mercoledì 23 marzo 2022

IL DUCA GRILLO E LA QUESTIONE DELL’INGINOCCHIATOIO

Come molti ricorderanno i signori che tennero il feudo di Mondragone furono dapprima i duchi Carafa della Stadera dal 1451 al 1689 (per più di due secoli) e poi i duchi Grillo dal 1689 fino ai primi anni dell’‘800, (per poco più di un secolo), quando con l’arrivo di Napoleone si ebbe la soppressione della feudalità con tutti i suoi privilegi e i beni dei feudatari furono incamerati dal Demanio.
Furono i Carafa che fecero costruire la chiesa di S. Francesco con l’annesso convento nel 1480 e la chiesa di S. Giovanni Battista o dell’Incaldana nel 1593, un secolo dopo. Nel 1689 morì l’ultimo duca Carafa, Nicola Guzman Carafa, senza lasciare eredi e il feudo fu venduto alla famiglia Grillo per la somma di 124000 ducati e nel 1691 Marcantonio Grillo fu nominato ufficialmente nuovo duca di Mondragone.
Alla morte di Marcantonio, avvenuta nel 1707, gli successe il figlio primogenito Don Agapito fino al 1743.
Fu proprio con don Agapito che nacque la controversia con il vescovo, monsignor Antonio Cirillo, nel 1718.
La questione riguardava la presenza all’interno della chiesa di S. Giovanni Battista o dell’Incaldana degli inginocchiatoi con tappeti e sedie con cuscini ad uso del duca e della sua famiglia nel transetto, cioè nello spazio antistante l’altare.
A quei tempi nelle chiese non c’erano i banchi e si stava in piedi o in ginocchio, l’introduzione dei banchi è nata a partire dal XVIII secolo ma chissà quando saranno arrivati nelle chiese mondragonesi.
Secondo il vescovo Cirillo le leggi liturgiche non permettevano l’occupazione di quella parte della chiesa riservata ai sacerdoti.
In realtà pare che la controversia fosse dovuta principalmente a questioni di astio personale tra le due autorità del territorio. (Il fatto ricorda molto le lotte per la supremazia tra i papi e gli imperatori, tra il potere temporale e quello ecclesiastico).
Il vescovo chiedeva la rimozione degli arredi ma il duca si opponeva. Ne nacque una causa, che giunse fino alla Congregazione dei Riti, che riconobbe le ragioni del vescovo e sancì la rimozione degli arredi.
In seguito nacquero altre controversie tra il monsignore e il nostro feudatario, che si conclusero con lo spostamento nel 1724 del vescovo di Carinola nella diocesi di Teano.
I Grillo, poi, dopo la divergenza con il vescovo carinolese e la sconfitta in tribunale, sentirono l’esigenza di farsi riconoscere qualche diritto nella chiesa del loro feudo.
Così finanziarono il rifacimento di tutta la chiesa sia di tipo strutturale che decorativo con una serie di stucchi e affreschi, anche lo stemma della famiglia Grillo fu apposto sulla sommità di un arco proprio per dimostrare la loro proprietà su tutto l’edificio.
Lo stemma è stato rimosso negli anni Quaranta del Novecento pare per assicurare l’incolumità dei fedeli.
Alla fine dei lavori avvenne la consacrazione della chiesa nel 1727 e fu fatta dal nuovo vescovo di Carinola monsignor Niccolò Abbati.
In quell’occasione il vescovo portò le reliquie di tre santi: S. Agapito, S. Dioscoro e Sant’ Aiello.
Nel 1741, poi, le spoglie mortali di S. Bonifacio furono inviate da Roma al duca Grillo dal cardinale Guadagni e fatte riporre sotto l’altare maggiore della chiesa, poi traslate nella navata di sinistra, dove si trovano tutt’oggi.
Era un periodo in cui i potenti feudatari si prodigavano per offrire opere di valore che mostrassero la loro potenza, spesso gareggiando con quelle commissionate dagli stessi prelati.
Dopo essere venuta a conoscenza di questa singolare controversia mi viene da pensare che per fortuna oggi nelle chiese ci sono comodi banchi per partecipare alla S. Messa e alle funzioni religiose e che i signori feudali sono solo un ricordo, visto che noi siamo nati repubblicani.

Le foto delle due rappresentazioni della chiesa redatte in occasione della disputa sono tratte dal libro MONDRAGONE SACRA di Corrado Valente










giovedì 17 marzo 2022

A MARZ AGGIUGN PANN

"A MARZ AGGIUGN PANN
A APRILE N’AMMANCA’
A MAGGIJ FA COMME TE PARE
A GIUGN SPOGLI(A)T(I) AGNUR"

Per fortuna i nostri avi, pur non avendo a disposizione tutto quello che esiste oggi, erano molto accorti e si sapevano regolare su tutto, anche su come comportarsi per non prendere malattie da raffreddamento, grazie ai modi di dire, che la saggezza popolare, derivante dall’esperienza di secoli, metteva loro a disposizione.
Per questo dicevano: A MARZ AGGIUGN PANN e cioè a marzo, anziché alleggerire maglie e soprabiti, aggiungili perché marzo è un mese instabile e anche se porta la primavera, può essere molto freddo e può trarre in inganno, facendoci ammalare; APRILE N’AMMANCA’ cioè ad aprile non li togliere ancora, non ti fidare perché ad aprile può fare ancora freddo e trovarci impreparati, se ci scopriamo; A MAGGIJ FA COMM TE PARE ossia a maggio fa come vuoi perché siamo in primavera inoltrata e il freddo non può più nuocere; A GIUGN SPOGLI(A)T AGNUR e cioè a giugno ti puoi spogliare anche nudo, tanto il pericolo è passato.



venerdì 11 marzo 2022

Chiglij tene a saraca a sacca

Chiglij tene a saraca a sacca

È un detto che si usa a Mondragone ma anche in tutto il Napoletano e con esso ci si riferisce a qualcuno che si mostra impaziente e frettoloso di andar via come chi abbia in tasca un’aringa maleodorante e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna, insomma come chi ha fretta di andarsene perché nasconde qualcosa.
L’aringa affumicata o saracca richiama alla mente le tradizioni e il rigore della Quaresima , in cui un tempo si doveva mangiar di magro perché la Chiesa vietava il consumo di carne durante i 40 giorni del periodo mentre oggigiorno l’obbligo di non mangiar carne è riferito solo al Mercoledì delle Ceneri e al Venerdì Santo.
Oltre alle aringhe, che con il loro forte odore e sapore erano di accompagnamento al pane, anche il baccalà e lo stoccafisso la facevano da padroni nel periodo quaresimale ma la gente fece di necessità virtù e imparò a cucinarli così bene da farne delle vere prelibatezze, altro che cucina della Quaresima e della penitenza.
Ma perché davanti a un bel piatto di spaghetti al pomodoro dove sta la penitenza? Specie oggi che dietologi e nutrizionisti raccomandano tanto di limitare il consumo di carne e di preferire verdura, legumi, pesce e frutta per un’alimentazione più sana e salutare.

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mercoledì 2 marzo 2022

TEGN A MARZ

TEGN A MARZ: UNA TRADIZIONE MONDRAGONESE Da sempre si dice che Marzo è pazzo perché, pur essendo il primo mese della primavera, è caratterizzato da una grande variabilità metereologica.

Marzo era visto, una volta ma ancora oggi, come la coda dell’inverno e con il freddo poteva ancora causare febbre, tosse e raffreddamenti vari ed era per questo molto temuto nell’antica società contadina.

Quando ci si ammalava, l’ unico modo per difendersi era quello di stare al caldo, sotto al focolare e lì, inevitabilmente ci si sporcava e ci si tingeva di nero con la fuliggine, per questo si soleva dire che Marzo “ tingeva” ; allora, come per rivincita, si faceva un gesto, il 28 febbraio, il giorno prima dell’arrivo di Marzo, che qualcuno ancora compie, scherzoso e scaramantico, quello, cioè di prendere un tizzone spento e di tracciare un segno sulla parete interna del focolare, dicendo :

- Marzu pazz , prima che tu tigni a me, io te tegno a te!

Sembrerebbe un gesto irrazionale, che oggi potrebbe far sorridere ma occorre considerare che un tempo le malattie da raffreddamento non erano curabili come oggi e, se sottovalutate, si potevano trasformare in qualcosa di più serio e risultare fatali, c’era molta più paura al riguardo, che si cercava di esorcizzare come si poteva, anche con un gesto simile.

Da noi si dice anche:

Si Marz ‘ngrogna

Te fa zumbà l’ogne

cioè se Marzo si impunta e fa abbassare eccessivamente le temperature, ti fa saltare le unghie dal freddo.

Un altro gesto scaramantico era quello di tagliarsi una ciocca di capelli in questo mese sempre per scongiurare la malattie che marzo poteva procurare.



giovedì 24 febbraio 2022

Carnevale



QUANDO VIENE CARNEVALE? Ogni anno ci chiediamo quando viene il Carnevale, riferendoci al Martedì, ultimo giorno di Carnevale che viene il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri, con cui inizia la Quaresima. La domenica che lo precede è detta Domenica di Carnevale e il giovedì antecedente alla domenica è il cosiddetto Giovedì grasso.

Ma quando inizia il Carnevale? E’ una domanda a cui non tutti sanno rispondere e anch’io, incuriosita, sono andata a ricercare notizie al riguardo.
Secondo un’antica tradizione il Carnevale inizia il 17 gennaio, a Sant’ Antonio abate. Un antico proverbio recita: “Sant’Antuon maschere e suon” e in molti paesi seguono questa tradizione, dando ufficialmente inizio al Carnevale, in questa data.
In realtà, il Carnevale, ogni anno, ha un inizio e una fine diversi, in base a quando è Pasqua, la festività a cui è collegato.
La Pasqua è una festa cosiddetta “mobile” perché cambia ogni anno. Nel Concilio di Nicea del 325 si decise di far cadere la Pasqua la domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera, che convenzionalmente cade il 21 marzo. (equinozio vuol dire giorno uguale alla notte; si verifica l’equinozio quando il numero delle ore di luce è uguale a quelle di buio).
Nella Chiesa Cattolica il Carnevale coincide con il Tempo di Settuagesima (Settantesima) o Tempo di Carnevale ed avviene 70 giorni prima di Pasqua e segna un periodo di preparazione alla Quaresima, in cui si iniziava, una volta, l’astinenza dalle carni nei giorni feriali.
E’ una tradizione liturgica, che risale all’VIII secolo.
Il Tempo di Settuagesima abbraccia la durata delle tre settimane che precedono la Quaresima ed è suddiviso in tre parti: la prima prende il nome di Settuagesima ( Settantesima), la seconda si chiama Sessagesima ( Sessantesima) e la terza Quinquagesima ( Cinquantesima) e sta ad indicare il settantesimo, il sessantesimo, il cinquantesimo giorno prima di Pasqua. Con la Quadragesima (Quarantesima) inizia la Quaresima.
La Settuagesima, quindi, è il nome della terza domenica prima del Mercoledì delle Ceneri.
Quindi, per risalire alla data di inizio del Carnevale basta risalire alla terza domenica prima dell’inizio della Quaresima.
Quest’anno il Mercoledì delle Ceneri cadrà il primo marzo, la terza domenica precedente è stata il 13 febbraio, di conseguenza, quest’ anno, il Carnevale è iniziato il 13 febbraio.
A parte le date, la parola Carnevale significa “carnem levare” ossia eliminare la carne dall’alimentazione per i quaranta giorni della Quaresima, così come la Chiesa prescriveva.
Ecco perché durante il Carnevale in ogni paese ci si sbizzarrisce a preparare quanto di più buono e goloso possa esserci perché poi bisognava mangiar sempre di magro per un lungo periodo, per noi Mondragonesi, in particolare, si tratta di lasagne e tabacchere.


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domenica 13 febbraio 2022

Dolci di Carnevale

CARNEVALE A MONDRAGONE: GUANTI, CHIACCHIERE E TABACCHERE
Senza tabacchere a Mondragone non è Carnevale e non c’è Mondragonese che vi sappia rinunciare ma anche i guanti e le chiacchiere hanno sempre fatto parte della nostra tradizione.
I dolci carnevaleschi per eccellenza sono le chiacchiere, croccanti e delicate, piene di bolle, dai bordi smerlati, che prendono nomi diversi nelle regioni italiane: frappe, cenci, crostoli, sfrappoli, guanti.
Nel nostro paese l’usanza di preparare i guanti è molto antica, si preparavano per festeggiare Matrimoni, fidanzamenti, Battesimi, Comunioni ma anche quando si scavavano le fondazioni di una casa, per inaugurare l’apertura di un negozio e così via, e subito questi dolcetti dal sapore semplice e familiare creavano quell’atmosfera di festa e di buon augurio.
Eppure oggigiorno sono diventati difficili da reperire e da gustare perché si tende a comprare tutto e a non preparare dolci in casa. Talvolta nelle pasticcerie e nei supermercati si trovano le chiacchiere ma le tabacchere sono difficili da trovare perfino in pasticceria se non su ordinazione e non si possono paragonare assolutamente a quelle fatte in casa.
Bisogna fare una distinzione tra i guanti e le chiacchiere. Nell’impasto dei guanti viene messo il latte per cui risultano morbidi mentre in quello delle chiacchiere viene messo il vino bianco e per questo risultano croccanti. Le tabacchere vengono fatte con l’impasto dei guanti, cioè con il latte.
Le tabacchere vengono chiamate così perché richiamano alla mente le antiche tabacchiere di un tempo, piccole scatole rettangolari tascabili contenenti tabacco da fiuto.
L’uso delle tabacchiere diventò un vezzo nella Francia del ‘600 e si diffuse poi in tutta Europa. Realizzate con materiali preziosi, come oro e argento, decorate con miniature e con dediche incise, venivano adoperate dai nobili ma poi ne furono anche create di più semplici e popolari per l’uso quotidiano in legno o in cuoio o in tartaruga , quelle utilizzate dai nostri nonni o bisnonni.
La forma delle tabacchiere ha ispirato le massaie mondragonesi di un tempo quando hanno creato, con l’impasto dei guanti, quei grossi ravioli rettangolari ripieni di crema, che si preparano anche in tante altre località italiane e con altri nomi mentre per noi Mondragonesi sono semplicemente ed esclusivamente le TABACCHERE.
Tantissime sono le ricette di guanti, chiacchiere e tabacchere, che si tramandano nelle famiglie, io ve ne propongo più di una, tra quelle che ho sperimentato e che ho trovato più equilibrate.
GUANTI (La dose si può dividere in quante volte si vuole)
INGREDIENTI: 18 uova - 1 litro di latte – 250 g di rum – 250 g di anice – 5 g di ammoniaca – 5 g di bicarbonato – 200 g di sugna- 1 bicchiere di olio di oliva – kg 1,5 di zucchero – 8 bustine di vaniglia – 1 limone grattugiato – il succo di un limone- un pizzico di sale – kg 6 di farina.
PROCEDIMENTO: Rompere le uova in una ciotola e aggiungere i vari ingredienti, infine aggiungere la farina e impastare. Trasferire l’impasto sulla spianatoia e lavorarlo bene. Far riposare l’impasto. Stendere un pezzetto di impasto per volta con il mattarello o con la macchinetta della pasta. Io consiglio di stendere con la macchinetta e di arrivare fino al numero 3 perché così i guanti o le tabacchere vengono tutti dello stesso spessore, non troppo sottili e non troppo doppi. Con la rotella dentata tagliare delle strisce, ripiegarle su se stesse, unendo le estremità come per fare delle ciambelle oppure tagliare dei rettangoli e praticare al loro interno altri due tagli per poterli intrecciare, così friggendo assumeranno la loro forma caratteristica. Friggerli in olio profondo, di arachidi, pochi per volta , fino a farli colorire bene da ambo i lati. Cospargere di zucchero e cannella o solo di zucchero.
OPPURE
INGREDIENTI: 9 uova- 400 g di zucchero- olio di oliva 250 g – latte 500 ml – vaniglia 3 buste – un pizzico di sale- un po’ di liquore - limoni grattati a piacere – lievito Pane degli Angeli 3 buste – farina 2 kg.
( Il procedimento è uguale)
E ANCORA
INGREDIENTI: 5 uova- 250 g di latte- un pizzico di sale- 300 g di zucchero- un po’ di anice, rum e limoncello – vaniglia – cannella – 2 limoni grattugiati- 7 g di ammoniaca e 10 g di bicarbonato- farina kg 1,200 circa
(identico procedimento)
CHIACCHIERE
INGREDIENTI: 6 uova – 60 g di zucchero – 60 g di burro – un pizzico di sale – rum a piacere – vino bianco( quasi un bicchiere) 800 g di farina-
PROCEDIMENTO: Come quello dei guanti, però si stende la sfoglia molto più sottile con la macchinetta fino al numero 6. Si tagliano delle striscioline, che si intrecciano e si friggono oppure dei rettangoli, all’interno dei quali praticare altri due tagli. Poi si cospargono di zucchero a velo.
TABACCHERE
L' impasto delle tabacchere è quello dei guanti. Stendere una sfoglia sottile con la macchinetta fino al numero 3, ricavare dei rettangoli orientativamente di 8/10 cm x 12, al centro dei quali mettere la crema pasticciera o la crema al cioccolato. Chiudere e sigillare bene i bordi affinché non si aprano in cottura. (è importante sigillare bene perché quando si aprono nell’olio, creano problemi). Friggere in olio profondo fino a doratura. Lasciar scolare bene e cospargere di zucchero a velo.
CREMA
INGREDIENTI: 4 tuorli – 120 g di zucchero – 40g di amido di mais – scorza di limone – 500 g di latte.
( Io preferisco fare la crema con l’amido perché viene lucida e setosa ma si può fare anche con la farina)
PROCEDIMENTO: In una ciotola aggiungere lo zucchero ai tuorli e mescolare, aggiungere l’amido con qualche cucchiaio di latte che aiuta a farlo sciogliere bene. Mettere il latte con la scorza di limone sul fuoco finché sfiori il bollore , aggiungere nel latte il composto di uova e mescolare sul fuoco finché non si addensi.
Per la CREMA AL CIOCCOLATO si può usare la stessa ricetta, quando si toglie dal fuoco ed è ancora calda, aggiungere 100 g di cioccolato fondente tritato e far sciogliere bene, si può anche aromatizzare con un po’ di liquore al cioccolato; in alternativa, quando è fredda, si possono aggiungere cucchiaiate di Nutella o farcire le tabacchere addirittura con la Nutella, congelandola prima a mucchietti, così è più facile da inserire.
Ora sbizzarrite la vostra fantasia e …
BUONE TABACCHERE A TUTTI


giovedì 3 febbraio 2022

SAN BIAGIO: PROTETTORE DELLA GOLA.



Il 3 febbraio la Chiesa ricorda san Biagio, vescovo e martire, il Santo protettore della gola.
Una statua di S. Biagio viene venerata a Mondragone nella chiesa di san Nicola e a lui era anche dedicata un’edicola votiva ,dedicata anche a santa Maria di Costantinopoli sempre nel rione san Nicola, nella proprietà della famiglia Fusaro. Si racconta che durante l’abbattimento dell’edicola un muratore, di nome Luigi Turco, si rifiutò di toccare l’affresco ; il Fusaro,adirato, lo mandò via dicendo che avrebbe provveduto lui stesso, cominciando a scalpellare gli occhi. Subì, in seguito, delle disgrazie: la figlia di 11 anni e la sua giumenta ebbero una malattia alla gola, egli stesso morì. L’edicola non è stata più ricostruita.
Poco si conosce della vita di questo santo, si sa che nacque a Sebaste, in Armenia tra il IV e il III secolo dC., che era medico e che fu eletto vescovo della città. Il suo martirio è avvenuto durante le persecuzioni dei Cristiani intorno al 316 dC e quindi è stato tra le ultime vittime delle persecuzioni che fece Licinio , nel tentativo di sopraffare Costantino in Oriente, anche dopo l’editto del 313, che sanciva la libertà di culto dei Cristiani. Quando incominciò la persecuzione, san Biagio si ritirò su un monte, in una caverna, ma fu scoperto e arrestato. Mentre veniva condotto alla presenza dell’imperatore, rapidamente si diffuse la notizia che passava il Vescovo prigioniero e molti accorrevano per salutarlo. Accorse anche una donna disperata perché suo figlio aveva mangiato del pesce e una lisca gli si era conficcata in gola e stava soffocando. Biagio non si perse d’animo, prese un pezzo di pane e lo fece inghiottire al ragazzo. La mollica portò con sé la lisca e il bambino riprese a respirare normalmente. Giunto a Sebaste, il prigioniero venne condotto davanti al giudice , che lo invitò a sacrificare agli idoli ma il Santo rifiutò. La Passio dice che gli furono lacerate le carni con pettini di ferro, i pettini usati dai cardatori di lana e poi ,decapitato.
Ecco perché divenne il Santo protettore dei cardatori e dei materassai. Rimane ancora oggi, nel giorno della sua festa, il rito della benedizione della gola ovvero della benedizione di san Biagio contro le malattie della gola. Dopo la Santa messa il sacerdote pone due candele incrociate sotto il mento a ciascun fedele e impartisce la benedizione, dicendo: - Per intercessione di san Biagio, vescovo e martire, Dio ti liberi dal male della gola e da ogni altro male. Nel nome del Padre,del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Una volta, nell’antica società contadina, pochi avrebbero rinunciato a questa benedizione perché si diceva che preservava nell’anno da tutte le malattie della gola. A Mondragone, come in tanti altri paesi,ci si teneva tanto a portare i bambini in chiesa a prendere la benedizione, anche i più recalcitranti, che non volevano saperne di andare a Messa la mattina presto, con il freddo che faceva ma tutti i bambini dovevano essere benedetti da san Biagio perché era rimasto vivo il ricordo di una malattia della gola spesso mortale, che colpiva soprattutto i bambini: la difterite , che in dialetto mondragonese veniva detta “ru crupp o grupp”. Quando si presentava il mal di gola in un bambino, cosa frequente in inverno,la famiglia tremava fino alla guarigione perché poteva essere difterite e si sapeva come poteva finire. Si trattava di una malattia infettiva, provocata da un batterio, che infettava le vie aeree superiori, formando placche sul palato, che moltiplicandosi, rendevano quasi impossibile respirare. Fino alla fine dell’800 la malattia mieteva tante vittime soprattutto nei bambini, 6 malati su 10 morivano , fra atroci sofferenze. Si comprende bene come la disperazione nei secoli spingesse a cercare protezione da una malattia inesorabile, che colpiva proprio i bambini, i più deboli e amati dalla famiglia. Se oggi non ricordiamo più cosa significhi ammalarsi e morire di difterite lo dobbiamo alla vaccinazione, che tutt’oggi viene somministrata ai bambini già nel primo anno di vita; il vaccino, disponibile fin dal 1920, contiene la tossina batterica trattata in modo da non essere più tossica per l’organismo ma comunque in grado di stimolare la produzione di anticorpi da parte del sistema immunitario. Esso, oggi, viene somministrato in combinazione con quello contro il tetano e la pertosse.(DTP). La difterite purtroppo oggi è ancora diffusa nei Paesi in via di sviluppo, dove le vaccinazioni non vengono somministrate sistematicamente.

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mercoledì 2 febbraio 2022

LA CANDELORA: FESTA DELLA LUCE E FINE DELL’INVERNO

Recita un detto mondragonese:

Cann(e)lora, Cann(e)lor, stat rint e viern for
Risponn san Biasij: Viern ce trase

Oppure
San Biasij lu sole pe le case

Ed ancora:
Rispunnett a vicchiarell: Tann viern è for quann a foglij d fic addvent comm na ciamp d bov!

Quando non si seguivano le previsioni del tempo in TV erano la memoria e le tradizioni popolari a venire in aiuto ai nostri nonni. Tanti erano i detti e i proverbi a cui si dava molta importanza, quasi delle regole con cui scandivano i vari periodi dell’anno.
La Candelora è, senza dubbio, una ricorrenza cristiana, ma come ogni festa che si rispetti, anch’essa porta con sé un alone di leggenda e di fantasia. Infatti, poiché il 2 febbraio, è una data che si avvicina alla fine dell’inverno, nella tradizione popolare, al significato religioso della festa si è sovrapposto un significato per così dire “metereologico”; il 2 febbraio, infatti, è ritenuto una sorta di porta tra l’inverno, quasi al suo declino e la primavera ormai imminente e ci permette di ipotizzare come evolverà la seconda parte della stagione fredda. Ecco perché Il proverbio recita: - Cannelor Cannelor, stat rint e viern for! Risponn san Biasio: - Viern c(e) tras!nel senso che il tempo è molto incerto in questo periodo tanto che a volte sembra che stia per venire l’estate e il giorno dopo sembra che stia per venire l’inverno. Lo stesso san Biagio, in un proverbio dice:- Viern ce trase e in un altro: - Lu sole p l case, cioè nello stesso giorno, una volta sembra che arrivi l’inverno e una volta che arrivi l’estate. Risponde, infine, la saggia vecchierella e dice che allora l’inverno sarà finito davvero quando la foglia di fico diventerà grande quanto una zampa di bue.
Anche negli negli USA questo giorno ha un significato simile, è il cosiddetto “giorno della marmotta”, sta a significare che se la marmotta esce dalla tana e vede sul terreno la sua ombra (segno che c’è il sole) vorrà dire che non è ancora tempo di terminare il letargo; al contrario, un cielo nuvoloso e niente ombra significano che l’inverno è agli sgoccioli.
La festa della Candelora, in realtà, ricorda la Presentazione di Gesù Bambino al tempio di Gerusalemme. Secondo la legge di Mosè ogni primogenito maschio del popolo ebraico era considerato offerto al Signore ed era necessario che i genitori lo riscattassero con l’offerta di un sacrificio. La festa è detta anche della Purificazione della Vergine Maria perché secondo l’usanza ebraica, dopo 40 giorni dalla nascita di un figlio maschio, la madre, considerata impura, doveva recarsi al tempio di Gerusalemme per purificarsi, come si legge nelle Sacre Scritture:
“Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora 33 giorni a purificarsi dal suo sangue, non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione ( Levitico 12, 2-4)
Così la Purificazione della Vergine Maria si festeggia Il 2 febbraio perché cade esattamente 40 giorni dopo il 25 dicembre ovvero dopo la nascita di Gesù.
La festa è chiamata della Candelora perché in quel giorno si benedicono e si distribuiscono le candele ai fedeli. Il perché di questo antico rito si trova nelle parole pronunciate da Simeone, mentre teneva in braccio Gesù:
“Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo , Israele”(Luca 2, 29-32).
Cristo è la “luce” per illuminare le genti, da cui il chiaro riferimento alle candele. Le candele che si prendevano in chiesa in questa festa, venivano custodite con devozione, nell’antica società contadina, appese accanto al letto, vicino alle immagini sacre per essere accese nei momenti di pericolo e di sventura, nei forti temporali; si ricorreva ad esse anche nelle malattie.
Tra la ricorrenza cristiana della Candelora e le tradizioni popolari concernenti il tempo metereologico c’è l’analogia della luce; i cattolici benedicono le candele, simbolo della luce, cioè di Gesù, mentre la tradizione popolare si riferisce alla luce solare, foriera di primavera.


martedì 25 gennaio 2022

PARIARE O NON PARIARE

PARIARE O NON PARIARE? Spesso sentiamo usare il termine PARIARE dai ragazzi mondragonesi ma anche campani, in generale, con il significato di divertirsi, perder tempo.
Una volta, invece, a Mondragone, si usava questo termine quando si raccoglievano le lumache, dopo la pioggia, e prima di cucinarle, si mettevano in una pentola chiusa, non ermeticamente, con una retina sopra, a PARIARE, cioè a digerire o spurgare, per far svuotare loro l’intestino.
Oggigiorno da noi le lumache non si mangiano più, però si allevano in alcune parti d’Italia, soprattutto in Piemonte, dove, in alcuni ristoranti, gli chef le propongono nei loro menu come prodotto di nicchia agli intenditori e appassionati, come in Francia le escargot deliziano i buongustai francesi.
Il verbo PARIARE deriva dal verbo latino pario- as- avi- atum-are, che significa pareggiare, rendere uguale.
Le lumache pariavano, stando a digiuno, digerendo ciò che avevano mangiato, pareggiando, per così dire, il tempo del cibo con quello del digiuno.
Per estensione, nel tempo, si è passati a usare il verbo PARIARE nel senso di riequilibrare il tempo dell’impegno lavorativo con quello del riposo. In effetti, è necessario, quando si accumula troppo stress a causa degli impegni continui e delle preoccupazioni, per il nostro benessere psicofisico, prendersi un tempo di riposo, staccare la spina, come si suol dire anche perché l’inattività non è mai improduttiva, ma serve a darci nuova carica ed energia.
Allora PARIARE o non PARIARE? PARIARE, certamente, perché fa bene, sia nel senso del divertimento come in quello del riposo. Se c’è un tempo per tutto, ci sarà anche quello del PARIARE, ovviamente senza esagerare perché sono sempre gli eccessi quelli che fanno male.
Come si può vedere, attraverso questa parola, ma in tante altre, la lingua fa giri e rigiri nel tempo, le parole possono addirittura cambiare significato o essere usate in contesti diversi ma alla fine i conti tornano sempre.

domenica 16 gennaio 2022

Parliamo di piante : “ri f(e)tient”

 



Queste piante, comunemente chiamate “ri f(e)tient”, a causa del loro odore sgradevole, sono piante che crescono lungo le siepi, sembrano sempre uguali, d’estate e d’inverno, con foglie ovali, appuntite in cima, con fiori giallo verdognoli.
Quando si faceva il pane e si doveva pulire il forno dalla brace e dalle impurità, prima di infornare, si usava pulire il fondo del forno con una sorta di scopa rudimentale “ru scupazz”, formato da una lunga pertica alla cui punta veniva legato un mazzo di fetient.
Venivano utilizzate le foglie di questa pianta perché, essendo molto ricca di acqua, non bruciava a contatto con il fuoco.
Le piante che vedete in foto si trovano nella traversa di via Padule, che portava ai bagni sulfurei e che arrivava, una volta fino all’Appia antica, la strada sotto la montagna.
Grazie a Emilio Cuoco, Rita Corvino e Mariarosaria Saulle abbiamo potuto dare un nome a "Ri fetient": CESTRUM PARQUI... I nomi italiani sono: cestro, erba cappona, gelsomino del Cile.
E niente...sono soddisfazioni per così dire "mondragonesi"...
Grazie a tutti per la collaborazione.