domenica 16 febbraio 2025

CAP DE MIUL

 CAP DE MIUL Qualche volta si sente apostrofare così qualcuno che ha la testa dura.

Si tratta di un’espressione, in realtà, che si riferisce ad una parte del carretto, il mezzo di trasporto più comune di un tempo.
Il miulo era la parte centrale della ruota, costituito da un pezzo cilindrico di legno, che doveva essere il più duro e resistente possibile e non si doveva assolutamente sfaldare perché in esso venivano inseriti gli altri elementi, che permettevano alla ruota di girare.
Fra i tanti modi di dire, con cui ci riferiamo alle persone testarde, non ci dimentichiamo di questo, che viene dalla nostra tradizione.
E’ simpatico ed espressivo e rende anche molto bene il concetto.



SANTA APOLLONIA

 Oggi la Chiesa ricorda Santa Apollonia martire, una Santa poco conosciuta a Mondragone se non attraverso un detto popolare in cui si fa riferimento al suo martirio

SANTA APOLLONIA
E mo c(e) a scicch na mol a santa B(e)llonia!
Così recita un detto mondragonese, riferendosi con esso ad una persona avara, poco disponibile nel dare, una persona da cui si è sicuri di non riuscire a ricavare nulla.
Con questo detto, qui a Mondragone, abbiamo tacciato per tanto tempo la povera santa Bellonia di avarizia.
In realtà la fantomatica santa Bellonia altri non è che santa Apollonia vergine e martire, vissuta nel III sec dC, ad Alessandria d’Egitto.
La storia del martirio della Santa ci è raccontata da Eusebio da Cesarea, il quale riporta un brano della lettera del vescovo Dionigi di Alessandria.
Tra il 249 e il 250, in Alessandria d’Egitto scoppiò una sommossa popolare contro i Cristiani, eccitata da un indovino pagano.
Apollonia, un’anziana donna cristiana, non sposata, che aveva aiutato i Cristiani e fatto opera di apostolato, fu catturata insieme agli altri e venne percossa fino al punto da farle cadere i denti. Secondo la tradizione popolare, i denti le furono divelti con le tenaglie e i soldati infierirono su di lei con particolare crudeltà .
Fu poi preparato un gran fuoco per bruciarla viva se non avesse abiurato.
La Santa, forse per sottrarsi ad ulteriori torture, che avrebbero potuto indebolire la sua volontà, preferì gettarsi tra le fiamme, dove morì, ritenendo senza dubbio che il suicidio non costituisse una colpa in quella situazione.
E’ stata tale la devozione per la santa martire Apollonia che dal Medio Evo in poi si moltiplicarono i suoi denti-reliquie miracolosi, venerati dai fedeli e custoditi nelle chiese dell’Occidente, al punto che papa Pio VI, che era molto rigido su queste forme di culto, fece raccogliere tutti i denti e, deposti in un bauletto, che raggiunse il peso di tre kg, li fece gettare nel Tevere.
Questo episodio ci aiuta a capire quanta impressione, meraviglia e ammirazione suscitò il martirio della Santa nel mondo cristiano per i suoi aspetti singolari.
Santa Apollonia, la cui festa si celebra il 9 febbraio, è invocata in tutti i malanni e dolori dei denti.
Il suo attributo nell’iconografia è una tenaglia che tiene stretto un dente. Pur essendo una donna anziana, nell’iconografia sacra è raffigurata come tutte le sante vergini, in giovane età.



domenica 2 febbraio 2025

FEBBRAR(O)

 FEBBRAR(O)

CURT(O) E AMAR(O)
E’ un detto che esprime, oltre alla brevità anche le difficoltà di un mese in cui si doveva far ricorso alle provviste invernali ormai quasi esaurite.
Bisogna ricordare che un tempo l’economia delle famiglie di ceto medio basso era basata soprattutto sulla produzione agricola ed era fortemente vincolata all’esito dei raccolti, e quando le provviste di grano, di fagioli ecc che erano alla base dell’alimentazione erano quasi esaurite, aumentava la preoccupazione e l’ ansia per le famiglie che stentavano a tirare avanti.
Un altro detto recita: Si Febbraio nun febbrareja , marzo a malepensa! Sta a significare che se a Febbraio non fa molto freddo come ci si aspetterebbe, ci pensa poi Marzo con gli ultimi giorni dell’ inverno a rincarare la dose.
Il mese di Febbraio, però, seppure breve e freddo, è un mese ricco di ricorrenze.
Sin dai primi giorni si rincorrono la Candelora e san Biagio.
La Candelora è una festa cristiana che ricorda la presentazione di Gesù al Tempio ma poiché si avvicina alla fine dell’inverno, al significato religioso della festa si è sovrapposto anche quello della primavera imminente.
C’era poi, nella società contadina, grande venerazione per san Biagio, protettore della gola.
Il 9 febbraio ricorre la festa di sant’ Apollonia martire, a cui è legato un antico detto mondragonese “Mo c(e)’a scicchi na mol a Santa B(e)llonia!
Ma tra tutte, quella che si aspettava maggiormente era il Carnevale, una festa molto amata da grandi e piccoli , un’occasione rara di evasione dalla pesantezza della vita quotidiana, di allegria e di divertimento fine a se stesso ma era anche un’occasione unica di mangiare prelibatezze legate a questa festa e non consentite nel resto dell’anno .




domenica 26 gennaio 2025

STAI A MANGIA’ RENT A CHIES?

 O’, STAI A MANGIA’ RENT A CHIES? ME NE (VU)O’ RA NU POC?

Mi sono sempre chiesta che cosa volesse dire questo semplice modo di dire mondragonese.
In esso emerge dapprima il rimprovero di qualcuno per un comportamento illecito, quello di mangiare in chiesa, e subito dopo il comportamento incoerente e assurdo della stessa persona, che chiede di fare la stessa cosa.
Sembra quasi un ridicolo e banale paradosso. In realtà, questo detto affonda le radici nella Legge dello Specchio, di Carl Jung, il padre della psicologia analitica.
Secondo Jung il mondo può essere paragonato ad uno specchio, in cui ogni persona proietta in modo inconscio e inconsapevole aspetti di se stesso non accettati o riconosciuti.
La proiezione è un meccanismo di difesa attraverso cui attribuiamo agli altri i nostri sentimenti e impulsi inaccettabili.
Una persona insicura, ad esempio, percepisce gli altri come critici e giudicanti.
La proiezione può essere anche positiva quando vediamo negli altri qualità positive che desideriamo avere o che già possediamo ma che non riconosciamo pienamente.
Il mondo, quindi, non è altro che il riflesso di ciò che abbiamo dentro, proiettato sugli altri.
Ci succede spesso di notare qualcosa negli altri che non ci piace, di provare fastidio per un comportamento o per delle parole.
Quello che ci piace del mondo, in realtà, rispecchia aspetti di noi stessi che abbiamo integrato e che ci suscitano emozioni e sensazioni positive.
Al contrario, ciò che del mondo ci dà fastidio riflette una realtà profonda che ci appartiene e che non siamo riusciti ad accettare.
Se vediamo una persona sempre arrabbiata è perché una parte di noi è sempre arrabbiata.
Se ci irrita l’arroganza di una persona potrebbe essere perché stiamo lottando contro la nostra stessa arroganza.
La Legge dello Specchio ci offre una prospettiva potente per la comprensione di noi stessi e delle relazioni interpersonali.
Riconoscendo che ciò che vediamo negli altri riflette aspetti di noi stessi, possiamo avviare un processo di autoconoscenza e crescita personale , possiamo acquisire maggiore consapevolezza e accettazione di chi siamo e migliorare così la qualità della nostra vita e delle nostre relazioni.
Sembra strano ma pian piano noi scopriamo chi siamo attraverso gli occhi degli altri.
Davvero la saggezza popolare mondragonese è da considerare un ricco patrimonio culturale per noi, se con una semplice e divertente battuta ci fa capire concetti così profondi e universali.




sabato 18 gennaio 2025

LE SCOLL ‘NFRONT

 LE SCOLL ‘NFRONT…

In passato, nell’antica società contadina, nell’abbigliamento femminile, era sempre presente un accessorio, che si usava in molte occasioni e che addirittura, doveva far parte del corredo della sposa.

Si trattava della scolla, un triangolo di cotone bianco dai lati molto lunghi.
Si avvolgeva come una fascia e si legava, stretta , intorno alla testa, se si aveva mal di testa oppure si usava per asciugarsi il sudore in caso di caldo eccessivo o di lavoro estenuante, si legava intorno alla testa a mo’ di fazzoletto o foulard .
Si usava, ad esempio, se ci si ritrovava con un braccio ingessato e bisognava tenerlo immobilizzato, visto che non c’erano i tutori che si usano oggi, veniva legata la scolla sulla spalla e dentro si infilava il braccio.
Serviva anche per tener chiusa la bocca ai defunti , la si metteva piegata a mo’ di fascia intorno al viso e si legava sulla testa, ed era piuttosto antiestetica, in verità. Oggi vengono utilizzati dei collari , che servono a questo scopo , quasi invisibili, una volta applicati.
Insomma di un semplice triangolo di cotone si facevano tanti usi, una panacea per tanti problemi.
Forse sarà per questo che ancora oggi quando una persona si vuole accingere ad un compito troppo gravoso ed eccessivo per le sue possibilità , si sente dire ironicamente, da qualcuno che lo conosce bene: - Ma si sicur? Me par che già te vec(o) cu le scoll ‘front!



giovedì 12 dicembre 2024

A SCRIPPELL

Più volte abbiamo inserito sua maestà "La Scrippella" come la tradizione mondragonese per eccellenza, questa volta presentiamo la poesia con cui Caterina ha partecipato al concorso “Salva la tua lingua locale”. Premio ricevuto il 12 dicembre 2024 e promosso dall’UNPLI, Unione nazionale Pro Loco con l’obiettivo di promuovere i tesori culturali e linguistici del nostro Paese. Caterina ha ricevuto un riconoscimento con questo lavoro, una poesia.
E’ dedicata alla SCRIPPELLA, un dolce dal valore fortemente identitario per il nostro territorio.
E’ morbido e profumato, talmente grande da non passare inosservato, un chiaro augurio di ricchezza e prosperità.
La genuinità, la bontà e quella forma a spirale beneaugurante per la fertilità degli sposi ne fanno un dolce unico e inimitabile , che solo a Mondragone si può gustare.

A SCRIPPELL
A ru paesu mij
a matin, quann iescj,
te po succer che mentr cammin
all’impruvvis accumincj a sentì n’addor
nu prufum delicat: limon, cannell, vainiglj.
Uhmm, par che te sient de svenì!
Cammin n’atu ppoc e subb(e)t capiscj:
- Stann a frije le scrippell!
Caccherun s’adda spusà...
Ma … d’addò ne ven? Da ccà? Da llà?
Nun c’è bisogn de sapé!
Bast che vaje appriess a chiglij addor
pe vic(hi) e vicarieglij .
E ropp de nu poc(o) addò te truov? E che vir?
Nu purtonu spalancat tutt addubbat:
piant, fiurj, palluncin
tavul mbiancat, tutt v(e)stut a fest
e tanta gent tutta ‘nfacennat.
Ce sta n’ammuin: chi tras, chi jesce,
chi fa gl’augurij, chi rire, chi pazzea
(nu)n se ne capisce nient.
Se ver sul che è tant l’allegria.
A femmen che frije
piglia a pasta crisciut
e chianu chian , cu na sapienza antica
a fa scegn rent a na tian chiena d’uoglij
e a gir, a gir….
E cu chella pasta morbida e prufumat
form nu curdonu nturcinat
fin a che nun se venchie a tian
ma che fin all’infinit putess cuntinuà
comme a vit, lu ben, l’amor,
che nun fernisce maj
e po a gir sott e ‘ncopp
fin a che tutta bionda e dorat adda addeventà.
A fianc(o) ce sta chi a scol
mett zuccher e cunfiett
e po ce sta chi a ‘ncart
e ri vuagliun attuorn pront pe ghì a spenzà:
- (Nu)n te scurdà a chist (nu)n te scurdà a chiglij!
Pecché a scrippell nun è sul pe gl’invitat
è pe amici, parient, cummar e cummarell
è pe tutti quant!
Si na femmena incint se trov a passà, immediatament:
- Trasit, assettatev, assaggiat!
Si se trova a passà nu furastier
pur a chiglij fann trasì
pecchè a stu paes sacra è rimast l’ospitalità!
E si chiglij avessa ricije:
- Ma ccà che sta a succer?
- No, nient, sapit, chest è na tradizion antic(a)
na festa paisan
pe augurà a ri spus ogni ben e felicità.
Insomm, pa fin da jurnat
È na vera sfacchinat!
Ma a cuntentezz è tant e l’allegrezza pur
pecché pe nu figlij che se sposa
è gioia grande!



martedì 3 dicembre 2024

MAL DE MOL, MAL DE COR!

MAL DE MOL, MAL DE COR!

 Così dicevano i nostri avi ed avevano ragione.
In realtà si sa che le patologie delle gengive sono associate alle malattie cardiache.
La fonte dei problemi sono i batteri presenti all’interno del nostro cavo orale, che causano placca e tartaro, quando non si compie un’accurata igiene orale.
Questi batteri hanno la possibilità di diffondersi attraverso il sangue e di arrivare ad altre parti del corpo.
Quando arrivano al cuore possono causare infiammazioni e infezioni e causare endocardite e infarto.
Addirittura ulteriori studi hanno indicato che c’è una relazione tra igiene orale e ictus perché l’infiammazione cronica determina la formazione di placche indurite nelle arterie, detta aterosclerosi, che rende difficile il fluire del sangue al cuore, mettendo a rischio di infarto e di ictus.
Per questo non bisogna trascurare le malattie delle gengive ed è importante usare un collutorio ad azione disinfettante e antisettica.
Anche in questo caso dobbiamo ringraziare il nostro detto, che ci mette in guardia.
Dalla nostra tradizione c’è sempre da imparare….
Ringrazio la sig. Carmela Filosa, che mi ha fatto conoscere il detto.



martedì 12 novembre 2024

LE CAPUZZELL D’ANGIULIGLJ



LE CAPUZZELL D’ANGIULIGLJ

Un pittore edile del Rione S. Angelo aveva fama di essere molto bravo e tutti lo chiamavano perché non solo era attento e curato nel pitturare la casa ma decorava i soffitti con bei rosoni affrescati, sulle pareti faceva comparire all’improvviso cornici preziose raffiguranti amorini, puttini e teneri bambini cicciottelli alati.
Solo che quando faceva queste decorazioni voleva rimanere solo.
- E comm pitt beglj, fa ciert capuzzell d’angiuliglij !!! commentavano i compaesani .
E credendo che fosse tutta opera sua, pensavano che fosse nato un nuovo Giotto o un altro Raffaello o un Tiziano. Chissà!
Erano troppo curiosi, però, e un giorno aprirono la porta e si resero conto che non era opera del suo sacco. Usava la decalcomania, una tecnica con cui un disegno può essere trasportato su una superficie da un foglio dipinto o impresso. Anche le figure scolpite venivano semplicemente incollate.
Ci rimasero un po’ male, in verità, perché ci avevano davvero creduto…
Grazie sempre alla nostra Clara Ricciardone
















venerdì 1 novembre 2024

Antica preghiera per i Defunti

La preghiera della nostra devozione popolare per i Defunti nella testimonianza 
della sig.ra Gianna De Martino



mercoledì 23 ottobre 2024

UNA RICETTA DEL RICICLO

UNA RICETTA DEL RICICLO
In questo periodo, per tradizione, si preparano le melenzane sott’olio , se ne preparano tante e in diversi modi per poterle gustare in inverno.
Mi è stato riferito che a Mondragone c’è chi utilizza anche le bucce e così ho voluto provare.
Si sbucciano le melenzane, avendo cura di lasciare anche un po’ di polpa attaccata alla buccia. Le strisce ottenute, poi, si tagliano in striscioline più strette.
Si mettono per qualche ora in acqua e sale , poi si strizzano e si fanno bollire in acqua e aceto in uguali quantità per pochi minuti.
Si scolano e si fanno raffreddare.
Si strizzano di nuovo e si condiscono con aglio, peperoncino e origano e si mettono nei vasetti di vetro, coprendole con l’olio di semi, come per le melenzane.
Io ho provato e devo dire che sono buone e croccanti e poi, a pensarci bene, è nella buccia che si concentrano i migliori nutrienti e le proprietà di quest’ortaggio.
Grazie alle massaie mondragonesi, sempre attente e rispettose dell’ambiente.
Provare per credere e … buon appetito!







domenica 13 ottobre 2024

domenica 6 ottobre 2024

OTTOBRE, IL MESE DELLE CASTAGNE

Se settembre è il mese del vino, ottobre è il mese delle castagne, un frutto che un tempo costituiva la base dell’alimentazione popolare contadina delle zone di collina e di montagna.
Le castagne, utilizzate già nell’antica Grecia e a Roma, hanno salvato intere popolazioni dalla fame quando il grano per fare il pane non era sufficiente per tutti.
Oggigiorno la ricchezza ha fatto perdere importanza a questi frutti, che erano un prodotto della povertà.
Erano considerate il pane dei poveri perché con la farina da esse ricavata, si preparavano pani dolci e salati, polenta, castagnacci, focacce ecc.
Oggigiorno, passati i tempi della fame e della carestia, le castagne hanno perduto il ruolo di cibo integratore dell’alimentazione quotidiana, non più strettamente necessario e vitale, si consumano ugualmente ma come cibo sfizioso e saporito , come spassatiempo, direbbero i Napoletani, alla fine dei pasti, come la frutta secca.
Le castagne fresche si possono mangiare arrostite, dette caldarroste, bollite con la buccia, chiamate ballotte, oppure senza la buccia esterna, dette allesse, a seconda delle zone.
I contadini di una volta nonostante non esistessero ancora i mezzi tecnologici di oggi per conservare questo frutto , erano riusciti a trovare il modo di conservarlo e di poterlo utilizzare sempre.
Uno di questi modi era la ‘nzerta, una sorta di collana, che si otteneva infilando le castagne con un ago infilato con lo spago.
Una volta ultimata la ‘nzerta, si chiudeva e si infornava nel forno caldo, all’uscita del pane.
Le spezzatelle, invece, erano castagne sbucciate e seccate al sole, venivano sgusciate con la battitura o pestatura, eseguita dagli uomini mentre a donne e ragazzi era affidato il compito della ventilatura, che consisteva nell’eliminazione della pula. Oggigiorno queste operazioni vengono eseguite dalle macchine e le castagne seccate negli essiccatoi.
A Roccamonfina c’era anche l’usanza di curare le castagne, mettendole in acqua per 7/10 giorni , poi si facevano asciugare all’ombra, girandole di tanto in tanto , mettendole nelle cassette e alternando uno strato di castagne e uno di rena da costruzione.
In questo modo si facevano arrivare le castagne fresche fino a Pasqua.
Ci sono, poi, le castagne del prete, da noi dette “murchigliane” , da Mercogliano, paese in provincia di Avellino, ricco di castagneti , dove si effettua questa lavorazione.
Secondo una leggenda il nome è legato alla storia di un prete che avendo ricevuto in dono delle castagne, per portarle a casa, le caricò su un mulo.
L’animale inciampò facendo cadere le castagne nell’acqua di un fiume. Il prete le raccolse e tornato in convento, decise di metterle in forno per farle asciugare .
Le castagne diventarono croccanti fuori e morbide all’interno. Così nacquero le castagne del prete.
Anche a Mondragone, dove le castagne arrivavano perlopiù da Roccamonfina e dalla zona di Avellino, questo frutto faceva parte dell’alimentazione popolare contadina.
La ‘nzerta e le castagne del prete venivano consumate nel periodo natalizio, come ancora oggi succede.
Le spezzatelle, invece, si trovavano e si trovano ancora oggi durante tutto l’anno, si mettevano in ammollo in acqua la sera prima e poi venivano cotte sotto forma di zuppetta oppure miste ai fagioli ma si faceva anche una minestra di riso e spezzatelle.
Le castagne fresche, se venivano cotte con la buccia erano dette “vualleri”, senza la buccia esterna “allesse”.
Le caldarroste fino a non molti anni fa venivano vendute nei punti di ritrovo più frequentati del paese come ad esempio fuori al cinema Ariston.
Per quanto riguarda le allesse, è rimasto nella tradizione popolare il ricordo di due donne dei Sabatini, che, di sera, sbucciavano le castagne e la mattina presto le mettevano a cuocere, aggiungendo sale e alloro.
Poi, con la pentola ancora fumante, giravano per i vicoli e gridavano: Allesse rosse ! Allesse rosse!
Le mamme uscivano e ne compravano 5/6 per 10/ 20 lire all’incirca e le facevano mangiare ai bambini , che dovevano andare a scuola, una sorta di merendina dolce.
Le allesse rimaste invendute, venivano messe in esposizione fuori ad un “puosto” o banco di verdure della fruttivendola, dove qualcuno le acquistava durante la giornata.
Un’altra donna si metteva seduta con la sua pentola fuori ad una salumeria della Porta di Mare proprio all’angolo di Piazza Bernardino Ruosi, nel portone a fianco c’era un asilo per i bambini e le mamme compravano per merendina ai loro bambini quattro allesse e un vuallero per 10 lire.
Anche in altri punti del paese si vedevano queste vecchine, venditrici occasionali, a volte, di allesse, ma che potevano essere broccoli, rane, ammariegli , frutta secca ecc.
Ringrazio le mie preziose fonti orali: orali: Anna Maria Patrone , Linda Papa , Clara Ricciardone Vincenzina Papa





sabato 28 settembre 2024

A Faggiolata




PER GLI AMANTI DELLA TRADIZIONE MONDRAGONESE: una poesia del mio alunno Francesco Palma con la spiegazione del detto “a visita a ru bufone”
A FAGGIOLATA
Iammucenn a faggiolata
Iamm a fa a visita a ru bufone
Ri fasuli ce mangiammo
E a casa cuntienti ce ne turnammo
Comme ricie a tradizione
A Sant’Angiulo nu vuaglione
Appenneva ru bufone pe fa spaventà agli amiconi.
Quanne vaie a faggiolata
Truove fasule e cutenelle
Vuanti e scrippellucce
E nisciuno Mundraunese ce sape rinuncià
Cu ru bufone illuminat
Ru divertimento è assicurato
Nella poesia si fa riferimento alla “visita a ru bufone”. Forse non tutti sanno che gli abitanti del rione di Sant’Angelo scelsero come simbolo il gufone , detto volgarmente bufone perché in quella zona piuttosto alta c’erano molti alberi dove si annidava il gufo, uccello notturno, caratteristico delle zone montane o forse lo scelsero per scaramanzia , visto che quest’uccello veniva considerato di malaugurio. Il detto vero e proprio nasce, però, dalla tradizione orale. Si racconta che tanto tempo fa, tre amici, uno di sant’Angelo, uno di San Nicola e uno della zona mare erano soliti uscire insieme, si recavano all’osteria e lì, dopo aver bevuto in allegria, si prendevano in giro, tra di loro, alla buona. L’amico di Sant’ Angelo, che per voce di popolo pare appartenesse alla famiglia dei “Cioci” veniva sempre insultato dagli altri due con l’appellativo di bufone e paragonato a un gufo perché nella sua zona era frequente sentire il verso dei gufi e delle civette. Il ragazzo per vendicarsi, in occasione della festa di San Michele, invitò gli amici a casa sua, uccise un gufo e lo appese fuori alla porta. Gli amici, a quella vista, rimasero piuttosto infastiditi e non gradirono molto la sorpresa. Da questo episodio è nata la tradizione della visita al bufone nel giorno di San Michele Arcangelo.

giovedì 12 settembre 2024

TEMPO DI CONTRORA

 Sperando che per quest 'anno quel caldo insopportabile sia passato ...

TEMPO DI CONTRORA
Nei caldi pomeriggi estivi, quando incombe la cosiddetta “calandrella”, cioè quando il caldo è così afoso ed estenuante da far diminuire le energie umane e mentali, è tempo di “controra”, cioè di riposo, è tempo di fare una pausa, che va più o meno dalle ore 12/13 all’incirca alle 16.
Il termine “Controra” viene dal latino “contra horas”, cioè ore contrarie all’azione e all’agire, a svolgere qualsiasi attività.
“Calandrella” , invece, viene dal verbo spagnolo “calentar” che significa riscaldare, arroventare, che a sua volta viene dal vero latino calēre, che vuol dire ardere, essere caldo.
E’ proprio nelle ore di controra il momento di cedere ad un sonnellino ristoratore finché non sia passato quel caldo asfissiante per poi riprendere le consuete attività.
Quando è tempo di controra anche per le strade non cammina nessuno, il paese sembra addormentato e tutto il mondo, umano e animale, è coinvolto nell’immobilità e nel silenzio.
A parte le cicale, che non si zittiscono mai, non si sentono cinguettare gli uccelli, i cani stremati cercano un posticino al fresco, dove distendersi, anche i gatti boccheggiano e respirano a fatica.
Nelle case, dopo pranzo e appena dopo aver rigovernato, si chiudono porte e finestre, lasciandole appena socchiuse per non permettere al caldo di entrare e per creare quella penombra e quella frescura, dove tutto è fermo e silenzio, quasi un tempo non tempo o meglio un andamento lento del tempo stesso.
Non si esce, non si alza la voce per non disturbare il riposo altrui…
Guai a disturbare quella quiete e quel riposo, nessuno si può permettere di andare a suonare senza preavviso o di telefonare, sarebbe come profanare la sacralità della controra.
Quest’usanza nasce dall’antica società contadina, che nella sua saggezza, aveva ben compreso che il caldo eccessivo di quelle ore avrebbe impedito di svolgere al meglio qualsiasi lavoro.
I contadini, infatti, andavano a lavorare al sorgere del sole ma a mezzogiorno si fermavano per mangiare e poi cercavano un posto fresco all’ombra di un albero, dove poter riposare per poi riprendere il lavoro al momento opportuno cioè quando, con il fresco, sapevano di poter svolgere al meglio le proprie attività.
Fermarsi e fare una pausa, lasciarsi andare ad un ozio che fa bene sia al corpo che al cervello, è questo il modo giusto per superare quelle ore di caldo eccessivo.
Alcuni studi scientifici hanno dimostrato che dopo il riposino della controra, le prestazioni intellettive aumentano del 34%.
Oggiorno, al contrario, nell’era dell’industrializzazione, tutto è finalizzato alla velocità e alla produttività e pur di raggiungere gli obiettivi previsti, a volte, si arriva ad una forzatura dei ritmi umani e naturali, che porta allo stress, all’ansia e ad una forte pressione mentale ed emotiva, che influisce molto negativamente sulla salute delle persone.
Diventa utile e salutare, quindi, rispettare la controra.




giovedì 29 agosto 2024

Canti per S.Antonio

I Canti della devozione popolare per S.Antonio nella testimonianza della prof.ssa Adele Papa

I Canti della devozione popolare per S.Antonio nella testimonianza della prof.ssa Adele Papa Adele Pa

Pubblicato da Caterina Di Maio su Giovedì 29 agosto 2024

mercoledì 28 agosto 2024

D(E) (E)STAT SICCA VIETT

 D(E) (E)STAT SICCA VIETT .... CHE DE VIERN SO CUNFIETT

D’estate secca i rametti della vite con i grappoli d’uva perché d’inverno gli acini diventano dolci come confetti e cioè buoni da mangiare.
Il termine “viett” , che significa rametti, è detto in questo modo per fare rima con “cunfiett”, ma in realtà il termine mondragonese originario è “vett”.
Questo detto ci riporta a quando non c’erano ancora i frigoriferi, congelatori ed altri mezzi moderni di conservazione dei prodotti agricoli.
C’era l’usanza di seccare l’uva per farne l’uva passa ma non solo, anche le bucce dei meloni per friggerle a Natale, le bucce dei fichi d’India, si seccavano i pomodori, le melenzane da mettere sott’olio, i semi di zucca, i fichi , tutto ciò che era possibile seccare per poterlo avere poi d’inverno.
L’essiccazione è stato sempre il metodo più antico di conservazione, il sole e il vento hanno permesso alle generazioni passate di preparare scorte durature di vari prodotti per l’inverno.
Si coprivano i prodotti dagli insetti con dei veli a fori piccoli , tipo tulle. Il problema era quello che la pioggia non li bagnasse e bisognava mettere tutto al sicuro prima che incominciasse a piovere.
Al calar del sole, per evitare l’umidità notturna, si ritiravano i prodotti in casa e si rimettevano al sole il giorno dopo.
Il termine “vett” viene dal latino “vectus”, che significa condotto , trasportato, che a sua volta viene dal verbo veho-is- vexi- ctum – vehere, che vuol dire condurre, avanzare, trasportare.
“Ru vett” si riferisce al ramo o tralcio della vite, che dal fusto della pianta, attaccato ad un palo, viene accompagnato con delicatezza dal contadino in una direzione e quindi condotto, trasportato, allungato ed appoggiato quasi spontaneamente su dei fili – guida, a cui si aggrappa, come si può osservare nei vigneti.
Con il tempo poi il termine è passato ad indicare anche i rami tagliati, gli scarti di potatura della vite ed anche i rami secchi.
Si dice anche “Mitt ru vett rent a ru purtus” cioè “Metti un rametto nel buco” sia per ricordarsi di qualcosa come quando per lo stesso motivo si facevano i nodi al fazzoletto ma anche come punto di riferimento.
E’ sempre bello scoprire come una semplice parola del nostro dialetto ci possa riportare indietro nel tempo, alla lingua dei nostri antenati, il latino, che ancora continua a vivere nella nostra e come questo termine ci possa catapultare all’improvviso nell’antica Sinuessa, alla coltivazione della vite, allora molto fiorente, al vino Falerno, alle nostre origini.
Grazie alla sig.ra Carmela Filosa, che mi ha spiegato questo antico modo di dire.



martedì 27 agosto 2024

ME PARE A COT(E)N NCOPP A RI CRAUN

ME PARE A COT(E)N NCOPP A RI CRAUN 
A Mondragone si usa quest’espressione per indicare una persona gelosa e invidiosa degli altri.

Viene paragonata alla cotenna del maiale quando si mette sulla brace perché questa, a contatto con il fuoco, piano piano si consuma, si incomincia a sciogliere, cigola, sfrigola, si strugge, si contorce, si deforma, diminuisce di volume e perde la sua forma originaria.
Anche la persona gelosa fa così, non riesce a vivere la propria vita perché è concentrata su quella degli altri, è sempre lì a spiare, a controllare, a fare paragoni, a puntare il dito, a disprezzare e sminuire qualcuno perché ogni successo altrui è un attacco alla propria autostima, e soffre e consuma tutte le sue energie per questo.
E’ chiaro che questo continuo confronto con gli altri nasce da un’insicurezza e insoddisfazione cronica della propria vita.
Le persone gelose lottano con sentimenti di inferiorità che cercano di compensare con la rivalità e il disprezzo altrui.
La gelosia è distruttiva perché porta a voler distruggere in ogni modo la persona che si ritiene rivale ma è anche autodistruttiva perché influisce negativamente sulla propria salute mentale.
Le conseguenze della gelosia sono: il pettegolezzo, l’insinuazione, il sabotaggio della persona che si considera nemica.
Riconoscere in noi stessi la gelosia non come un segnale di debolezza ma come un segnale dei nostri bisogni e desideri insoddisfatti porta all’autoconsapevolezza e a relazioni interpersonali più sane ed empatiche.
Certo non è facile spiegare, a parole, ciò che soffre una persona gelosa, il tormento continuo a cui è sottoposta ma non per il dialetto mondragonese che, con un paragone eloquente più di mille parole, sempre legato al mondo contadino, ci dice che la persona gelosa soffre tanto, come “na cot(e)n ncopp a ri craun”
Grazie alla sig. Carmela Filosa, che mi ha fatto conoscere questo modo di dire del nostro dialetto.

lunedì 5 agosto 2024

RER CASCA RER

 Un uomo aveva un padre vecchio ed era stanco di vederselo sempre davanti e di assisterlo. Un giorno preparò una bisaccia, mettendo dentro poche cose e lo portò sulla montagna, dove lo abbandonò.

Dopo anni , un giorno vide il figlio che stava facendo la stessa cosa, ne capì l’intenzione e chiese: - Ma pecché? E il figlio: - T’aggia purtà ncopp a muntagn!
Allora si rese conto e rispose: - Ma che staje a ffà, rer casca rer? Da na g(e)nerazzion a ‘nnat, da lu mal a lu peggio? E sp(e)zzamm(e)l sta catena!
E convinse il figlio a non ripetere il male che lui stesso aveva fatto.
L’espressione “Rer casca rer” voleva dire che quando si cade all’indietro, cioè ci si incammina sulla via del male , non si riesce a ritrovare la strada del bene e si può solo cadere sempre più all’indietro e quindi sempre più in basso. Ci vuole un atto di coraggio per risalire e per imparare, successivamente, a riconoscere e a gestire il bene e il male che sono in tutti noi.
(Racconto della sig.ra Carmela Filosa)