedì 27 agosto 2024

ME PARE A COT(E)N NCOPP A RI CRAUN

ME PARE A COT(E)N NCOPP A RI CRAUN 
A Mondragone si usa quest’espressione per indicare una persona gelosa e invidiosa degli altri.

Viene paragonata alla cotenna del maiale quando si mette sulla brace perché questa, a contatto con il fuoco, piano piano si consuma, si incomincia a sciogliere, cigola, sfrigola, si strugge, si contorce, si deforma, diminuisce di volume e perde la sua forma originaria.
Anche la persona gelosa fa così, non riesce a vivere la propria vita perché è concentrata su quella degli altri, è sempre lì a spiare, a controllare, a fare paragoni, a puntare il dito, a disprezzare e sminuire qualcuno perché ogni successo altrui è un attacco alla propria autostima, e soffre e consuma tutte le sue energie per questo.
E’ chiaro che questo continuo confronto con gli altri nasce da un’insicurezza e insoddisfazione cronica della propria vita.
Le persone gelose lottano con sentimenti di inferiorità che cercano di compensare con la rivalità e il disprezzo altrui.
La gelosia è distruttiva perché porta a voler distruggere in ogni modo la persona che si ritiene rivale ma è anche autodistruttiva perché influisce negativamente sulla propria salute mentale.
Le conseguenze della gelosia sono: il pettegolezzo, l’insinuazione, il sabotaggio della persona che si considera nemica.
Riconoscere in noi stessi la gelosia non come un segnale di debolezza ma come un segnale dei nostri bisogni e desideri insoddisfatti porta all’autoconsapevolezza e a relazioni interpersonali più sane ed empatiche.
Certo non è facile spiegare, a parole, ciò che soffre una persona gelosa, il tormento continuo a cui è sottoposta ma non per il dialetto mondragonese che, con un paragone eloquente più di mille parole, sempre legato al mondo contadino, ci dice che la persona gelosa soffre tanto, come “na cot(e)n ncopp a ri craun”
Grazie alla sig. Carmela Filosa, che mi ha fatto conoscere questo modo di dire del nostro dialetto.

lunedì 5 agosto 2024

RER CASCA RER

 Un uomo aveva un padre vecchio ed era stanco di vederselo sempre davanti e di assisterlo. Un giorno preparò una bisaccia, mettendo dentro poche cose e lo portò sulla montagna, dove lo abbandonò.

Dopo anni , un giorno vide il figlio che stava facendo la stessa cosa, ne capì l’intenzione e chiese: - Ma pecché? E il figlio: - T’aggia purtà ncopp a muntagn!
Allora si rese conto e rispose: - Ma che staje a ffà, rer casca rer? Da na g(e)nerazzion a ‘nnat, da lu mal a lu peggio? E sp(e)zzamm(e)l sta catena!
E convinse il figlio a non ripetere il male che lui stesso aveva fatto.
L’espressione “Rer casca rer” voleva dire che quando si cade all’indietro, cioè ci si incammina sulla via del male , non si riesce a ritrovare la strada del bene e si può solo cadere sempre più all’indietro e quindi sempre più in basso. Ci vuole un atto di coraggio per risalire e per imparare, successivamente, a riconoscere e a gestire il bene e il male che sono in tutti noi.
(Racconto della sig.ra Carmela Filosa)
                     

sabato 27 luglio 2024

A IATT (NU)N ‘E’ PASSAT.....


A IATT (NU)N ‘E’ PASSAT A TEGUL (NU)N ‘E’ CARUT
A CIORTA TOJA E’ ANCOR ‘MP(E)RUT
Una donna, pur essendo ancora bella e piacente, cominciava ad essere avanti con gli anni e non si era ancora sposata perché nessuno l’aveva chiesta in sposa. Tutte le sue amiche si erano sistemate ma per lei la “ciorta”, come si diceva un tempo, non era ancora arrivata.
Un giorno decise di andare a reclamare dalla Fortuna. Incominciò a chiamarla a gran voce finché questa non le comparve davanti sotto sembianze umane, proprio come una donna.
E lei: - Furtuna mia, tutt le cumpagne meje s’annu spusat e io no! E pecché? A me che me manc(a)? Pecché a me nisciun me ricje nient?
La Fortuna rispose:- Aggi' (abbi) pacienz! A iatt (nu)n ‘ è passat, a tegul (nu)n’ è carut, a ciorta toja è ancor ‘mperut! (ferma, impedita)
La donna se ne andò senza aver capito il significato di quelle parole. Voleva aver pazienza ma il tempo passava e niente succedeva.
Così ritornò a reclamare dalla Fortuna, la quale rispose, dicendo:- Ma io che te pozz fa? A iatt (nu)n è passat… Anche questa volta la donna se ne andò senza aver capito quelle sibilline parole.
Passò un po’ di tempo e, un giorno, nell’abitazione accanto alla sua si verificò un evento.
Una gatta, passando sul tetto, fece cadere una tegola, che cadde in testa alla padrona di casa, uccidendola.
Il marito, rimasto vedovo, dopo circa due mesi, chiese alla donna di sposarlo. Ecco che si erano avverate le parole della Fortuna, si era compiuta la “ciorta”.
Questi semplici racconti della narrativa popolare mondragonese hanno sempre qualcosa da insegnarci e da rivelarci dei tempi passati.
Il primo insegnamento che ci suggerisce il racconto è che non dobbiamo aver fretta per la realizzazione dei nostri desideri, bisogna che arrivi il momento giusto per ogni cosa.
Dal racconto emerge anche la priorità delle donne di un tempo , che era quella di sposarsi. Ancora oggi, grosso modo, è così, ma qualcosa è cambiato nella società attuale perché oggi la donna non cerca solo il matrimonio ma la sua realizzazione umana e sociale, l’indipendenza economica ecc.
Dal racconto emerge anche la visione fatalistica della vita dell’antica società contadina, che imputava tutto alla fortuna, relegando la persona in una posizione passiva di aspettativa e di lamentela.
Gli antichi Romani non la pensavano così , infatti dicevano: “Quisque faber fortunae suae” e cioè “ Chiunque è fabbro, costruttore della propria fortuna” Con questo volevano dire che l’uomo è in grado di guidare il proprio destino.
E’ pur vero che non è possibile al 100% perché non tutto è in nostro potere e in certe situazioni avverse davvero non possiamo fare proprio niente.
Eppure anche in situazioni difficili si può trovare il lato positivo, che nasce prima di tutto dall’accettazione e dal sapersi adeguare alle situazioni .
A tale proposito Machiavelli diceva che La Fortuna è arbitra solo per metà delle azioni dell’uomo e l’altra metà è nelle mani di quest’ultimo, grazie alle sue capacità e al suo adeguarsi alle condizioni in cui si trova ad operare.
Diceva anche che la Fortuna è “ donna” e “volubile” e per questo, per non farla dominare , bisogna batterla e contrastarla, nel senso che, se la realtà ci mette davanti impedimenti e ostacoli di vario genere , la nostra capacità deve essere quella di andare oltre l’ostacolo, in qualunque modo, come possiamo, ognuno a modo suo, per non farci dominare e schiacciare da una realtà avversa e difficile.
Grazie alla carissima Clara Ricciardone


lunedì 8 luglio 2024

Tradizioni mondragonesi

 

Le tradizioni mondragonesi raccontate direttamente dalla voce degli interessati. Grazie infinite a Masiello Crescenzo, autore di alcune belle poesie dedicate alla Madonna Incaldana.

Pubblicato da Caterina Di Maio su Lunedì 8 luglio 2024

domenica 7 luglio 2024

Intervista a Crescenzo Masiello

 Le tradizioni mondragonesi raccontate direttamente dalla voce degli interessati.

Grazie infinite a Masiello Crescenzo, autore di alcune belle poesie dedicate alla Madonna Incaldana.


domenica 30 giugno 2024

BUONUMORE MONDRAGONESE

  Un pittore edile di S. Angelo, di carattere allegro e gioviale, era sempre in vena di fare scherzi, oggi si direbbe un buontempone.

Un giorno andò, con un ragazzo, suo aiutante, a fare dei lavori di tinteggiatura in un appartamento.
Ad un certo punto disse all’aiutante: - Ma tu lu saje che io saccio ‘nduvinà tutt chell che fai? Si tu mo vai rent a n’ata stanz, io te saccio addicie comme staje, assì te mitt assettat o vicin a ru mur. Comme te mitti mitt, io lu saccio. Vuò fa a prov? E va va.
Il ragazzo lo guardava, incredulo e divertito e non sapeva che pensare. Poi, alla fine, accettò la sfida. Si recò nella stanza a fianco e dopo un po’, chiese: - Comm stong(o)?
E il pittore, che quello aspettava: - Comme nu strunz!!!
Grazie sempre a Clara Ricciardone che con i suoi racconti non solo ci permette di conoscere la tradizione ma ci fa notare come la nostra gente ha sempre avuto un atteggiamento di bonaria ironia verso ogni situazione , che serviva anche ad affrontare situazioni difficili, per non permettere mai ai sentimenti negativi di prevalere.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante 2 persone
Tutte le reazion

sabato 15 giugno 2024

SCHERZA CON I FANTI MA LASCIA STARE I SANTI

Finalmente, a Mondragone, anche il Rione S. Francesco si è fatto valere, organizzando una bella festa per S. Antonio.

A proposito del Santo, mi hanno raccontato che, tempo fa, una donna anziana, sua devota, era solita andare spesso in chiesa a pregarLo e ad accendere la candela e, se qualcuno le chiedeva dove stesse andando, per far capire che andava da Lui, sorridendo, rispondeva:- Aggia ì nu poc addu chigliu scucciat! Là per là potrebbe sembrare un’offesa ma era tanto l’affetto e la familiarità che sentiva da considerarlo uno di noi, con cui poter anche scherzare.
Eppure c’è un proverbio che dice: - Scherza con i fanti ma lascia stare i Santi! Proprio per dire che si può scherzare su tutto tranne che sul Sacro, tranne che con Dio.
I Mondragonesi, invece, scherzavano anche con i Santi.
Difatti, come ho già raccontato in passato, avendo saputo che la statua di S. Antonio, nella chiesa di S. Francesco, era stata ricavata dal tronco di un pero, si rivolgevano al Santo, dicendo: - Quann siv pir, nun menav le per e mo che si Sant può mai fa ri miracul?
Anche la stessa Madonna Incaldana, tanto amata, veniva chiamata da qualcuno “Chella faccia iarz” !
Sarà che i Mondragonesi hanno sempre avuto un carattere ironico e scherzoso e l’ironia, si sa, ci salva in molte situazioni della vita .
Anche Papa Francesco, qualche giorno fa, ha detto che dobbiamo chiedere il dono dell’umorismo perché, quando si ride e si scherza, va tutto meglio, anche un rimprovero, fatto, scherzando, si accetta e non si arriva mai alla lite e allo scontro.
O forse questo modo di rivolgerci ai Santi con espressioni popolari e nostri modi di dire è un modo per sentirli più vicini a noi, alla nostra dimensione umana, per accorciare quella distanza eccessiva che c’è tra terreno e ultraterreno?
Sarà per questo o per quello? Mah! Chissà!
Mi sa che mi tocca pensarci un po’ su!