Nei giorni seguenti poi, dopo le esequie, c’era l’usanza, e c’è tuttora, di fare la visita di condoglianze, portando in dono zucchero, caffè e biscotti.
Anche queste visite non sempre sono gradite perché quando le persone sono afflitte dal dolore, magari vogliono riposare un po’, invece devono star lì a spiegare com’è successo e come è andata, prima ad uno e poi ad altri, man mano che si presentano e così, anziché essere di aiuto e consolazione, queste visite diventano una sopportazione per i familiari del defunto ed è per questo che anche quest’usanza è andata scomparendo. Lo si capisce chiaramente dalla frase che le famiglie fanno apporre sotto i manifesti funebri “ Si dispensa dalle visite”.
Anche l’usanza di portare i fiori è in diminuzione. L’usanza di portare i fiori è molto antica, è un’espressione di amore e vicinanza sia al defunto che alla famiglia. Già i Greci e i Romani utilizzavano i fiori per ricorrenze speciali, dalle più felici alle più dolorose.
Qui da noi, il carro funebre trasportante il feretro, è seguito da un altro carro pieno di ghirlande, corone e cuscini di fiori, in alcuni casi anche da due. Un po’ alla volta la situazione è cambiata, oggigiorno si può osservare che il feretro è seguito da un solo carro con i fiori, molti di meno rispetto a prima, appena qualche ghirlanda o cuscino dei parenti più stretti.
I fiori, pur essendo molto belli, durano poco, il tempo del tragitto dalla casa del defunto al cimitero, dove vengono appoggiati a terra o ad una parete e lasciati lì a seccare e questo, probabilmente, con il tempo, è stato considerato un inutile spreco.
La Chiesa raccomanda di onorare i defunti con le preghiere, con le Messe di suffragio e con le opere di bene. Sarà per questo che sotto ad alcuni manifesti funebri si legge la scritta “Si dispensa dai fiori”.
C’era poi l’usanza di vestirsi di nero, anche questa un’usanza quasi scomparsa, a dire il vero. Anche gli uomini, una volta, indossavano il lutto o con una fascia al braccio o con un bottone ecc.
Ma erano le donne ad essere penalizzate di più. Il lutto veniva quantificato in base ai casi: mariti, mogli, figli, suoceri, genitori, fratelli e così via.
Le vedove giovani, ad esempio, un tempo mettevano il lutto per tutta la vita ed anche d’estate, con il caldo torrido, dovevano indossare le calze e il foulard. Se avessero fatto il contrario, sarebbe stato sconveniente e sarebbero state giudicate male, bisognava soffrire in silenzio per rispettare il lutto come la società imponeva.
Capitava spesso, in passato, vedere donne sempre vestite di nero perché, siccome un periodo di lutto come minimo durava tre anni, succedeva che una volta moriva il padre, poi la madre, i fratelli, le sorelle , i suoceri; mentre si finiva di osservare il lutto per uno, si doveva cominciare per un altro della famiglia e così non si finiva mai. In certi casi, nei tempi più remoti, l’abito nero veniva imposto perfino alle bambine, che, poverine, lo indossavano inconsapevoli.
Viene da chiedersi se il vestito nero sia una forma di rispetto per il defunto o qualcos’altro.
Potrebbe essere la risposta soggettiva alla morte del proprio caro, la protesta contro la morte che ha imposto la perdita. Quel nero può voler dire inaccessibilità a tutto e a tutti, se è nero il vestito, è nera l’anima di chi lo indossa perché quello è lo stato in cui ci si sente.
Può essere una forma di protesta, di collera verso la vita e la morte, vuole esprimere la negazione, la non accettazione, quasi un urlo di rabbia e di dolore verso il mondo intero.
Eppure sappiamo che ci tocca accogliere tutto quello che la vita ci presenta, non farlo ci mette in conflitto con noi stessi e con l’universo intero. Con grande sforzo e un po’ alla volta bisogna imparare a convivere con quell’assenza e ritrovare la serenità e, soprattutto, non far pesare agli altri il nostro dolore né con l’abito né con il comportamento.














