sabato 18 novembre 2023

LA GATTA DEL PETRARCA

Tutti conoscono il famoso poeta del ‘300, Francesco Petrarca, il suo amore per Laura, decantata nelle sue più belle poesie.
Negli ultimi anni di vita Petrarca si ritirò a vivere in un paesino, sui Colli Euganei, in provincia di Padova, che da lui prende il nome, Arquà Petrarca, che io ho avuto la fortuna di visitare.
Non tutti sanno che un giorno gli si presentò una gatta a tenergli compagnia e per lei il Poeta arrivò a provare un affetto così profondo da paragonarlo all’amore per Laura.
Lo scrisse lui stesso in una lettera, indirizzata all’amico Giovanni Boccaccio: - Laura, l’amore della mia vita, che la peste mi ha portato via già da un’ eternità, ad Avignone, ancora adesso, dopo molto tempo dalla sua morte , è la regina incontrastata del mio cuore. Eppure un giorno, ormai quasi due estati fa, una gatta è entrata a far parte della mia vita, insidiandone il primato. Da allora, questi due esseri si contendono lo scettro del mio cuore, combattendo una lotta travagliata, che ancora non ha un vincitore sul campo di battaglia dei miei pensieri e dei miei sentimenti.”
E poi prosegue con la descrizione della gatta: - La gatta ha macchie di tre colori diversi, come pochi in questa zona, zampe lunghe e carattere dolce. Il suo mantello è morbido come la più raffinata delle sete ma sono gli occhi, quel che la rende speciale. .. Il suo occhio sinistro è verde brillante come un lago di montagna, l’altro è del misterioso colore dell’ambra luccicante. E’ entrata nella mia casa e nel mio cuore un bel giorno d’estate mentre stavo completando la mia raccolta “De viris illustribus”.
E prosegue: - …. I libri sono stati sempre l’amore della mia vita. Per questo quando morirà sarà imbalsamata e la sua memoria onorata per sempre. .. Ti farebbe piacere comporre un epigramma (breve poesia) per l’epitaffio? ( versi per la celebrazione di un defunto) Te lo chiedo come mio ultimo desiderio, io non sono nella condizione di farlo. La amo troppo e non potrei celebrare la sua morte prima del tempo.
Boccaccio non riuscì ad il desiderio del poeta ma alla fine del ‘500, uno dei proprietari successivi della casa espose in una nicchia, conservata in una teca di vetro, una gatta imbalsamata, in ricordo della gatta del Petrarca.
La casa, oggi di proprietà del Comune di Padova, è sempre meta letteraria di tanti visitatori, curiosi di vedere l’ultima dimora del grande poeta.






mercoledì 8 novembre 2023

A IATT DE P(E)TT(E)NINCELL SE MANGIAV TRE QUART D’ALIC(I) E PESAV MIEZU CHIL

La gatta, che ha dato origine a questo detto, apparteneva alla signora Concettina D’ Ambrosio, soprannominata P(e)tt(e)nincell, titolare di una merceria, che si trovava quasi di fronte alla chiesa del Vescovado.
Si trattava di una merceria storica, quasi sicuramente la prima ad essere aperta nel paese, attiva fino a non molti anni fa.
La gatta si metteva spesso sul bancone del negozio e la padrona se l’accarezzava di tanto in tanto.
La sua presenza era familiare per le persone, che entravano a far compere, chiedevano di lei, le facevano i complimenti e la padrona: - Chesta ccà? Ciert vot me vuard cu ciert uocchie! Ri manc sul a parol!
Una volta la gatta ebbe problemi di salute e non riusciva ad aumentare di peso, da qui nacque scherzosamente il detto secondo cui pesava di meno di quello che mangiava.
Senza saperlo, attraverso il detto, era diventata popolare, tanto che una volta fu citata durante una compravendita di fagiolini.
Negli anni ’60, nei mesi di maggio/giugno avveniva la lavorazione dei fagiolini da mandare nel Nord Italia, che avveniva nei magazzini ma anche sotto ai portoni di case private.
Un giorno, sotto ad un portone di Via Venezia, mentre le donne incestravano, cioè sistemavano i fagiolini nei cassettini , i compratori pesavano i sacchi di fagiolini con la stadera o con la bascuglia e siccome un compratore disonesto, con astuzia, aveva messo “a Marunnell” sotto la stadera, cioè una calamita raffigurante la Madonna per diminuire il peso, avvenne che il contadino venditore si accorse che i suoi fagiolini pesavano troppo poco rispetto alla quantità ed esclamò: - E c(he)’ ammu fatt ccà? A iatt de P(e)tt(e)nincell, che se mangiav tre quart d’alici e pesav miezu chil? 
Non ci si meravigli che una gatta con la sua simpatia sia entrata a far parte della tradizione popolare mondragonese perché gli animali domestici, con cui condividiamo la vita, non solo ci offrono compagnia ma ci danno tanto affetto e amore sincero e incondizionato da essere considerati come persone di famiglia e si soffre per la loro dipartita come per le persone care.
Grazie sempre a Clara Ricciardone 



giovedì 2 novembre 2023

LA PROCESSIONE DEI MORTI

LA PROCESSIONE DEI MORTI 



In passato si credeva che nella notte tra il primo e il due novembre i Morti ritornassero, in processione, nelle loro case, tra i propri familiari e che vi rimanessero fino all’Epifania.
Per questo c’è un detto che dice:
“Le fest iessen e venessen
Ma Pasca Epifania nun mai veness”
Perché i Morti, in quella data, dovevano andar via ma non volevano mai separarsi dai loro cari.
(L’Epifania è considerata la prima Pasqua, la seconda è la Pasqua di Resurrezione, la Pentecoste è la terza, detta anche Pasqua rosata)
Nella notte di Ognissanti si accendeva una candela per far luce alle anime che ritornavano sulla Terra, e sulla tavola, si metteva un piatto con il pane e il bicchiere con l’acqua per permettere al defunto di rifocillarsi dopo il lungo viaggio.
A tale proposito riporto un racconto riferitomi stamattina.
Ad una mamma era morta una figlia giovane. La donna piangeva giorno e notte e non riusciva a darsi pace.
Arrivò il primo novembre e lei sapeva che doveva passare la processione dei Morti, si mise fuori al portone ad aspettare, per vedere la figlia. La processione passò ma la figlia non c’era.
Mentre aspettava guardò in lontananza e la vide, con una brocca sulle spalle, che camminava e si affaticava perché la brocca era pesante.
Quando si avvicinò, la madre le disse: - Figlia mia, io t’apettav, pecché nun stiv mmiez agl’at?
La giovane buttò a terra la brocca piena di lacrime ed esclamò: - Pe colpa toje nun pozz sta mmiez all’assemblea! Bast! Nun cia faccio cchiù!
La donna capì, e da allora non pianse più, pregava soltanto per l’anima della figlia.
La perdita di una persona cara è sempre un evento traumatico, ci vuole tempo per accettarla e solo stando in quel dolore per tutto il tempo necessario, ma non oltre, si può riflettere su ciò che è accaduto e trovare la forza di andare avanti.

venerdì 27 ottobre 2023

L’ORAZIONE DI SAN SIMONE

 Il 28 ottobre la Chiesa ricorda la figura di S. Simone apostolo insieme a S. Giuda Taddeo.


A Mondragone, quando si era affetti da dolori addominali, si ricorreva a qualche donna che conosceva l’orazione di san Simone "pe ingiarmà ru maistrone" cioè per far passare il mal di pancia.
La parola inciarmare nel dialetto napoletano derivava dalla lunga dominazione francese a Napoli e denotava l’incantesimo dei serpenti; poi con il tempo, passò a designare l’operato del ciarlatano e dell’impostore.
A Mondragone l’ inciarmatore era la persona che con preghiere e rituali curava e guariva le malattie, segnando, facendo cioè segni di croce sulla parte ammalata. Non era difficile trovare in ogni famiglia qualche zia, mamma o nonna che avesse la virtù di curare alcuni mali, tra cui il mal di pancia. L’ “inciarmatrice” faceva distendere l’ammalato e massaggiando la pancia con dell’olio di oliva recitava o meglio mormorava sottovoce l’orazione perché le parole non fossero sentite né divulgate.
Santu Simone in pellegrinaggio jeva
A casa de nu cuntadino s’alluggette
Maritu roce e mugliera amara
Lietto de paglia e vrole de ciceri
Maistrone fatti llà
San Simone andava pellegrino (forestiero).
In casa di un contadino s’alloggiò
Marito dolce e moglie amara
Letto di paglia e acqua di cottura di ceci
Mal di pancia vai via
L’ episodio narra di san Simone, che, pellegrinando, chiese ospitalità in casa di un buon contadino che aveva, però, la moglie malvagia. La donna, avara e inospitale, offrì a san Simone solo un giaciglio di paglia per dormire e al posto del cibo solo acqua di cottura dei ceci, provocando in lui il mal di pancia, causato dal digiuno, che è non riferito nel testo, ma sottinteso.
Ecco perché la donna guaritrice, rievocando questo episodio con fede e devozione, intima al mal di pancia di andar via.
Anche in Sicilia si recitava un’orazione simile.
La somiglianza delle due orazioni sta a dimostrare che talvolta alcune tradizioni nascono da riti e formule precedenti, di cui si è venuti a conoscenza e dalla continua mescolanza di culture, che arricchisce le tradizioni autoctone, come da sempre è avvenuto nella storia dell’umanità.
San Simone veniva soprannominato “Cananeo” o “Zelota” per distinguerlo da Simon Pietro. Il Vangelo parla poco di lui, ma sappiamo che faceva parte del gruppo degli Apostoli. Ricevuto, insieme agli altri, lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, predicò la Parola ai popoli dell’Egitto e della Mauritania. Recatosi in Persia, fu assalito e crocifisso da sacerdoti idolatri.
San Giuda fu soprannominato “Taddeo” per non confonderlo con Giuda, il traditore di Gesù. Era figlio di Cleofa e Maria, una cugina della Vergine. Predicò nelle Indie, in Samaria, in Siria e in Persia , dove subì il martirio , suggellando con il sangue i suoi insegnamenti.
( Ringrazio @Andrea Capuano, appassionato studioso di folclore e cultura mondragonese, che mi ha fatto conoscere quest’antica orazione).

lunedì 16 ottobre 2023

COMM STAJE ‘NTUFAT!

COMM STAJE ‘NTUFAT! E’ un’espressione che si usa a Mondragone ma anche nel Napoletano, quando si vede qualcuno arrabbiato, talmente pieno di astio che sembra stia per scoppiare.
Amedeo Colella, scrittore e umorista napoletano ci riferisce che deriva dal termine “tofa”, una grossa conchiglia, alla cui estremità, un tempo, veniva praticato un foro, nel quale si soffiava, immettendo fiato, per suonare, come si fa con il corno.
Non era semplice suonare la tofa, bisognava soffiare con forza, le guance si gonfiavano a dismisura fin quasi a scoppiare, e da qui nasce l’espressione “ntufat” che vuol dire, appunto, troppo pieno di rabbia o comunque di malcontento.
La tofa, che dal punto di vista etimologico, deriva dal termine osco-sannita “tufa” che vuol dire conchiglia, è stata la prima forma di radio marittima perché veniva usata come strumento di comunicazione.
Nei secoli scorsi, quando una piccola flotta andava a pescare, se una delle imbarcazioni individuava il banco di alici o di altro pesce, lo comunicava a tutte le altre, suonando la tofa.
I marinai vendevano le tofe ai contadini, che le usavano come sirene.
Quando, infatti, si mettevano a seccare i fichi secchi, i pomodori o altro, essi suonavano la tofa per avvisare le famiglie che bisognava metterli al riparo perché stava arrivando il maltempo dal mare.
A Napoli , nei Quartieri Spagnoli c’è addirittura un “Vicolo della tofa”, cosiddetto perché da lì, guardando verso il mare, si inquadrano le sirene delle navi, dette tofe.



mercoledì 11 ottobre 2023

SEMPRE IN VIAGGIO…

  Siamo sempre in viaggio in questa vita, sempre in cammino.
Si dice che la vita stessa sia un viaggio, un meraviglioso viaggio, nonostante i problemi e le difficoltà, un viaggio che ricomincia ogni giorno per imparare, per mettersi alla prova e realizzare i propri sogni e il proprio destino, un viaggio alla scoperta del mondo e un altro dentro di noi.
Il viaggio più impegnativo e a volte più doloroso è senza dubbio quello che facciamo dentro di noi per andare a guardare le nostre profondità, per cercare la verità nella nostra storia, per conoscerci e per conoscere meglio così anche gli altri, per vedere le nostre ferite e per curarle con amore e guarirle, perché se quelle ferite non dipendono da noi, la loro comprensione, la guarigione ed evoluzione sì, dipendono proprio da noi, per guardare negli occhi le nostre paure e chiamarle per nome, perché grazie ad esse abbiamo sperimentato la nostra forza, ed è da lì che è nato il nostro coraggio, per guardare quel dolore che ci accompagna da tempo, per accoglierlo e parlargli perché questa è la via della guarigione, per entrarvi dentro senza paura di attraversarlo, per sentirlo proprio tutto, per tutto il tempo necessario, ma senza rimanervi impantanati, per potergli dire che abbiamo capito il messaggio e che lo ringraziamo per ciò che ci ha voluto dire ma che ora può andare, non ne abbiamo più bisogno.
E’ un viaggio lungo, ci vuole pazienza ed umiltà ed un allenamento continuo.
“Conosci te stesso” diceva Socrate e sant’Agostino aggiungeva “Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità”
E’ un viaggio che ci tocca fare se non vogliamo rimanere dei perfetti sconosciuti a noi stessi, se vogliamo vedere il cambiamento, se vogliamo migliorarci e vivere con consapevolezza e non reagire inconsapevolmente.
L’importante è iniziarlo questo viaggio e come diceva il saggio Lao Tzu “Anche un viaggio di mille miglia incomincia con un singolo passo”. Poi il resto viene da sé, un po’ alla volta, passo dopo passo.






PER LE VIE DEL BORGO

  Non sempre la vita scorreva tranquilla, a volte la litigiosità era all’ordine del giorno, quando persone dal carattere molto permaloso e risentito, vedevano l’offesa anche dove non ce n’era neanche l’intenzione.
A tale proposito, riporto integralmente un episodio, raccontato da Maria Miraglia, che ringrazio
per avercelo fatto conoscere.
Si racconta che nei pressi del santuario di S. Maria Incaldana abitavano due famiglie, una di fronte all’altra, in cui erano le donne a prevalere per numero, e non passava giorno che non litigassero.
Le cause erano spesso insignificanti, bastava un po’ d’acqua buttata in strada in malo modo, una parola detta di troppo per scatenare un putiferio, volavano da una parte all’altra della strada non solo parole sconce e indecenti, ma anche arnesi e alimenti.
Chiunque malauguratamente si trovava a passare di là, ne pagava le conseguenze. Una delle due famiglie, in particolare, vendeva frutta e verdura, che il più delle volte, diventavano un mezzo violento per colpire l’obiettivo umano.
Si dice che in una di queste loro azzuffate si trovò a passare di là un salumiere, noto a tutti per la sua eleganza nel vestire.
Quel giorno indossava un vestito di lino bianco, camicia a righe, cravatta a tema e cappello di paglia, un borsalino.
Vista la focosità del litigio, conoscendo bene le due famiglie, il poverino cercava di mettere la pace, quando dalla frutteria gli arrivò una grossa e matura pesca che si andò ad infrangere sul bianco vestito.
Infastidito e irritato moltissimo per l’accaduto, gridò alle litiganti: - Acc(e)ritev! Vuje nun v’ammer(e)tat nient!
Si racconta ancora che sempre la focosa signora della frutteria, era solita ogni giorno recarsi al Comune, che allora si trovava in piazza Umberto, sempre alla stessa ora, l’ora di pranzo, per chiedere notizie sui contributi del terremoto dell’ ’80 per il suo negozio, che aveva subito danni oppure per accusare i propri vicini, date le beghe ricorrenti.
Ebbene, al solo sentire la voce squillante della signora, si dileguavano tutti, sindaco e amministratori.

 







martedì 10 ottobre 2023

SEMPRE IN VIAGGIO


SEMPRE IN VIAGGIO… Siamo sempre in viaggio in questa vita, sempre in cammino.
Si dice che la vita stessa sia un viaggio, un meraviglioso viaggio, nonostante i problemi e le difficoltà, un viaggio che ricomincia ogni giorno per imparare, per mettersi alla prova e realizzare i propri sogni e il proprio destino, un viaggio alla scoperta del mondo e un altro dentro di noi.
Il viaggio più impegnativo e a volte più doloroso è senza dubbio quello che facciamo dentro di noi per andare a guardare le nostre profondità, per cercare la verità nella nostra storia, per conoscerci e per conoscere meglio così anche gli altri, per vedere le nostre ferite e per curarle con amore e guarirle, perché se quelle ferite non dipendono da noi, la loro comprensione, la guarigione ed evoluzione sì, dipendono proprio da noi, per guardare negli occhi le nostre paure e chiamarle per nome, perché grazie ad esse abbiamo sperimentato la nostra forza, ed è da lì che è nato il nostro coraggio, per guardare quel dolore che ci accompagna da tempo, per accoglierlo e parlargli perché questa è la via della guarigione, per entrarvi dentro senza paura di attraversarlo, per sentirlo proprio tutto, per tutto il tempo necessario, ma senza rimanervi impantanati, per potergli dire che abbiamo capito il messaggio e che lo ringraziamo per ciò che ci ha voluto dire ma che ora può andare, non ne abbiamo più bisogno.
E’ un viaggio lungo, ci vuole pazienza ed umiltà ed un allenamento continuo.
“Conosci te stesso” diceva Socrate e sant’Agostino aggiungeva “Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità”
E’ un viaggio che ci tocca fare se non vogliamo rimanere dei perfetti sconosciuti a noi stessi, se vogliamo vedere il cambiamento, se vogliamo migliorarci e vivere con consapevolezza e non reagire inconsapevolmente.
L’importante è iniziarlo questo viaggio e come diceva il saggio Lao Tzu “Anche un viaggio di mille miglia incomincia con un singolo passo”. Poi il resto viene da sé, un po’ alla volta, passo dopo passo.



sabato 30 settembre 2023

MOSTRA FOTOGRAFICA


UNA MOSTRA FOTOGRAFICA, a colori e in bianco e nero, per raccontare un territorio attraverso le immagini, è un modo per valorizzarlo, per promuoverlo, per farlo uscire dai confini e farlo conoscere.
E’ un modo di raccontare, attraverso dettagli, la nostra storia, le tradizioni, la cultura della nostra gente, e accrescere, quindi, il nostro senso di appartenenza ad esso, e di rafforzare la nostra identità culturale.
Il Castello, la Venere, il Bufone … , i vicoli di S. Angelo, le case abbandonate, violate dal tempo, le porte divelte, le finestre sprangate, tanti particolari che catturano lo sguardo e che fanno pensare a vite vissute, agli anni , ai secoli trascorsi e a storie infinite…
COMPLIMENTI AGLI ORGANIZZATORI E AI FOTOGRAFI PARTECIPANTI, AMBASCIATORI DEL NOSTRO TERRITORIO.
AD MAIORA !










venerdì 22 settembre 2023

A RAZZIA DE DIO


 Durante la seconda guerra mondiale i soldati tedeschi, giunti nelle nostre zone, accerchiarono una masseria ma dentro vi trovarono solo due vecchietti, un marito e una moglie.Sotto la minaccia delle armi, i soldati fecero uscire il marito per abusare della moglie. Al poverino, suo malgrado, non rimase che ubbidire.La moglie pensava al marito che stava fuori e per non farlo soffrire, di tanto in tanto lo chiamava: - Salvatore! Ah, Salvatore! Poi, però, guardando i bei giovanotti che le stavano intorno con occhi azzurri, capelli biondi, spalle larghe e pettorali scolpiti, disse: - Eh, ma io, po, quanne maje aggiu vist tanta razzia (grazia) de Dio?! In questo racconto quello che colpisce è innanzitutto lo stupro di gruppo, perpetrato dai soldati ai danni della donna, e sappiamo che di episodi del genere ne sono avvenuti tanti durante la guerra, ma anche il commento della vecchietta, nel quale si può notare come l’ironia mondragonese riesca a sdrammatizzare anche situazioni gravi e incresciose.

Grazie sempre a Clara Ricciardone , portavoce della nostra tradizione 
Secondo un'altra versione, un familiare della vecchietta chiese ai soldati di risparmiarla, data l'età ma lei lo mise a tacere, dicendo: - Zitt, tu! A vuerr è vuerr! Mina Iazzetta

venerdì 15 settembre 2023

CHELLA FANTUPPINA!

Talvolta nel dialetto mondragonese si sente quest’espressione, riferita a qualche bambina sveglia, esuberante, sempre in movimento, che si dà da fare.
Spesso l’ho usato anch’io con le mie nipotine, in maniera affettuosa, per indicarne la vivacità.
Come ci riferisce Raffaele Bracale, uno dei massimi esperti di lingua, cucina e cultura napoletana, si tratta di un termine desueto, risalente al tardo ‘600, che veniva usato sia al maschile “fantoppino” che al femminile.
Ha il significato di astuto, scaltro, serve per indicare una persona abituata al contrasto, all’opposizione come scelta di vita.
La parola è formata da “fan”, che deriva da fante (soldato) e da “upp”, che deriva dal verbo latino opponere, che vuol dire porre contro e quindi letteralmente significa fante che va contro, che combatte, in maniera più ampia si riferisce a qualche bambina/ragazza, che non ha paura di mettersi contro, che si mostra forte e decisa nel resistere e difendere le sue posizioni.



martedì 15 agosto 2023

SAN ROCCO: IL SANTO DEGLI APPESTATI

“ A Santu Rocc ogni fica scopp” Così recita il detto mondragonese per indicare che è proprio SAN nel periodo della festa di San Rocco, che ricorre il 16 agosto, che maturano i primi fichi.
C’è anche il detto “Santu Rocc e ru cacciuttiegli(o)” con cui si è soliti indicare due persone che vanno sempre insieme, formando per così dire una coppia, nella quale uno dei due segue sempre l’altro con grande fedeltà e devozione, prerogative proprie di un cane che segue il suo padrone.
Il detto prende spunto da un episodio della vita del Santo, che si prodigò molto per curare gli appestati. Alla fine si ammalò lui stesso e si rifugiò in una grotta, dove un cagnolino, suo fedele compagno, gli portava da mangiare, rubando ogni giorno una pagnottella dalla mensa del suo padrone.
Il culto di san Rocco era molto sentito e diffuso a Mondragone, essendo egli protettore contro la peste, una malattia terribile e contagiosa, da cui la popolazione chiedeva di essere liberata.
Secondo la ricostruzione storica, nel 1656, periodo della dominazione spagnola nel Napoletano, era scoppiata un’epidemia di peste e i Mondragonesi rimasero miracolosamente immuni dal contagio.
In ringraziamento di tale privilegio dovette sorgere in quel periodo la cappella di san Rocco, in località Croce di Monte, lungo la Via Appia, in due ambienti terranei di un'antica villa romana, sui quali poi è sorta una masseria nell’ ‘800.
Vi si accedeva scendendo delle scalette e all’interno vi era un affresco raffigurante san Rocco, a cui poi si è aggiunta una statua lignea del Santo, donata dalla famiglia Capotosto negli anni ‘60.
Circa la storia della masseria, sempre intitolata a S. Rocco, è stata fondamentale la testimonianza di Antonio Pompeo, che ha potuto fornire preziose informazioni, visto che la masseria era di proprietà della famiglia di sua madre, la famiglia Palumbo, oltre al fatto di aver abitato nella masseria da bambino.
Essa fu costruita da Pietro Palumbo nei primi dell'800 e difatti, su un punto del marmo nell'aia, era inciso P.P. 1800.
Dopo averla costruita e averci vissuto per una ventina di anni con la sua famiglia, Pietro, verso la fine dell'800, la dovette vendere, con tutti i terreni annessi, a causa di un incidente in cui un bambino perse la vita, investito dal suo calesse.
L'intera proprietà venne quindi acquistata da un suo amico, don Antonio Greco. Nei primi anni ‘20, il Sig. Greco chiese a Giovanni Palumbo, nipote di Pietro, se voleva abitare nella masseria e coltivarne i terreni circostanti, visto che era diventata improduttiva e stava andando in malora, in cambio di una sorta di mezzadria molto bonaria.
Giovanni Palumbo, nonno di Antonio Pompeo, accetto' e così, appena dopo sposato, vi si trasferì con la moglie e lì sono nati i suoi figli, tra cui la madre di Antonio.
Giovanni è rimasto nella masseria fino al 1962 e Antonio vi è cresciuto fino a sei o sette anni.
Fino a che era viva la nonna, Rosaria Piglialarmi, egli ricorda che nel giorno di San Rocco si faceva una grande festa sull'aia e lei preparava delle pagnottelle che il prete benediceva e che poi venivano dispensate gratis a chi ne faceva richiesta.
Ricorda anche un uomo alto, con i baffi, vestito con un saio nero, che ogni giorno andava nella chiesetta per pulirla e accendere i lumini, zì Luigi.
La masseria è, in seguito, ritornata alla famiglia Greco, sua proprietaria. Non era più abitata , né coltivato il terreno circostante ma ogni anno continuava la tradizione di andare in pellegrinaggio alla cappella nel giorno della festa del Santo.
I sacerdoti delle varie parrocchie andavano lì a celebrare la Santa Messa, alternandosi negli orari e a tutti i devoti venivano distribuite le pagnottelle benedette ma già si era persa la tradizione del canto a S. Rocco, che si cantava in tempi più remoti.
Grazie alle ricerche di Andrea Capuano, è stato possibile il recupero del canto, attraverso interviste alle persone anziane, che ancora lo ricordavano.
(Un canto simile si canta tutt’oggi a Tolve in provincia di Potenza)
Santu Rocc(o) seva figlio de rignanti
Manc na mmennula mmocc se metteva
Nu juorno s’abbiava pe la carità
vicin a nu purtone a tuzzulià
s’affaccia na dunzella ‘nfinistella:
- E oggi nun è juorno de latenza
Sta nu malato a liett, sta pe murì
- Io nun so venuto pe la carità
So venuto a fa visita a stu malato
Santu Rocc pe la scala saglieva
Ru segn de la croce se faceva
E ru malato da ru liett se susseva
A gente de la casa ru vuleva pagà
E santu Rocc nun vulette niente
Si santu Rocco pigliava ri rinari
Saria chiù ricc de lu mare
Evviva santu Rocc e santu Rocc evviva
Evviva santu Rocc e chi ru criò
Poi, a seguito di lavori di ristrutturazione della masseria, l’intera area è stata recintata e non più visitabile.
La statua di san Rocco è stata portata nella chiesa di sant’Angelo, dove continua la devozione verso questo Santo, che si può definire come un eroe della carità, un precursore del volontariato laico, un taumaturgo instancabile.
La masseria si è trasformata in un ristorante, Villa Petrinum, che tende a valorizzare le tradizioni, le bellezze e le peculiarità del territorio.
Nonostante la grande popolarità di san Rocco, le notizie sulla sua vita sono molto frammentarie .
Nato a Montpellier, in Francia, tra il 1346 e il 1350 da una famiglia agiata, ricevette un’educazione religiosa da parte della madre , che lo spinse a diventare “servo di Cristo”.
Avendo perso i genitori in giovane età, distribuì i suoi beni ai poveri, si affiliò al Terz’Ordine Francescano, vestì l’abito del pellegrino, con un corto mantello e un bastone, in testa un largo cappello per proteggersi dal sole e dalla pioggia e si incamminò verso Roma per andare a pregare sulla tomba di san Pietro e Paolo.
Arrivato in Italia, durante le epidemie di peste, andava a soccorrere i contagiati, mettendosi al servizio di tutti.
Tracciando un segno di croce sui malati e invocando Dio, ne diventò lo strumento per miracolose guarigioni finché scoprì di essere stato contagiato lui stesso.
Si rifugiò, allora, in un bosco, in un capanno sul fiume Trebbia, in una località chiamata Sarmato, appartenente al nobile Gottardo Pollastrelli.
Uno dei cani del signore lo trovò e lo salvò dalla morte portandogli ogni giorno un pezzo di pane, che rubava dalla mensa del suo padrone; questi un giorno lo seguì, scoprendo il rifugio del Santo, che lo scongiurò di allontanarsi ma non ci fu verso; Gottardo lo prese con sé e lo fece curare fino alla completa guarigione.
Poi san Rocco prese la via del ritorno in patria ma venne arrestato perché sospettato di essere una spia e gettato in prigione, dove trascorse cinque anni fino alla morte, avvenuta il 16 agosto del 1376, secondo alcuni, secondo altri più tardi.
Antonio Pompeo
Andrea Capuano




domenica 13 agosto 2023

RI PUTRUSIN PE FA LE PURPETT

Un uomo confidò alla moglie che gli era nato “nu putrusin” nelle parti intime, proprio dove non si poteva vedere. ( Probabilmente si riferiva a qualche piccola escrescenza, chissà forse un foruncolo, che non sapeva definire in altro modo e scherzosamente l’aveva chiamato così). La moglie, un po’ preoccupata, ne parlò con la comare: - Cummà, sapit, accussì accussì … ma ve raccumann, nu lu ricite a nisciun! La comare, invece, ne parlò con un’altra comare e questa con un’altra ancora e così via, più si diffondeva la notizia, più ci si allontanava dal racconto iniziale e più cresceva il prezzemolo, da uno passò a due, poi ad un ciuffo, poi ad una pianta, tanto che, alla fine, era diventato un cespuglio talmente verde, bello e rigoglioso che le comari volevano “Ri putrusin pe fa le purpett!!!”

Questo simpatico racconto della tradizione mette l’accento sul pettegolezzo, le chiacchiere inopportune e malevoli, una consuetudine antica e sempre attuale, oggi definito anche gossip.
Ne parla anche Virgilio nel quarto libro dell’Eneide, dove, in breve, si racconta che durante una battuta di caccia scoppiò un violento temporale. Enea e Didone si dovettero rifugiare in una grotta e fu lì che si confessarono il loro amore, amandosi appassionatamente.
La fama dell’accaduto si diffuse dappertutto, arrivò fino a Iarba, re di Libia e figlio di Giove, pretendente di Didone, da lei rifiutato. Iarba pregò il padre Giove di punire Didone. Giove mandò ad Enea il suo messaggero a dirgli che doveva andar via. Enea a malincuore dovette ubbidire e quindi partire e Didone si suicidò per il dolore.
La Fama, per i Romani, era la messaggera di Giove, colei che ne diffondeva le notizie. Virgilio definisce la Fama un terribile uccellaccio più rapido di qualunque altra peste. “… celeri i piedi e le ali mobilissime… quante piume ha sul corpo, tanti vigili occhi ha di sotto, tante lingue , tante bocche ripetono, tanti orecchi si drizzano. Di notte vola, né chiude al sonno le palpebre, di giorno vigile, siede o sul culmine di un tetto o in vetta alle torri, sgomenta grandi città…”
Il terribile uccellaccio della Fama, un mostro capace di seppellire sotto quintali di fango la dignità di un essere umano in pochi istanti, colpevole o innocente che sia.
A Mondragone, a tal proposito , si usa dire: - A gent? Na vot te fann saglie ‘nciel e na vot te fann scegn ‘nterra”! Io aggiungerei che, quando ci si mettono, sono capaci di mandarti anche sotto terra.
Anche Papa Francesco ha affrontato varie volte l’argomento, definendo il pettegolezzo “il chiacchiericcio, una peste peggiore del Covid” ed aggiunge che la pedagogia suggerita da Gesù, quando un fratello sbaglia, è quella del recupero, non l’accusa o la condanna.

Grazie come sempre alla carissima Clara Ricciardone

domenica 6 agosto 2023

QUANN STA PE ‘MBRUCULI’


Nel racconto “Angiulu mij, cu st’uocchi lucent…” la protagonista si doveva recare all’appuntamento sulla montagna “quann sta pe ‘mbruculì”.
E’ un’espressione tipica del dialetto mondragonese che indica quel periodo di tempo, dopo il tramonto e prima del buio completo, quando la luce ha quasi ceduto il posto al buio e quindi sono le ombre a prevalere, tutto si trasforma in un vedo non vedo, ci sembra di vedere ma non ne siamo sicuri, le forme perdono il loro contorno definito e netto e diventano approssimative.
Secondo una mia personale interpretazione il verbo “Mbruculire” deriva dal sostantivo latino “umbra”, che vuol dire ombra e dal verbo colo-is- colui- cultum ( da cui deriva la parola culto)- ere, che vuol dire coltivare ma anche venerare, osservare e quindi, nel nostro caso, osservare, vedere le ombre.
E’ il momento in cui tutti ci si ritira in casa perché la giornata è finita e si avvicina l’ora del riposo.
E’ il momento in cui si avverte forse un po’ di malinconia per il tempo trascorso, che, però, subito passa perché la vita continua domani, in un altro giorno …e magari si fa un rapido bilancio della giornata: - Avrò risposto bene in quel modo o era meglio nell’altro? E se è così, domani si cercherà di rimediare perché nella vita è così, è un continuo sbagliare e poi cercare di rimediare.
E’ ora di deporre le armi, di rilassarsi finalmente, di accogliere quella pace tanto desiderata ma quasi impossibile da raggiungere durante il giorno.
Si potrebbe anche dire che tutto questo succede al calar della sera, solo che non sarebbe la stessa cosa perché il nostro dialetto è più espressivo, è preciso, dettagliato, in questo caso più suggestivo.
Perciò tutto questo avviene “quann sta pe ‘mbruculì”.
La foto è tratta da "Il Bello di Mondragone"



sabato 29 luglio 2023

IL LUTTO A MONDRAGONE

 Il racconto “Angiulu mij, cu st’uocchi lucent…”ci offre qualche spunto di riflessione sulle usanze legate al lutto nel nostro paese, alcune delle quali vanno man mano scomparendo.
Nel racconto si avverte il contrasto tra due generazioni differenti riguardo al lutto. Le parole di rimprovero dette dalla madre al figlio denotano l’intransigenza, la severità eccessiva di un tempo anche per quello che concerne la morte. La madre, anche se addolorata, avrebbe dovuto trovare la forza di continuare a preparare da mangiare per i figli, che avevano tutto il diritto al nutrimento.
I figli, pur essendo addolorati per la morte del padre, non capiscono la rigidità del comportamento materno, che non tiene conto delle loro necessità.
Se oggigiorno si cerca di aiutare le persone ad elaborare e superare un lutto con la psicoterapia, una volta, al contrario, secondo un’errata concezione di dovere e di rispetto per la morte, si tendeva ad inasprire ancora di più la situazione con regole, divieti inutili e poco umani, derivanti da una cultura chiusa e molto arretrata.
Non solo non si doveva pensare a mangiare, a cucinare ma anche ad uscire; in tempi più recenti non si poteva accendere la tv, non si poteva andare al mare; anche se c’erano bambini piccoli, che ne avevano bisogno, era disdicevole perché si doveva rispettare il lutto.
Tutto era vanità, secondo una concezione medievale, anche il lavarsi. Gli zingari, ad esempio, quando moriva qualche familiare, non si radevano per mesi. Bisognava concentrarsi solo sulla realtà della morte.
Quando muore qualcuno, a Mondragone, c’è l’usanza di andare al bar e ordinare il caffellatte o il the con i biscotti o altri dolci da colazione e mandarli alla famiglia, che ha passato la notte a vegliare il defunto ma molti lo portano anche da casa.
Si usava e si usa ancora portare “ru cuonzolo”, cioè portare da mangiare alla famiglia del defunto perché, essendo il momento della morte di un familiare drammatico e devastante, nessuno dei familiari ha il tempo o la forza di preparare da mangiare.
La parola “cuonzolo” viene dal verbo consolare , che spiega bene il nobile motivo da cui è nata l’usanza, quello dell’ umana solidarietà. Si tratta di un’usanza non solo mondragonese ma di origini napoletane.
Erano i parenti ma anche i compari e gli amici più stretti a portare i generi alimentari di prima necessità, lo stretto necessario per permettere ai familiari di rifocillarsi, magari del brodo, carne , pane, frutta, il tutto fatto con discrezione e senza arrecare disturbo , facendo sentire l’affetto e la vicinanza ed è così che si fa ancora oggi.
Con il tempo, poi, siccome entrano in gioco sentimenti umani di gelosia, di voler far meglio degli altri, di non voler sfigurare ecc., si è incominciato a far a gara a chi faceva di più e meglio. E così si preparavano pranzi completi, anche con più portate. Tutto veniva trasportato nei nei cuof(a)ni: servizi di piatti, bicchieri, posate tovaglie, perché niente doveva esser preso dalla casa del defunto, e poi il cibo già pronto per essere servito.
E così magari proprio quando i familiari volevano starsene un po’ in santa pace a metabolizzare e ad accettare pian piano il dolore, dovevano, invece, partecipare a quei pranzi troppo importanti ed elaborati per l’occorrenza, rispondere alla conversazione anche se non c’era voglia. In quel caso quei pranzi diventavano un’imposizione, una convenzione sociale poco rispondente alle vere esigenze ed è per questo che sono andati a finire.
Se il defunto aveva molti parenti, i cuonsoli duravano parecchi giorni . Erano espressione di affetto e solidarietà che poi, con il tempo, andavano ricambiati, all’occorrenza.
Nei giorni seguenti poi, dopo le esequie, c’era l’usanza, e c’è tuttora, di fare la visita di condoglianze, portando in dono zucchero, caffè e biscotti.
Anche queste visite non sempre sono gradite perché quando le persone sono afflitte dal dolore, magari vogliono riposare un po’, invece devono star lì a spiegare com’è successo e come è andata, prima ad uno e poi ad altri, man mano che si presentano e così, anziché essere di aiuto e consolazione, queste visite diventano una sopportazione per i familiari del defunto ed è per questo che anche quest’usanza è andata scomparendo. Lo si capisce chiaramente dalla frase che le famiglie fanno apporre sotto i manifesti funebri “ Si dispensa dalle visite”.
Anche l’usanza di portare i fiori è in diminuzione. L’usanza di portare i fiori è molto antica, è un’espressione di amore e vicinanza sia al defunto che alla famiglia. Già i Greci e i Romani utilizzavano i fiori per ricorrenze speciali, dalle più felici alle più dolorose.
Qui da noi, il carro funebre trasportante il feretro, è seguito da un altro carro pieno di ghirlande, corone e cuscini di fiori, in alcuni casi anche da due. Un po’ alla volta la situazione è cambiata, oggigiorno si può osservare che il feretro è seguito da un solo carro con i fiori, molti di meno rispetto a prima, appena qualche ghirlanda o cuscino dei parenti più stretti.
I fiori, pur essendo molto belli, durano poco, il tempo del tragitto dalla casa del defunto al cimitero, dove vengono appoggiati a terra o ad una parete e lasciati lì a seccare e questo, probabilmente, con il tempo, è stato considerato un inutile spreco.
La Chiesa raccomanda di onorare i defunti con le preghiere, con le Messe di suffragio e con le opere di bene. Sarà per questo che sotto ad alcuni manifesti funebri si legge la scritta “Si dispensa dai fiori”.
C’era poi l’usanza di vestirsi di nero, anche questa un’usanza quasi scomparsa, a dire il vero. Anche gli uomini, una volta, indossavano il lutto o con una fascia al braccio o con un bottone ecc.
Ma erano le donne ad essere penalizzate di più. Il lutto veniva quantificato in base ai casi: mariti, mogli, figli, suoceri, genitori, fratelli e così via.
Le vedove giovani, ad esempio, un tempo mettevano il lutto per tutta la vita ed anche d’estate, con il caldo torrido, dovevano indossare le calze e il foulard. Se avessero fatto il contrario, sarebbe stato sconveniente e sarebbero state giudicate male, bisognava soffrire in silenzio per rispettare il lutto come la società imponeva.
Capitava spesso, in passato, vedere donne sempre vestite di nero perché, siccome un periodo di lutto come minimo durava tre anni, succedeva che una volta moriva il padre, poi la madre, i fratelli, le sorelle , i suoceri; mentre si finiva di osservare il lutto per uno, si doveva cominciare per un altro della famiglia e così non si finiva mai. In certi casi, nei tempi più remoti, l’abito nero veniva imposto perfino alle bambine, che, poverine, lo indossavano inconsapevoli.
Viene da chiedersi se il vestito nero sia una forma di rispetto per il defunto o qualcos’altro.
Potrebbe essere la risposta soggettiva alla morte del proprio caro, la protesta contro la morte che ha imposto la perdita. Quel nero può voler dire inaccessibilità a tutto e a tutti, se è nero il vestito, è nera l’anima di chi lo indossa perché quello è lo stato in cui ci si sente.
Può essere una forma di protesta, di collera verso la vita e la morte, vuole esprimere la negazione, la non accettazione, quasi un urlo di rabbia e di dolore verso il mondo intero.
Eppure sappiamo che ci tocca accogliere tutto quello che la vita ci presenta, non farlo ci mette in conflitto con noi stessi e con l’universo intero. Con grande sforzo e un po’ alla volta bisogna imparare a convivere con quell’assenza e ritrovare la serenità e, soprattutto, non far pesare agli altri il nostro dolore né con l’abito né con il comportamento.




lunedì 24 luglio 2023

ANGIULU MIJ, CU ST’UOCCHI LUCENT…




Un uomo possedeva un pezzo di terra in montagna e tutti i giorni, insieme alla sua famiglia, vi si recava a lavorare.

La moglie portava la verta come si usava un tempo, cioè la merenda, che si consumava durante la pausa perché si tornava a casa solo nel tardo pomeriggio.
Un giorno l’uomo morì e i parenti per qualche giorno portarono da mangiare alla famiglia, come si usava a Mondragone. Passati quei giorni, però, lei continuava a non cucinare.
I figli, che erano giovani, avevano fame e dopo una quindicina di giorni, uno di loro disse alla madre: - Oi ma, vulite cucinà duie maccarune, ce sentimm fam!
E lei, indispettita, rispose: - Eeeeeeh! Patet sta sott a nu metr de terr e tu piens a mangià! Pigliet scuorn! E così andava avanti la situazione.
Dopo aver osservato il periodo del lutto, secondo la tradizione, la famiglia tornò a lavorare in montagna ma la madre metteva nella verta solo pane e acqua e niente altro.
I figli che stavano lì a zappare tutto il giorno, incominciarono a stancarsi di mangiare solo pane e chiedevano alla madre di aggiungere qualcosa ma lei, sempre evasiva e pensierosa, non lo faceva.
Passò del tempo e la situazione non cambiava. Allora i figli incominciarono a dire: - Ma tu vuò veré che chest se vuless ammarità?!
E incominciarono a dirle che era venuto un tale, quando lei non c’era, che la voleva conoscere per sposarla.
Lei, incuriosita, voleva saperne di più. I figli tergiversavano perché non era vero e non sapevano cosa dirle. Ma lei insisteva: - E comme se chiama? E comme iè? – Se chiam Angelo , è iaut e forte! -rispose uno di loro.
Ogni giorno lei chiedeva notizie e insisteva perché lo voleva conoscere. I figli non sapevano più come fare per portare avanti l’inganno e alla fine per togliersela di torno, le dissero:- A ritt che ven riman, quann sta pe mbruculì, accussì ve cunuscite! Pensavano che la madre, non vedendo presentare nessuno all’ appuntamento, sarebbe tornata a casa delusa.
La donna preparò tante cose buone da mangiare e andò all’appuntamento sulla montagna. Aspettava, guardava e guardava ma non vedeva venire nessuno, alla fine si fece proprio buio ma lei non si decideva ad andarsene.
Ad un certo punto, le sembrò di vedere due occhi fosforescenti, che si avvicinavano.

Poi si sentì afferrare con forza e si sentiva mordere e, pensando che il suo pretendente fosse troppo focoso e frettoloso nell’approccio amoroso, disse: - Angiulu mij cu st’uocchi lucent, nun me tirà sti vas accussì ardent, vien riman che ce tien ru tiemp!
Ma non erano baci, erano proprio morsi, di un lupo forse o di qualche altro animale selvatico, che attratto dall’odore del cibo, era corso verso di lei.
Il giorno dopo i figli, addolorati ne trovarono i resti e commentarono, dispiaciuti: - A vulut ess!

Grazie a Clara Ricciardone e alla sua mamma, Enzina Papa 

giovedì 13 luglio 2023

CARTAGINESI E BEDUINI

  Ho sentito più volte chiamare i Santangiolesi con l’appellativo di “Cartaginesi” e “Beduini”, adoperato in senso offensivo.
Vorrei precisare che in questi appellativi c’è un riferimento storico, legato al Criptoportico della Starza, che fu costruito, a quanto pare, durante la II guerra punica (o cartaginese perché i Cartaginesi erano detti anche Puni).
La guerra fu combattuta dai Cartaginesi contro i Romani e fu condotta da Annibale, che si era stanziato a Capua con le sue truppe e quindi molto verosimilmente è venuto a combattere anche a Sinuessa contro i Romani.
La Villa Rustica, circondata dal Criptoportico, fu adoperata, secondo gli studiosi, come magazzino, deposito di viveri, durante la guerra.
Cartagine corrisponde all’incirca all’odierna Tunisi, capitale della Tunisia, che si trova in Nord Africa, dove c’è il deserto.
Per questo motivo gli appellativi Cartaginesi e Beduini (popoli del deserto) si riferiscono sempre allo stesso popolo.
Se qualcuno usa questi appellativi in senso offensivo, vuol dire che non conosce la Storia e che, quindi, è un ignorante.







martedì 11 luglio 2023

I MAZZONARI

I terreni ubertosi e ben coltivati che facevano parte della Campania Felix al tempo dei Romani erano diventati paludosi e malsani nel Medio Evo perché con le invasioni barbariche tutto era caduto in abbandono.
Quelle terre una volta erano popolate da ville e vigneti e intersecate da numerose vie, tra cui spiccavano l’Appia e la Domitiana.
I Longobardi e poi i Normanni tentarono di prenderne possesso ma dovettero ridursi sulla costa e sulla cima del monte Petrino dove non arrivavano le esalazioni delle paludi sottostanti.
Quella vasta estensione di territorio nota come bacino inferiore del Volturno, che per la maggior parte apparteneva ai comuni di Mondragone , Castel Volturno e Villa Literno, era tutta sott’acqua.
Diversi erano i motivi dell’impaludamento: la scarsa manutenzione dei canali, che non venivano espurgati, gli straripamenti del Volturno, il cui deflusso era ostacolato dalle dune, che si opponevano allo scolo delle acque in mare.
Un altro motivo era da ricercare nelle grandi estensioni dei latifondi. Mentre i servi della gleba si limitavano a coltivare i terreni adiacenti al castello, le vaste distese dei campi lontani erano latifondi, boscose paludi, non toccate da piede d’uomo, dove trovavano ricovero perfino gli animali feroci. Appartenevano a duchi e baroni, che non ne conoscevano neppure i confini e che si ereditavano di generazione in generazione.
Quelle terre non potevano essere messe a coltura e non solo non producevano nulla ma con i miasmi riuscivano infeste agli abitanti, la cui vita era stentata e brevissima.
Tali rimasero le condizioni delle terre di Mondragone, famosa per la malaria, che si leggeva sul volto degli abitanti, nei quali si poteva osservare quella forma di cachessia ( deperimento organico e indebolimento fisico), riconoscibile anche agli occhi del profano. Un individuo su dieci aveva l’addome gonfio per tumore alla milza.
Depurare quell’aria da esalazioni micidiali e prosciugare e fertilizzare quei terreni e rendere possibile la divisione e quotizzazione tra i cittadini poveri era un’impresa altamente civile ed economica da gran tempo reclamata per migliorare le condizioni di vita della popolazione e per elevare alla dignità umana quegli esseri che di uomini avevano solo le fattezze.
L’uomo, destinato a vivere in quelle zone, acquistava un carattere speciale, contraddistinto dalle note patologiche della malaria: un minorato, un degenerato, un sofferente, su cui incombeva, come un fato, il vivere negli acquitrini; era il mazzonaro.
Il termine “mazzonaro”, che dà origine anche al nome della zona dei Mazzoni, deriva molto probabilmente dalle rudimentali mazze, bastoni, con cui i mazzonari guidavano la mandria.
Come si legge nel libro “Storia di Mondragone” del dott. Biagio Greco, ecco il ritratto che ne fa il Savarese:
(Giacomo Savarese fu uno dei principali esponenti politici durante il regno di Ferdinando II di Borbone, autore di importanti testi sull’economia e sulle finanze napoletane, consigliere del re)
“Il mazzonaro è un uomo di forme atletiche, ma sparuto in viso e panciuto molto per l’abituale gonfiezza del fegato, effetto della malaria cronica. Tutto il suo avere consiste negli ordigni di caccia e di pesca , nella giumenta e in una specie di barchetta, a cui dà il nome di sandalo. La sua industria consiste nel prendere a soccio bufali, cavalli e maiali; il suo armento pascola errando nelle paludi, senza ch’egli si curasse di sapere a chi appartenesse il suolo che calpesta. Nelle stagioni opportune una preda abbondante compensa le fatiche della caccia e della pesca. Tutto il resto dell’anno è tempo di riposo. Avvolto nel suo ampio mantello e costantemente vestito di lana, anche in piena estate, il mazzonaro rimane assiso sull’uscio della sua capanna , in una specie di ozio meditativo. Nessun uomo straniero alla contrada osa penetrare nei Mazzoni quando non sia conosciuto. Non vi sono strade, né case, né ponti”
( Ecco come gli alunni della scuola elementare hanno rappresentato il mazzonaro e la sua capanna)



mercoledì 5 luglio 2023

MONDRAGONE TRA CASERTA E NAPOLI

Mondragone si trova a 47 km a nord di Napoli e all’incirca alla stessa distanza ad ovest di Caserta.
Ha fatto parte del Regno di Napoli da quando è nato nel 1282 e ne ha condiviso, nel tempo, accadimenti e vicissitudini.
Carlo I d’Angiò, venuto in Italia su invito del Papa, conquistò il Regno di Sicilia ( tutta l’Italia meridionale), dopo aver sconfitto Manfredi di Svevia nel 1266 e trasferì la capitale del Regno da Palermo a Napoli.
Diventato re, volle premiare i suoi collaboratori e punire i nemici. Per quello che ci riguarda, concesse la Rocca di Mondragone al genero, Filippo, re di Tessaglia , che aveva sposato sua figlia Beatrice.
Nel Regno di Napoli esisteva un Dipartimento, denominato Terra di Lavoro, già dai Romani chiamato Campania Felix per la fertilità del suolo e l’abbondanza dei prodotti agricoli.
Era un’area vastissima che comprendeva tutto il territorio tra Napoli e Roma, ripartito tra tre regioni: Campania, Lazio e Molise. Verso Nord, arrivava fino a Latina e Frosinone nel Basso Lazio, comprendeva la Campania con Caserta, Benevento, Avellino e una parte di Napoli ed arrivava fino ad Isernia, nel Molise.
Fu Napoleone, poi, a riformare la ripartizione territoriale del Regno di Napoli sulla base del modello francese, sopprimendo il sistema feudale.
Istituì la provincia di Napoli e ridimensionò Terra di Lavoro. Alcuni territori , tolti a quest’ultima, furono annessi alla provincia di Napoli per dare alla capitale del Regno un territorio più ampio di riferimento. In quel periodo il titolo di capoluogo di Terra di Lavoro fu assegnato a Capua.
Dopo la caduta di Napoleone i Borboni tornarono sul trono di Napoli e la situazione tornò come prima e
nel 1818 fu Caserta a diventare capoluogo di provincia fino al 1861.
Dopo l’Unità d’Italia ci fu un nuovo ridimensionamento di Terra di Lavoro e l’istituzione di nuove province.
Nel periodo fascista, poi, nel 1927 Mussolini decise di sopprimere la provincia di Caserta e di dividere il territorio di Terra di Lavoro tra le province di Roma, Frosinone, Campobasso, Benevento e Napoli per motivi di ordine pubblico, politico ed economico.
Lo affermava nel discorso dell’Ascensione del 27 maggio, in cui diceva: - I Mazzoni sono una piaga che sta tra la provincia di Roma e Napoli, terreno paludoso, stepposo e malarico, abitato da una popolazione che fin dal tempo dei Romani aveva una pessima reputazione ed era chiamata popolazione di “latrones” …Liberatemi da questa delinquenza col ferro e col fuoco.
Ed elencava i numerosi misfatti: oltraggi alla forza pubblica, incendi, omicidi, lesioni, furti, rapine e danneggiamenti…
E concludeva: -Sono stati arrestati 1699 affiliati alla malavita… I podestà e i combattenti sono esultanti , la parte sana della popolazione ringrazia le autorità per l’opera necessaria di igiene.
La soppressione e lo smembramento, secondo lui, erano necessari perché riducendo l’estensione del territorio, le forze dell’ordine avrebbero potuto operare in maniera più agevole.
Un altro motivo dello smembramento era di carattere politico ed era quello di ampliare la città di Napoli, che per il Fascismo doveva diventare “ la regina del mediterraneo”.
Essendo stata soppressa la provincia di Caserta, Mondragone diventò provincia di Napoli. Ci sono ancora persone che conservano lettere del periodo fascista, in cui Mondragone era provincia di Napoli.
Nel 1945 con Decreto legislativo firmato da Umberto di Savoia fu ricostituita la provincia di Caserta secondo l’attuale configurazione.
( Nelle foto: il Castello di Mondragone,
la statua di Carlo I d'Angiò , che si trova davanti al Palazzo Reale di Napoli e Palazzo Reale)