mercoledì 21 maggio 2025

LA MADONNA NELLA RAGNATELA

  Tanti sono i miracoli e le grazie operate dalla Madonna Incaldana, segni di benevolenza e di protezione a favore del suo popolo.




Uno di questi mi è stato raccontato dalla mia amica Margherita Piglialarmi, riguardante suo padre, Davide Piglialarmi.
Nato nel 1927 nel rione Sant’Angelo, all’incirca verso i 20 anni, si ammalò di malaria.
Bisogna ricordare che Mondragone, in passato, è stata tristemente famosa per la malaria, che si leggeva sul volto degli abitanti sotto forma di un tale indebolimento organico, che era facile da riconoscere anche agli occhi del profano.
Un giorno, mentre era sul letto, incosciente, in preda ad una forte febbre malarica, vide una ragnatela e in essa il quadro della Madonna Incaldana.
Da quel momento è iniziato il suo miglioramento fino alla successiva guarigione.
Ha trovato, poi, la ragnatela, che c’era davvero in un angolo della casa.
Davide, in seguito, si è sposato ed ha avuto cinque figli, ai quali ha raccontato quest’episodio per tutta la vita.
Il ricordo era rimasto indelebile in lui, una prova di come il Divino si manifesta, in certi momenti cruciali della nostra vita per incoraggiarci e sostenerci, in questo caso attraverso il volto della Madre, che traspariva da una ragnatela.
Sempre devoto della Madonna Incaldana, ha fatto anche “ru mast de fest” per i festeggiamenti della nostra Patrona.
Margherita Piglialarmi


domenica 11 maggio 2025

A SCAF DE CASTIEGLJ

  A Mondragone, quando si vuol far intendere che qualcosa è troppo, eccessivamente grande, si fa riferimento alla “scaf de Castieglj”, cioè alla scafa di Castel Volturno.

A Castel Volturno, anticamente il fiume veniva attraversato con la scafa, che era l’unico mezzo di attraversamento.
Si trattava di una zattera o chiatta, ancorata ad una fune, utilizzata, per l’appunto, per attraversare i fiumi da una sponda all’altra, non solo del Volturno.
Era una sorta di “navetta” per così dire, con cui lo scafaiuolo o traghettatore andava e veniva per far passare persone, animali e merci.
Era tanto grande che spesso si traghettavano interi greggi di pecore e altri carichi pesanti.
Occorre ricordare che il Volturno, di cui vediamo l’ultimo tratto a Castel Volturno, nasce in Molise, dai monti delle Mainarde, nella provincia di Isernia, attraversa due province, Caserta e Benevento e sfocia nel mar Tirreno, proprio presso Castel Volturno.
Il primo ponte sul fiume, che attraversa Castel Volturno, fu costruito dai Romani , dall’imperatore Domiziano. Con il tempo crollò a causa delle piene del fiume e il nuovo ponte fu ricostruito nel 1954.
Evidentemente la scafa, questo antico mezzo di trasporto, deve essere rimasta nella memoria popolare proprio per la sua grandezza.
Ecco perché, da noi, quando una persona confida ad un amico fidato una notizia che vuole rimanga segreta, gli raccomanda di non dirlo a nessuno, specialmente a qualcuno di loro conoscenza, che parla troppo, perché “chell ten a vocc quant’è a scaf de Castieglj!!!
Nella foto si può vedere un cavallo con il carretto e alcune persone sulla scafa, pronta per attraversare il fiume.




lunedì 5 maggio 2025

LA DEVOZIONE MARIANA DEL MESE DI MAGGIO

 Una devozione popolare radicata nei secoli è quella di dedicare il mese di Maggio alla Madonna.

E’ un mese in cui la natura è in piena fioritura e ci offre quanto di più bello e dolce, tra fiori e frutti, la primavera ci possa elargire.

Il nome Maggio deriva dal corrispondente mese del calendario romano Maius, dedicato alla divinità latina Maia, dea dell’abbondanza e della fertilità, che rappresentava la grande Madre Terra.
Era un mese, quindi, dedicato alla vita e alla maternità ed è anche per questo motivo che in esso si fa ricorrere la festa della mamma.
E’ un mese in cui si intrecciano bellezza, mitologia e misticismo, che ci ricollegano al divino, al volto di un’altra Madre, quella Celeste, la Beata Vergine Maria.
La Chiesa già dal XVI sec., nel tentativo di dare un significato più trascendente alle usanze pagane legate al mese di maggio, decise di sovrapporvi una pratica cristiana e di dedicare il mese alla Madonna, dedica rinvigorita poi dal dogma dell’Immacolata Concezione del 1854.
Difatti a questo periodo risalgono le prime pratiche devozionali.
In particolare, a Roma, san Filippo Neri insegnava ai giovani a circondare di fiori l’immagine della Madonna, a cantare le sue lodi nelle Litanie, a offrire i Fioretti, piccoli segni di devozione per manifestare un grande amore.
Per Fioretto si intende, infatti, un piccolo fiore, simbolico e spirituale, da offrire alla Madonna ed è una pratica che prevede di sacrificare, rinunciare a qualcosa a cui si tiene molto, in suo onore.
In questo mese, nei borghi e nelle campagne si adornavano di fiori le edicole mariane, anche quelle più isolate che sorgevano agli incroci, al limitare dei campi.
La migliore espressione di devozione che si pratica nel mese di maggio è , senza dubbio, il Rosario, che ha origini tardomedievali, per chiedere benedizioni, benefici, e grazie per noi e per i nostri cari.
Esso prende il nome dalla rosa, il fiore dedicato alla Madonna, e fu diffuso dai Domenicani.
Il Rosario diventò la corona di rose da offrire alla Madonna, una ghirlanda fiorita di preghiere, in cui si concentravano una serie di Ave Maria intercalate da Padre nostro e Gloria al Padre.
I primi Rosari furono costruiti con bacche e semi di fiori , poi con legno di rosa, di olivo fino a materiali più preziosi e più ricchi.
La Corona del Rosario diventò per i Cattolici un oggetto personale che seguiva tutto il corso della vita della persona a cui apparteneva , seguendolo fin nella bara.
Anche qui a Mondragone la devozione mariana era molto sentita , in molte famiglie si allestivano altarini con l’immagine della Madonna , circondata da fiori e ceri, e intorno a quell’immagine si riunivano i vicini di casa per recitare il Rosario.
Per la Messa vespertina si faceva a gara a portare in chiesa i fiori più belli e profumati: rose , calle, gigli, gelsomini, lillà, violacciocche, biancospino, ecc per adornare l’altare della Madonna.
Si recitava il Rosario, a cui seguivano le Litanie cantate. Oltre alla celebrazione della Messa, si leggeva la Meditazione ogni giorno e il Fioretto, come si usa fare tutt’oggi.
I predicatori, soffermandosi ogni sera su un aspetto del culto mariano, decantavano le lodi della Madonna per invitare i fedeli ad un culto più fervente e ad una devozione più sentita.
Il mese di maggio era ed è sempre un’occasione per metterci tutti sotto la protezione di Maria.
“Fare il mese di maggio” voleva dire dire proprio questo, dedicare alla Madonna tutto il mese, recandosi tutte le sere in chiesa, per il Rosario, per la S. Messa ecc.
Lei avrebbe ascoltato sicuramente le suppliche di un figlio tanto devoto che le dedicava con amore un mese intero dell’anno.

mercoledì 16 aprile 2025

Giovedì Santo ( sig.ra Genoveffa Caparco)

 


LA PREGHIERA POPOLARE DEI SEPOLCRI
Te veng a visità, Sepolcru Sant
Ce veng a iurnat da Passion
Ce veng cu nu cor tant afflitt
Da mort e a passion de Gesù Crist.
Sepolcru sant e Sepolcru glorios
Comme si degno e comme si odoros.
Fior de lu suo fior, corp de lu suo corp
Chest è la Croce che ci fussi mort.
Maria a ru Gioverì Sant ieva facenn nu gran piant
Nu gran piant e nu gran dulor
Chest è la Croce di Nostro Signore.
Si c’avess na zitella zita
33 vote lu vuless ricie
A denocchie scupert e terra sagrat
La grazia che cerchi al mio Figliuolo ce sarà dat.

martedì 8 aprile 2025

COMME CUCOZZA CANTA



COMME CUCOZZA CANTA,
PASQUA NUN VENE PE MO’!

Dal suono della zucca, capisco che Pasqua è lontana!
Questo antico detto risale al 1500, al tempo di “Papa Giovinazzo”, un arciprete così denominato, estroso e bizzarro, di Lucugnano, una frazione del Comune di Tricase, in provincia di Lecce.
A quel tempo non c’erano ancora i calendari per ricordarsi delle festività da onorare e si ricorreva ad espedienti pratici per calcolare il tempo.
Era sempre per questo motivo che qui da noi si appendeva la bambola di pezza della Quaresima, che aveva sotto il vestito un’arancia o una patata con sette penne di gallina conficcate, ogni settimana se ne toglieva una proprio per calcolare con esattezza il tempo che mancava per arrivare alla Pasqua.
In alcuni monasteri e sacrestie si usava come calendario un quadro di legno con tanti chiodini, che venivano rimossi giorno per giorno.
Papa Giovinazzo, invece, si era costruito un suo speciale calendario. In una zucca vuota riponeva tanti semi di zucca per quanti erano i giorni dell’anno ed anche tanti semi di fave, che indicavano le festività.
Giorno per giorno toglieva i semi di zucca e di fave per rendersi conto del tempo trascorso e di ciò che gli spettava fare per le celebrazioni in chiesa.
Un anno, verso la metà del 1500, l’arciprete, di domenica, si recò in chiesa per celebrare la Messa ma rimase molto sorpreso nel vedere che il popolo era provvisto di rami di palma e chiedeva la benedizione.
Allora disse: - Piano, figlioli, oggi non è la domenica delle Palme!
Visto, però, che quelli insistevano e, convinto che fossero in errore, si fece portare la zucca e scuotendola per sentirne il rumore dei semi, disse: - Comme cucozza canta, Pasqua nun vene pe mò! E li rimandò a casa senza benedire le palme.
In effetti era lui che si era sbagliato perché la sorella aveva trovato nella sua stanza una scodella con le fave rimosse e, non sapendone il motivo, le aveva rimesse nella zucca.
Papa Giovinazzo, poi, lo venne a sapere e la domenica successiva benedisse le palme e celebrò anche la Pasqua.
Dagli studi antropologici emerge che Papa Giovinazzo è un personaggio della cultura popolare salentina che racchiude in sé la semplicità di don Abbondio e la furbizia di Pulcinella, una figura emblematica e irriverente, figlia della cultura popolare del ‘500.
A lui si attribuiscono storie e aneddoti umoristici anche a sfondo sessuale, che avevano l’obiettivo di farsi beffe di nobili e prelati.
Sulla sua esistenza si hanno molti dubbi, alcuni pensano che non sia realmente esistito e che sia frutto della creatività e della fantasia popolare di quel periodo.
Nel suo Breviario, tra l’altro, si legge: - Io sono Papa Giovinazzo, fate quello che dico, non fate non quello che faccio!
Come abbia fatto questo detto salentino ad arrivare a Mondragone non si sa, certo è che la cultura popolare non ha confini e si diffonde dappertutto.

martedì 1 aprile 2025

RI QUATT BRILLANT

 

“Quatt brillant
giorni quarant”
recita un proverbio della tradizione contadina e sta a significare che se piove il quattro aprile o per I primi quattro giorni di aprile, pioverà per 40 giorni.
Con “quattro brillanti” ci si riferisce proprio ai primi quattro giorni di Aprile, ma, in realtà, la parola “brillanti” è una traduzione errata di Aprilanti perché si dice
"Quattro aprilanti
Giorni quaranta"
I nostri antenati, quando non esistevano le previsioni del tempo, si affidavano alla saggezza popolare per conoscere il tempo con un certo anticipo.
Questo proverbio, in effetti, non ha nessun fondamento scientifico, tuttavia non si può negare che Aprile è un mese imprevedibile.
Anche la scienza ha provato a capire se c’è del vero nella saggezza popolare, per questo alcuni studiosi hanno analizzato l’archivio delle precipitazioni piovose dell’Osservatorio Meteorologico dell’università di Napoli Federico II , funzionante dal 1872 e dall’analisi effettuata risulta che gli anni in cui è piovuto per i primi giorni di Aprile, seguiti da più di 16 giorni piovosi fino al 15 maggio, costituiscono il 70% dei casi.
Il risultato suggerisce che, in fondo, i proverbi tramandati hanno un fondo di verità, se interpretati, non alla lettera, ma in modo più ampio; essi vanno intesi come il risultato di quelle irregolarità climatiche osservate su lunghi periodi.
Casualità o tradizione? Osserviamo quello che succede in questi giorni….
Intanto oggi sembra inverno...



domenica 16 febbraio 2025

CAP DE MIUL

 CAP DE MIUL Qualche volta si sente apostrofare così qualcuno che ha la testa dura.

Si tratta di un’espressione, in realtà, che si riferisce ad una parte del carretto, il mezzo di trasporto più comune di un tempo.
Il miulo era la parte centrale della ruota, costituito da un pezzo cilindrico di legno, che doveva essere il più duro e resistente possibile e non si doveva assolutamente sfaldare perché in esso venivano inseriti gli altri elementi, che permettevano alla ruota di girare.
Fra i tanti modi di dire, con cui ci riferiamo alle persone testarde, non ci dimentichiamo di questo, che viene dalla nostra tradizione.
E’ simpatico ed espressivo e rende anche molto bene il concetto.



SANTA APOLLONIA

 Oggi la Chiesa ricorda Santa Apollonia martire, una Santa poco conosciuta a Mondragone se non attraverso un detto popolare in cui si fa riferimento al suo martirio

SANTA APOLLONIA
E mo c(e) a scicch na mol a santa B(e)llonia!
Così recita un detto mondragonese, riferendosi con esso ad una persona avara, poco disponibile nel dare, una persona da cui si è sicuri di non riuscire a ricavare nulla.
Con questo detto, qui a Mondragone, abbiamo tacciato per tanto tempo la povera santa Bellonia di avarizia.
In realtà la fantomatica santa Bellonia altri non è che santa Apollonia vergine e martire, vissuta nel III sec dC, ad Alessandria d’Egitto.
La storia del martirio della Santa ci è raccontata da Eusebio da Cesarea, il quale riporta un brano della lettera del vescovo Dionigi di Alessandria.
Tra il 249 e il 250, in Alessandria d’Egitto scoppiò una sommossa popolare contro i Cristiani, eccitata da un indovino pagano.
Apollonia, un’anziana donna cristiana, non sposata, che aveva aiutato i Cristiani e fatto opera di apostolato, fu catturata insieme agli altri e venne percossa fino al punto da farle cadere i denti. Secondo la tradizione popolare, i denti le furono divelti con le tenaglie e i soldati infierirono su di lei con particolare crudeltà .
Fu poi preparato un gran fuoco per bruciarla viva se non avesse abiurato.
La Santa, forse per sottrarsi ad ulteriori torture, che avrebbero potuto indebolire la sua volontà, preferì gettarsi tra le fiamme, dove morì, ritenendo senza dubbio che il suicidio non costituisse una colpa in quella situazione.
E’ stata tale la devozione per la santa martire Apollonia che dal Medio Evo in poi si moltiplicarono i suoi denti-reliquie miracolosi, venerati dai fedeli e custoditi nelle chiese dell’Occidente, al punto che papa Pio VI, che era molto rigido su queste forme di culto, fece raccogliere tutti i denti e, deposti in un bauletto, che raggiunse il peso di tre kg, li fece gettare nel Tevere.
Questo episodio ci aiuta a capire quanta impressione, meraviglia e ammirazione suscitò il martirio della Santa nel mondo cristiano per i suoi aspetti singolari.
Santa Apollonia, la cui festa si celebra il 9 febbraio, è invocata in tutti i malanni e dolori dei denti.
Il suo attributo nell’iconografia è una tenaglia che tiene stretto un dente. Pur essendo una donna anziana, nell’iconografia sacra è raffigurata come tutte le sante vergini, in giovane età.



domenica 2 febbraio 2025

FEBBRAR(O)

 FEBBRAR(O)

CURT(O) E AMAR(O)
E’ un detto che esprime, oltre alla brevità anche le difficoltà di un mese in cui si doveva far ricorso alle provviste invernali ormai quasi esaurite.
Bisogna ricordare che un tempo l’economia delle famiglie di ceto medio basso era basata soprattutto sulla produzione agricola ed era fortemente vincolata all’esito dei raccolti, e quando le provviste di grano, di fagioli ecc che erano alla base dell’alimentazione erano quasi esaurite, aumentava la preoccupazione e l’ ansia per le famiglie che stentavano a tirare avanti.
Un altro detto recita: Si Febbraio nun febbrareja , marzo a malepensa! Sta a significare che se a Febbraio non fa molto freddo come ci si aspetterebbe, ci pensa poi Marzo con gli ultimi giorni dell’ inverno a rincarare la dose.
Il mese di Febbraio, però, seppure breve e freddo, è un mese ricco di ricorrenze.
Sin dai primi giorni si rincorrono la Candelora e san Biagio.
La Candelora è una festa cristiana che ricorda la presentazione di Gesù al Tempio ma poiché si avvicina alla fine dell’inverno, al significato religioso della festa si è sovrapposto anche quello della primavera imminente.
C’era poi, nella società contadina, grande venerazione per san Biagio, protettore della gola.
Il 9 febbraio ricorre la festa di sant’ Apollonia martire, a cui è legato un antico detto mondragonese “Mo c(e)’a scicchi na mol a Santa B(e)llonia!
Ma tra tutte, quella che si aspettava maggiormente era il Carnevale, una festa molto amata da grandi e piccoli , un’occasione rara di evasione dalla pesantezza della vita quotidiana, di allegria e di divertimento fine a se stesso ma era anche un’occasione unica di mangiare prelibatezze legate a questa festa e non consentite nel resto dell’anno .




domenica 26 gennaio 2025

STAI A MANGIA’ RENT A CHIES?

 O’, STAI A MANGIA’ RENT A CHIES? ME NE (VU)O’ RA NU POC?

Mi sono sempre chiesta che cosa volesse dire questo semplice modo di dire mondragonese.
In esso emerge dapprima il rimprovero di qualcuno per un comportamento illecito, quello di mangiare in chiesa, e subito dopo il comportamento incoerente e assurdo della stessa persona, che chiede di fare la stessa cosa.
Sembra quasi un ridicolo e banale paradosso. In realtà, questo detto affonda le radici nella Legge dello Specchio, di Carl Jung, il padre della psicologia analitica.
Secondo Jung il mondo può essere paragonato ad uno specchio, in cui ogni persona proietta in modo inconscio e inconsapevole aspetti di se stesso non accettati o riconosciuti.
La proiezione è un meccanismo di difesa attraverso cui attribuiamo agli altri i nostri sentimenti e impulsi inaccettabili.
Una persona insicura, ad esempio, percepisce gli altri come critici e giudicanti.
La proiezione può essere anche positiva quando vediamo negli altri qualità positive che desideriamo avere o che già possediamo ma che non riconosciamo pienamente.
Il mondo, quindi, non è altro che il riflesso di ciò che abbiamo dentro, proiettato sugli altri.
Ci succede spesso di notare qualcosa negli altri che non ci piace, di provare fastidio per un comportamento o per delle parole.
Quello che ci piace del mondo, in realtà, rispecchia aspetti di noi stessi che abbiamo integrato e che ci suscitano emozioni e sensazioni positive.
Al contrario, ciò che del mondo ci dà fastidio riflette una realtà profonda che ci appartiene e che non siamo riusciti ad accettare.
Se vediamo una persona sempre arrabbiata è perché una parte di noi è sempre arrabbiata.
Se ci irrita l’arroganza di una persona potrebbe essere perché stiamo lottando contro la nostra stessa arroganza.
La Legge dello Specchio ci offre una prospettiva potente per la comprensione di noi stessi e delle relazioni interpersonali.
Riconoscendo che ciò che vediamo negli altri riflette aspetti di noi stessi, possiamo avviare un processo di autoconoscenza e crescita personale , possiamo acquisire maggiore consapevolezza e accettazione di chi siamo e migliorare così la qualità della nostra vita e delle nostre relazioni.
Sembra strano ma pian piano noi scopriamo chi siamo attraverso gli occhi degli altri.
Davvero la saggezza popolare mondragonese è da considerare un ricco patrimonio culturale per noi, se con una semplice e divertente battuta ci fa capire concetti così profondi e universali.




sabato 18 gennaio 2025

LE SCOLL ‘NFRONT

 LE SCOLL ‘NFRONT…

In passato, nell’antica società contadina, nell’abbigliamento femminile, era sempre presente un accessorio, che si usava in molte occasioni e che addirittura, doveva far parte del corredo della sposa.

Si trattava della scolla, un triangolo di cotone bianco dai lati molto lunghi.
Si avvolgeva come una fascia e si legava, stretta , intorno alla testa, se si aveva mal di testa oppure si usava per asciugarsi il sudore in caso di caldo eccessivo o di lavoro estenuante, si legava intorno alla testa a mo’ di fazzoletto o foulard .
Si usava, ad esempio, se ci si ritrovava con un braccio ingessato e bisognava tenerlo immobilizzato, visto che non c’erano i tutori che si usano oggi, veniva legata la scolla sulla spalla e dentro si infilava il braccio.
Serviva anche per tener chiusa la bocca ai defunti , la si metteva piegata a mo’ di fascia intorno al viso e si legava sulla testa, ed era piuttosto antiestetica, in verità. Oggi vengono utilizzati dei collari , che servono a questo scopo , quasi invisibili, una volta applicati.
Insomma di un semplice triangolo di cotone si facevano tanti usi, una panacea per tanti problemi.
Forse sarà per questo che ancora oggi quando una persona si vuole accingere ad un compito troppo gravoso ed eccessivo per le sue possibilità , si sente dire ironicamente, da qualcuno che lo conosce bene: - Ma si sicur? Me par che già te vec(o) cu le scoll ‘front!



giovedì 12 dicembre 2024

A SCRIPPELL

Più volte abbiamo inserito sua maestà "La Scrippella" come la tradizione mondragonese per eccellenza, questa volta presentiamo la poesia con cui Caterina ha partecipato al concorso “Salva la tua lingua locale”. Premio ricevuto il 12 dicembre 2024 e promosso dall’UNPLI, Unione nazionale Pro Loco con l’obiettivo di promuovere i tesori culturali e linguistici del nostro Paese. Caterina ha ricevuto un riconoscimento con questo lavoro, una poesia.
E’ dedicata alla SCRIPPELLA, un dolce dal valore fortemente identitario per il nostro territorio.
E’ morbido e profumato, talmente grande da non passare inosservato, un chiaro augurio di ricchezza e prosperità.
La genuinità, la bontà e quella forma a spirale beneaugurante per la fertilità degli sposi ne fanno un dolce unico e inimitabile , che solo a Mondragone si può gustare.

A SCRIPPELL
A ru paesu mij
a matin, quann iescj,
te po succer che mentr cammin
all’impruvvis accumincj a sentì n’addor
nu prufum delicat: limon, cannell, vainiglj.
Uhmm, par che te sient de svenì!
Cammin n’atu ppoc e subb(e)t capiscj:
- Stann a frije le scrippell!
Caccherun s’adda spusà...
Ma … d’addò ne ven? Da ccà? Da llà?
Nun c’è bisogn de sapé!
Bast che vaje appriess a chiglij addor
pe vic(hi) e vicarieglij .
E ropp de nu poc(o) addò te truov? E che vir?
Nu purtonu spalancat tutt addubbat:
piant, fiurj, palluncin
tavul mbiancat, tutt v(e)stut a fest
e tanta gent tutta ‘nfacennat.
Ce sta n’ammuin: chi tras, chi jesce,
chi fa gl’augurij, chi rire, chi pazzea
(nu)n se ne capisce nient.
Se ver sul che è tant l’allegria.
A femmen che frije
piglia a pasta crisciut
e chianu chian , cu na sapienza antica
a fa scegn rent a na tian chiena d’uoglij
e a gir, a gir….
E cu chella pasta morbida e prufumat
form nu curdonu nturcinat
fin a che nun se venchie a tian
ma che fin all’infinit putess cuntinuà
comme a vit, lu ben, l’amor,
che nun fernisce maj
e po a gir sott e ‘ncopp
fin a che tutta bionda e dorat adda addeventà.
A fianc(o) ce sta chi a scol
mett zuccher e cunfiett
e po ce sta chi a ‘ncart
e ri vuagliun attuorn pront pe ghì a spenzà:
- (Nu)n te scurdà a chist (nu)n te scurdà a chiglij!
Pecché a scrippell nun è sul pe gl’invitat
è pe amici, parient, cummar e cummarell
è pe tutti quant!
Si na femmena incint se trov a passà, immediatament:
- Trasit, assettatev, assaggiat!
Si se trova a passà nu furastier
pur a chiglij fann trasì
pecchè a stu paes sacra è rimast l’ospitalità!
E si chiglij avessa ricije:
- Ma ccà che sta a succer?
- No, nient, sapit, chest è na tradizion antic(a)
na festa paisan
pe augurà a ri spus ogni ben e felicità.
Insomm, pa fin da jurnat
È na vera sfacchinat!
Ma a cuntentezz è tant e l’allegrezza pur
pecché pe nu figlij che se sposa
è gioia grande!



martedì 3 dicembre 2024

MAL DE MOL, MAL DE COR!

MAL DE MOL, MAL DE COR!

 Così dicevano i nostri avi ed avevano ragione.
In realtà si sa che le patologie delle gengive sono associate alle malattie cardiache.
La fonte dei problemi sono i batteri presenti all’interno del nostro cavo orale, che causano placca e tartaro, quando non si compie un’accurata igiene orale.
Questi batteri hanno la possibilità di diffondersi attraverso il sangue e di arrivare ad altre parti del corpo.
Quando arrivano al cuore possono causare infiammazioni e infezioni e causare endocardite e infarto.
Addirittura ulteriori studi hanno indicato che c’è una relazione tra igiene orale e ictus perché l’infiammazione cronica determina la formazione di placche indurite nelle arterie, detta aterosclerosi, che rende difficile il fluire del sangue al cuore, mettendo a rischio di infarto e di ictus.
Per questo non bisogna trascurare le malattie delle gengive ed è importante usare un collutorio ad azione disinfettante e antisettica.
Anche in questo caso dobbiamo ringraziare il nostro detto, che ci mette in guardia.
Dalla nostra tradizione c’è sempre da imparare….
Ringrazio la sig. Carmela Filosa, che mi ha fatto conoscere il detto.



martedì 12 novembre 2024

LE CAPUZZELL D’ANGIULIGLJ



LE CAPUZZELL D’ANGIULIGLJ

Un pittore edile del Rione S. Angelo aveva fama di essere molto bravo e tutti lo chiamavano perché non solo era attento e curato nel pitturare la casa ma decorava i soffitti con bei rosoni affrescati, sulle pareti faceva comparire all’improvviso cornici preziose raffiguranti amorini, puttini e teneri bambini cicciottelli alati.
Solo che quando faceva queste decorazioni voleva rimanere solo.
- E comm pitt beglj, fa ciert capuzzell d’angiuliglij !!! commentavano i compaesani .
E credendo che fosse tutta opera sua, pensavano che fosse nato un nuovo Giotto o un altro Raffaello o un Tiziano. Chissà!
Erano troppo curiosi, però, e un giorno aprirono la porta e si resero conto che non era opera del suo sacco. Usava la decalcomania, una tecnica con cui un disegno può essere trasportato su una superficie da un foglio dipinto o impresso. Anche le figure scolpite venivano semplicemente incollate.
Ci rimasero un po’ male, in verità, perché ci avevano davvero creduto…
Grazie sempre alla nostra Clara Ricciardone
















venerdì 1 novembre 2024

Antica preghiera per i Defunti

La preghiera della nostra devozione popolare per i Defunti nella testimonianza 
della sig.ra Gianna De Martino



mercoledì 23 ottobre 2024

UNA RICETTA DEL RICICLO

UNA RICETTA DEL RICICLO
In questo periodo, per tradizione, si preparano le melenzane sott’olio , se ne preparano tante e in diversi modi per poterle gustare in inverno.
Mi è stato riferito che a Mondragone c’è chi utilizza anche le bucce e così ho voluto provare.
Si sbucciano le melenzane, avendo cura di lasciare anche un po’ di polpa attaccata alla buccia. Le strisce ottenute, poi, si tagliano in striscioline più strette.
Si mettono per qualche ora in acqua e sale , poi si strizzano e si fanno bollire in acqua e aceto in uguali quantità per pochi minuti.
Si scolano e si fanno raffreddare.
Si strizzano di nuovo e si condiscono con aglio, peperoncino e origano e si mettono nei vasetti di vetro, coprendole con l’olio di semi, come per le melenzane.
Io ho provato e devo dire che sono buone e croccanti e poi, a pensarci bene, è nella buccia che si concentrano i migliori nutrienti e le proprietà di quest’ortaggio.
Grazie alle massaie mondragonesi, sempre attente e rispettose dell’ambiente.
Provare per credere e … buon appetito!







domenica 13 ottobre 2024

domenica 6 ottobre 2024

OTTOBRE, IL MESE DELLE CASTAGNE

Se settembre è il mese del vino, ottobre è il mese delle castagne, un frutto che un tempo costituiva la base dell’alimentazione popolare contadina delle zone di collina e di montagna.
Le castagne, utilizzate già nell’antica Grecia e a Roma, hanno salvato intere popolazioni dalla fame quando il grano per fare il pane non era sufficiente per tutti.
Oggigiorno la ricchezza ha fatto perdere importanza a questi frutti, che erano un prodotto della povertà.
Erano considerate il pane dei poveri perché con la farina da esse ricavata, si preparavano pani dolci e salati, polenta, castagnacci, focacce ecc.
Oggigiorno, passati i tempi della fame e della carestia, le castagne hanno perduto il ruolo di cibo integratore dell’alimentazione quotidiana, non più strettamente necessario e vitale, si consumano ugualmente ma come cibo sfizioso e saporito , come spassatiempo, direbbero i Napoletani, alla fine dei pasti, come la frutta secca.
Le castagne fresche si possono mangiare arrostite, dette caldarroste, bollite con la buccia, chiamate ballotte, oppure senza la buccia esterna, dette allesse, a seconda delle zone.
I contadini di una volta nonostante non esistessero ancora i mezzi tecnologici di oggi per conservare questo frutto , erano riusciti a trovare il modo di conservarlo e di poterlo utilizzare sempre.
Uno di questi modi era la ‘nzerta, una sorta di collana, che si otteneva infilando le castagne con un ago infilato con lo spago.
Una volta ultimata la ‘nzerta, si chiudeva e si infornava nel forno caldo, all’uscita del pane.
Le spezzatelle, invece, erano castagne sbucciate e seccate al sole, venivano sgusciate con la battitura o pestatura, eseguita dagli uomini mentre a donne e ragazzi era affidato il compito della ventilatura, che consisteva nell’eliminazione della pula. Oggigiorno queste operazioni vengono eseguite dalle macchine e le castagne seccate negli essiccatoi.
A Roccamonfina c’era anche l’usanza di curare le castagne, mettendole in acqua per 7/10 giorni , poi si facevano asciugare all’ombra, girandole di tanto in tanto , mettendole nelle cassette e alternando uno strato di castagne e uno di rena da costruzione.
In questo modo si facevano arrivare le castagne fresche fino a Pasqua.
Ci sono, poi, le castagne del prete, da noi dette “murchigliane” , da Mercogliano, paese in provincia di Avellino, ricco di castagneti , dove si effettua questa lavorazione.
Secondo una leggenda il nome è legato alla storia di un prete che avendo ricevuto in dono delle castagne, per portarle a casa, le caricò su un mulo.
L’animale inciampò facendo cadere le castagne nell’acqua di un fiume. Il prete le raccolse e tornato in convento, decise di metterle in forno per farle asciugare .
Le castagne diventarono croccanti fuori e morbide all’interno. Così nacquero le castagne del prete.
Anche a Mondragone, dove le castagne arrivavano perlopiù da Roccamonfina e dalla zona di Avellino, questo frutto faceva parte dell’alimentazione popolare contadina.
La ‘nzerta e le castagne del prete venivano consumate nel periodo natalizio, come ancora oggi succede.
Le spezzatelle, invece, si trovavano e si trovano ancora oggi durante tutto l’anno, si mettevano in ammollo in acqua la sera prima e poi venivano cotte sotto forma di zuppetta oppure miste ai fagioli ma si faceva anche una minestra di riso e spezzatelle.
Le castagne fresche, se venivano cotte con la buccia erano dette “vualleri”, senza la buccia esterna “allesse”.
Le caldarroste fino a non molti anni fa venivano vendute nei punti di ritrovo più frequentati del paese come ad esempio fuori al cinema Ariston.
Per quanto riguarda le allesse, è rimasto nella tradizione popolare il ricordo di due donne dei Sabatini, che, di sera, sbucciavano le castagne e la mattina presto le mettevano a cuocere, aggiungendo sale e alloro.
Poi, con la pentola ancora fumante, giravano per i vicoli e gridavano: Allesse rosse ! Allesse rosse!
Le mamme uscivano e ne compravano 5/6 per 10/ 20 lire all’incirca e le facevano mangiare ai bambini , che dovevano andare a scuola, una sorta di merendina dolce.
Le allesse rimaste invendute, venivano messe in esposizione fuori ad un “puosto” o banco di verdure della fruttivendola, dove qualcuno le acquistava durante la giornata.
Un’altra donna si metteva seduta con la sua pentola fuori ad una salumeria della Porta di Mare proprio all’angolo di Piazza Bernardino Ruosi, nel portone a fianco c’era un asilo per i bambini e le mamme compravano per merendina ai loro bambini quattro allesse e un vuallero per 10 lire.
Anche in altri punti del paese si vedevano queste vecchine, venditrici occasionali, a volte, di allesse, ma che potevano essere broccoli, rane, ammariegli , frutta secca ecc.
Ringrazio le mie preziose fonti orali: orali: Anna Maria Patrone , Linda Papa , Clara Ricciardone Vincenzina Papa