Il blog di Caterina Di Maio dedicato alle tradizioni locali, agli usi, costumi e racconti di Mondragone CE, curato e pubblicato da Esterina La Torre
sabato 18 novembre 2023
LA GATTA DEL PETRARCA
mercoledì 8 novembre 2023
A IATT DE P(E)TT(E)NINCELL SE MANGIAV TRE QUART D’ALIC(I) E PESAV MIEZU CHIL
giovedì 2 novembre 2023
LA PROCESSIONE DEI MORTI
venerdì 27 ottobre 2023
L’ORAZIONE DI SAN SIMONE
lunedì 16 ottobre 2023
COMM STAJE ‘NTUFAT!
mercoledì 11 ottobre 2023
SEMPRE IN VIAGGIO…
PER LE VIE DEL BORGO
martedì 10 ottobre 2023
SEMPRE IN VIAGGIO
sabato 30 settembre 2023
MOSTRA FOTOGRAFICA
venerdì 22 settembre 2023
A RAZZIA DE DIO
Durante la seconda guerra mondiale i soldati tedeschi, giunti nelle nostre zone, accerchiarono una masseria ma dentro vi trovarono solo due vecchietti, un marito e una moglie.Sotto la minaccia delle armi, i soldati fecero uscire il marito per abusare della moglie. Al poverino, suo malgrado, non rimase che ubbidire.La moglie pensava al marito che stava fuori e per non farlo soffrire, di tanto in tanto lo chiamava: - Salvatore! Ah, Salvatore! Poi, però, guardando i bei giovanotti che le stavano intorno con occhi azzurri, capelli biondi, spalle larghe e pettorali scolpiti, disse: - Eh, ma io, po, quanne maje aggiu vist tanta razzia (grazia) de Dio?! In questo racconto quello che colpisce è innanzitutto lo stupro di gruppo, perpetrato dai soldati ai danni della donna, e sappiamo che di episodi del genere ne sono avvenuti tanti durante la guerra, ma anche il commento della vecchietta, nel quale si può notare come l’ironia mondragonese riesca a sdrammatizzare anche situazioni gravi e incresciose.
Grazie sempre a Clara Ricciardone , portavoce della nostra tradizioneSecondo un'altra versione, un familiare della vecchietta chiese ai soldati di risparmiarla, data l'età ma lei lo mise a tacere, dicendo: - Zitt, tu! A vuerr è vuerr! Mina Iazzetta
venerdì 15 settembre 2023
CHELLA FANTUPPINA!
martedì 15 agosto 2023
SAN ROCCO: IL SANTO DEGLI APPESTATI
domenica 13 agosto 2023
RI PUTRUSIN PE FA LE PURPETT
Un uomo confidò alla moglie che gli era nato “nu putrusin” nelle parti intime, proprio dove non si poteva vedere. ( Probabilmente si riferiva a qualche piccola escrescenza, chissà forse un foruncolo, che non sapeva definire in altro modo e scherzosamente l’aveva chiamato così). La moglie, un po’ preoccupata, ne parlò con la comare: - Cummà, sapit, accussì accussì … ma ve raccumann, nu lu ricite a nisciun! La comare, invece, ne parlò con un’altra comare e questa con un’altra ancora e così via, più si diffondeva la notizia, più ci si allontanava dal racconto iniziale e più cresceva il prezzemolo, da uno passò a due, poi ad un ciuffo, poi ad una pianta, tanto che, alla fine, era diventato un cespuglio talmente verde, bello e rigoglioso che le comari volevano “Ri putrusin pe fa le purpett!!!”
domenica 6 agosto 2023
QUANN STA PE ‘MBRUCULI’
sabato 29 luglio 2023
IL LUTTO A MONDRAGONE
Nei giorni seguenti poi, dopo le esequie, c’era l’usanza, e c’è tuttora, di fare la visita di condoglianze, portando in dono zucchero, caffè e biscotti.
Anche queste visite non sempre sono gradite perché quando le persone sono afflitte dal dolore, magari vogliono riposare un po’, invece devono star lì a spiegare com’è successo e come è andata, prima ad uno e poi ad altri, man mano che si presentano e così, anziché essere di aiuto e consolazione, queste visite diventano una sopportazione per i familiari del defunto ed è per questo che anche quest’usanza è andata scomparendo. Lo si capisce chiaramente dalla frase che le famiglie fanno apporre sotto i manifesti funebri “ Si dispensa dalle visite”.
Anche l’usanza di portare i fiori è in diminuzione. L’usanza di portare i fiori è molto antica, è un’espressione di amore e vicinanza sia al defunto che alla famiglia. Già i Greci e i Romani utilizzavano i fiori per ricorrenze speciali, dalle più felici alle più dolorose.
Qui da noi, il carro funebre trasportante il feretro, è seguito da un altro carro pieno di ghirlande, corone e cuscini di fiori, in alcuni casi anche da due. Un po’ alla volta la situazione è cambiata, oggigiorno si può osservare che il feretro è seguito da un solo carro con i fiori, molti di meno rispetto a prima, appena qualche ghirlanda o cuscino dei parenti più stretti.
I fiori, pur essendo molto belli, durano poco, il tempo del tragitto dalla casa del defunto al cimitero, dove vengono appoggiati a terra o ad una parete e lasciati lì a seccare e questo, probabilmente, con il tempo, è stato considerato un inutile spreco.
La Chiesa raccomanda di onorare i defunti con le preghiere, con le Messe di suffragio e con le opere di bene. Sarà per questo che sotto ad alcuni manifesti funebri si legge la scritta “Si dispensa dai fiori”.
C’era poi l’usanza di vestirsi di nero, anche questa un’usanza quasi scomparsa, a dire il vero. Anche gli uomini, una volta, indossavano il lutto o con una fascia al braccio o con un bottone ecc.
Ma erano le donne ad essere penalizzate di più. Il lutto veniva quantificato in base ai casi: mariti, mogli, figli, suoceri, genitori, fratelli e così via.
Le vedove giovani, ad esempio, un tempo mettevano il lutto per tutta la vita ed anche d’estate, con il caldo torrido, dovevano indossare le calze e il foulard. Se avessero fatto il contrario, sarebbe stato sconveniente e sarebbero state giudicate male, bisognava soffrire in silenzio per rispettare il lutto come la società imponeva.
Capitava spesso, in passato, vedere donne sempre vestite di nero perché, siccome un periodo di lutto come minimo durava tre anni, succedeva che una volta moriva il padre, poi la madre, i fratelli, le sorelle , i suoceri; mentre si finiva di osservare il lutto per uno, si doveva cominciare per un altro della famiglia e così non si finiva mai. In certi casi, nei tempi più remoti, l’abito nero veniva imposto perfino alle bambine, che, poverine, lo indossavano inconsapevoli.
Viene da chiedersi se il vestito nero sia una forma di rispetto per il defunto o qualcos’altro.
Potrebbe essere la risposta soggettiva alla morte del proprio caro, la protesta contro la morte che ha imposto la perdita. Quel nero può voler dire inaccessibilità a tutto e a tutti, se è nero il vestito, è nera l’anima di chi lo indossa perché quello è lo stato in cui ci si sente.
Può essere una forma di protesta, di collera verso la vita e la morte, vuole esprimere la negazione, la non accettazione, quasi un urlo di rabbia e di dolore verso il mondo intero.
Eppure sappiamo che ci tocca accogliere tutto quello che la vita ci presenta, non farlo ci mette in conflitto con noi stessi e con l’universo intero. Con grande sforzo e un po’ alla volta bisogna imparare a convivere con quell’assenza e ritrovare la serenità e, soprattutto, non far pesare agli altri il nostro dolore né con l’abito né con il comportamento.
lunedì 24 luglio 2023
ANGIULU MIJ, CU ST’UOCCHI LUCENT…
La moglie portava la verta come si usava un tempo, cioè la merenda, che si consumava durante la pausa perché si tornava a casa solo nel tardo pomeriggio.
Un giorno l’uomo morì e i parenti per qualche giorno portarono da mangiare alla famiglia, come si usava a Mondragone. Passati quei giorni, però, lei continuava a non cucinare.
I figli, che erano giovani, avevano fame e dopo una quindicina di giorni, uno di loro disse alla madre: - Oi ma, vulite cucinà duie maccarune, ce sentimm fam!
E lei, indispettita, rispose: - Eeeeeeh! Patet sta sott a nu metr de terr e tu piens a mangià! Pigliet scuorn! E così andava avanti la situazione.
Dopo aver osservato il periodo del lutto, secondo la tradizione, la famiglia tornò a lavorare in montagna ma la madre metteva nella verta solo pane e acqua e niente altro.
I figli che stavano lì a zappare tutto il giorno, incominciarono a stancarsi di mangiare solo pane e chiedevano alla madre di aggiungere qualcosa ma lei, sempre evasiva e pensierosa, non lo faceva.
Passò del tempo e la situazione non cambiava. Allora i figli incominciarono a dire: - Ma tu vuò veré che chest se vuless ammarità?!
E incominciarono a dirle che era venuto un tale, quando lei non c’era, che la voleva conoscere per sposarla.
Lei, incuriosita, voleva saperne di più. I figli tergiversavano perché non era vero e non sapevano cosa dirle. Ma lei insisteva: - E comme se chiama? E comme iè? – Se chiam Angelo , è iaut e forte! -rispose uno di loro.
Ogni giorno lei chiedeva notizie e insisteva perché lo voleva conoscere. I figli non sapevano più come fare per portare avanti l’inganno e alla fine per togliersela di torno, le dissero:- A ritt che ven riman, quann sta pe mbruculì, accussì ve cunuscite! Pensavano che la madre, non vedendo presentare nessuno all’ appuntamento, sarebbe tornata a casa delusa.
La donna preparò tante cose buone da mangiare e andò all’appuntamento sulla montagna. Aspettava, guardava e guardava ma non vedeva venire nessuno, alla fine si fece proprio buio ma lei non si decideva ad andarsene.
Ad un certo punto, le sembrò di vedere due occhi fosforescenti, che si avvicinavano.
Poi si sentì afferrare con forza e si sentiva mordere e, pensando che il suo pretendente fosse troppo focoso e frettoloso nell’approccio amoroso, disse: - Angiulu mij cu st’uocchi lucent, nun me tirà sti vas accussì ardent, vien riman che ce tien ru tiemp!
Ma non erano baci, erano proprio morsi, di un lupo forse o di qualche altro animale selvatico, che attratto dall’odore del cibo, era corso verso di lei.
Il giorno dopo i figli, addolorati ne trovarono i resti e commentarono, dispiaciuti: - A vulut ess!
giovedì 13 luglio 2023
CARTAGINESI E BEDUINI
martedì 11 luglio 2023
I MAZZONARI
Quelle terre una volta erano popolate da ville e vigneti e intersecate da numerose vie, tra cui spiccavano l’Appia e la Domitiana.
I Longobardi e poi i Normanni tentarono di prenderne possesso ma dovettero ridursi sulla costa e sulla cima del monte Petrino dove non arrivavano le esalazioni delle paludi sottostanti.
Quella vasta estensione di territorio nota come bacino inferiore del Volturno, che per la maggior parte apparteneva ai comuni di Mondragone , Castel Volturno e Villa Literno, era tutta sott’acqua.
Diversi erano i motivi dell’impaludamento: la scarsa manutenzione dei canali, che non venivano espurgati, gli straripamenti del Volturno, il cui deflusso era ostacolato dalle dune, che si opponevano allo scolo delle acque in mare.
Un altro motivo era da ricercare nelle grandi estensioni dei latifondi. Mentre i servi della gleba si limitavano a coltivare i terreni adiacenti al castello, le vaste distese dei campi lontani erano latifondi, boscose paludi, non toccate da piede d’uomo, dove trovavano ricovero perfino gli animali feroci. Appartenevano a duchi e baroni, che non ne conoscevano neppure i confini e che si ereditavano di generazione in generazione.
Quelle terre non potevano essere messe a coltura e non solo non producevano nulla ma con i miasmi riuscivano infeste agli abitanti, la cui vita era stentata e brevissima.
Tali rimasero le condizioni delle terre di Mondragone, famosa per la malaria, che si leggeva sul volto degli abitanti, nei quali si poteva osservare quella forma di cachessia ( deperimento organico e indebolimento fisico), riconoscibile anche agli occhi del profano. Un individuo su dieci aveva l’addome gonfio per tumore alla milza.
Depurare quell’aria da esalazioni micidiali e prosciugare e fertilizzare quei terreni e rendere possibile la divisione e quotizzazione tra i cittadini poveri era un’impresa altamente civile ed economica da gran tempo reclamata per migliorare le condizioni di vita della popolazione e per elevare alla dignità umana quegli esseri che di uomini avevano solo le fattezze.
L’uomo, destinato a vivere in quelle zone, acquistava un carattere speciale, contraddistinto dalle note patologiche della malaria: un minorato, un degenerato, un sofferente, su cui incombeva, come un fato, il vivere negli acquitrini; era il mazzonaro.
Il termine “mazzonaro”, che dà origine anche al nome della zona dei Mazzoni, deriva molto probabilmente dalle rudimentali mazze, bastoni, con cui i mazzonari guidavano la mandria.
Come si legge nel libro “Storia di Mondragone” del dott. Biagio Greco, ecco il ritratto che ne fa il Savarese:
(Giacomo Savarese fu uno dei principali esponenti politici durante il regno di Ferdinando II di Borbone, autore di importanti testi sull’economia e sulle finanze napoletane, consigliere del re)
“Il mazzonaro è un uomo di forme atletiche, ma sparuto in viso e panciuto molto per l’abituale gonfiezza del fegato, effetto della malaria cronica. Tutto il suo avere consiste negli ordigni di caccia e di pesca , nella giumenta e in una specie di barchetta, a cui dà il nome di sandalo. La sua industria consiste nel prendere a soccio bufali, cavalli e maiali; il suo armento pascola errando nelle paludi, senza ch’egli si curasse di sapere a chi appartenesse il suolo che calpesta. Nelle stagioni opportune una preda abbondante compensa le fatiche della caccia e della pesca. Tutto il resto dell’anno è tempo di riposo. Avvolto nel suo ampio mantello e costantemente vestito di lana, anche in piena estate, il mazzonaro rimane assiso sull’uscio della sua capanna , in una specie di ozio meditativo. Nessun uomo straniero alla contrada osa penetrare nei Mazzoni quando non sia conosciuto. Non vi sono strade, né case, né ponti”
( Ecco come gli alunni della scuola elementare hanno rappresentato il mazzonaro e la sua capanna)



