I Canti della devozione popolare per S.Antonio nella testimonianza della prof.ssa Adele Papa Adele Pa
Pubblicato da Caterina Di Maio su Giovedì 29 agosto 2024
Il blog di Caterina Di Maio dedicato alle tradizioni locali, agli usi, costumi e racconti di Mondragone CE, curato e pubblicato da Esterina La Torre
giovedì 29 agosto 2024
Canti per S.Antonio
I Canti della devozione popolare per S.Antonio nella testimonianza della prof.ssa Adele Papa
mercoledì 28 agosto 2024
D(E) (E)STAT SICCA VIETT
D(E) (E)STAT SICCA VIETT .... CHE DE VIERN SO CUNFIETT
D’estate secca i rametti della vite con i grappoli d’uva perché d’inverno gli acini diventano dolci come confetti e cioè buoni da mangiare.
Il termine “viett” , che significa rametti, è detto in questo modo per fare rima con “cunfiett”, ma in realtà il termine mondragonese originario è “vett”.
Questo detto ci riporta a quando non c’erano ancora i frigoriferi, congelatori ed altri mezzi moderni di conservazione dei prodotti agricoli.
C’era l’usanza di seccare l’uva per farne l’uva passa ma non solo, anche le bucce dei meloni per friggerle a Natale, le bucce dei fichi d’India, si seccavano i pomodori, le melenzane da mettere sott’olio, i semi di zucca, i fichi , tutto ciò che era possibile seccare per poterlo avere poi d’inverno.
L’essiccazione è stato sempre il metodo più antico di conservazione, il sole e il vento hanno permesso alle generazioni passate di preparare scorte durature di vari prodotti per l’inverno.
Si coprivano i prodotti dagli insetti con dei veli a fori piccoli , tipo tulle. Il problema era quello che la pioggia non li bagnasse e bisognava mettere tutto al sicuro prima che incominciasse a piovere.
Al calar del sole, per evitare l’umidità notturna, si ritiravano i prodotti in casa e si rimettevano al sole il giorno dopo.
Il termine “vett” viene dal latino “vectus”, che significa condotto , trasportato, che a sua volta viene dal verbo veho-is- vexi- ctum – vehere, che vuol dire condurre, avanzare, trasportare.
“Ru vett” si riferisce al ramo o tralcio della vite, che dal fusto della pianta, attaccato ad un palo, viene accompagnato con delicatezza dal contadino in una direzione e quindi condotto, trasportato, allungato ed appoggiato quasi spontaneamente su dei fili – guida, a cui si aggrappa, come si può osservare nei vigneti.
Con il tempo poi il termine è passato ad indicare anche i rami tagliati, gli scarti di potatura della vite ed anche i rami secchi.
Si dice anche “Mitt ru vett rent a ru purtus” cioè “Metti un rametto nel buco” sia per ricordarsi di qualcosa come quando per lo stesso motivo si facevano i nodi al fazzoletto ma anche come punto di riferimento.
E’ sempre bello scoprire come una semplice parola del nostro dialetto ci possa riportare indietro nel tempo, alla lingua dei nostri antenati, il latino, che ancora continua a vivere nella nostra e come questo termine ci possa catapultare all’improvviso nell’antica Sinuessa, alla coltivazione della vite, allora molto fiorente, al vino Falerno, alle nostre origini.
Grazie alla sig.ra Carmela Filosa, che mi ha spiegato questo antico modo di dire.
martedì 27 agosto 2024
ME PARE A COT(E)N NCOPP A RI CRAUN
ME PARE A COT(E)N NCOPP A RI CRAUN
A Mondragone si usa quest’espressione per indicare una persona gelosa e invidiosa degli altri.
Viene paragonata alla cotenna del maiale quando si mette sulla brace perché questa, a contatto con il fuoco, piano piano si consuma, si incomincia a sciogliere, cigola, sfrigola, si strugge, si contorce, si deforma, diminuisce di volume e perde la sua forma originaria.
Anche la persona gelosa fa così, non riesce a vivere la propria vita perché è concentrata su quella degli altri, è sempre lì a spiare, a controllare, a fare paragoni, a puntare il dito, a disprezzare e sminuire qualcuno perché ogni successo altrui è un attacco alla propria autostima, e soffre e consuma tutte le sue energie per questo.
E’ chiaro che questo continuo confronto con gli altri nasce da un’insicurezza e insoddisfazione cronica della propria vita.
Le persone gelose lottano con sentimenti di inferiorità che cercano di compensare con la rivalità e il disprezzo altrui.
La gelosia è distruttiva perché porta a voler distruggere in ogni modo la persona che si ritiene rivale ma è anche autodistruttiva perché influisce negativamente sulla propria salute mentale.
Le conseguenze della gelosia sono: il pettegolezzo, l’insinuazione, il sabotaggio della persona che si considera nemica.
Riconoscere in noi stessi la gelosia non come un segnale di debolezza ma come un segnale dei nostri bisogni e desideri insoddisfatti porta all’autoconsapevolezza e a relazioni interpersonali più sane ed empatiche.
Certo non è facile spiegare, a parole, ciò che soffre una persona gelosa, il tormento continuo a cui è sottoposta ma non per il dialetto mondragonese che, con un paragone eloquente più di mille parole, sempre legato al mondo contadino, ci dice che la persona gelosa soffre tanto, come “na cot(e)n ncopp a ri craun”
Grazie alla sig. Carmela Filosa, che mi ha fatto conoscere questo modo di dire del nostro dialetto.
lunedì 5 agosto 2024
RER CASCA RER
Un uomo aveva un padre vecchio ed era stanco di vederselo sempre davanti e di assisterlo. Un giorno preparò una bisaccia, mettendo dentro poche cose e lo portò sulla montagna, dove lo abbandonò.
Dopo anni , un giorno vide il figlio che stava facendo la stessa cosa, ne capì l’intenzione e chiese: - Ma pecché? E il figlio: - T’aggia purtà ncopp a muntagn!
Allora si rese conto e rispose: - Ma che staje a ffà, rer casca rer? Da na g(e)nerazzion a ‘nnat, da lu mal a lu peggio? E sp(e)zzamm(e)l sta catena!
E convinse il figlio a non ripetere il male che lui stesso aveva fatto.
L’espressione “Rer casca rer” voleva dire che quando si cade all’indietro, cioè ci si incammina sulla via del male , non si riesce a ritrovare la strada del bene e si può solo cadere sempre più all’indietro e quindi sempre più in basso. Ci vuole un atto di coraggio per risalire e per imparare, successivamente, a riconoscere e a gestire il bene e il male che sono in tutti noi.
(Racconto della sig.ra Carmela Filosa)

Dopo anni , un giorno vide il figlio che stava facendo la stessa cosa, ne capì l’intenzione e chiese: - Ma pecché? E il figlio: - T’aggia purtà ncopp a muntagn!
Allora si rese conto e rispose: - Ma che staje a ffà, rer casca rer? Da na g(e)nerazzion a ‘nnat, da lu mal a lu peggio? E sp(e)zzamm(e)l sta catena!
E convinse il figlio a non ripetere il male che lui stesso aveva fatto.
L’espressione “Rer casca rer” voleva dire che quando si cade all’indietro, cioè ci si incammina sulla via del male , non si riesce a ritrovare la strada del bene e si può solo cadere sempre più all’indietro e quindi sempre più in basso. Ci vuole un atto di coraggio per risalire e per imparare, successivamente, a riconoscere e a gestire il bene e il male che sono in tutti noi.
(Racconto della sig.ra Carmela Filosa)

sabato 27 luglio 2024
A IATT (NU)N ‘E’ PASSAT.....
A IATT (NU)N ‘E’ PASSAT A TEGUL (NU)N ‘E’ CARUT
A CIORTA TOJA E’ ANCOR ‘MP(E)RUT
Una donna, pur essendo ancora bella e piacente, cominciava ad essere avanti con gli anni e non si era ancora sposata perché nessuno l’aveva chiesta in sposa. Tutte le sue amiche si erano sistemate ma per lei la “ciorta”, come si diceva un tempo, non era ancora arrivata.
Un giorno decise di andare a reclamare dalla Fortuna. Incominciò a chiamarla a gran voce finché questa non le comparve davanti sotto sembianze umane, proprio come una donna.
E lei: - Furtuna mia, tutt le cumpagne meje s’annu spusat e io no! E pecché? A me che me manc(a)? Pecché a me nisciun me ricje nient?
La Fortuna rispose:- Aggi' (abbi) pacienz! A iatt (nu)n ‘ è passat, a tegul (nu)n’ è carut, a ciorta toja è ancor ‘mperut! (ferma, impedita)
La donna se ne andò senza aver capito il significato di quelle parole. Voleva aver pazienza ma il tempo passava e niente succedeva.
Così ritornò a reclamare dalla Fortuna, la quale rispose, dicendo:- Ma io che te pozz fa? A iatt (nu)n è passat… Anche questa volta la donna se ne andò senza aver capito quelle sibilline parole.
Passò un po’ di tempo e, un giorno, nell’abitazione accanto alla sua si verificò un evento.
Una gatta, passando sul tetto, fece cadere una tegola, che cadde in testa alla padrona di casa, uccidendola.
Il marito, rimasto vedovo, dopo circa due mesi, chiese alla donna di sposarlo. Ecco che si erano avverate le parole della Fortuna, si era compiuta la “ciorta”.
Questi semplici racconti della narrativa popolare mondragonese hanno sempre qualcosa da insegnarci e da rivelarci dei tempi passati.
Il primo insegnamento che ci suggerisce il racconto è che non dobbiamo aver fretta per la realizzazione dei nostri desideri, bisogna che arrivi il momento giusto per ogni cosa.
Dal racconto emerge anche la priorità delle donne di un tempo , che era quella di sposarsi. Ancora oggi, grosso modo, è così, ma qualcosa è cambiato nella società attuale perché oggi la donna non cerca solo il matrimonio ma la sua realizzazione umana e sociale, l’indipendenza economica ecc.
Dal racconto emerge anche la visione fatalistica della vita dell’antica società contadina, che imputava tutto alla fortuna, relegando la persona in una posizione passiva di aspettativa e di lamentela.
Gli antichi Romani non la pensavano così , infatti dicevano: “Quisque faber fortunae suae” e cioè “ Chiunque è fabbro, costruttore della propria fortuna” Con questo volevano dire che l’uomo è in grado di guidare il proprio destino.
E’ pur vero che non è possibile al 100% perché non tutto è in nostro potere e in certe situazioni avverse davvero non possiamo fare proprio niente.
Eppure anche in situazioni difficili si può trovare il lato positivo, che nasce prima di tutto dall’accettazione e dal sapersi adeguare alle situazioni .
A tale proposito Machiavelli diceva che La Fortuna è arbitra solo per metà delle azioni dell’uomo e l’altra metà è nelle mani di quest’ultimo, grazie alle sue capacità e al suo adeguarsi alle condizioni in cui si trova ad operare.
Diceva anche che la Fortuna è “ donna” e “volubile” e per questo, per non farla dominare , bisogna batterla e contrastarla, nel senso che, se la realtà ci mette davanti impedimenti e ostacoli di vario genere , la nostra capacità deve essere quella di andare oltre l’ostacolo, in qualunque modo, come possiamo, ognuno a modo suo, per non farci dominare e schiacciare da una realtà avversa e difficile.
Grazie alla carissima Clara Ricciardone
lunedì 8 luglio 2024
Tradizioni mondragonesi
Le tradizioni mondragonesi raccontate direttamente dalla voce degli interessati. Grazie infinite a Masiello Crescenzo, autore di alcune belle poesie dedicate alla Madonna Incaldana.
Pubblicato da Caterina Di Maio su Lunedì 8 luglio 2024
domenica 7 luglio 2024
Intervista a Crescenzo Masiello
Le tradizioni mondragonesi raccontate direttamente dalla voce degli interessati.
Grazie infinite a Masiello Crescenzo, autore di alcune belle poesie dedicate alla Madonna Incaldana.
domenica 30 giugno 2024
BUONUMORE MONDRAGONESE
Un pittore edile di S. Angelo, di carattere allegro e gioviale, era sempre in vena di fare scherzi, oggi si direbbe un buontempone.
Un giorno andò, con un ragazzo, suo aiutante, a fare dei lavori di tinteggiatura in un appartamento.
Ad un certo punto disse all’aiutante: - Ma tu lu saje che io saccio ‘nduvinà tutt chell che fai? Si tu mo vai rent a n’ata stanz, io te saccio addicie comme staje, assì te mitt assettat o vicin a ru mur. Comme te mitti mitt, io lu saccio. Vuò fa a prov? E va va.
Il ragazzo lo guardava, incredulo e divertito e non sapeva che pensare. Poi, alla fine, accettò la sfida. Si recò nella stanza a fianco e dopo un po’, chiese: - Comm stong(o)?
E il pittore, che quello aspettava: - Comme nu strunz!!!
Grazie sempre a Clara Ricciardone che con i suoi racconti non solo ci permette di conoscere la tradizione ma ci fa notare come la nostra gente ha sempre avuto un atteggiamento di bonaria ironia verso ogni situazione , che serviva anche ad affrontare situazioni difficili, per non permettere mai ai sentimenti negativi di prevalere.
Tutte le reazion
sabato 15 giugno 2024
SCHERZA CON I FANTI MA LASCIA STARE I SANTI
Finalmente, a Mondragone, anche il Rione S. Francesco si è fatto valere, organizzando una bella festa per S. Antonio.
A proposito del Santo, mi hanno raccontato che, tempo fa, una donna anziana, sua devota, era solita andare spesso in chiesa a pregarLo e ad accendere la candela e, se qualcuno le chiedeva dove stesse andando, per far capire che andava da Lui, sorridendo, rispondeva:- Aggia ì nu poc addu chigliu scucciat! Là per là potrebbe sembrare un’offesa ma era tanto l’affetto e la familiarità che sentiva da considerarlo uno di noi, con cui poter anche scherzare.
Eppure c’è un proverbio che dice: - Scherza con i fanti ma lascia stare i Santi! Proprio per dire che si può scherzare su tutto tranne che sul Sacro, tranne che con Dio.
I Mondragonesi, invece, scherzavano anche con i Santi.
Difatti, come ho già raccontato in passato, avendo saputo che la statua di S. Antonio, nella chiesa di S. Francesco, era stata ricavata dal tronco di un pero, si rivolgevano al Santo, dicendo: - Quann siv pir, nun menav le per e mo che si Sant può mai fa ri miracul?
Anche la stessa Madonna Incaldana, tanto amata, veniva chiamata da qualcuno “Chella faccia iarz” !
Sarà che i Mondragonesi hanno sempre avuto un carattere ironico e scherzoso e l’ironia, si sa, ci salva in molte situazioni della vita .
Anche Papa Francesco, qualche giorno fa, ha detto che dobbiamo chiedere il dono dell’umorismo perché, quando si ride e si scherza, va tutto meglio, anche un rimprovero, fatto, scherzando, si accetta e non si arriva mai alla lite e allo scontro.
O forse questo modo di rivolgerci ai Santi con espressioni popolari e nostri modi di dire è un modo per sentirli più vicini a noi, alla nostra dimensione umana, per accorciare quella distanza eccessiva che c’è tra terreno e ultraterreno?
Sarà per questo o per quello? Mah! Chissà!
Mi sa che mi tocca pensarci un po’ su!
lunedì 27 maggio 2024
LA MADONNA E’ RIENTRATA A MONDRAGONE
LA MADONNA E’ RIENTRATA A MONDRAGONE E SI TROVA NELLLA CHIESA DI SAN GIUSTINO
MARIA INCALDANA: LA MADONNA DEL SOLE E DELLA PIOGGIA
Come si sa, la Madonna Incaldana esce dal santuario ogni 25 anni, salvo che per eventi straordinari, per i quali va chiesto il permesso al Vescovo.
Veniva portata in processione, ad esempio, per chiedere la fine della guerra o del colera, di epidemie, per l’incoronazione dopo il Restauro e così via. Quest’anno è stata portata in processione per i festeggiare i 400 anni dalla Traslazione, il prossimo anno sarà per il Giubileo del 2025.
Il motivo più ricorrente, però, per cui si portava la Madonna in processione, nel passato, era quello di chiedere il sole o la pioggia per il raccolto.
La si portava sulla spiaggia con la faccia rivolta al mare, se si chiedeva la pioggia, e con la faccia rivolta verso la montagna, se si chiedeva il sole.
Parliamo di tempi in cui il raccolto agricolo significava avere il cibo, il sostentamento, che garantiva la vita e la sopravvivenza. Non era come oggi che i prodotti agricoli arrivano, nel cosiddetto “villaggio globale”, da varie parti del mondo, allora gli scambi commerciali erano quasi inesistenti. Quello che si produceva, si consumava, e se non si produceva, si prospettava lo spettro della carestia e quindi la fame e la morte. Erano davvero periodi duri e difficili quelli con cui si sono dovuti confrontare i nostri progenitori.
Ecco come si spiegano quegli uomini penitenti che, quando seguivano la processione, si mettevano sulle spalle ruote di carretti, catene attorcigliate intorno al corpo, gioghi di buoi, figli sulle spalle, arnesi vari e pesanti.
Era per chiedere, insieme al sole e alla pioggia, la vita stessa, per implorare pietà ed erano pronti a qualunque sacrificio. Non erano solo gli uomini ma tutto il popolo, che quando seguiva la Madonna, tutto infervorato, si sacrificava, non badava né alla fame né alla sete, né al caldo né al freddo, né allo sforzo.
Sono tanti i racconti che abbiamo ascoltato in famiglia e che sono stati riportati anche in testi scritti.
Sono rimasta molto colpita da uno di questi. Una volta pioveva ininterrottamente da circa due mesi, i terreni erano tutti allagati, le spighe di grano, ormai alte ma non ancora mature, marcivano nel fango.
I Mondragonesi erano molto scoraggiati, non sapevano cosa fare, senza grano come avrebbero fatto? Un giorno si recarono in chiesa e davanti all’altare della Madonna buttarono tanti fasci di spighe, piene di fango e qualcuno , rivolto a Lei, disse: - E mo cu chest, lu pan faccellu tu!
Potrebbe sembrare un atteggiamento irriverente e sfrontato verso la Madonna ma era dettato dalla disperazione. Lo disse proprio, pieno di rabbia, quel tale, come se si stesse rivolgendo alla mamma terrena, come chi pretende da un vero genitore, visto l’amore che li lega, perché il rapporto dei nostri avi con la Madonna era un rapporto autentico e sincero, proprio come quello tra madre e figlio.
La Madonna poteva mai veder morire di fame i suoi figli? Non l’ha mai fatto.
Anche quell’anno, come al solito, ebbe inizio la Novena e si calò l’Immagine, al canto delle Litanie. Ci fu la processione e il popolo ebbe il pane desiderato.
Un’altra volta, sempre durante una pioggia incessante, che minacciava il raccolto, dopo la Novena e le Litanie, si doveva fare la processione ma la pioggia continuava a cadere. Il Primicerio pregava a nome di tutti ma la pioggia non cessava, allora rivolto ai fedeli, disse. – “ Su, fratelli, andiamo, esponiamoci pure alla pioggia e lasciamo che anch’Ella si bagni… La processione si mosse e dopo appena un po’, la pioggia diminuì e poi cessò. Tra le nuvole apparve il cielo azzurro.” Si erano avviati per fede sotto la pioggia e la fede li salvò , anche quella volta, perché i Mondragonesi erano così, volitivi, temerari, insistenti, continuavano a credere anche nell’impossibile e l’impossibile si avverava puntualmente.
Mia madre mi raccontava che, un’altra volta, avevano portato la Madonna al mare per chiedere la pioggia, al ritorno non arrivarono neanche in chiesa che si bagnarono tutti.
Noi certo non eravamo presenti eppure, attraverso quei racconti, qualcosa ci è rimasto dentro. Sarà per questo che quando si cala il quadro della Madonna vedo certe persone, che, prese da un istinto irrazionale e irrefrenabile, pur essendo adulte, cercano di toccarlo, mettendo a rischio la propria incolumità e quella degli altri. Probabilmente sentono qualcosa dentro, in maniera inconscia, che arriva loro da molto lontano, dai nostri avi che, insieme alla vita, ci hanno trasmesso tutto un patrimonio di informazioni, ricordi, sensazioni, suggestioni, che sono appartenute sì ad altre vite ma che, attraverso la memoria cellulare, sono arrivate fino a noi come in un’eco e continuano a vivere in noi.
Noi non eravamo presenti eppure sappiamo, consapevolmente e inconsapevolmente.
(Il dipinto è di Ilaria Marchitelli, la foto è tratta dal calendario della Madonna Incaldana di quest'anno)
sabato 11 maggio 2024
LA TORTA DI RISO DELL’ ASCENSIONE
Oggi si festeggia L’Ascensione del Signore.
Per la precisione, la data di questa festività, quest’anno, è coincisa con il giovedì, 9 maggio, perché è in quella data che sono passati i 40 giorni dalla Resurrezione ma la festa, come si sa, è stata spostata alla domenica già da molti anni.
La torta di riso è una rielaborazione , per così dire, del riso al latte, che si prepara per l’Ascensione, secondo un’antica tradizione.
Al riso cotto nel latte, basta aggiungere lo zucchero, quando è ancora caldo, poi gli aromi: vaniglia, cannella, scorza di limone grattugiata, uvetta a piacere.
Quando il riso è freddo si aggiungono le uova sbattute. Non c’è bisogno di fare il contenitore di pasta frolla come per la pastiera. Si versa il contenuto direttamente in teglia, mettendo sotto la carta forno.
Anche con la tortina di riso, semplice e delicata, siamo sempre nel rispetto della tradizione.
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I RITI DELL’ASCENSIONE: L’ ACQUA DI ROSE E IL RISO AL LATTE
L’ Ascensione è una solennità che cade 40 giorni dopo Pasqua e riveste notevole importanza nella liturgia cattolica perché segna la fine del soggiorno terreno di Gesù, il quale, dopo la sua Passione, Morte e Resurrezione, si mostrò agli Apostoli e alle donne per un periodo di 40 giorni; poi ascese al cielo, concludendo la sua permanenza terrena.
Un tempo, nell’antica società contadina, la gente conferiva a questo giorno una particolare “sacralità” e come in tutti i giorni festivi non era consentito fare lavori servili.
A testimonianza di ciò c’è un proverbio abruzzese che assicura che in tale giorno “neanche gli uccelli capovolgono l’ uovo” ; in tale giorno, cioè, non lavorano neanche gli uccelli.
Nel momento in cui Gesù ascendeva al cielo, distaccandosi dalla terra, si avvertiva o meglio si “percepiva” maggiormente quel misterioso collegamento delle forze celesti con la Terra, quel rapporto di congiunzione e di comunicazione tra cielo e terra.
La festa cadeva proprio a primavera inoltrata, in un periodo di grande floridezza della natura, e l’acqua e il latte diventarono, nel tempo, simboli di rigenerazione e purificazione.
Secondo la tradizione, a Mondragone, la sera della vigilia dell’Ascensione, veniva lasciato un bacile colmo d’acqua con tanti petali di rose e foglie verdi profumate su un balcone o sul davanzale della finestra: si credeva che Gesù, alla mezzanotte, salendo al cielo accompagnato dagli Angeli, benedicesse quelle acque.
Al mattino tutti i componenti della famiglia venivano invitati a lavare il viso in quell’acqua fresca e profumata, in segno di purificazione, un gesto simbolico che nonne e mamme ci hanno tramandato nel tempo, una tradizione, che, però, è andata progressivamente esaurendosi.
Nel giorno dell’ Ascensione, inoltre, c’è chi ancora usa, a Mondragone , mangiare per devozione e per tradizione il riso al latte, con zucchero e cannella. Si tratta di un’ usanza antica, pervenuta a noi da altri paesi.
Anticamente poiché nel giorno dell’Ascensione agli uomini non era consentito lavorare, in Basilicata, nell’Irpinia e nel Cilento, il latte non veniva lavorato e i pastori per devozione lo distribuivano gratis ai compaesani al fine di dare la possibilità a tutti di cucinare i cosiddetti “tagliolini dell’Ascensione”, con zucchero e cannella.
C’era la credenza popolare che tenerne per sé anche solo una goccia poteva causare la sterilità delle bestie.
La tradizione si è diffusa nel tempo anche in altri paesi, come nel nostro, dove i tagliolini sono stati sostituiti dal riso.
Probabilmente anche il latte, che è un alimento fondamentale per lo sviluppo e la salute del bambino, ma anche rilevante nella dieta dell’adulto, con il suo candore, in occasione dell’Ascensione, veniva visto simbolicamente come elemento purificatore per la crescita spirituale della persona.
giovedì 25 aprile 2024
MARIA INCALDANA: LA PRODIGIOSA
Non senza motivo la Madonna Incaldana viene definita “La Prodigiosa” perché tante sono state le grazie e i favori che ha elargito e continua ad elargire per i suoi fedeli , che la invocavano, un tempo, per il sole o per la pioggia al fine di ottenere un buon raccolto.
La invocavano per la fine della guerra, per le pestilenze, per i cataclismi naturali, per le malattie e per tutte le necessità.
Sempre la Madonna ha fatto sentire la sua protezione al popolo mondragonese ma, al di là di quei miracoli direi “eclatanti”, che sono rimasti nella storia del nostro paese, ognuno di noi ha potuto sperimentare il suo aiuto e la sua protezione per problemi per così dire di minore importanza e non così clamorosi o spettacolari ma comunque importanti nelle nostre vicende personali.
Io, personalmente, posso dire che la Madonna per due volte mi ha fatto sentire la sua protezione in maniera tangibile e concreta.
Quando avevo due anni , nel ’54, un giorno mi trovavo a casa di mia nonna a S. Francesco, dove stavo quasi ogni giorno. Il fidanzato di mia zia, per farmi giocare, mi prese per le mani e mi sollevò in alto per farmi fare “vola vola”. Evidentemente dovette prendermi in maniera molto maldestra perché mi fece slogare il braccio. Mia madre mi portò da una vicina, come si faceva a quei tempi, che era ritenuta esperta in questo tipo di problemi, lei mi muoveva il braccio, lo tastava, lo piegava e disse che si era rimesso a posto ma non era affatto così. Il braccio mi faceva sempre male e non lo potevo muovere. La cosa durò per diverso tempo e mia madre pensò che quel braccio non sarebbe più tornato come prima.
Quando arrivò il giorno che si doveva portare la Madonna al mare per l’Incoronazione, lei mi prese in braccio e seguì la processione, ripromettendosi di non appoggiarmi mai a terra, e così fece, all’andata, al ritorno e per tutto il tempo della cerimonia. Voleva offrire quel sacrificio alla Madonna per essere più degna di chiedere il suo aiuto.
A quei tempi si vedevano uomini che per ottenere le grazie, facevano penitenza, caricandosi sulle spalle ruote di carretti, sassi pesanti, grossi pezzi di tronchi d’albero e così via. La fede allora si esprimeva anche in questo modo.
Il braccio si rimise a posto e io non so neanche se sia stato il destro o il sinistro perché avevo solo due anni, conosco questa vicenda perché mia madre lo ha raccontato in famiglia diverse volte.
Quando avevo 28 anni fui operata di commissurotomia mitralica per una stenosi di origine reumatica, nel mese di febbraio dell'81.
Essendo credente, mi affidai alla Madonna e al buon Dio e andai tranquilla in ospedale.
Il giorno prima dell’intervento mia sorella si recò in chiesa per chiedere la protezione della Madonna, e chiese al parroco di controllare se c’era una data libera, in quei giorni, per celebrare una Messa per intercessione. E lui, che in quel momento era molto indaffarato per le Quarantore, rispose: - In questo momento non se ne parla proprio! Lei replicò: - Ma io ho sognato la Madonna Incaldana. E lui: Ah, allora vieni qua, vieni qua! E fece quello che aveva chiesto.
Intanto, dopo l’intervento, io mi svegliai dall’anestesia e, non so perché, incominciai a sentire dolori alle ossa in tutto il corpo. Non trovavo pace, anziché stare sul materasso mi sembrava di stare sulle pietre e quasi piangevo. Venne il medico a controllarmi e trovandomi tutta insofferente e agitata, disse: - Ma come?! E’ andato tutto bene!... Mi fece fare un’iniezione e dopo un po’ sparirono i dolori , sentivo un senso di benessere, quasi di beatitudine, mi sentivo leggera come se fossi appoggiata su un tappeto di morbida erba. Caddi in una specie di dormiveglia e sognai che era il Lunedì in Albis, quando si fa la processione con i buoi. Sul Belvedere c’era tanta gente, tutti aspettavano che uscisse il quadro della Madonna per la processione e io stavo lì , in mezzo a loro.
Da allora sono passati 43 anni e la mia valvola funziona ancora benissimo, ho altri acciacchi che mi danno problemi ma la valvola continua a fare il suo lavoro egregiamente.
Ho voluto condividere questi due episodi della mia vita per ringraziare ancora una volta la Madonna per il suo aiuto, questa volta pubblicamente, e per rendere testimonianza, e mi farebbe piacere se anche altre persone volessero dare testimonianza dei tanti favori e benefici della Madonna a tante famiglie mondragonesi.
Le foto sono di C' ERA UNA VOLTA MONDRAGONE
mercoledì 17 aprile 2024
LE DUE IMMAGINI DELLA MADONNA INCALDANA
Come tutti sanno, nel ’54 fu eseguito il restauro del quadro della Madonna Incaldana perché il legno era fortemente corroso dai tarli e il volto della Madonna e del Bambino erano quasi irriconoscibili.
Non riuscendo a distinguere bene i lineamenti, ispirandosi ad un precedente e rozzo restauro e probabilmente anche a immagini somiglianti, si riprodusse un’immagine, su carta, della Madonna, che non corrispondeva alla versione originale, che pure si percepiva nel quadro, anche se deteriorato, come si può vedere dalle foto.
Ancora diverse famiglie mondragonesi conservano quadri con quell’immagine e c’è chi, tuttora, non essendo correttamente informato, nutre dubbi sulle due immagini.
La spiegazione corretta ce l’ha data il prof. Conti, che eseguì il restauro. Venne a Mondragone nel ’53, su invito del parroco, esaminò la Sacra Tavola e spiegò che il dipinto, opera di un ignoto artista del 1300/1400, era stato rimaneggiato nel 1600/1700.
Dal libro del prof. Sementini “Memorie sul culto di Maria SS Incaldana”, riporto le testuali parole: “ L’Effigie appariva ricoperta da una spessa patina di pasta d’olio, che rendeva quasi irriconoscibile la Sacra Icona. Chi aveva restaurato la Madonna, non sappiamo. Dovette trattarsi di un artista poco eccellente. Ebbe mano gentile, invece, l’artista primitivo; un po’ rozzo il tardivo restauratore sei o settecentesco… La S. Tavola fu fotografata ; fu rilevato ancora l’incerto stile e spiegato perché nelle immagini riprodotte su carta e su medaglie la Madonna non era bizantineggiante…. I fedeli la videro con gli occhi della fantasia e perciò ne riprodussero l’Immagine tanto differente da quella che è venuta fuori dopo il “bagno” degli elementi chimici.”
I fedeli mondragonesi, dunque, possono stare tranquilli, quella che vediamo oggi è la nostra vera Madonna Incaldana, la più bella delle Madonne bizantine che io abbia mai visto.
venerdì 12 aprile 2024
Santa Maria Incaldana
LA MADONNA INCALDANA NELLA CHIESA DI SAN FRANCESCO
Quest’anno si festeggiano i 400 anni della discesa della Sacra Icona di Santa Maria Incaldana in città 1624-2024.
Volendo fare una ricostruzione storica più precisa e dettagliata occorre ricordare che la Sacra Icona è stata portata inizialmente nella chiesa di San Francesco e poi, in seguito, in quella di San Giovanni Battista.
Sia la chiesa di San Francesco che quella di San Giovanni Battista furono costruite dai Carafa della Stadera, duchi di Mondragone, la prima nel 1480 e la seconda nel 1593.
Già dopo l’incendio dei Turchi avvenuto nel 1560, di cui ci riferisce il Pratilli nell’opera “Della Via Appia”, pag. 241, si decise di trasferire la Sacra Icona nel centro abitato, nella chiesa dell’Annunziata, che dai documenti francescani risulta essere la chiesa di San Francesco, che inizialmente si chiamava dell’Annunziata.
Lo attestano il vescovo Francesco Gonzaga nell’opera “De origine seraphicae religionis” pag. 526 e Luca Wadding, francescano e storico irlandese nell’opera “Annales Minorum” vol. XV pag. 383.
Nel 1569, poi, arrivarono i Carmelitani a prendere possesso del Santuarietto del Belvedere e la Sacra Icona ritornò nella chiesetta restaurata.
In seguito, dopo 55 anni di permanenza a Mondragone, nel 1624, i Carmelitani furono costretti ad abbandonare quel luogo per l’eccessiva lontananza dal centro abitato e per il pericolo delle continue scorrerie dei Turchi e la Sacra Icona venne traslocata nella chiesa di San Giovanni Battista, dove rimase definitivamente.
Anche successivamente la Sacra Icona è stata custodita per un certo periodo nella chiesa di S. Francesco, dal 1834 al 1846 circa, a causa di lavori di restauro della Chiesa Madre.
Ce ne danno testimonianza alcuni documenti dell’Archivio Vescovile di Sessa Aurunca e il notaio carinolese Luca Menna nell’opera “Saggio istorico sulla città di Carinola” vol II pag. 128-129.
Il Menna racconta un prodigio verificatosi, in quel periodo, nella detta chiesa.
Nell’agosto del 1839 “una donna, di cui si tace il nome, rubò tutto o la maggior parte dell’oro di detta Sacrosanta Vergine , ch’era riposto nella sua nicchia …ma calando la donna col furto, fu assalita da colpo apoplettico e cadde semiviva in modo che carponi a terra , appena ebbe la forza di allontanarsi pochi passi dall’altare da cui era calata ; trovata la mattina in questo stato, fu interrogata ma non rispose perché priva di favella, la quale ritornata per intercessione di questa pietosa Madre, palesò il delitto, si pentì dell’errore e, dopo confessata, immantinenti nel luogo cessò di vivere”.
(Il disegno nella foto è tratto dal libro “Memorie sul culto di Maria SS Incaldana” del prof. Antonio Sementini)
venerdì 5 aprile 2024
BARZELLETTA
UNA BARZELLETTA DELLA TRADIZIONE
Un tale, all’ora di pranzo, si accinse a mangiare il suo piatto di pasta. Si mise in piedi e con una mano si reggeva al tavolo e con l’altra mangiava.
Ad un certo punto con una mano si tappò il naso e con l’altra bevve un bicchiere di vino.
Poi, quando fu il momento del caffè, con una mano si coprì gli occhi e con l’altra lo bevve.
La moglie incuriosita lo guardava e chiese : - Ma se po sapé, che stai a fa?
E lui: - Eh, io m’aggia sta accuort pecché a ritt ru duttor che ncopp a past m’aggia mantené, lu vin n’aggia sentì manc addor, lu cafè n’aggia veré proprio e io accussì facc(io)!
La moglie replicò: - Ma verament ru duttor a ritt che e mangia' san!
E lui: - Ah, sì sì, e io accussì m'raggiu mangiato ru piatt, sanu san !!!
Aneddoto raccontato da Clara Ricciardone
martedì 5 marzo 2024
(RE)FRISCH A L’ ANEM DE RU PRIATORI(O)
(RE)FRISCH A L’ ANEM DE RU PRIATORI(O)
Quest’espressione, usata dalla mamma di S. Pietro nel racconto “Io so mamma a Petr” viene considerata una buona azione.
Si tratta di un modo di dire, che si sente spesso dalle nostre parti ma anche in tutto il Sud Italia, usato soprattutto dalle persone anziane.
E’ un’espressione che si usa per esprimere soddisfazione quando si avvera un desiderio oppure quando si sblocca una situazione che sembrava avere poche possibilità di realizzazione come per dire: - Finalmente, è successo! E anziché ringraziare semplicemente, per l’incredibile contentezza si augura il Rinfresco alle Anime del Purgatorio, come se loro avessero contribuito al miracolo.
Talvolta succede anche quando si cerca di fare o dire qualcosa, che non trova riscontro negli altri e qualcuno, inaspettatamente capisce il messaggio, venendoci incontro, e allora per ringraziarlo, gli si dice: – Ah, frisch a l’aneme de tutti ri muorti tuoje!
Il “Rinfresco” delle anime del Purgatorio è una sorta di preghiera, un augurio che la persona vivente offre alle anime dei Defunti, che può essere associata ad un ‘ azione verso di essa, che può consistere in una preghiera o un atto concreto di carità o di umiltà o di mortificazione dell’orgoglio e così via. Significa che quell’azione compiuta a suffragio serve per il rinfresco ossia il refrigerio delle anime, che sono nel fuoco della purificazione.
Secondo la tradizione popolare le anime bruciano perché il Purgatorio viene visto come un piccolo Inferno, già il fatto di stare lontano da Dio è Purgatorio.
I Defunti non possono fare niente per ottenere la loro liberazione perché con la morte si rimane come si era in vita senza più la possibilità di ottenere meriti, quindi spetta a noi vivi di aiutare i Defunti con i Rinfreschi cioè con i suffragi offerti per la loro liberazione.
Spesso le anime del Purgatorio si sono fatte vedere in sogno o in visione a santi o mistici, chiedendo preghiere.
I Defunti, però, pur non potendo pregare per se stessi, possono pregare e intercedere per noi, in virtù della Comunione dei Santi, per quella solidarietà, che lega tutti i membri della Chiesa, Vivi e Defunti.
S. Teresa d’Avila diceva: - Non ho mai chiesto grazie alle anime del Purgatorio senza essere esaudita.
Talvolta si sente anche dire anche :- Uh, anem de ru Priatorio! Come espressione di grande meraviglia.
Il fatto che il Purgatorio sia spesso presente nel nostro parlare quotidiano, anche solo con detti e modi di dire, riflette un profondo sentimento di vicinanza, compassione e rispetto della pietà popolare per tutte le Anime purganti.
E’ così avvertita la compassione e la solidarietà per queste Anime che talvolta si traduce in gesti concreti.
Ad Augusta, in Sicilia, ad esempio, c’è la consuetudine di buttare acqua per le vie e davanti alle case in suffragio delle Anime del Purgatorio con lo scopo di dare loro un po’ di rinfresco nel bel mezzo del caldo estivo.
A Napoli da tempo è diffuso l’antico culto delle Anime Pezzentelle, che si svolge nel Cimitero delle Fontanelle, un ossario sorto nel XVI sec. quando la città fu flagellata da rivolte popolari, carestie, terremoti, eruzioni del Vesuvio, epidemie. Qui furono raccolti i cadaveri delle vittime.
Per la pietà popolare diventano oggetto di culto le Anime anonime, quelle abbandonate e senza nome, quelle i cui corpi furono sepolti nelle fosse comuni.
Il rapporto si stabilisce attraverso l’adozione di un teschio, che secondo la tradizione, è la sede dell’anima, che viene scelto, curato e accudito in apposite nicchie con fiori, ceri, preghiere.
L’Anima Pezzentella (dal latino petere, che significa chiedere per ottenere), invoca il Refrisco cioè il suffragio e colui che l’ha adottata, chiede grazie e favori.
sabato 24 febbraio 2024
I(O) SO MAMMA A PETR
"I(O) SO MAMMA A PETR"
La tradizione popolare mondragonese, attraverso semplici racconti, legati al mondo contadino, ci presenta spesso grandi verità, perle di saggezza da tutti universalmente riconosciute, su cui riflettere.
In questo racconto anche la mamma di S. Pietro deve fare i conti con la nostra tradizione, a dimostrazione del fatto che per ottenere il Paradiso non ci sono né favoritismi né raccomandazioni.
Secondo un’ antica leggenda diffusa in tutta Italia, la mamma di S. Pietro non era una brava persona. Quando morì, andò all’Inferno e trovandosi tra le fiamme e in mezzo ai dannati, chiamò il figlio, pensando che tanto lui aveva le chiavi del Paradiso e quindi poteva farla entrare.
San Pietro si rivolse al Signore, il quale chiese:- Ma tua madre ha fatto perlomeno qualche buona azione durante la vita?
San Pietro, a sua volta, lo chiese alla madre, che disse:- Veramente no, nun aggiu fatt le bon azion, ma aspett, però mo che me ricord, na vot steva a lavà le cipoll rent a nu riv e na col de cipoll carett rent all’acqua e io riciett “ Frisch all’anem de ru Priatorio!”
Così avvenne che la donna, aggrappandosi a quella esile coda di cipolla, iniziò a salire verso il cielo.
Le persone che la vedevano, per andare in Paradiso, incominciarono ad aggrapparsi a lei, chi ad una scarpa, chi al vestito, chi ad una manica e tiravano, tiravano.
E lei infastidita, cercava di divincolarsi e diceva:- Lassate, lassateme, io so mamm a Petr, io so mamm a Petr! Voleva dire che solo lei poteva salire in Paradiso perché era la mamma di S. Pietro.
Alla fine, però, tra lei che cercava di divincolarsi e quelli che da sotto tiravano, fecero un gran trambusto e caddero tutti a terra e nessuno andò in Paradiso.
Ovviamente che la madre di S. Pietro non fosse una brava persona non risulta da nessuna parte ma per la nostra fantasia popolare serviva proprio lei per dimostrare che neanche i vincoli di sangue possono servire per andare in Paradiso né astuzie umane come quelle di chi si aggrappava a lei, ben altre sono le strade da percorrere.
Grazie sempre a Clara Ricciardone
Questa leggenda è diffusa in molte parti d'Italia anche nel nord con l'aneddoto "Viene fuori la vecchia" "Ven fora la vecia"
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