martedì 15 agosto 2023

SAN ROCCO: IL SANTO DEGLI APPESTATI

“ A Santu Rocc ogni fica scopp” Così recita il detto mondragonese per indicare che è proprio SAN nel periodo della festa di San Rocco, che ricorre il 16 agosto, che maturano i primi fichi.
C’è anche il detto “Santu Rocc e ru cacciuttiegli(o)” con cui si è soliti indicare due persone che vanno sempre insieme, formando per così dire una coppia, nella quale uno dei due segue sempre l’altro con grande fedeltà e devozione, prerogative proprie di un cane che segue il suo padrone.
Il detto prende spunto da un episodio della vita del Santo, che si prodigò molto per curare gli appestati. Alla fine si ammalò lui stesso e si rifugiò in una grotta, dove un cagnolino, suo fedele compagno, gli portava da mangiare, rubando ogni giorno una pagnottella dalla mensa del suo padrone.
Il culto di san Rocco era molto sentito e diffuso a Mondragone, essendo egli protettore contro la peste, una malattia terribile e contagiosa, da cui la popolazione chiedeva di essere liberata.
Secondo la ricostruzione storica, nel 1656, periodo della dominazione spagnola nel Napoletano, era scoppiata un’epidemia di peste e i Mondragonesi rimasero miracolosamente immuni dal contagio.
In ringraziamento di tale privilegio dovette sorgere in quel periodo la cappella di san Rocco, in località Croce di Monte, lungo la Via Appia, in due ambienti terranei di un'antica villa romana, sui quali poi è sorta una masseria nell’ ‘800.
Vi si accedeva scendendo delle scalette e all’interno vi era un affresco raffigurante san Rocco, a cui poi si è aggiunta una statua lignea del Santo, donata dalla famiglia Capotosto negli anni ‘60.
Circa la storia della masseria, sempre intitolata a S. Rocco, è stata fondamentale la testimonianza di Antonio Pompeo, che ha potuto fornire preziose informazioni, visto che la masseria era di proprietà della famiglia di sua madre, la famiglia Palumbo, oltre al fatto di aver abitato nella masseria da bambino.
Essa fu costruita da Pietro Palumbo nei primi dell'800 e difatti, su un punto del marmo nell'aia, era inciso P.P. 1800.
Dopo averla costruita e averci vissuto per una ventina di anni con la sua famiglia, Pietro, verso la fine dell'800, la dovette vendere, con tutti i terreni annessi, a causa di un incidente in cui un bambino perse la vita, investito dal suo calesse.
L'intera proprietà venne quindi acquistata da un suo amico, don Antonio Greco. Nei primi anni ‘20, il Sig. Greco chiese a Giovanni Palumbo, nipote di Pietro, se voleva abitare nella masseria e coltivarne i terreni circostanti, visto che era diventata improduttiva e stava andando in malora, in cambio di una sorta di mezzadria molto bonaria.
Giovanni Palumbo, nonno di Antonio Pompeo, accetto' e così, appena dopo sposato, vi si trasferì con la moglie e lì sono nati i suoi figli, tra cui la madre di Antonio.
Giovanni è rimasto nella masseria fino al 1962 e Antonio vi è cresciuto fino a sei o sette anni.
Fino a che era viva la nonna, Rosaria Piglialarmi, egli ricorda che nel giorno di San Rocco si faceva una grande festa sull'aia e lei preparava delle pagnottelle che il prete benediceva e che poi venivano dispensate gratis a chi ne faceva richiesta.
Ricorda anche un uomo alto, con i baffi, vestito con un saio nero, che ogni giorno andava nella chiesetta per pulirla e accendere i lumini, zì Luigi.
La masseria è, in seguito, ritornata alla famiglia Greco, sua proprietaria. Non era più abitata , né coltivato il terreno circostante ma ogni anno continuava la tradizione di andare in pellegrinaggio alla cappella nel giorno della festa del Santo.
I sacerdoti delle varie parrocchie andavano lì a celebrare la Santa Messa, alternandosi negli orari e a tutti i devoti venivano distribuite le pagnottelle benedette ma già si era persa la tradizione del canto a S. Rocco, che si cantava in tempi più remoti.
Grazie alle ricerche di Andrea Capuano, è stato possibile il recupero del canto, attraverso interviste alle persone anziane, che ancora lo ricordavano.
(Un canto simile si canta tutt’oggi a Tolve in provincia di Potenza)
Santu Rocc(o) seva figlio de rignanti
Manc na mmennula mmocc se metteva
Nu juorno s’abbiava pe la carità
vicin a nu purtone a tuzzulià
s’affaccia na dunzella ‘nfinistella:
- E oggi nun è juorno de latenza
Sta nu malato a liett, sta pe murì
- Io nun so venuto pe la carità
So venuto a fa visita a stu malato
Santu Rocc pe la scala saglieva
Ru segn de la croce se faceva
E ru malato da ru liett se susseva
A gente de la casa ru vuleva pagà
E santu Rocc nun vulette niente
Si santu Rocco pigliava ri rinari
Saria chiù ricc de lu mare
Evviva santu Rocc e santu Rocc evviva
Evviva santu Rocc e chi ru criò
Poi, a seguito di lavori di ristrutturazione della masseria, l’intera area è stata recintata e non più visitabile.
La statua di san Rocco è stata portata nella chiesa di sant’Angelo, dove continua la devozione verso questo Santo, che si può definire come un eroe della carità, un precursore del volontariato laico, un taumaturgo instancabile.
La masseria si è trasformata in un ristorante, Villa Petrinum, che tende a valorizzare le tradizioni, le bellezze e le peculiarità del territorio.
Nonostante la grande popolarità di san Rocco, le notizie sulla sua vita sono molto frammentarie .
Nato a Montpellier, in Francia, tra il 1346 e il 1350 da una famiglia agiata, ricevette un’educazione religiosa da parte della madre , che lo spinse a diventare “servo di Cristo”.
Avendo perso i genitori in giovane età, distribuì i suoi beni ai poveri, si affiliò al Terz’Ordine Francescano, vestì l’abito del pellegrino, con un corto mantello e un bastone, in testa un largo cappello per proteggersi dal sole e dalla pioggia e si incamminò verso Roma per andare a pregare sulla tomba di san Pietro e Paolo.
Arrivato in Italia, durante le epidemie di peste, andava a soccorrere i contagiati, mettendosi al servizio di tutti.
Tracciando un segno di croce sui malati e invocando Dio, ne diventò lo strumento per miracolose guarigioni finché scoprì di essere stato contagiato lui stesso.
Si rifugiò, allora, in un bosco, in un capanno sul fiume Trebbia, in una località chiamata Sarmato, appartenente al nobile Gottardo Pollastrelli.
Uno dei cani del signore lo trovò e lo salvò dalla morte portandogli ogni giorno un pezzo di pane, che rubava dalla mensa del suo padrone; questi un giorno lo seguì, scoprendo il rifugio del Santo, che lo scongiurò di allontanarsi ma non ci fu verso; Gottardo lo prese con sé e lo fece curare fino alla completa guarigione.
Poi san Rocco prese la via del ritorno in patria ma venne arrestato perché sospettato di essere una spia e gettato in prigione, dove trascorse cinque anni fino alla morte, avvenuta il 16 agosto del 1376, secondo alcuni, secondo altri più tardi.
Antonio Pompeo
Andrea Capuano




domenica 13 agosto 2023

RI PUTRUSIN PE FA LE PURPETT

Un uomo confidò alla moglie che gli era nato “nu putrusin” nelle parti intime, proprio dove non si poteva vedere. ( Probabilmente si riferiva a qualche piccola escrescenza, chissà forse un foruncolo, che non sapeva definire in altro modo e scherzosamente l’aveva chiamato così). La moglie, un po’ preoccupata, ne parlò con la comare: - Cummà, sapit, accussì accussì … ma ve raccumann, nu lu ricite a nisciun! La comare, invece, ne parlò con un’altra comare e questa con un’altra ancora e così via, più si diffondeva la notizia, più ci si allontanava dal racconto iniziale e più cresceva il prezzemolo, da uno passò a due, poi ad un ciuffo, poi ad una pianta, tanto che, alla fine, era diventato un cespuglio talmente verde, bello e rigoglioso che le comari volevano “Ri putrusin pe fa le purpett!!!”

Questo simpatico racconto della tradizione mette l’accento sul pettegolezzo, le chiacchiere inopportune e malevoli, una consuetudine antica e sempre attuale, oggi definito anche gossip.
Ne parla anche Virgilio nel quarto libro dell’Eneide, dove, in breve, si racconta che durante una battuta di caccia scoppiò un violento temporale. Enea e Didone si dovettero rifugiare in una grotta e fu lì che si confessarono il loro amore, amandosi appassionatamente.
La fama dell’accaduto si diffuse dappertutto, arrivò fino a Iarba, re di Libia e figlio di Giove, pretendente di Didone, da lei rifiutato. Iarba pregò il padre Giove di punire Didone. Giove mandò ad Enea il suo messaggero a dirgli che doveva andar via. Enea a malincuore dovette ubbidire e quindi partire e Didone si suicidò per il dolore.
La Fama, per i Romani, era la messaggera di Giove, colei che ne diffondeva le notizie. Virgilio definisce la Fama un terribile uccellaccio più rapido di qualunque altra peste. “… celeri i piedi e le ali mobilissime… quante piume ha sul corpo, tanti vigili occhi ha di sotto, tante lingue , tante bocche ripetono, tanti orecchi si drizzano. Di notte vola, né chiude al sonno le palpebre, di giorno vigile, siede o sul culmine di un tetto o in vetta alle torri, sgomenta grandi città…”
Il terribile uccellaccio della Fama, un mostro capace di seppellire sotto quintali di fango la dignità di un essere umano in pochi istanti, colpevole o innocente che sia.
A Mondragone, a tal proposito , si usa dire: - A gent? Na vot te fann saglie ‘nciel e na vot te fann scegn ‘nterra”! Io aggiungerei che, quando ci si mettono, sono capaci di mandarti anche sotto terra.
Anche Papa Francesco ha affrontato varie volte l’argomento, definendo il pettegolezzo “il chiacchiericcio, una peste peggiore del Covid” ed aggiunge che la pedagogia suggerita da Gesù, quando un fratello sbaglia, è quella del recupero, non l’accusa o la condanna.

Grazie come sempre alla carissima Clara Ricciardone

domenica 6 agosto 2023

QUANN STA PE ‘MBRUCULI’


Nel racconto “Angiulu mij, cu st’uocchi lucent…” la protagonista si doveva recare all’appuntamento sulla montagna “quann sta pe ‘mbruculì”.
E’ un’espressione tipica del dialetto mondragonese che indica quel periodo di tempo, dopo il tramonto e prima del buio completo, quando la luce ha quasi ceduto il posto al buio e quindi sono le ombre a prevalere, tutto si trasforma in un vedo non vedo, ci sembra di vedere ma non ne siamo sicuri, le forme perdono il loro contorno definito e netto e diventano approssimative.
Secondo una mia personale interpretazione il verbo “Mbruculire” deriva dal sostantivo latino “umbra”, che vuol dire ombra e dal verbo colo-is- colui- cultum ( da cui deriva la parola culto)- ere, che vuol dire coltivare ma anche venerare, osservare e quindi, nel nostro caso, osservare, vedere le ombre.
E’ il momento in cui tutti ci si ritira in casa perché la giornata è finita e si avvicina l’ora del riposo.
E’ il momento in cui si avverte forse un po’ di malinconia per il tempo trascorso, che, però, subito passa perché la vita continua domani, in un altro giorno …e magari si fa un rapido bilancio della giornata: - Avrò risposto bene in quel modo o era meglio nell’altro? E se è così, domani si cercherà di rimediare perché nella vita è così, è un continuo sbagliare e poi cercare di rimediare.
E’ ora di deporre le armi, di rilassarsi finalmente, di accogliere quella pace tanto desiderata ma quasi impossibile da raggiungere durante il giorno.
Si potrebbe anche dire che tutto questo succede al calar della sera, solo che non sarebbe la stessa cosa perché il nostro dialetto è più espressivo, è preciso, dettagliato, in questo caso più suggestivo.
Perciò tutto questo avviene “quann sta pe ‘mbruculì”.
La foto è tratta da "Il Bello di Mondragone"



sabato 29 luglio 2023

IL LUTTO A MONDRAGONE

 Il racconto “Angiulu mij, cu st’uocchi lucent…”ci offre qualche spunto di riflessione sulle usanze legate al lutto nel nostro paese, alcune delle quali vanno man mano scomparendo.
Nel racconto si avverte il contrasto tra due generazioni differenti riguardo al lutto. Le parole di rimprovero dette dalla madre al figlio denotano l’intransigenza, la severità eccessiva di un tempo anche per quello che concerne la morte. La madre, anche se addolorata, avrebbe dovuto trovare la forza di continuare a preparare da mangiare per i figli, che avevano tutto il diritto al nutrimento.
I figli, pur essendo addolorati per la morte del padre, non capiscono la rigidità del comportamento materno, che non tiene conto delle loro necessità.
Se oggigiorno si cerca di aiutare le persone ad elaborare e superare un lutto con la psicoterapia, una volta, al contrario, secondo un’errata concezione di dovere e di rispetto per la morte, si tendeva ad inasprire ancora di più la situazione con regole, divieti inutili e poco umani, derivanti da una cultura chiusa e molto arretrata.
Non solo non si doveva pensare a mangiare, a cucinare ma anche ad uscire; in tempi più recenti non si poteva accendere la tv, non si poteva andare al mare; anche se c’erano bambini piccoli, che ne avevano bisogno, era disdicevole perché si doveva rispettare il lutto.
Tutto era vanità, secondo una concezione medievale, anche il lavarsi. Gli zingari, ad esempio, quando moriva qualche familiare, non si radevano per mesi. Bisognava concentrarsi solo sulla realtà della morte.
Quando muore qualcuno, a Mondragone, c’è l’usanza di andare al bar e ordinare il caffellatte o il the con i biscotti o altri dolci da colazione e mandarli alla famiglia, che ha passato la notte a vegliare il defunto ma molti lo portano anche da casa.
Si usava e si usa ancora portare “ru cuonzolo”, cioè portare da mangiare alla famiglia del defunto perché, essendo il momento della morte di un familiare drammatico e devastante, nessuno dei familiari ha il tempo o la forza di preparare da mangiare.
La parola “cuonzolo” viene dal verbo consolare , che spiega bene il nobile motivo da cui è nata l’usanza, quello dell’ umana solidarietà. Si tratta di un’usanza non solo mondragonese ma di origini napoletane.
Erano i parenti ma anche i compari e gli amici più stretti a portare i generi alimentari di prima necessità, lo stretto necessario per permettere ai familiari di rifocillarsi, magari del brodo, carne , pane, frutta, il tutto fatto con discrezione e senza arrecare disturbo , facendo sentire l’affetto e la vicinanza ed è così che si fa ancora oggi.
Con il tempo, poi, siccome entrano in gioco sentimenti umani di gelosia, di voler far meglio degli altri, di non voler sfigurare ecc., si è incominciato a far a gara a chi faceva di più e meglio. E così si preparavano pranzi completi, anche con più portate. Tutto veniva trasportato nei nei cuof(a)ni: servizi di piatti, bicchieri, posate tovaglie, perché niente doveva esser preso dalla casa del defunto, e poi il cibo già pronto per essere servito.
E così magari proprio quando i familiari volevano starsene un po’ in santa pace a metabolizzare e ad accettare pian piano il dolore, dovevano, invece, partecipare a quei pranzi troppo importanti ed elaborati per l’occorrenza, rispondere alla conversazione anche se non c’era voglia. In quel caso quei pranzi diventavano un’imposizione, una convenzione sociale poco rispondente alle vere esigenze ed è per questo che sono andati a finire.
Se il defunto aveva molti parenti, i cuonsoli duravano parecchi giorni . Erano espressione di affetto e solidarietà che poi, con il tempo, andavano ricambiati, all’occorrenza.
Nei giorni seguenti poi, dopo le esequie, c’era l’usanza, e c’è tuttora, di fare la visita di condoglianze, portando in dono zucchero, caffè e biscotti.
Anche queste visite non sempre sono gradite perché quando le persone sono afflitte dal dolore, magari vogliono riposare un po’, invece devono star lì a spiegare com’è successo e come è andata, prima ad uno e poi ad altri, man mano che si presentano e così, anziché essere di aiuto e consolazione, queste visite diventano una sopportazione per i familiari del defunto ed è per questo che anche quest’usanza è andata scomparendo. Lo si capisce chiaramente dalla frase che le famiglie fanno apporre sotto i manifesti funebri “ Si dispensa dalle visite”.
Anche l’usanza di portare i fiori è in diminuzione. L’usanza di portare i fiori è molto antica, è un’espressione di amore e vicinanza sia al defunto che alla famiglia. Già i Greci e i Romani utilizzavano i fiori per ricorrenze speciali, dalle più felici alle più dolorose.
Qui da noi, il carro funebre trasportante il feretro, è seguito da un altro carro pieno di ghirlande, corone e cuscini di fiori, in alcuni casi anche da due. Un po’ alla volta la situazione è cambiata, oggigiorno si può osservare che il feretro è seguito da un solo carro con i fiori, molti di meno rispetto a prima, appena qualche ghirlanda o cuscino dei parenti più stretti.
I fiori, pur essendo molto belli, durano poco, il tempo del tragitto dalla casa del defunto al cimitero, dove vengono appoggiati a terra o ad una parete e lasciati lì a seccare e questo, probabilmente, con il tempo, è stato considerato un inutile spreco.
La Chiesa raccomanda di onorare i defunti con le preghiere, con le Messe di suffragio e con le opere di bene. Sarà per questo che sotto ad alcuni manifesti funebri si legge la scritta “Si dispensa dai fiori”.
C’era poi l’usanza di vestirsi di nero, anche questa un’usanza quasi scomparsa, a dire il vero. Anche gli uomini, una volta, indossavano il lutto o con una fascia al braccio o con un bottone ecc.
Ma erano le donne ad essere penalizzate di più. Il lutto veniva quantificato in base ai casi: mariti, mogli, figli, suoceri, genitori, fratelli e così via.
Le vedove giovani, ad esempio, un tempo mettevano il lutto per tutta la vita ed anche d’estate, con il caldo torrido, dovevano indossare le calze e il foulard. Se avessero fatto il contrario, sarebbe stato sconveniente e sarebbero state giudicate male, bisognava soffrire in silenzio per rispettare il lutto come la società imponeva.
Capitava spesso, in passato, vedere donne sempre vestite di nero perché, siccome un periodo di lutto come minimo durava tre anni, succedeva che una volta moriva il padre, poi la madre, i fratelli, le sorelle , i suoceri; mentre si finiva di osservare il lutto per uno, si doveva cominciare per un altro della famiglia e così non si finiva mai. In certi casi, nei tempi più remoti, l’abito nero veniva imposto perfino alle bambine, che, poverine, lo indossavano inconsapevoli.
Viene da chiedersi se il vestito nero sia una forma di rispetto per il defunto o qualcos’altro.
Potrebbe essere la risposta soggettiva alla morte del proprio caro, la protesta contro la morte che ha imposto la perdita. Quel nero può voler dire inaccessibilità a tutto e a tutti, se è nero il vestito, è nera l’anima di chi lo indossa perché quello è lo stato in cui ci si sente.
Può essere una forma di protesta, di collera verso la vita e la morte, vuole esprimere la negazione, la non accettazione, quasi un urlo di rabbia e di dolore verso il mondo intero.
Eppure sappiamo che ci tocca accogliere tutto quello che la vita ci presenta, non farlo ci mette in conflitto con noi stessi e con l’universo intero. Con grande sforzo e un po’ alla volta bisogna imparare a convivere con quell’assenza e ritrovare la serenità e, soprattutto, non far pesare agli altri il nostro dolore né con l’abito né con il comportamento.




lunedì 24 luglio 2023

ANGIULU MIJ, CU ST’UOCCHI LUCENT…




Un uomo possedeva un pezzo di terra in montagna e tutti i giorni, insieme alla sua famiglia, vi si recava a lavorare.

La moglie portava la verta come si usava un tempo, cioè la merenda, che si consumava durante la pausa perché si tornava a casa solo nel tardo pomeriggio.
Un giorno l’uomo morì e i parenti per qualche giorno portarono da mangiare alla famiglia, come si usava a Mondragone. Passati quei giorni, però, lei continuava a non cucinare.
I figli, che erano giovani, avevano fame e dopo una quindicina di giorni, uno di loro disse alla madre: - Oi ma, vulite cucinà duie maccarune, ce sentimm fam!
E lei, indispettita, rispose: - Eeeeeeh! Patet sta sott a nu metr de terr e tu piens a mangià! Pigliet scuorn! E così andava avanti la situazione.
Dopo aver osservato il periodo del lutto, secondo la tradizione, la famiglia tornò a lavorare in montagna ma la madre metteva nella verta solo pane e acqua e niente altro.
I figli che stavano lì a zappare tutto il giorno, incominciarono a stancarsi di mangiare solo pane e chiedevano alla madre di aggiungere qualcosa ma lei, sempre evasiva e pensierosa, non lo faceva.
Passò del tempo e la situazione non cambiava. Allora i figli incominciarono a dire: - Ma tu vuò veré che chest se vuless ammarità?!
E incominciarono a dirle che era venuto un tale, quando lei non c’era, che la voleva conoscere per sposarla.
Lei, incuriosita, voleva saperne di più. I figli tergiversavano perché non era vero e non sapevano cosa dirle. Ma lei insisteva: - E comme se chiama? E comme iè? – Se chiam Angelo , è iaut e forte! -rispose uno di loro.
Ogni giorno lei chiedeva notizie e insisteva perché lo voleva conoscere. I figli non sapevano più come fare per portare avanti l’inganno e alla fine per togliersela di torno, le dissero:- A ritt che ven riman, quann sta pe mbruculì, accussì ve cunuscite! Pensavano che la madre, non vedendo presentare nessuno all’ appuntamento, sarebbe tornata a casa delusa.
La donna preparò tante cose buone da mangiare e andò all’appuntamento sulla montagna. Aspettava, guardava e guardava ma non vedeva venire nessuno, alla fine si fece proprio buio ma lei non si decideva ad andarsene.
Ad un certo punto, le sembrò di vedere due occhi fosforescenti, che si avvicinavano.

Poi si sentì afferrare con forza e si sentiva mordere e, pensando che il suo pretendente fosse troppo focoso e frettoloso nell’approccio amoroso, disse: - Angiulu mij cu st’uocchi lucent, nun me tirà sti vas accussì ardent, vien riman che ce tien ru tiemp!
Ma non erano baci, erano proprio morsi, di un lupo forse o di qualche altro animale selvatico, che attratto dall’odore del cibo, era corso verso di lei.
Il giorno dopo i figli, addolorati ne trovarono i resti e commentarono, dispiaciuti: - A vulut ess!

Grazie a Clara Ricciardone e alla sua mamma, Enzina Papa 

giovedì 13 luglio 2023

CARTAGINESI E BEDUINI

  Ho sentito più volte chiamare i Santangiolesi con l’appellativo di “Cartaginesi” e “Beduini”, adoperato in senso offensivo.
Vorrei precisare che in questi appellativi c’è un riferimento storico, legato al Criptoportico della Starza, che fu costruito, a quanto pare, durante la II guerra punica (o cartaginese perché i Cartaginesi erano detti anche Puni).
La guerra fu combattuta dai Cartaginesi contro i Romani e fu condotta da Annibale, che si era stanziato a Capua con le sue truppe e quindi molto verosimilmente è venuto a combattere anche a Sinuessa contro i Romani.
La Villa Rustica, circondata dal Criptoportico, fu adoperata, secondo gli studiosi, come magazzino, deposito di viveri, durante la guerra.
Cartagine corrisponde all’incirca all’odierna Tunisi, capitale della Tunisia, che si trova in Nord Africa, dove c’è il deserto.
Per questo motivo gli appellativi Cartaginesi e Beduini (popoli del deserto) si riferiscono sempre allo stesso popolo.
Se qualcuno usa questi appellativi in senso offensivo, vuol dire che non conosce la Storia e che, quindi, è un ignorante.







martedì 11 luglio 2023

I MAZZONARI

I terreni ubertosi e ben coltivati che facevano parte della Campania Felix al tempo dei Romani erano diventati paludosi e malsani nel Medio Evo perché con le invasioni barbariche tutto era caduto in abbandono.
Quelle terre una volta erano popolate da ville e vigneti e intersecate da numerose vie, tra cui spiccavano l’Appia e la Domitiana.
I Longobardi e poi i Normanni tentarono di prenderne possesso ma dovettero ridursi sulla costa e sulla cima del monte Petrino dove non arrivavano le esalazioni delle paludi sottostanti.
Quella vasta estensione di territorio nota come bacino inferiore del Volturno, che per la maggior parte apparteneva ai comuni di Mondragone , Castel Volturno e Villa Literno, era tutta sott’acqua.
Diversi erano i motivi dell’impaludamento: la scarsa manutenzione dei canali, che non venivano espurgati, gli straripamenti del Volturno, il cui deflusso era ostacolato dalle dune, che si opponevano allo scolo delle acque in mare.
Un altro motivo era da ricercare nelle grandi estensioni dei latifondi. Mentre i servi della gleba si limitavano a coltivare i terreni adiacenti al castello, le vaste distese dei campi lontani erano latifondi, boscose paludi, non toccate da piede d’uomo, dove trovavano ricovero perfino gli animali feroci. Appartenevano a duchi e baroni, che non ne conoscevano neppure i confini e che si ereditavano di generazione in generazione.
Quelle terre non potevano essere messe a coltura e non solo non producevano nulla ma con i miasmi riuscivano infeste agli abitanti, la cui vita era stentata e brevissima.
Tali rimasero le condizioni delle terre di Mondragone, famosa per la malaria, che si leggeva sul volto degli abitanti, nei quali si poteva osservare quella forma di cachessia ( deperimento organico e indebolimento fisico), riconoscibile anche agli occhi del profano. Un individuo su dieci aveva l’addome gonfio per tumore alla milza.
Depurare quell’aria da esalazioni micidiali e prosciugare e fertilizzare quei terreni e rendere possibile la divisione e quotizzazione tra i cittadini poveri era un’impresa altamente civile ed economica da gran tempo reclamata per migliorare le condizioni di vita della popolazione e per elevare alla dignità umana quegli esseri che di uomini avevano solo le fattezze.
L’uomo, destinato a vivere in quelle zone, acquistava un carattere speciale, contraddistinto dalle note patologiche della malaria: un minorato, un degenerato, un sofferente, su cui incombeva, come un fato, il vivere negli acquitrini; era il mazzonaro.
Il termine “mazzonaro”, che dà origine anche al nome della zona dei Mazzoni, deriva molto probabilmente dalle rudimentali mazze, bastoni, con cui i mazzonari guidavano la mandria.
Come si legge nel libro “Storia di Mondragone” del dott. Biagio Greco, ecco il ritratto che ne fa il Savarese:
(Giacomo Savarese fu uno dei principali esponenti politici durante il regno di Ferdinando II di Borbone, autore di importanti testi sull’economia e sulle finanze napoletane, consigliere del re)
“Il mazzonaro è un uomo di forme atletiche, ma sparuto in viso e panciuto molto per l’abituale gonfiezza del fegato, effetto della malaria cronica. Tutto il suo avere consiste negli ordigni di caccia e di pesca , nella giumenta e in una specie di barchetta, a cui dà il nome di sandalo. La sua industria consiste nel prendere a soccio bufali, cavalli e maiali; il suo armento pascola errando nelle paludi, senza ch’egli si curasse di sapere a chi appartenesse il suolo che calpesta. Nelle stagioni opportune una preda abbondante compensa le fatiche della caccia e della pesca. Tutto il resto dell’anno è tempo di riposo. Avvolto nel suo ampio mantello e costantemente vestito di lana, anche in piena estate, il mazzonaro rimane assiso sull’uscio della sua capanna , in una specie di ozio meditativo. Nessun uomo straniero alla contrada osa penetrare nei Mazzoni quando non sia conosciuto. Non vi sono strade, né case, né ponti”
( Ecco come gli alunni della scuola elementare hanno rappresentato il mazzonaro e la sua capanna)



mercoledì 5 luglio 2023

MONDRAGONE TRA CASERTA E NAPOLI

Mondragone si trova a 47 km a nord di Napoli e all’incirca alla stessa distanza ad ovest di Caserta.
Ha fatto parte del Regno di Napoli da quando è nato nel 1282 e ne ha condiviso, nel tempo, accadimenti e vicissitudini.
Carlo I d’Angiò, venuto in Italia su invito del Papa, conquistò il Regno di Sicilia ( tutta l’Italia meridionale), dopo aver sconfitto Manfredi di Svevia nel 1266 e trasferì la capitale del Regno da Palermo a Napoli.
Diventato re, volle premiare i suoi collaboratori e punire i nemici. Per quello che ci riguarda, concesse la Rocca di Mondragone al genero, Filippo, re di Tessaglia , che aveva sposato sua figlia Beatrice.
Nel Regno di Napoli esisteva un Dipartimento, denominato Terra di Lavoro, già dai Romani chiamato Campania Felix per la fertilità del suolo e l’abbondanza dei prodotti agricoli.
Era un’area vastissima che comprendeva tutto il territorio tra Napoli e Roma, ripartito tra tre regioni: Campania, Lazio e Molise. Verso Nord, arrivava fino a Latina e Frosinone nel Basso Lazio, comprendeva la Campania con Caserta, Benevento, Avellino e una parte di Napoli ed arrivava fino ad Isernia, nel Molise.
Fu Napoleone, poi, a riformare la ripartizione territoriale del Regno di Napoli sulla base del modello francese, sopprimendo il sistema feudale.
Istituì la provincia di Napoli e ridimensionò Terra di Lavoro. Alcuni territori , tolti a quest’ultima, furono annessi alla provincia di Napoli per dare alla capitale del Regno un territorio più ampio di riferimento. In quel periodo il titolo di capoluogo di Terra di Lavoro fu assegnato a Capua.
Dopo la caduta di Napoleone i Borboni tornarono sul trono di Napoli e la situazione tornò come prima e
nel 1818 fu Caserta a diventare capoluogo di provincia fino al 1861.
Dopo l’Unità d’Italia ci fu un nuovo ridimensionamento di Terra di Lavoro e l’istituzione di nuove province.
Nel periodo fascista, poi, nel 1927 Mussolini decise di sopprimere la provincia di Caserta e di dividere il territorio di Terra di Lavoro tra le province di Roma, Frosinone, Campobasso, Benevento e Napoli per motivi di ordine pubblico, politico ed economico.
Lo affermava nel discorso dell’Ascensione del 27 maggio, in cui diceva: - I Mazzoni sono una piaga che sta tra la provincia di Roma e Napoli, terreno paludoso, stepposo e malarico, abitato da una popolazione che fin dal tempo dei Romani aveva una pessima reputazione ed era chiamata popolazione di “latrones” …Liberatemi da questa delinquenza col ferro e col fuoco.
Ed elencava i numerosi misfatti: oltraggi alla forza pubblica, incendi, omicidi, lesioni, furti, rapine e danneggiamenti…
E concludeva: -Sono stati arrestati 1699 affiliati alla malavita… I podestà e i combattenti sono esultanti , la parte sana della popolazione ringrazia le autorità per l’opera necessaria di igiene.
La soppressione e lo smembramento, secondo lui, erano necessari perché riducendo l’estensione del territorio, le forze dell’ordine avrebbero potuto operare in maniera più agevole.
Un altro motivo dello smembramento era di carattere politico ed era quello di ampliare la città di Napoli, che per il Fascismo doveva diventare “ la regina del mediterraneo”.
Essendo stata soppressa la provincia di Caserta, Mondragone diventò provincia di Napoli. Ci sono ancora persone che conservano lettere del periodo fascista, in cui Mondragone era provincia di Napoli.
Nel 1945 con Decreto legislativo firmato da Umberto di Savoia fu ricostituita la provincia di Caserta secondo l’attuale configurazione.
( Nelle foto: il Castello di Mondragone,
la statua di Carlo I d'Angiò , che si trova davanti al Palazzo Reale di Napoli e Palazzo Reale)







venerdì 23 giugno 2023

LA MAGICA NOTTE DI SAN GIOVANNI

 

Il 24 giugno la Chiesa festeggia la Natività di san Giovanni Battista, fissata secondo la tradizione religiosa a sei mesi prima della nascita di Cristo. E’ l’unico santo di cui si festeggia la nascita, secondo la carne, oltre a Gesù e alla Madonna. Il “dies natalis” dei Santi, infatti, quello nel quale vengono ricordati nel calendario, corrisponde al giorno della loro morte perché morendo, essi nascono alla vita eterna.

La sua festa cade quasi in corrispondenza del solstizio d’estate, quando la natura è nel massimo rigoglio e poiché nell’antichità la società contadina traeva dall’agricoltura l’intera ragione di vita, attorno a questa ricorrenza la tradizione popolare ha creato tutta una serie di riti propiziatori, credenze magiche, riti di purificazione, raccolta di erbe magiche ecc.
San Giovanni, dunque, secondo la tradizione, è la festa solare per eccellenza , la vittoria della luce sulle tenebre, del bene sul male.
Nella tradizione popolare europea la notte di san Giovanni viene considerata una notte particolare, la notte magica per eccellenza, una notte carica di presagi, in cui la natura parla agli uomini e al mondo.
In molte località in questa notte si accendono falò come rito di purificazione, per propiziare buoni raccolti e per cacciare streghe e demoni.
Secondo le tradizioni nordiche è in questa data che il mondo naturale e soprannaturale si compenetrano , è il tempo in cui i pianeti e i segni zodiacali concorrono a caricare di virtù le pietre e le erbe. La terra si imbeve di strani influssi; le erbe medicinali, madide di rugiada, acquistano maggiore efficacia, si caricano di magici poteri e possono guarire le malattie.
L’uomo è pronto, in questa notte, ad accogliere la potenza della natura per farla propria. E’ in questa notte che in questa notte che le erbe diventano miracolose: l’iperico o erba di san Giovanni, la ruta, che come recita un proverbio mondragonese “ogni male stuta”, la salvia contro il mal di pancia, la menta contro l’influenza, il rosmarino contro la calvizie ecc.
E’ anche la notte in cui si raccolgono le noci ancora verdi per fare il nocino, detto anche “elisir di san Giovanni”.
Le noci andavano messe in infusione nell’alcol fino alla notte di san Lorenzo, il 10 agosto per essere poi filtrato e zuccherato.
E’ in questo periodo che a Mondragone, maturano le cosiddette “melelle di san Giovanni”, piccole mele di colore verde, che non si trovano in commercio, sono esclusiva di quei pochi contadini che hanno conservato qualche albero di questi frutti dolcissimi e quasi dimenticati.
La notte di san Giovanni viene definita anche la notte delle streghe, che secondo la tradizione pare prendessero il volo per andare a caccia di anime e per recarsi al grande raduno di Benevento, dove tutte danzavano attorno all’albero di noce; il loro detto magico, ripetuto anche da noi, alla partenza, era: “Sott’acqua e sotta vient sott a noce de Beneviento” .
Un tempo a Mondragone per evitare che una strega potesse entrare in casa, si posizionavano dietro all’uscio di casa un sacchettino pieno di sale o una scopa in modo che la megera era costretta a contare granello per granello o filo per filo della scopa, così si faceva giorno e doveva andare a nascondersi.
In passato questo giorno era considerato sacro al pari di un capo d’anno e da qui l’usanza di trarre presagi e prevedere il futuro.
Tante sono le forme di divinazione legate alla notte di san Giovanni , quasi tutte vertevano sull’indovinare qualcosa del proprio futuro amoroso e matrimoniale.
Qui a Mondragone, come anche in altre località, si usava versare il piombo nell’acqua, che si raffreddava velocemente e dalle forme assunte si traevano previsioni sul futuro oppure si metteva un albume d’uovo in mezzo bicchiere d’acqua e la mattina dopo qualche persona esperta interpretava la forma che aveva assunto, traendone previsioni per il futuro.
Altro simbolo della notte di san Giovanni è la rugiada, che ricorda il Battesimo impartito dal Battista nel Giordano a Gesù.
Inoltre, la figura del Santo, che ha battezzato Gesù, ha dato origine, nel tempo, alla figura del “compare” o “padrino”di Battesimo, di Cresima e di Matrimonio , caratterizzando quella forma di parentela spirituale che in molte parti d’Italia viene definito Comparatico, volgarmente detto anche “sangiovanni”.
Esso ricorda il vincolo sacro stabilitosi tra Gesù e san Giovanni nel fiume Giordano, un rapporto spirituale che non deve essere mai tradito; la violazione di siffatto legame è ritenuta, nella tradizione popolare, sacrilega e meritevole di terribili castighi.
Si può dire che i compari erano gli amici più veri perché si sceglievano di propria volontà sia per affinità di vedute, di sentimenti, per quel feeling che a volte si viene a creare tra le persone con cui si sta bene in compagnia e a cui ci si vuole legare.

Diventare compari significava essere legati alla reciprocità, promettersi favori e assoluta disponibilità in ogni tipo di circostanza. Qui a Mondragone si invitavano i compari per l’uccisione del maiale, che richiedeva tanto lavoro; con i compari ci si scambiavano giornate di lavoro nei campi, quando moriva qualcuno della famiglia, i compari portavano “ru cuonsolo”, cioè preparavano il pranzo per i familiari del defunto e così via.

sabato 17 giugno 2023

LU CAFE’ A NAPULE … CU L’ACQUA DE SERIN..

Prendere il caffè è sempre un piacere con cui iniziare la giornata oppure per prendere una pausa quando si ha bisogno di staccarsi un po’ dalla routine quotidiana.
Un buon caffè, preso senza fretta, ci ricarica di energie, ci permette di riordinare le idee e di ricominciare, ci ricentra, ci riequilibra, insomma, a volte, ci svolta la giornata.
Prendere il caffè a Napoli, però, è ancora di più, è un rito, un’esperienza sensoriale inebriante.
Solo al sentire quell’aroma forte e penetrante che ti arriva al naso prima che alle papille gustative, ti predispone all’allegria e alla comprensione, al voler essere propositivi e più accondiscendenti con tutti.
Può essere anche un’occasione per vedersi con gli amici e rendere speciale quell’incontro.
Il mito del caffè a Napoli ha sempre affascinato i Mondragonesi, anche quelli di una volta, quasi come un sogno, non troppo difficile da realizzare.
Non di rado gruppi di amici mondragonesi, si ritrovavano con la voglia di far qualcosa di speciale e bastava che qualcuno dicesse: - Ci andiamo a prendere il caffè a Napoli? E per tutta risposta salivano in macchina e via, diretti verso la città partenopea, quasi una meta turistica.
Una volta là, poi, magari, accompagnavano il caffè con una sfogliatella o con un baba e poi un bel giretto per Napoli, prima del ritorno.
Tempo fa, una volta, si stava discutendo proprio della superiorità del caffè napoletano e tutti erano concordi nel dire che il caffè a Napoli era un’altra cosa, era più buono che da qualunque altra parte.
Eh- disse uno dei presenti - se sap, chell lu fann cu l’acqua de Serin!
Un contadino, presente alla discussione, sentendo decantare il caffè napoletano in quel modo, incominciò a desiderare tanto fare quell’esperienza, almeno una volta nella vita.
Chissà quanto costerà! - pensava e da allora incominciò a mettere da parte i soldi per realizzare quel desiderio.
Finalmente arrivò il giorno in cui si poté recare a Napoli a prendere il caffè. Dapprima bevve il bicchiere d’acqua per preparare il palato, poi sorseggiò il caffè piano piano in maniera quasi mistica e contemplativa.
Poi chiese: - Quant’è? E il barista: - Vint lir! – Ah- fece lui, tutto meravigliato- Vint lir?!! E allor, me ne facite pur nu cat pa ciuccia ?!
Chissà quanto credeva che costasse quel caffè.
Questi racconti, dalla comicità, a volte, un po’ grossolana, derivanti dalla nostra tradizione contadina, rivelano sempre qualche verità.
Difatti veramente Napoli è rifornita dall’acquedotto del Serino.
Le sorgenti di Serino, da sempre rinomate per la qualità e la gradevolezza dell’acqua fornita, sono situate nel cuore dell’ Appennino Campano, nel territorio della provincia di Avellino.
Il primo acquedotto del Serino fu costruito dai Romani in età augustea fra il 33 e il 12 a C. per risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico di diverse città, quali Pozzuoli, Napoli , Cuma e Miseno. L’ultimo degli acquedotti di Serino è stato inaugurato nel 1885.
Attualmente Napoli è rifornita da quattro acquedotti, costruiti in tempi diversi: quello del Serino è il più antico, altri si sono aggiunti nel dopoguerra, quando la popolazione ha cominciato a espandersi da Posillipo a Fuorigrotta, ai quartieri oltre la Ferrovia e le nuove zone industriali.
E’ risaputo che l’acqua del rubinetto di Napoli è perfettamente potabile e salutare, una delle più buone in Italia, soggetta a periodici controlli.
La qualità dell’acqua, come si sa, è importante per la nostra salute e per una vita migliore.
Ci siamo sempre chiesti perché a Napoli il caffè e la pizza sono più buoni che dalle altre parti sebbene fatti con gli stessi ingredienti.
Sarà per la maestria dei Napoletani o per l’acqua del Serino, come dice il racconto?
Clara Ricciardone








martedì 13 giugno 2023

IL CULTO DI SANT’ANTONIO A MONDRAGONE

A Mondragone sant’Antonio è stato sempre molto amato tanto da diventare compatrono della città insieme alla Madonna Incaldana.
La popolazione agricola riponeva grande affidamento nell’intercessione del santo per ottenere grazie di ogni tipo.
Alcune preghiere a lui dedicate sono nate dalla devozione popolare e qualcuna è rimasta ancora nella memoria delle persone. Se ne riporta qualcuna:
Sant’Antonio tuttu putent
13 grazie fai ogni mument
Gesù Crist a te te sente
Sant’Antonio facce cuntent
Sant’Antonio giglio giocondo
è nominato per tutto il mondo,
chi lo tiene per suo avvocato
da sant’Antonio sarà aiutato
Alla processione in onore del Santo si cantava:
Sant’Antoniu vergine e sacrat
la curona de Gesù la puorti ‘ncap
te l’ha missa la Vergine Maria
facce la grazia Sant’Antoniu mio
Un’ altra preghiera per ottenere grazie veniva recitata e ripetuta sui grani della Corona , come se fosse un Rosario:
Sant’Antò cammina tu
lengua santa parla tu
13 grazie fai al giorno
fammene una che m’abbisogna
Quando qualcuno aveva qualche problema, chiedeva al Santo di intercedere, e in particolare, alla “lingua santa” di parlare in suo favore al Signore.
Forse non tutti sanno che sant’Antonio inizialmente viveva nella preghiera e nel nascondimento e non si conosceva il suo dono per la predicazione fino a quando non tenne un discorso per un’ordinazione sacerdotale a Forlì nel 1222.
Alla cerimonia erano presenti francescani e domenicani ma per qualche malinteso non era stato dato a nessuno l’incarico di tenere il discorso di saluto.
Fu chiesto a sant’Antonio di fare un breve sermone ed egli protestò dicendo che il suo compito era quello di lavare i piatti e i pavimenti e che non era capace di fare più nulla ma il Superiore insisteva e il Santo dovette accettare per non trasgredire la regola dell’obbedienza.
Così incominciò a parlare davanti al Vescovo e a tutti i presenti senza essersi preparato e pronunciò un sermone così eloquente e colto che lasciò tutti stupiti.
In tal modo i Francescani si resero conto dei suoi talenti, il Santo fu richiamato dal convento e mandato a predicare in varie zone.
Grandi folle si radunavano per ascoltarlo: gli uomini lasciavano il lavoro e le donne, a volte, trascorrevano la notte in chiesa per avere il posto assicurato.
Ben presto le chiese non furono più sufficienti e sant’Antonio dovette tenere le sue prediche nelle piazze e nei mercati.
Si dice che mettesse in ginocchio i peccatori e addolcisse i cuori dei criminali più incalliti.
L’8 aprile 1263, a 32 anni dalla sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, all’apertura della cassa, che ne conteneva i resti mortali, alla presenza di una numerosa folla e di san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro generale dell’Ordine francescano, apparve, tra lo stupore di tutti, la lingua incorrotta del Santo, come se appartenesse ad un uomo ancora vivo.
San Bonaventura, mostrando la lingua ai fedeli, esclamò: - O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora appare a tutti quanto grande è stato il tuo valore presso Dio!
La preziosa reliquia della Lingua viene custodita nella basilica di Padova, nella cosiddetta “cappella del Tesoro”.
Per Antonio la lingua significava “annunciare il Vangelo con la sua passione e competenza”. Egli ripeteva: - Chi non conosce la Scrittura è un analfabeta poiché solo guardando noi stessi nello specchio della Parola possiamo capire chi siamo realmente.
Era tale la devozione al Santo qui a Mondragone che addirittura nel 1928 il sacerdote don Francesco Gravano, chiamato familiarmente da tutti don Ciccio, molto devoto al Santo, nella chiesa di san Francesco fece erigere un trono marmoreo in suo onore proprio dove ora si trova l’altare maggiore, ma nel 1946, ai monaci tornati dopo la guerra, non sembrò giusto che il Crocifisso stesse in fondo alla chiesa e il Santo sull’altare maggiore, allora sistemarono il Crocifisso al centro e sant’ Antonio da un lato e san Francesco dall’altro.
In seguito spostarono i due santi nelle nicchie laterali definitivamente, dove si trovano attualmente.
La statua lignea del Santo, che si venera oggigiorno nella chiesa di San Francesco, pregevole opera dello scultore ortiseiano Luigi Santifaller, è stata realizzata verso la metà del ‘900 ed ha sostituito l’antico simulacro in cartapesta, già venerato dai fedeli.
Il Santo, che è quasi sempre raffigurato con il saio, qui da noi è rappresentato con saio, cotta e stola sacerdotale; regge con il braccio destro Gesù Bambino e nella sinistra ha il giglio, simbolo della purezza e trasparenza della vita, rispettando la classica iconografia del Santo.
Si racconta che sant’ Antonio prima di morire si ritirò a Camposampiero, dove il signore del luogo, il conte Tiso gli allestì una specie di celletta tra i rami di un albero di noce, su sua richiesta.
Lì sant’Antonio passava le sue giornate in contemplazione e si ritirava nell’eremo solo la notte.
Una sera il conte, andando a trovare l’amico, fu attratto da un immenso splendore e vide Antonio che stringeva tra le braccia Gesù Bambino .
Sant’Antonio lo pregò di non dirlo e il conte lo rivelò solo dopo la sua morte.
Che i Mondragonesi venerino molto sant’Antonio lo si capisce da tante cose: il 31 maggio verso mezzogiorno avveniva, fino a pochi anni fa, la cosiddetta “calata di sant’Antonio”: i fedeli, poco prima di mezzogiorno, si radunavano in chiesa e tra canti e preghiere assistevano all’intronizzazione del Santo. La sera, poi, iniziava la Tredicina.
Nei giorni della Tredicina, tutt’oggi c’è un andirivieni di fedeli di altre parrocchie che vengono a pregare il Santo.
Nel giorno della sua festa, poi, si celebrano le Sante Messe come per la domenica, con la chiesa gremita di fedeli.
In questo giorno veniva benedetto e distribuito ai fedeli il “pane di Sant’Antonio”, le classiche pagnottelle che ognuno portava a casa , facendone mangiare un pezzetto “per devozione” ai propri familiari, dopo aver recitato la preghiera.
La tradizione del Pane di sant’Antonio trae la sua origine da uno dei tanti prodigi attribuiti al Santo: un bambino di 20 mesi di nome Tommasuccio era annegato perché la mamma lo aveva lasciato incautamente accanto ad un recipiente pieno d’acqua.
La donna disperata fece voto che se il Santo lo avesse risuscitato, avrebbe dato ai poveri tanto grano quanto il peso del bambino. Il miracolo avvenne e da allora in poi è nata una tradizione chiamata “pondus pueri”( il peso del bambino): i genitori promettevano il pane in cambio della sua protezione.
Con il tempo si consolidò la tradizione di offrire il pane nel giorno della sua festa in cambio di una grazia ricevuta.
C’è anche l’usanza di far indossare ai bambini l’abitino francescano per ringraziare il Santo della protezione ricevuta e farla conoscere agli altri.
Nel giorno della sua festa, poi, Sant’Antonio viene portato in processione, nelle strade principali di tutti i rioni proprio perché è il Santo di tutti i Mondragonesi. Le famiglie si danno da fare ad innaffiare le strade dove deve passare la processione per rendere così più agevole il cammino delle persone che accompagnano il Santo per tutto il paese. E’ solo alla processione di Sant’Antonio che si sparano i botti in ogni strada e ci si tiene davvero tanto, in ogni rione i devoti vanno di casa in casa a chiedere i soldi per tale scopo.
E così, tra gli spari assordanti, la banda che suona, la recita delle decine del Rosario e i canti dei devoti, il Santo passa e benedice ogni punto della città ed è in questo modo che il popolo mondragonese esprime la devozione autentica e il sincero amore per il Santo dei miracoli, a cui tutti si rivolgono con fiducia e speranza.


(La foto è tratta dal libro di Padre Berardo Buonanno "Notizie storiche del Convento della Chiesa e dei Frati di Mondragone")

martedì 6 giugno 2023

MASTU PEPP

Per chi non è venuto alla presentazione del libro, riporto un aneddoto, raccontato dal prof. Cosimo Antitomaso, riguardante il Palazzo Ducale, ricchissimo di storie e leggende.
Tra le famiglie che abitavano nel Palazzo Ducale ce n’era una, detta “Ri sgubbitt” perché tutti i componenti avevano la gobba.
“Ri sgubbitt” facevano i “mannesi” nello spazio antistante il Palazzo Ducale, cioè aggiustavano i carretti, un po’ come il lavoro dei meccanici di oggi, che aggiustano le macchine. Quando si passava di là, li si vedeva tutti affaccendati nel loro lavoro.
La loro deformità li faceva sembrare strani esseri eppure figure familiari , appartenenti a quel variopinto mosaico di volti, di persone, di anime, che a quel tempo popolavano Mondragone, ognuno con il suo ruolo: l’arrotino, il maniscalco, il sarto, il ciabattino ecc.
Personalmente ricordo che , da bambina, quando passavo di là e li vedevo, mi sembrava davvero di vivere nel paese delle fiabe perché li associavo ad altre figure fiabesche che avevo in mente: il drago, la principessa, le fate, le streghe , gli gnomi, i nani, ecc.
In mezzo ad essi mettevo anche i gobbetti del Palazzo Ducale perché si sa che i bambini son portati a trasformare facilmente la realtà in fantasia e viceversa.
Altro che fantasia, direi, oggi. La loro deformità era dovuta ad un’anomalia della colonna vertebrale, che al giorno d’oggi, con tutti i progressi della medicina, sarebbe stata curabilissima ed anche loro, con le dovute cure, avrebbero potuto avere la schiena diritta come gli altri ma a quei tempi, purtroppo, non era ancora possibile e gli è toccato rimanere così, a vita.
Mastu Pepp era uno dei componenti della loro famiglia. Il poverino non aveva né il bagno né il pitale (vaso da notte) per espletare i bisogni corporali e quando aveva bisogno, si recava “Abbascj a le Pannine”, cioè nello spazio retrostante il Palazzo Ducale, in aperta campagna.
Una notte, spinto da un impellente bisogno, vi si recò, come di solito, ma nel momento cruciale, si vide attorniato da tre janare malintenzionate.
Mastu Pepp per sfuggire alle loro grinfie, fece appello a tutta l’energia che aveva in corpo e con la forza della disperazione incominciò a correre, a correre e mentre correva, esclamò: - Si me ne jesc da sta bott , nu iesc(o) cchiù a cacà la notte! Cioè si ripromise che se fosse sopravvissuto a quella disavventura non sarebbe più andato in campagna, di notte, per i suoi bisogni.



martedì 30 maggio 2023

“Il fatto delle tre Carmele”

Alla presentazione del libro PER LE VIE DEL BORGO il prof. Ambrisi ha raccontato un episodio esilarante e tragicomico, accaduto negli anni ’50, da lui definito “Il fatto delle tre Carmele” perché la cugina che gli ha raccontato il fatto si chiamava Carmela, come anche una sua vicina di casa analfabeta e una zia di quest’ultima, che era morta in America.
Negli anni ’50, appena dopo la guerra, l’italia era in fase di ricostruzione e c’era carenza di tutto.
I Mondragonesi emigrati in America non avevano dimenticato le proprie origini e mandavano ai loro parenti dei pacchi con vestiti e prodotti alimentari non deperibili.
La signora Carmela analfabeta che abitava ai Sabatini, un giorno ricevette un pacco da una sua cugina che viveva in America. Nel pacco c’era anche una lettera di accompagnamento ma lei in quel momento, incuriosita, non aveva tempo di andare a farsela leggere. Aprì il pacco e dentro trovò dei vestiti, zucchero, caffè e una boccettina con un po’ di povere all’interno.
Visto era arrivato lo zucchero, e lei aveva già a disposizione la farina e le uova, preparò un dolce e sopra mise la polverina, pensando che fosse una specialità americana, forse lievito come il Pane degli Angeli. Tutti lo mangiarono.
Poi con calma andò dalla vicina a farsi leggere la lettera. La cugina del prof. leggeva: - “… Con i vestiti vi ho mandato un po’ di zucchero e caffè e vi ho messo una boccettina con un pizzico delle ceneri di mia madre, che ha voluto essere cremata e non seppellita. Conservala e ogni giorno accendile un lumino, come fai con gli altri morti della nostra famiglia.
Non aveva neanche finito di leggere che la signora Carmela scoppiò a piangere a dirotto tanto che gli strilli dai Sabatini arrivarono a Piazza Umberto e diceva tra le lacrime: C(i)’ ammu mangiat a zi Carmela!!!



venerdì 26 maggio 2023

"Per le vie del borgo"

  

Cari lettori,
siamo entusiasti di condividere con voi il resoconto di un evento davvero speciale che si è tenuto presso il suggestivo Palazzo Ducale di Mondragone CE il 26 maggio 2023. Si tratta della presentazione del libro "Per le vie del borgo" dell'autrice Caterina Di Maio, una raccolta di storie affascinanti, aneddoti e detti che ci portano a scoprire il ricco folklore e le tradizioni di un tempo ormai quasi dimenticato.
L'atmosfera è stata elettrizzante mentre gli ospiti si riunivano nel maestoso androne del palazzo, anticipando una serata all'insegna della cultura e dell'emozione. Accanto all'autrice, Caterina Di Maio, sedeva il sindaco di Mondragone, testimone dell'importanza di valorizzare il patrimonio culturale del luogo e delle sue radici, il prof. Angelo Ambrisi, il maestro Cosimo Antitomaso e il cantautore Emilio Cuoco. 
Ad arricchire l'evento, come presentatrice d'eccezione, c'era la rinomata giornalista Mina Iazzetta, esperta nel dare voce alle storie nascoste che fanno parte del nostro passato. La sua presenza ha aggiunto un tocco di professionalità e curiosità all'atmosfera già carica di aspettativa.
La serata è iniziata con una introduzione da parte del sindaco, che ha sottolineato l'importanza di preservare il patrimonio culturale e le tradizioni del nostro paese. Ha evidenziato come il libro di Caterina Di Maio fosse un veicolo perfetto per far comprendere modi di dire tipici del nostro paese e far rivivere antiche storie che altrimenti rischierebbero di perdersi nel tempo. Durante la serata sono stati proiettati due video del Maestro Cosimo Antitomaso che mostravano scene della tradizione contadina, il Maestro ha raccontato episodi, luoghi e personaggi della sua infanzia coinvolgendo emotivamente il pubblico in sala.
Poi è arrivato il momento più atteso: l'autrice, Caterina Di Maio, ha preso la parola e ha condiviso con il pubblico la sua passione per il folklore e le tradizioni popolari. Ha spiegato come il suo libro sia stato frutto di anni di ricerca, interviste e scoperte personali, ma soprattutto di una profonda connessione con il suo paese d'origine.
Clara Ricciardone, Esterina La Torre e Maria Miraglia hanno letto alcuni estratti del libro, trasportando il pubblico in un viaggio affascinante tra le strade del borgo, raccontando leggende, aneddoti e riti che hanno caratterizzato la vita dei suoi antenati. I racconti, gli aneddoti e le parole sono state in grado di catturare l'immaginazione di tutti i presenti, riportando in vita tradizioni quasi dimenticate e suscitando curiosità verso un mondo che rischia di svanire. Singolare l'intervento del sig. Lavino Domenico che ha raccontato episodi personali e aneddoti della vita sociale e della comunità di Mondragone.
Mina Iazzetta, con la sua professionalità e il suo entusiasmo contagioso, ha guidato la serata con abilità, ponendo domande all'autrice e ai partecipanti che hanno permesso di approfondire ulteriormente il contenuto del libro e di mettere in luce l'importanza di preservare le nostre radici culturali. Molto interessanti gli interventi del Maestro Cosimo Antetomaso e del Prof. Ambrisi che hanno chiarito aspetti della cultura contadina e raccontato aneddoti personali. Il musicista e cantautore Emilio Cuoco ha cantato canzoni della tradizione popolare emozionando il pubblico. La presentazione si è conclusa con un buffet offerto dall'autrice che oltre a dolci classici ha preparato "i guanti" dolci tipici della tradizione  mondragonese. I proventi ricavati dalla vendita del libro saranno offerti alla chiesa di S. Francesco. 







lunedì 15 maggio 2023

CHI A TEN D’OR E CHI D’ARGIENT

Il detto sta a significare che c’è chi ha più fortuna, chi ne ha meno e chi non ce l’ha del tutto.

Fu coniato da una certa Ndrianella, che abitava nel rione S. Francesco e non si era sposata.
Ai suoi tempi si credeva, e qualcuno lo crede ancora oggi, che la donna si potesse realizzare solo con il matrimonio.
Tra i tanti motivi che spingevano la donna al matrimonio ad ogni costo c’era anche il fatto che la donna non lavorava e non aveva un reddito personale per cui nel matrimonio vedeva anche una sicurezza economica e non solo affettiva.
Naturalmente i genitori erano contenti e soddisfatti se vedevano la propria figlia “accasata” e se questo non avveniva, c’ era anche chi si adoperava a procurarle il matrimonio.
Ndrianella si espresse con le famose parole perché una volta veniva un’amica e diceva: - Vuagliò, teng nu spus che mo vo nu ben pazz, ma proprio va a ‘mpazzì pe me! Veniva un’altra e diceva: - Vuagliò, si sapessen maritm che m’a regalat , verit, e mo si sapessen addò me vo purtà! E così via.
Ndrianella, mortificata e amareggiata, un giorno sentenziò: - Chi a ten d’or e chi d’argient e io (nu)n’ a teng manc de ciummient!!!!
(Ru ciummient è il blocchetto di tufo con cui si costruiscono le case)
(L’elemento sottinteso nella frase si riferisce all’organo sessuale femminile)

Ringrazio Clara Ricciardone e la sua mamma, Enzina Papa, per avermi raccontato l’aneddoto.



lunedì 17 aprile 2023

LA MADONNA INCALDANA E I 36 CASALI

Il quadro della Madonna Incaldana esce dal santuario ogni 25 anni salvo eventi straordinari, quali guerre, siccità, piogge persistenti, epidemie e così via.

Quando esce, viene portato in processione per tutto il paese e in visita ad ogni chiesa. Successivamente viene portato in visita ai 36 Casali cioè nei paesi limitrofi.
La dicitura “36 Casali” deriva da un antico detto napoletano “Ho girato Napoli e i 36 Casali” che si usa quando, pur di trovare qualcosa, si è costretti a compiere ricerche in ogni dove.
L’origine del detto è molto antica e pare risalga al X sec. I Casali erano piccoli agglomerati di case all’interno dell’ Agro Napoletano. Non erano abbastanza grandi per essere identificati come città, ma avevano una popolazione fissa, fatta perlopiù di contadini del luogo che per guadagnare da vivere scendevano in città per vendere frutta o altro.
Le loro comunità appartenevano al Demanio dello Stato oppure alle famiglie nobiliari, che a volte, facevano delle vere e proprie compravendite dei Casali.
Il numero dei Casali è cambiato spesso, dato che Napoli ha lentamente assorbito tutta la sua provincia.
Originariamente i 36 Casali erano: Torre Annunziata, Resina (Ercolano), Portici, S. Sebastiano, S. Giorgio a Cremano, Ponticelli, Barra di Serino, S. Giovanni a Teduccio, Fraola (Afragola), Casalnuovo, Casoria, S. Pietro a Patierno, Frattamaggiore, Arzano, Grumo Nevano, Casandrino, Melito, Marano, Mongano ( Mugnano), Panecuocolo (Villaricca), Secondigliano, Chiaiano, Calvizzano, Polvica, Piscinola, Marianella, Miano, Antignano, Vomero, Torricchio ( Materdei), Pianura, S. Strato ( borgo di Posillipo), Ancarano, Villa Posillipo.
Dei 36 Casali uno solo ha conservato la dicitura di Casale nel nome: Casalnuovo.



A ‘RRIFF (L’ASTA)


A Mondragone, tra i vari festeggiamenti civili, che si fanno in onore della Madonna Incaldana, ce n’è uno, in particolare, che si svolge il Mercoledì in Albis, in Piazza Umberto I: a ‘rriff cioè l’asta del pesce, pescato in quel giorno, in onore della Madonna, venduto al miglior offerente, il cui ricavato va al parroco per i bisogni del Santuario.
E’ una tradizione antica e paesana, che affonda le radici nel nostro folclore.
La mattina presto la banda si reca sulla spiaggia a suonare per accogliere i pescatori, che tornano con le barche. Il pescato viene portato in piazza, dove in tarda mattinata, avviene la ‘rriffa.
E’ sempre bello vedere questa manifestazione vivace e pittoresca, tutta mondragonese.
Quest’anno, per chi non l’avesse vista, c’è anche il video fatto dal Comitato Festeggiamenti.
Il simpatico e convincente banditore d’asta è Ciro Di Maio, che ringraziamo, insieme al Comitato, per portare avanti le nostre tradizioni.