giovedì 13 luglio 2023

CARTAGINESI E BEDUINI

  Ho sentito più volte chiamare i Santangiolesi con l’appellativo di “Cartaginesi” e “Beduini”, adoperato in senso offensivo.
Vorrei precisare che in questi appellativi c’è un riferimento storico, legato al Criptoportico della Starza, che fu costruito, a quanto pare, durante la II guerra punica (o cartaginese perché i Cartaginesi erano detti anche Puni).
La guerra fu combattuta dai Cartaginesi contro i Romani e fu condotta da Annibale, che si era stanziato a Capua con le sue truppe e quindi molto verosimilmente è venuto a combattere anche a Sinuessa contro i Romani.
La Villa Rustica, circondata dal Criptoportico, fu adoperata, secondo gli studiosi, come magazzino, deposito di viveri, durante la guerra.
Cartagine corrisponde all’incirca all’odierna Tunisi, capitale della Tunisia, che si trova in Nord Africa, dove c’è il deserto.
Per questo motivo gli appellativi Cartaginesi e Beduini (popoli del deserto) si riferiscono sempre allo stesso popolo.
Se qualcuno usa questi appellativi in senso offensivo, vuol dire che non conosce la Storia e che, quindi, è un ignorante.







martedì 11 luglio 2023

I MAZZONARI

I terreni ubertosi e ben coltivati che facevano parte della Campania Felix al tempo dei Romani erano diventati paludosi e malsani nel Medio Evo perché con le invasioni barbariche tutto era caduto in abbandono.
Quelle terre una volta erano popolate da ville e vigneti e intersecate da numerose vie, tra cui spiccavano l’Appia e la Domitiana.
I Longobardi e poi i Normanni tentarono di prenderne possesso ma dovettero ridursi sulla costa e sulla cima del monte Petrino dove non arrivavano le esalazioni delle paludi sottostanti.
Quella vasta estensione di territorio nota come bacino inferiore del Volturno, che per la maggior parte apparteneva ai comuni di Mondragone , Castel Volturno e Villa Literno, era tutta sott’acqua.
Diversi erano i motivi dell’impaludamento: la scarsa manutenzione dei canali, che non venivano espurgati, gli straripamenti del Volturno, il cui deflusso era ostacolato dalle dune, che si opponevano allo scolo delle acque in mare.
Un altro motivo era da ricercare nelle grandi estensioni dei latifondi. Mentre i servi della gleba si limitavano a coltivare i terreni adiacenti al castello, le vaste distese dei campi lontani erano latifondi, boscose paludi, non toccate da piede d’uomo, dove trovavano ricovero perfino gli animali feroci. Appartenevano a duchi e baroni, che non ne conoscevano neppure i confini e che si ereditavano di generazione in generazione.
Quelle terre non potevano essere messe a coltura e non solo non producevano nulla ma con i miasmi riuscivano infeste agli abitanti, la cui vita era stentata e brevissima.
Tali rimasero le condizioni delle terre di Mondragone, famosa per la malaria, che si leggeva sul volto degli abitanti, nei quali si poteva osservare quella forma di cachessia ( deperimento organico e indebolimento fisico), riconoscibile anche agli occhi del profano. Un individuo su dieci aveva l’addome gonfio per tumore alla milza.
Depurare quell’aria da esalazioni micidiali e prosciugare e fertilizzare quei terreni e rendere possibile la divisione e quotizzazione tra i cittadini poveri era un’impresa altamente civile ed economica da gran tempo reclamata per migliorare le condizioni di vita della popolazione e per elevare alla dignità umana quegli esseri che di uomini avevano solo le fattezze.
L’uomo, destinato a vivere in quelle zone, acquistava un carattere speciale, contraddistinto dalle note patologiche della malaria: un minorato, un degenerato, un sofferente, su cui incombeva, come un fato, il vivere negli acquitrini; era il mazzonaro.
Il termine “mazzonaro”, che dà origine anche al nome della zona dei Mazzoni, deriva molto probabilmente dalle rudimentali mazze, bastoni, con cui i mazzonari guidavano la mandria.
Come si legge nel libro “Storia di Mondragone” del dott. Biagio Greco, ecco il ritratto che ne fa il Savarese:
(Giacomo Savarese fu uno dei principali esponenti politici durante il regno di Ferdinando II di Borbone, autore di importanti testi sull’economia e sulle finanze napoletane, consigliere del re)
“Il mazzonaro è un uomo di forme atletiche, ma sparuto in viso e panciuto molto per l’abituale gonfiezza del fegato, effetto della malaria cronica. Tutto il suo avere consiste negli ordigni di caccia e di pesca , nella giumenta e in una specie di barchetta, a cui dà il nome di sandalo. La sua industria consiste nel prendere a soccio bufali, cavalli e maiali; il suo armento pascola errando nelle paludi, senza ch’egli si curasse di sapere a chi appartenesse il suolo che calpesta. Nelle stagioni opportune una preda abbondante compensa le fatiche della caccia e della pesca. Tutto il resto dell’anno è tempo di riposo. Avvolto nel suo ampio mantello e costantemente vestito di lana, anche in piena estate, il mazzonaro rimane assiso sull’uscio della sua capanna , in una specie di ozio meditativo. Nessun uomo straniero alla contrada osa penetrare nei Mazzoni quando non sia conosciuto. Non vi sono strade, né case, né ponti”
( Ecco come gli alunni della scuola elementare hanno rappresentato il mazzonaro e la sua capanna)



mercoledì 5 luglio 2023

MONDRAGONE TRA CASERTA E NAPOLI

Mondragone si trova a 47 km a nord di Napoli e all’incirca alla stessa distanza ad ovest di Caserta.
Ha fatto parte del Regno di Napoli da quando è nato nel 1282 e ne ha condiviso, nel tempo, accadimenti e vicissitudini.
Carlo I d’Angiò, venuto in Italia su invito del Papa, conquistò il Regno di Sicilia ( tutta l’Italia meridionale), dopo aver sconfitto Manfredi di Svevia nel 1266 e trasferì la capitale del Regno da Palermo a Napoli.
Diventato re, volle premiare i suoi collaboratori e punire i nemici. Per quello che ci riguarda, concesse la Rocca di Mondragone al genero, Filippo, re di Tessaglia , che aveva sposato sua figlia Beatrice.
Nel Regno di Napoli esisteva un Dipartimento, denominato Terra di Lavoro, già dai Romani chiamato Campania Felix per la fertilità del suolo e l’abbondanza dei prodotti agricoli.
Era un’area vastissima che comprendeva tutto il territorio tra Napoli e Roma, ripartito tra tre regioni: Campania, Lazio e Molise. Verso Nord, arrivava fino a Latina e Frosinone nel Basso Lazio, comprendeva la Campania con Caserta, Benevento, Avellino e una parte di Napoli ed arrivava fino ad Isernia, nel Molise.
Fu Napoleone, poi, a riformare la ripartizione territoriale del Regno di Napoli sulla base del modello francese, sopprimendo il sistema feudale.
Istituì la provincia di Napoli e ridimensionò Terra di Lavoro. Alcuni territori , tolti a quest’ultima, furono annessi alla provincia di Napoli per dare alla capitale del Regno un territorio più ampio di riferimento. In quel periodo il titolo di capoluogo di Terra di Lavoro fu assegnato a Capua.
Dopo la caduta di Napoleone i Borboni tornarono sul trono di Napoli e la situazione tornò come prima e
nel 1818 fu Caserta a diventare capoluogo di provincia fino al 1861.
Dopo l’Unità d’Italia ci fu un nuovo ridimensionamento di Terra di Lavoro e l’istituzione di nuove province.
Nel periodo fascista, poi, nel 1927 Mussolini decise di sopprimere la provincia di Caserta e di dividere il territorio di Terra di Lavoro tra le province di Roma, Frosinone, Campobasso, Benevento e Napoli per motivi di ordine pubblico, politico ed economico.
Lo affermava nel discorso dell’Ascensione del 27 maggio, in cui diceva: - I Mazzoni sono una piaga che sta tra la provincia di Roma e Napoli, terreno paludoso, stepposo e malarico, abitato da una popolazione che fin dal tempo dei Romani aveva una pessima reputazione ed era chiamata popolazione di “latrones” …Liberatemi da questa delinquenza col ferro e col fuoco.
Ed elencava i numerosi misfatti: oltraggi alla forza pubblica, incendi, omicidi, lesioni, furti, rapine e danneggiamenti…
E concludeva: -Sono stati arrestati 1699 affiliati alla malavita… I podestà e i combattenti sono esultanti , la parte sana della popolazione ringrazia le autorità per l’opera necessaria di igiene.
La soppressione e lo smembramento, secondo lui, erano necessari perché riducendo l’estensione del territorio, le forze dell’ordine avrebbero potuto operare in maniera più agevole.
Un altro motivo dello smembramento era di carattere politico ed era quello di ampliare la città di Napoli, che per il Fascismo doveva diventare “ la regina del mediterraneo”.
Essendo stata soppressa la provincia di Caserta, Mondragone diventò provincia di Napoli. Ci sono ancora persone che conservano lettere del periodo fascista, in cui Mondragone era provincia di Napoli.
Nel 1945 con Decreto legislativo firmato da Umberto di Savoia fu ricostituita la provincia di Caserta secondo l’attuale configurazione.
( Nelle foto: il Castello di Mondragone,
la statua di Carlo I d'Angiò , che si trova davanti al Palazzo Reale di Napoli e Palazzo Reale)







venerdì 23 giugno 2023

LA MAGICA NOTTE DI SAN GIOVANNI

 

Il 24 giugno la Chiesa festeggia la Natività di san Giovanni Battista, fissata secondo la tradizione religiosa a sei mesi prima della nascita di Cristo. E’ l’unico santo di cui si festeggia la nascita, secondo la carne, oltre a Gesù e alla Madonna. Il “dies natalis” dei Santi, infatti, quello nel quale vengono ricordati nel calendario, corrisponde al giorno della loro morte perché morendo, essi nascono alla vita eterna.

La sua festa cade quasi in corrispondenza del solstizio d’estate, quando la natura è nel massimo rigoglio e poiché nell’antichità la società contadina traeva dall’agricoltura l’intera ragione di vita, attorno a questa ricorrenza la tradizione popolare ha creato tutta una serie di riti propiziatori, credenze magiche, riti di purificazione, raccolta di erbe magiche ecc.
San Giovanni, dunque, secondo la tradizione, è la festa solare per eccellenza , la vittoria della luce sulle tenebre, del bene sul male.
Nella tradizione popolare europea la notte di san Giovanni viene considerata una notte particolare, la notte magica per eccellenza, una notte carica di presagi, in cui la natura parla agli uomini e al mondo.
In molte località in questa notte si accendono falò come rito di purificazione, per propiziare buoni raccolti e per cacciare streghe e demoni.
Secondo le tradizioni nordiche è in questa data che il mondo naturale e soprannaturale si compenetrano , è il tempo in cui i pianeti e i segni zodiacali concorrono a caricare di virtù le pietre e le erbe. La terra si imbeve di strani influssi; le erbe medicinali, madide di rugiada, acquistano maggiore efficacia, si caricano di magici poteri e possono guarire le malattie.
L’uomo è pronto, in questa notte, ad accogliere la potenza della natura per farla propria. E’ in questa notte che in questa notte che le erbe diventano miracolose: l’iperico o erba di san Giovanni, la ruta, che come recita un proverbio mondragonese “ogni male stuta”, la salvia contro il mal di pancia, la menta contro l’influenza, il rosmarino contro la calvizie ecc.
E’ anche la notte in cui si raccolgono le noci ancora verdi per fare il nocino, detto anche “elisir di san Giovanni”.
Le noci andavano messe in infusione nell’alcol fino alla notte di san Lorenzo, il 10 agosto per essere poi filtrato e zuccherato.
E’ in questo periodo che a Mondragone, maturano le cosiddette “melelle di san Giovanni”, piccole mele di colore verde, che non si trovano in commercio, sono esclusiva di quei pochi contadini che hanno conservato qualche albero di questi frutti dolcissimi e quasi dimenticati.
La notte di san Giovanni viene definita anche la notte delle streghe, che secondo la tradizione pare prendessero il volo per andare a caccia di anime e per recarsi al grande raduno di Benevento, dove tutte danzavano attorno all’albero di noce; il loro detto magico, ripetuto anche da noi, alla partenza, era: “Sott’acqua e sotta vient sott a noce de Beneviento” .
Un tempo a Mondragone per evitare che una strega potesse entrare in casa, si posizionavano dietro all’uscio di casa un sacchettino pieno di sale o una scopa in modo che la megera era costretta a contare granello per granello o filo per filo della scopa, così si faceva giorno e doveva andare a nascondersi.
In passato questo giorno era considerato sacro al pari di un capo d’anno e da qui l’usanza di trarre presagi e prevedere il futuro.
Tante sono le forme di divinazione legate alla notte di san Giovanni , quasi tutte vertevano sull’indovinare qualcosa del proprio futuro amoroso e matrimoniale.
Qui a Mondragone, come anche in altre località, si usava versare il piombo nell’acqua, che si raffreddava velocemente e dalle forme assunte si traevano previsioni sul futuro oppure si metteva un albume d’uovo in mezzo bicchiere d’acqua e la mattina dopo qualche persona esperta interpretava la forma che aveva assunto, traendone previsioni per il futuro.
Altro simbolo della notte di san Giovanni è la rugiada, che ricorda il Battesimo impartito dal Battista nel Giordano a Gesù.
Inoltre, la figura del Santo, che ha battezzato Gesù, ha dato origine, nel tempo, alla figura del “compare” o “padrino”di Battesimo, di Cresima e di Matrimonio , caratterizzando quella forma di parentela spirituale che in molte parti d’Italia viene definito Comparatico, volgarmente detto anche “sangiovanni”.
Esso ricorda il vincolo sacro stabilitosi tra Gesù e san Giovanni nel fiume Giordano, un rapporto spirituale che non deve essere mai tradito; la violazione di siffatto legame è ritenuta, nella tradizione popolare, sacrilega e meritevole di terribili castighi.
Si può dire che i compari erano gli amici più veri perché si sceglievano di propria volontà sia per affinità di vedute, di sentimenti, per quel feeling che a volte si viene a creare tra le persone con cui si sta bene in compagnia e a cui ci si vuole legare.

Diventare compari significava essere legati alla reciprocità, promettersi favori e assoluta disponibilità in ogni tipo di circostanza. Qui a Mondragone si invitavano i compari per l’uccisione del maiale, che richiedeva tanto lavoro; con i compari ci si scambiavano giornate di lavoro nei campi, quando moriva qualcuno della famiglia, i compari portavano “ru cuonsolo”, cioè preparavano il pranzo per i familiari del defunto e così via.

sabato 17 giugno 2023

LU CAFE’ A NAPULE … CU L’ACQUA DE SERIN..

Prendere il caffè è sempre un piacere con cui iniziare la giornata oppure per prendere una pausa quando si ha bisogno di staccarsi un po’ dalla routine quotidiana.
Un buon caffè, preso senza fretta, ci ricarica di energie, ci permette di riordinare le idee e di ricominciare, ci ricentra, ci riequilibra, insomma, a volte, ci svolta la giornata.
Prendere il caffè a Napoli, però, è ancora di più, è un rito, un’esperienza sensoriale inebriante.
Solo al sentire quell’aroma forte e penetrante che ti arriva al naso prima che alle papille gustative, ti predispone all’allegria e alla comprensione, al voler essere propositivi e più accondiscendenti con tutti.
Può essere anche un’occasione per vedersi con gli amici e rendere speciale quell’incontro.
Il mito del caffè a Napoli ha sempre affascinato i Mondragonesi, anche quelli di una volta, quasi come un sogno, non troppo difficile da realizzare.
Non di rado gruppi di amici mondragonesi, si ritrovavano con la voglia di far qualcosa di speciale e bastava che qualcuno dicesse: - Ci andiamo a prendere il caffè a Napoli? E per tutta risposta salivano in macchina e via, diretti verso la città partenopea, quasi una meta turistica.
Una volta là, poi, magari, accompagnavano il caffè con una sfogliatella o con un baba e poi un bel giretto per Napoli, prima del ritorno.
Tempo fa, una volta, si stava discutendo proprio della superiorità del caffè napoletano e tutti erano concordi nel dire che il caffè a Napoli era un’altra cosa, era più buono che da qualunque altra parte.
Eh- disse uno dei presenti - se sap, chell lu fann cu l’acqua de Serin!
Un contadino, presente alla discussione, sentendo decantare il caffè napoletano in quel modo, incominciò a desiderare tanto fare quell’esperienza, almeno una volta nella vita.
Chissà quanto costerà! - pensava e da allora incominciò a mettere da parte i soldi per realizzare quel desiderio.
Finalmente arrivò il giorno in cui si poté recare a Napoli a prendere il caffè. Dapprima bevve il bicchiere d’acqua per preparare il palato, poi sorseggiò il caffè piano piano in maniera quasi mistica e contemplativa.
Poi chiese: - Quant’è? E il barista: - Vint lir! – Ah- fece lui, tutto meravigliato- Vint lir?!! E allor, me ne facite pur nu cat pa ciuccia ?!
Chissà quanto credeva che costasse quel caffè.
Questi racconti, dalla comicità, a volte, un po’ grossolana, derivanti dalla nostra tradizione contadina, rivelano sempre qualche verità.
Difatti veramente Napoli è rifornita dall’acquedotto del Serino.
Le sorgenti di Serino, da sempre rinomate per la qualità e la gradevolezza dell’acqua fornita, sono situate nel cuore dell’ Appennino Campano, nel territorio della provincia di Avellino.
Il primo acquedotto del Serino fu costruito dai Romani in età augustea fra il 33 e il 12 a C. per risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico di diverse città, quali Pozzuoli, Napoli , Cuma e Miseno. L’ultimo degli acquedotti di Serino è stato inaugurato nel 1885.
Attualmente Napoli è rifornita da quattro acquedotti, costruiti in tempi diversi: quello del Serino è il più antico, altri si sono aggiunti nel dopoguerra, quando la popolazione ha cominciato a espandersi da Posillipo a Fuorigrotta, ai quartieri oltre la Ferrovia e le nuove zone industriali.
E’ risaputo che l’acqua del rubinetto di Napoli è perfettamente potabile e salutare, una delle più buone in Italia, soggetta a periodici controlli.
La qualità dell’acqua, come si sa, è importante per la nostra salute e per una vita migliore.
Ci siamo sempre chiesti perché a Napoli il caffè e la pizza sono più buoni che dalle altre parti sebbene fatti con gli stessi ingredienti.
Sarà per la maestria dei Napoletani o per l’acqua del Serino, come dice il racconto?
Clara Ricciardone








martedì 13 giugno 2023

IL CULTO DI SANT’ANTONIO A MONDRAGONE

A Mondragone sant’Antonio è stato sempre molto amato tanto da diventare compatrono della città insieme alla Madonna Incaldana.
La popolazione agricola riponeva grande affidamento nell’intercessione del santo per ottenere grazie di ogni tipo.
Alcune preghiere a lui dedicate sono nate dalla devozione popolare e qualcuna è rimasta ancora nella memoria delle persone. Se ne riporta qualcuna:
Sant’Antonio tuttu putent
13 grazie fai ogni mument
Gesù Crist a te te sente
Sant’Antonio facce cuntent
Sant’Antonio giglio giocondo
è nominato per tutto il mondo,
chi lo tiene per suo avvocato
da sant’Antonio sarà aiutato
Alla processione in onore del Santo si cantava:
Sant’Antoniu vergine e sacrat
la curona de Gesù la puorti ‘ncap
te l’ha missa la Vergine Maria
facce la grazia Sant’Antoniu mio
Un’ altra preghiera per ottenere grazie veniva recitata e ripetuta sui grani della Corona , come se fosse un Rosario:
Sant’Antò cammina tu
lengua santa parla tu
13 grazie fai al giorno
fammene una che m’abbisogna
Quando qualcuno aveva qualche problema, chiedeva al Santo di intercedere, e in particolare, alla “lingua santa” di parlare in suo favore al Signore.
Forse non tutti sanno che sant’Antonio inizialmente viveva nella preghiera e nel nascondimento e non si conosceva il suo dono per la predicazione fino a quando non tenne un discorso per un’ordinazione sacerdotale a Forlì nel 1222.
Alla cerimonia erano presenti francescani e domenicani ma per qualche malinteso non era stato dato a nessuno l’incarico di tenere il discorso di saluto.
Fu chiesto a sant’Antonio di fare un breve sermone ed egli protestò dicendo che il suo compito era quello di lavare i piatti e i pavimenti e che non era capace di fare più nulla ma il Superiore insisteva e il Santo dovette accettare per non trasgredire la regola dell’obbedienza.
Così incominciò a parlare davanti al Vescovo e a tutti i presenti senza essersi preparato e pronunciò un sermone così eloquente e colto che lasciò tutti stupiti.
In tal modo i Francescani si resero conto dei suoi talenti, il Santo fu richiamato dal convento e mandato a predicare in varie zone.
Grandi folle si radunavano per ascoltarlo: gli uomini lasciavano il lavoro e le donne, a volte, trascorrevano la notte in chiesa per avere il posto assicurato.
Ben presto le chiese non furono più sufficienti e sant’Antonio dovette tenere le sue prediche nelle piazze e nei mercati.
Si dice che mettesse in ginocchio i peccatori e addolcisse i cuori dei criminali più incalliti.
L’8 aprile 1263, a 32 anni dalla sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, all’apertura della cassa, che ne conteneva i resti mortali, alla presenza di una numerosa folla e di san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro generale dell’Ordine francescano, apparve, tra lo stupore di tutti, la lingua incorrotta del Santo, come se appartenesse ad un uomo ancora vivo.
San Bonaventura, mostrando la lingua ai fedeli, esclamò: - O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora appare a tutti quanto grande è stato il tuo valore presso Dio!
La preziosa reliquia della Lingua viene custodita nella basilica di Padova, nella cosiddetta “cappella del Tesoro”.
Per Antonio la lingua significava “annunciare il Vangelo con la sua passione e competenza”. Egli ripeteva: - Chi non conosce la Scrittura è un analfabeta poiché solo guardando noi stessi nello specchio della Parola possiamo capire chi siamo realmente.
Era tale la devozione al Santo qui a Mondragone che addirittura nel 1928 il sacerdote don Francesco Gravano, chiamato familiarmente da tutti don Ciccio, molto devoto al Santo, nella chiesa di san Francesco fece erigere un trono marmoreo in suo onore proprio dove ora si trova l’altare maggiore, ma nel 1946, ai monaci tornati dopo la guerra, non sembrò giusto che il Crocifisso stesse in fondo alla chiesa e il Santo sull’altare maggiore, allora sistemarono il Crocifisso al centro e sant’ Antonio da un lato e san Francesco dall’altro.
In seguito spostarono i due santi nelle nicchie laterali definitivamente, dove si trovano attualmente.
La statua lignea del Santo, che si venera oggigiorno nella chiesa di San Francesco, pregevole opera dello scultore ortiseiano Luigi Santifaller, è stata realizzata verso la metà del ‘900 ed ha sostituito l’antico simulacro in cartapesta, già venerato dai fedeli.
Il Santo, che è quasi sempre raffigurato con il saio, qui da noi è rappresentato con saio, cotta e stola sacerdotale; regge con il braccio destro Gesù Bambino e nella sinistra ha il giglio, simbolo della purezza e trasparenza della vita, rispettando la classica iconografia del Santo.
Si racconta che sant’ Antonio prima di morire si ritirò a Camposampiero, dove il signore del luogo, il conte Tiso gli allestì una specie di celletta tra i rami di un albero di noce, su sua richiesta.
Lì sant’Antonio passava le sue giornate in contemplazione e si ritirava nell’eremo solo la notte.
Una sera il conte, andando a trovare l’amico, fu attratto da un immenso splendore e vide Antonio che stringeva tra le braccia Gesù Bambino .
Sant’Antonio lo pregò di non dirlo e il conte lo rivelò solo dopo la sua morte.
Che i Mondragonesi venerino molto sant’Antonio lo si capisce da tante cose: il 31 maggio verso mezzogiorno avveniva, fino a pochi anni fa, la cosiddetta “calata di sant’Antonio”: i fedeli, poco prima di mezzogiorno, si radunavano in chiesa e tra canti e preghiere assistevano all’intronizzazione del Santo. La sera, poi, iniziava la Tredicina.
Nei giorni della Tredicina, tutt’oggi c’è un andirivieni di fedeli di altre parrocchie che vengono a pregare il Santo.
Nel giorno della sua festa, poi, si celebrano le Sante Messe come per la domenica, con la chiesa gremita di fedeli.
In questo giorno veniva benedetto e distribuito ai fedeli il “pane di Sant’Antonio”, le classiche pagnottelle che ognuno portava a casa , facendone mangiare un pezzetto “per devozione” ai propri familiari, dopo aver recitato la preghiera.
La tradizione del Pane di sant’Antonio trae la sua origine da uno dei tanti prodigi attribuiti al Santo: un bambino di 20 mesi di nome Tommasuccio era annegato perché la mamma lo aveva lasciato incautamente accanto ad un recipiente pieno d’acqua.
La donna disperata fece voto che se il Santo lo avesse risuscitato, avrebbe dato ai poveri tanto grano quanto il peso del bambino. Il miracolo avvenne e da allora in poi è nata una tradizione chiamata “pondus pueri”( il peso del bambino): i genitori promettevano il pane in cambio della sua protezione.
Con il tempo si consolidò la tradizione di offrire il pane nel giorno della sua festa in cambio di una grazia ricevuta.
C’è anche l’usanza di far indossare ai bambini l’abitino francescano per ringraziare il Santo della protezione ricevuta e farla conoscere agli altri.
Nel giorno della sua festa, poi, Sant’Antonio viene portato in processione, nelle strade principali di tutti i rioni proprio perché è il Santo di tutti i Mondragonesi. Le famiglie si danno da fare ad innaffiare le strade dove deve passare la processione per rendere così più agevole il cammino delle persone che accompagnano il Santo per tutto il paese. E’ solo alla processione di Sant’Antonio che si sparano i botti in ogni strada e ci si tiene davvero tanto, in ogni rione i devoti vanno di casa in casa a chiedere i soldi per tale scopo.
E così, tra gli spari assordanti, la banda che suona, la recita delle decine del Rosario e i canti dei devoti, il Santo passa e benedice ogni punto della città ed è in questo modo che il popolo mondragonese esprime la devozione autentica e il sincero amore per il Santo dei miracoli, a cui tutti si rivolgono con fiducia e speranza.


(La foto è tratta dal libro di Padre Berardo Buonanno "Notizie storiche del Convento della Chiesa e dei Frati di Mondragone")

martedì 6 giugno 2023

MASTU PEPP

Per chi non è venuto alla presentazione del libro, riporto un aneddoto, raccontato dal prof. Cosimo Antitomaso, riguardante il Palazzo Ducale, ricchissimo di storie e leggende.
Tra le famiglie che abitavano nel Palazzo Ducale ce n’era una, detta “Ri sgubbitt” perché tutti i componenti avevano la gobba.
“Ri sgubbitt” facevano i “mannesi” nello spazio antistante il Palazzo Ducale, cioè aggiustavano i carretti, un po’ come il lavoro dei meccanici di oggi, che aggiustano le macchine. Quando si passava di là, li si vedeva tutti affaccendati nel loro lavoro.
La loro deformità li faceva sembrare strani esseri eppure figure familiari , appartenenti a quel variopinto mosaico di volti, di persone, di anime, che a quel tempo popolavano Mondragone, ognuno con il suo ruolo: l’arrotino, il maniscalco, il sarto, il ciabattino ecc.
Personalmente ricordo che , da bambina, quando passavo di là e li vedevo, mi sembrava davvero di vivere nel paese delle fiabe perché li associavo ad altre figure fiabesche che avevo in mente: il drago, la principessa, le fate, le streghe , gli gnomi, i nani, ecc.
In mezzo ad essi mettevo anche i gobbetti del Palazzo Ducale perché si sa che i bambini son portati a trasformare facilmente la realtà in fantasia e viceversa.
Altro che fantasia, direi, oggi. La loro deformità era dovuta ad un’anomalia della colonna vertebrale, che al giorno d’oggi, con tutti i progressi della medicina, sarebbe stata curabilissima ed anche loro, con le dovute cure, avrebbero potuto avere la schiena diritta come gli altri ma a quei tempi, purtroppo, non era ancora possibile e gli è toccato rimanere così, a vita.
Mastu Pepp era uno dei componenti della loro famiglia. Il poverino non aveva né il bagno né il pitale (vaso da notte) per espletare i bisogni corporali e quando aveva bisogno, si recava “Abbascj a le Pannine”, cioè nello spazio retrostante il Palazzo Ducale, in aperta campagna.
Una notte, spinto da un impellente bisogno, vi si recò, come di solito, ma nel momento cruciale, si vide attorniato da tre janare malintenzionate.
Mastu Pepp per sfuggire alle loro grinfie, fece appello a tutta l’energia che aveva in corpo e con la forza della disperazione incominciò a correre, a correre e mentre correva, esclamò: - Si me ne jesc da sta bott , nu iesc(o) cchiù a cacà la notte! Cioè si ripromise che se fosse sopravvissuto a quella disavventura non sarebbe più andato in campagna, di notte, per i suoi bisogni.



martedì 30 maggio 2023

“Il fatto delle tre Carmele”

Alla presentazione del libro PER LE VIE DEL BORGO il prof. Ambrisi ha raccontato un episodio esilarante e tragicomico, accaduto negli anni ’50, da lui definito “Il fatto delle tre Carmele” perché la cugina che gli ha raccontato il fatto si chiamava Carmela, come anche una sua vicina di casa analfabeta e una zia di quest’ultima, che era morta in America.
Negli anni ’50, appena dopo la guerra, l’italia era in fase di ricostruzione e c’era carenza di tutto.
I Mondragonesi emigrati in America non avevano dimenticato le proprie origini e mandavano ai loro parenti dei pacchi con vestiti e prodotti alimentari non deperibili.
La signora Carmela analfabeta che abitava ai Sabatini, un giorno ricevette un pacco da una sua cugina che viveva in America. Nel pacco c’era anche una lettera di accompagnamento ma lei in quel momento, incuriosita, non aveva tempo di andare a farsela leggere. Aprì il pacco e dentro trovò dei vestiti, zucchero, caffè e una boccettina con un po’ di povere all’interno.
Visto era arrivato lo zucchero, e lei aveva già a disposizione la farina e le uova, preparò un dolce e sopra mise la polverina, pensando che fosse una specialità americana, forse lievito come il Pane degli Angeli. Tutti lo mangiarono.
Poi con calma andò dalla vicina a farsi leggere la lettera. La cugina del prof. leggeva: - “… Con i vestiti vi ho mandato un po’ di zucchero e caffè e vi ho messo una boccettina con un pizzico delle ceneri di mia madre, che ha voluto essere cremata e non seppellita. Conservala e ogni giorno accendile un lumino, come fai con gli altri morti della nostra famiglia.
Non aveva neanche finito di leggere che la signora Carmela scoppiò a piangere a dirotto tanto che gli strilli dai Sabatini arrivarono a Piazza Umberto e diceva tra le lacrime: C(i)’ ammu mangiat a zi Carmela!!!



venerdì 26 maggio 2023

"Per le vie del borgo"

  

Cari lettori,
siamo entusiasti di condividere con voi il resoconto di un evento davvero speciale che si è tenuto presso il suggestivo Palazzo Ducale di Mondragone CE il 26 maggio 2023. Si tratta della presentazione del libro "Per le vie del borgo" dell'autrice Caterina Di Maio, una raccolta di storie affascinanti, aneddoti e detti che ci portano a scoprire il ricco folklore e le tradizioni di un tempo ormai quasi dimenticato.
L'atmosfera è stata elettrizzante mentre gli ospiti si riunivano nel maestoso androne del palazzo, anticipando una serata all'insegna della cultura e dell'emozione. Accanto all'autrice, Caterina Di Maio, sedeva il sindaco di Mondragone, testimone dell'importanza di valorizzare il patrimonio culturale del luogo e delle sue radici, il prof. Angelo Ambrisi, il maestro Cosimo Antitomaso e il cantautore Emilio Cuoco. 
Ad arricchire l'evento, come presentatrice d'eccezione, c'era la rinomata giornalista Mina Iazzetta, esperta nel dare voce alle storie nascoste che fanno parte del nostro passato. La sua presenza ha aggiunto un tocco di professionalità e curiosità all'atmosfera già carica di aspettativa.
La serata è iniziata con una introduzione da parte del sindaco, che ha sottolineato l'importanza di preservare il patrimonio culturale e le tradizioni del nostro paese. Ha evidenziato come il libro di Caterina Di Maio fosse un veicolo perfetto per far comprendere modi di dire tipici del nostro paese e far rivivere antiche storie che altrimenti rischierebbero di perdersi nel tempo. Durante la serata sono stati proiettati due video del Maestro Cosimo Antitomaso che mostravano scene della tradizione contadina, il Maestro ha raccontato episodi, luoghi e personaggi della sua infanzia coinvolgendo emotivamente il pubblico in sala.
Poi è arrivato il momento più atteso: l'autrice, Caterina Di Maio, ha preso la parola e ha condiviso con il pubblico la sua passione per il folklore e le tradizioni popolari. Ha spiegato come il suo libro sia stato frutto di anni di ricerca, interviste e scoperte personali, ma soprattutto di una profonda connessione con il suo paese d'origine.
Clara Ricciardone, Esterina La Torre e Maria Miraglia hanno letto alcuni estratti del libro, trasportando il pubblico in un viaggio affascinante tra le strade del borgo, raccontando leggende, aneddoti e riti che hanno caratterizzato la vita dei suoi antenati. I racconti, gli aneddoti e le parole sono state in grado di catturare l'immaginazione di tutti i presenti, riportando in vita tradizioni quasi dimenticate e suscitando curiosità verso un mondo che rischia di svanire. Singolare l'intervento del sig. Lavino Domenico che ha raccontato episodi personali e aneddoti della vita sociale e della comunità di Mondragone.
Mina Iazzetta, con la sua professionalità e il suo entusiasmo contagioso, ha guidato la serata con abilità, ponendo domande all'autrice e ai partecipanti che hanno permesso di approfondire ulteriormente il contenuto del libro e di mettere in luce l'importanza di preservare le nostre radici culturali. Molto interessanti gli interventi del Maestro Cosimo Antetomaso e del Prof. Ambrisi che hanno chiarito aspetti della cultura contadina e raccontato aneddoti personali. Il musicista e cantautore Emilio Cuoco ha cantato canzoni della tradizione popolare emozionando il pubblico. La presentazione si è conclusa con un buffet offerto dall'autrice che oltre a dolci classici ha preparato "i guanti" dolci tipici della tradizione  mondragonese. I proventi ricavati dalla vendita del libro saranno offerti alla chiesa di S. Francesco. 







lunedì 15 maggio 2023

CHI A TEN D’OR E CHI D’ARGIENT

Il detto sta a significare che c’è chi ha più fortuna, chi ne ha meno e chi non ce l’ha del tutto.

Fu coniato da una certa Ndrianella, che abitava nel rione S. Francesco e non si era sposata.
Ai suoi tempi si credeva, e qualcuno lo crede ancora oggi, che la donna si potesse realizzare solo con il matrimonio.
Tra i tanti motivi che spingevano la donna al matrimonio ad ogni costo c’era anche il fatto che la donna non lavorava e non aveva un reddito personale per cui nel matrimonio vedeva anche una sicurezza economica e non solo affettiva.
Naturalmente i genitori erano contenti e soddisfatti se vedevano la propria figlia “accasata” e se questo non avveniva, c’ era anche chi si adoperava a procurarle il matrimonio.
Ndrianella si espresse con le famose parole perché una volta veniva un’amica e diceva: - Vuagliò, teng nu spus che mo vo nu ben pazz, ma proprio va a ‘mpazzì pe me! Veniva un’altra e diceva: - Vuagliò, si sapessen maritm che m’a regalat , verit, e mo si sapessen addò me vo purtà! E così via.
Ndrianella, mortificata e amareggiata, un giorno sentenziò: - Chi a ten d’or e chi d’argient e io (nu)n’ a teng manc de ciummient!!!!
(Ru ciummient è il blocchetto di tufo con cui si costruiscono le case)
(L’elemento sottinteso nella frase si riferisce all’organo sessuale femminile)

Ringrazio Clara Ricciardone e la sua mamma, Enzina Papa, per avermi raccontato l’aneddoto.



lunedì 17 aprile 2023

LA MADONNA INCALDANA E I 36 CASALI

Il quadro della Madonna Incaldana esce dal santuario ogni 25 anni salvo eventi straordinari, quali guerre, siccità, piogge persistenti, epidemie e così via.

Quando esce, viene portato in processione per tutto il paese e in visita ad ogni chiesa. Successivamente viene portato in visita ai 36 Casali cioè nei paesi limitrofi.
La dicitura “36 Casali” deriva da un antico detto napoletano “Ho girato Napoli e i 36 Casali” che si usa quando, pur di trovare qualcosa, si è costretti a compiere ricerche in ogni dove.
L’origine del detto è molto antica e pare risalga al X sec. I Casali erano piccoli agglomerati di case all’interno dell’ Agro Napoletano. Non erano abbastanza grandi per essere identificati come città, ma avevano una popolazione fissa, fatta perlopiù di contadini del luogo che per guadagnare da vivere scendevano in città per vendere frutta o altro.
Le loro comunità appartenevano al Demanio dello Stato oppure alle famiglie nobiliari, che a volte, facevano delle vere e proprie compravendite dei Casali.
Il numero dei Casali è cambiato spesso, dato che Napoli ha lentamente assorbito tutta la sua provincia.
Originariamente i 36 Casali erano: Torre Annunziata, Resina (Ercolano), Portici, S. Sebastiano, S. Giorgio a Cremano, Ponticelli, Barra di Serino, S. Giovanni a Teduccio, Fraola (Afragola), Casalnuovo, Casoria, S. Pietro a Patierno, Frattamaggiore, Arzano, Grumo Nevano, Casandrino, Melito, Marano, Mongano ( Mugnano), Panecuocolo (Villaricca), Secondigliano, Chiaiano, Calvizzano, Polvica, Piscinola, Marianella, Miano, Antignano, Vomero, Torricchio ( Materdei), Pianura, S. Strato ( borgo di Posillipo), Ancarano, Villa Posillipo.
Dei 36 Casali uno solo ha conservato la dicitura di Casale nel nome: Casalnuovo.



A ‘RRIFF (L’ASTA)


A Mondragone, tra i vari festeggiamenti civili, che si fanno in onore della Madonna Incaldana, ce n’è uno, in particolare, che si svolge il Mercoledì in Albis, in Piazza Umberto I: a ‘rriff cioè l’asta del pesce, pescato in quel giorno, in onore della Madonna, venduto al miglior offerente, il cui ricavato va al parroco per i bisogni del Santuario.
E’ una tradizione antica e paesana, che affonda le radici nel nostro folclore.
La mattina presto la banda si reca sulla spiaggia a suonare per accogliere i pescatori, che tornano con le barche. Il pescato viene portato in piazza, dove in tarda mattinata, avviene la ‘rriffa.
E’ sempre bello vedere questa manifestazione vivace e pittoresca, tutta mondragonese.
Quest’anno, per chi non l’avesse vista, c’è anche il video fatto dal Comitato Festeggiamenti.
Il simpatico e convincente banditore d’asta è Ciro Di Maio, che ringraziamo, insieme al Comitato, per portare avanti le nostre tradizioni.


venerdì 24 marzo 2023

ZI GIUVANNINA MACERA



Tra le persone rimaste nella memoria popolare mondragonese ce n’è una, in particolare, che viene ricordata soprattutto per la sua attività svolta nella chiesa del Giglio: zi Giuvannina Macera.

La sua  famiglia abitava  in via IV Novembre, proprio all’inizio della strada, sulla destra. 

Si ricorda che dei quattro figli, due maschi e due femmine, una si era fatta suora e aveva preso il nome di suor Concordia e un fratello maschio veniva chiamato “muchacho”, che vuol dire giovane, ragazzo,  perché era stato in Argentina. 

Giovannina, che non si era sposata, era una persona combattiva e determinata, aveva grinta, come si direbbe oggi. Dedicò  tutta la sua vita alla chiesetta del Giglio e al padre anziano, che accudiva.  

E’ stata citata anche da Padre Berardo Buonanno  nel libro LA CONFRATERNITA DI S. MARIA DEL GIGLIO IN MONDRAGONE.  Di lei afferma:  Molto si adoperò per l’erigenda nuova parrocchia la signorina Giovannina Macera che, ancor oggi, nonostante l’età avanzata, tiene la chiesa in perfetto stato e anima con zelo le celebrazioni liturgiche. 

Marianna Campanile Maria Malaspina 

  Lei  si occupava di tutte le funzioni religiose che si svolgevano nella chiesa ed era presidente dell’ Azione cattolica , che contava, all’epoca più di 70 iscritte.  Tutte si recavano a casa sua per imparare i canti da eseguire  in chiesa. Alcuni ricordano  ancora, quando,  davanti all’onorevole Giacinto Bosco, venuto in visita a Mondragone,  cantò un inno alla Madonna Incaldana. 

 Quando era parroco della chiesa il canonico don Luigi De Stasio, detto don Luigino, compì un gesto memorabile, andò a piedi a Sessa Aurunca per chiedere al vescovo Gaetano De Cicco di istituire una nuova parrocchia nella chiesetta e lo ottenne. La stessa richiesta fu fatta anche dalla Confraternita del Giglio. 

Nella chiesetta ogni domenica si celebravano tre Messe, una delle quali solo per i bambini. 

A don Luigino seguì il sacerdote Francesco Borsone di Nola, detto don Ciccio.  Aveva una sorella che sapeva suonare e accompagnava  il coro, che,  ben affiatato,  veniva chiamato anche per cantare ai matrimoni. A don Ciccio seguì don Amato Brodella, scomparso di recente. 

La chiesetta era sede,  e lo è tuttora,   dell’antica e gloriosa Confraternita di S. Maria del Giglio, che fu  fondata nel 1778 con decreto di Ferdinando IV di Borbone ed  aveva molti iscritti. 

  Aveva un ruolo importantissimo,  a quell’epoca,  in cui non esisteva ancora lo Stato assistenziale, e quindi  sopperiva alle inadempienze statali,  offrendo concretamente assistenza ai poveri, ammalati, ospitalità ai pellegrini, assistenza ai carcerati e così via. 

Questa  Confraternita,  che ha un’illustre storia,  ha scritto davvero una pagina bellissima e significativa della storia della nostra gente. 

Oltre a ciò, dalla chiesetta, come tutti sanno,  uscivano ed escono tuttora i Misteri, cioè le statue dell’Addolorata e di Gesù Morto per le processioni pasquali, a cui tanto siamo legati. 

Ecco perché la  chiesetta del Giglio, pur essendo piccola,    sta a testimoniare la vita religiosa , culturale e sociale della Mondragone del XVIII secolo ed  è tanto cara ai Mondragonesi.  

Di Giovannina si ricorda anche che fu operata,  in giovane età,  di tumore al seno, da cui guarì  perfettamente. 

martedì 14 marzo 2023

IL BOBBO COME CACOBBO?

  A proposito dell’analfabetismo di un tempo, a volte succedeva che i giovani, che andavano a fare il servizio militare al Nord, imparavano a parlare in italiano o perlomeno ci provavano e quando tornavano a casa, il loro modo di parlare sembrava molto strano ad amici e conoscenti e nascevano spassose ed esilaranti incomprensioni.

Un giovane era andato a fare il servizio militare, tornato a casa per una breve licenza, guardando, per caso, sotto al soffitto, vide che sotto ad una trave c’era una cacca di mucca e non si capacitava di ciò che vedeva.
Alla fine disse al padre: - Babbo, ma il bobbo come cacobbo là sotto? ( Babbo, ma il bove come fece a defecare là sotto?)
E il padre, che non capiva, rispose:- Che ritt? Ma comme ? Tu e parlat semp mundraunes e mò se po sapé comme parl?

Quando riuscì a capire, gli spiegò come era successo e cioè che prima di issare la trave sotto al soffitto, l’avevano rotolata per terra ed era passata sugli escrementi di un bovino, che vi erano rimasti appiccicati.

Grazie, come sempre a Clara Ricciardone e a suo nonno, Gregorio Papa.



martedì 7 marzo 2023

LA FESTA DELLA DONNA

 LA FESTA DELLA DONNA  è nata per commemorare la morte di 134 operaie,  avvenuta  nel 1857,  negli USA. Erano state rinchiuse dal padrone nel  capannone di una fabbrica per impedir loro di partecipare ad uno sciopero. 

Con il passar del tempo, però, questa festa  ha perso lo stretto legame con quell’episodio ed è rimasta come occasione per riflettere sulle conquiste sociali delle donne. 

La discriminazione e le violenze contro le donne di tutto il mondo sono sotto gli occhi di tutti e il cammino per la parità dei diritti è ancora molto lungo. 

La Festa della Donna è diventata, così,  un’occasione per festeggiare e celebrare degnamente la donna, quella creatura formidabile e meravigliosa, tante volte offesa, calpestata, vittima di femminicidio, umiliata in tutti i modi,  che deve lottare non poco per dimostrare quanto vale, quella donna che deve imparare  ad esser forte anche nella debolezza perché  sa di non avere alternative, che, se sconfitta, non si arrende mai,  che resiste al vento e alle tempeste, che sa accogliere ciò che la vita le  presenta  e far tesoro del prezioso bagaglio di esperienze, che sa cambiare,  trasformarsi  e adattarsi  a fatti e situazioni, che tante volte cade e si rialza, e sa rinascere dal dolore senza demordere mai. 

Sono le donne le vere guerriere, oggi, figlie, mogli, madri, sono quelle che si anticipano il lavoro, programmano,  perché tutto proceda, lavoro e famiglia, sono quelle che mettono sempre  il cuore in quello che fanno,  anche se sanno che prima o poi  se lo ritroveranno pugnalato, sono capaci di curare il corpo e anche l’anima,  sanno ascoltare , consigliare, incoraggiare,  ti sono vicine con la loro sensibilità e tenerezza,  si emozionano nel vedere un cielo stellato e  si soffermano incantate davanti alla bellezza di un fiore. 

Eppure da sempre  sono state considerate  esseri inferiori, anche se con  l’emancipazione femminile,  in alcuni Paesi più civili,   pare  abbiano conquistato la parità dei diritti.

 Penso, però,  alle donne   dei Paesi musulmani integralisti, che  vengono  calpestate ogni giorno nei diritti e nella dignità, sottoposte  a torture indicibili già dall’infanzia. Quanta forza devono trovare in se stesse per vivere o meglio sopravvivere in una società così retrograda e irrispettosa. Chissà se e quando riusciranno a togliersi quel velo per  far vedere il proprio volto e far valere i propri diritti.  

Penso a quelle   donne che nella vita devono portare certi pesi grossi come macigni più grandi di loro,  eppure lo fanno, con tanta paura ma con coraggio e caparbietà,  in silenzio, a testa bassa , piangendo lacrime amare, lo fanno e si sacrificano fino all’inverosimile per portare avanti le loro situazioni  perché c’è in gioco la loro dignità,   e ci riescono.

  Alla fine si chiedono come hanno fatto e si rendono conto di  quanto valgono perché sanno che devono ringraziare solo  se stesse, e solo alla fine imparano ad amarsi e ad apprezzarsi. 

Sarà per questo che il Signore,  quando ha creato l’uomo,  gli ha messo a fianco una creatura così: debole e forte, tenace, intelligente, perseverante, amorevole, sensibile, paziente, pronta ad aiutare, incoraggiare, supportare, un vero angelo senz’ ali e d’altra parte, sulla terra non c’era bisogno di  volare….

Auguro a tutte le donne del mondo che possano un giorno vedere riconosciuti i propri diritti di esseri umani e di poter realizzare i loro sogni e i loro progetti di vita. 

 Alle donne, tutte belle, al di là delle caratteristiche fisiche,   per i sogni che si portano dentro, per il sorriso, per le emozioni, per quella sensibilità tutta femminile,  alle donne piene di vita  e di calore, che hanno nello sguardo dignità e amore  per chi le sa guardare.  



mercoledì 1 marzo 2023

TEGN A MARZ

TEGN A MARZ: UNA TRADIZIONE MONDRAGONESE Da sempre si dice che Marzo è pazzo perché, pur essendo il primo mese della primavera, è caratterizzato da una grande variabilità metereologica.

Marzo era visto, una volta ma ancora oggi, come la coda dell’inverno e con il freddo poteva ancora causare febbre, tosse e raffreddamenti vari ed era per questo molto temuto nell’antica società contadina.

Quando ci si ammalava, l’ unico modo per difendersi era quello di stare al caldo, sotto al focolare e lì, inevitabilmente ci si sporcava e ci si tingeva di nero con la fuliggine, per questo si soleva dire che Marzo “ tingeva” ; allora, come per rivincita, si faceva un gesto, il 28 febbraio, il giorno prima dell’arrivo di Marzo, che qualcuno ancora compie, scherzoso e scaramantico, quello, cioè di prendere un tizzone spento e di tracciare un segno sulla parete interna del focolare, dicendo :

- Marzu pazz , prima che tu tigni a me, io te tegno a te!

Sembrerebbe un gesto irrazionale, che oggi potrebbe far sorridere ma occorre considerare che un tempo le malattie da raffreddamento non erano curabili come oggi e, se sottovalutate, si potevano trasformare in qualcosa di più serio e risultare fatali, c’era molta più paura al riguardo, che si cercava di esorcizzare come si poteva, anche con un gesto simile.

Da noi si dice anche:

Si Marz ‘ngrogna

Te fa zumbà l’ogne

cioè se Marzo si impunta e fa abbassare eccessivamente le temperature, ti fa saltare le unghie dal freddo.

Un altro gesto scaramantico era quello di tagliarsi una ciocca di capelli in questo mese sempre per scongiurare la malattie che marzo poteva procurare.



sabato 25 febbraio 2023

QUARESIMA E TRADIZIONE

La Quaresima è il periodo di 40 giorni che precede la celebrazione della Pasqua.  E’ uno dei tempi “forti”che la Chiesa cattolica celebra lungo l’anno liturgico, un tempo favorevole per la conversione, finalizzato ad un profondo rinnovamento spirituale in preparazione della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo.
 C’è da notare che il numero 40 è un numero ricorrente nella Bibbia: 40 giorni cadde la pioggia sulla terra durante il diluvio universale, 40 anni trascorsero gli Ebrei nel deserto, 40 giorni digiunò Cristo, 40 giorni intercorrono tra Natale e Candelora, 40 giorni tra Pasqua e Ascensione.
 Ma nella tradizione popolare come veniva vissuto questo periodo?  La Chiesa designava  la Quaresima come un momento di penitenza e raccomandava  l’ astinenza dalla carne, il digiuno e l’elemosina;  in realtà,   l’astinenza dalla carne favoriva  una situazione generale già esistente di povertà , santificando le pene, che già  c’erano, contrastando  gli eccessi e i bagordi dei ricchi e accentuando la situazione già precaria dei poveri.
 Nella tradizione popolare   ( Carlo Lapucci Significato e tradizioni della Quaresima) la Quaresima era per molti il tempo peggiore dell’anno: il freddo, combattuto con il focolare e con  i bracieri, si inaspriva in questo periodo, mettendo il fisico a dura prova;  tra l’altro  era proibito cantare e ballare, i coniugi non potevano avere rapporti sessuali, le provviste alimentari quali grano,vino ecc cominciavano a scarseggiare;  era questo, inoltre,  il periodo in cui, di solito, i contadini aumentavano i debiti con il padrone.
 Le galline non potevano essere mangiate per non distruggere la possibilità delle covate primaverili, anche i conigli venivano lasciati per la riproduzione, le uova venivano messe da parte per le pastiere di Pasqua e poiché  le carni erano bandite dalla tavola, regnava incontrastato il pesce ed era d’obbligo “mangiar di magro”. Nei paesi come il nostro non c’era problema per reperirlo. Se i pesci, però,  erano scarsi,  bisognava accontentarsi di quelli che arrivavano dal Nord Europa, secchi affumicati  o sotto sale, come lo stoccafisso, il baccalà, l’aringa, economici e a buon mercato.
 Il vero companatico della povera gente era l’umilissima aringa affumicata o saracca, arida e secca ma forte di sapore e di odore, che  a volte veniva solo strofinata sul pane per fargli prendere l’odore e il sapore e per farla durare così più a lungo e per tutta la famiglia. 
 A proposito di aringa, nel Napoletano ed anche a Mondragone c’è un detto, che recita “Chiglio tene a saraca a sacca” e con esso ci si riferisce a chi si mostra impaziente e frettoloso di andar via,   alla stregua di chi abbia in tasca un’aringa maleodorante e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna, insomma come chi ha fretta di andarsene perché nasconde qualcosa.    
 Ma mentre le rinseccate aringhe simboleggiano bene il rigore della Quaresima, nel cucinare lo stoccafisso e il baccalà possiamo dire che si fece di necessità virtù perché ancora oggi molte delle ricette realizzate con questi pesci ,  nate per la Quaresima, sono diventate preparazioni tradizionali di grande bontà, che  possono gareggiare con le migliori pietanze, specie se cucinate  ispirandosi alle ricette dei monasteri e dei conventi, dove si preparavano vere prelibatezze. Insomma, si può ben dire che il buon senso e l’arte di arrangiarsi hanno vinto sui divieti  imposti dall’alto.
 Oggi tutte queste restrizioni sono state spazzate via dalla cultura globale. Anche per chi è osservante dei precetti religiosi l’obbligo di non mangiare la carne è riferito solo al Mercoledì delle Ceneri e al Venerdì Santo. 
 I canti e la poesia medievali dettero una rappresentazione fantastica della Quaresima  come una vecchia secca, stracciata, scarmigliata, parente stretta della Befana;  non è difficile vedere che sono in fondo la stessa figura.
 La Befana rappresenta l’anno vecchio che muore, la Quaresima rappresenta la vecchia stagione che morendo lascia  il posto alla nuova.
 La Quaresima era anche  considerata, nella tradizione popolare,  la moglie di Carnevale, la cui morte la costringeva al lutto e alle svariate privazioni.
 Mentre il Carnevale veniva raffigurato come un omaccione ingordo e gaudente, la Quaresima, al contrario, veniva vista come una vecchia magra e sdentata, vestita di nero.
 Una vecchia cantilena diceva: “Quaraesima secca secca mangia pane e ficusecche, cu na scella de baccalà Quaraesima po’ scialà”. 
E siccome,  in fondo,  nel Carnevale si identificavano gli uomini,   in genere,  e nella Quaresima le donne,  ancora oggi, nel nostro paese,  nel giorno di Carnevale, ci si può rivolgere in  tono scherzoso ad un uomo , dicendo : - Oggi è carnevale, è la tua festa, auguri!  E questi, rispondere,  di rimando: - Allora domani inizia la Quaresima e sarà la tua festa, sarò io a farti gli auguri!
 Qui, a Mondragone, la Quaresima era raffigurata come una bambola di pezza, vestita di nero, sospesa in aria, legata ad un filo teso da una parte all’altra della strada. Quasi in ogni rione ce n’era una. Era  quasi come una figura ammonitrice che incombeva, quasi come se dall’alto controllasse  il rispetto delle prescrizioni penitenziali.
 Ai bordi del vestito venivano appesi un pezzo di baccalà, fichi secchi, lupini, vino ecc. tutto ciò che si poteva mangiare in Quaresima, era probabilmente anche un modo per ricordarlo a tutti. 
Sotto la gonna, il fantoccio portava una patata o un’arancia in cui erano infilate sette penne di gallina, che simboleggiavano le sette settimane che separano  dalla Pasqua. Allo scadere di ogni settimana si toglieva una penna e  non è  difficile immaginare con quanta impazienza si attendeva che l’ultima penna venisse tolta per mettere fine alla penitenza. 
 Al sopraggiungere della Settimana Santa  l’arancia veniva completamente spennata e  il fantoccio veniva tolto il Sabato Santo, e con esso avveniva  la fine dei divieti, con gran  sollievo di tutti.

 

              


martedì 31 gennaio 2023

LE VITICAGLIE

  E’ proprio in queste belle giornate asciutte e soleggiate di gennaio che si potano le viti.
La potatura si fa durante la luna di gennaio per avere un raccolto abbondante.
Se non si pota, la pianta cresce molto e produce molti più grappoli ma più piccoli e poco dolci.
La potatura è importante anche per garantire la sanità della pianta perché con essa si eliminano le parti secche o malate.
I rami tagliati, da noi detti le “viticaglie” venivano, una volta, legati in fascine e si usavano sia per accendere il fuoco nel camino oppure nel forno per fare il pane. I contadini ne facevano una bella scorta perché servivano sempre.







lunedì 30 gennaio 2023

AGGIA RICJE PRIMA A MUGLIEREM

                                ( Lo devo dire prima a mia moglie)
Nell’antica società contadina tanti erano i motivi che spingevano una ragazza a volersi sposare, tra questi c’erano i genitori, che erano i primi a desiderarlo e se non accadeva naturalmente, potevano arrivare addirittura a procurare il matrimonio che ritenevano adatto a lei, ma le ragazze desideravano sposarsi anche perché temevano l’opinione pubblica, che le mortificava e discriminava.
Quando si parlava di una ragazza che non si era sposata, il primo commento era:- Uh, puvurell! Espressione, quest’ultima, che nella maggior parte dei casi, non nasceva da una vera empatia, bensì, come accade anche oggi, da certe persone, che non accettano e non vogliono vedere i propri problemi e i propri limiti e, per sentirsi superiori, cercano di sminuire l’altro.
E così poteva capitare che una ragazza sveglia e intelligente si poteva trovare davanti per tutta la vita un uomo tonto e incapace e allora toccava a lei portare avanti casa e famiglia ma poteva succedere anche il contrario.
Una volta un uomo senza lavoro, riuscì a trovarne uno.
Il datore di lavoro gli disse: - Si vien a faticà cu me, te rong 5 000 lire.
E lui: Aé, e mo che ne saccio? Aggia ì a dicje prima a muglierm!
Andò, e per quando tornò, essendo passato del tempo, l’uomo disse: - Eh, mo te pozz rà 4 000 lire.
E lui: Sì, ma nun so sicuro, aggia ì a dicje sempe prima a muglirem!
Andò e tornò e passò altro tempo.
L’uomo disse: - Mò te ne pozz rà tre.
E lui: - Sì, cert, ma io aggia ì a dicje prima a muglierem!
E se ne andò di nuovo, facendo passare altro tempo.
Quando tornò, l’uomo disse: - Mò te pozz rà duimila lire.
E lui: - E’ giust, però aggia ì a dicje prima a muglirem!
Andò un’altra volta, e più passava il tempo e più diminuiva la giornata lavorativa.
Quando tornò il padrone disse: - Mò te pozz rà 1000 lire.
Alla fine, chissà se poi è riuscito ad avere quella giornata di lavoro.

(Grazie a : Clara Ricciardone)



giovedì 19 gennaio 2023

NUN SE PIGLIAN RI CIUCCI PE NUN STRACCIA’ LE LENZOL

( Non sposano gli asini per non strappare le lenzuola)
Questo antico modo di dire mondragonese, alquanto irriverente, rivolto alle ragazze in età da marito, dice molto sulla condizione femminile di un tempo e sulla mentalità di allora.
Con esso si voleva intendere che le ragazze, pur di sposarsi, si accontentavano di sposare chiunque, pur di non rimanere sole, cioè zitelle.
La massima aspirazione di una donna era quella di sposarsi e formare una famiglia. Avere un compagno con cui condividere la vita è stato da sempre il desiderio più naturale sia per l’uomo che per la donna, nella maggior parte dei casi.
Tuttavia, se una ragazza non incontrava nessun giovane e non nasceva spontaneamente l’amore, lei sentiva ugualmente il desiderio di sposarsi perché sposarsi significava affidarsi a qualcuno che si sarebbe preso cura di lei e non solo , significava anche che qualcuno avrebbe provveduto al suo mantenimento perché un tempo era il marito che provvedeva al sostentamento della famiglia, anche se la donna lavorava ugualmente, in casa ed anche in campagna, affiancando il marito.
A conferma di ciò, c’è un altro detto, che dice: - Padre, Figlj e Spiritu Sant, aggiu truvat ru ciuccio che me camp!
Quindi il matrimonio era per lei una sicurezza affettiva ed anche economica oltre che un affrancamento dalla famiglia di origine.
Ecco perché i matrimoni non nascevano solo dall’amore ma erano combinati, suggeriti, consigliati, decisi dalle famiglie.
I genitori, se le ragazze non si sposavano, se ne rammaricavano, c’era , poi, chi le compiangeva e chi le derideva per non parlare delle limitazioni a cui andavano incontro: non si potevano vestire alla moda o truccarsi e come venivano considerate, poi: pettegole, acide, invidiose, malpensanti..
Oggigiorno, per fortuna, pare che la figura della zitella sia scomparsa , la donna che non si è sposata , è single, è libera di truccarsi, vestirsi alla moda, andare a divertirsi. E meno male, direi.
La donna, con il tempo, ha cominciato a chiedersi se vale la pena sposarsi, se l’uomo incontrato non è quello giusto, perché sacrificare una vita intera?
E poi, visto che certi matrimoni durano da Natale a S. Stefano, le donne hanno paura di legarsi e preferiscono la convivenza, così se arriva il momento di lasciarsi non si danneggia nessuno, sempre se non ci sono figli.
La donna per tanto tempo non ha avuto una vera identità né potere decisionale, non solo a Mondragone ma dappertutto, certe volte dal padre padrone si passava direttamente al marito padrone, che poteva dettare il bello e il cattivo tempo nella sua vita, sicuro della sua supremazia, solo perché portava i pantaloni.
Non dimentichiamo che noi donne, in Italia, il diritto al voto lo abbiamo avuto solo nel 1946.
La donna di oggi, raggiunta l’indipendenza economica, vuole essere se stessa, cerca di capire cosa vuole realmente e agisce per ottenerlo, non accetta più il ruolo che le impone la famiglia e la società.
La donna di oggi vuole essere protagonista della sua vita, assaporare pienamente la libertà.
Anche se non si realizza come moglie e come madre , può attingere alla tante capacità che ha ed ottenere risultati ugualmente straordinari.
Oggigiorno, qualunque sia il lavoro che vorrà fare, chi glielo potrà impedire? Si deve solo impegnare e dimostrare le sue capacità per realizzare il suo progetto di vita…
Comunque, a parte queste considerazioni, questo modo di dire conferma anche un’altra cosa: che i Mondragonesi hanno avuto sempre una lingua tagliente come una spada.