Il blog di Caterina Di Maio dedicato alle tradizioni locali, agli usi, costumi e racconti di Mondragone CE, curato e pubblicato da Esterina La Torre
giovedì 13 luglio 2023
CARTAGINESI E BEDUINI
martedì 11 luglio 2023
I MAZZONARI
Quelle terre una volta erano popolate da ville e vigneti e intersecate da numerose vie, tra cui spiccavano l’Appia e la Domitiana.
I Longobardi e poi i Normanni tentarono di prenderne possesso ma dovettero ridursi sulla costa e sulla cima del monte Petrino dove non arrivavano le esalazioni delle paludi sottostanti.
Quella vasta estensione di territorio nota come bacino inferiore del Volturno, che per la maggior parte apparteneva ai comuni di Mondragone , Castel Volturno e Villa Literno, era tutta sott’acqua.
Diversi erano i motivi dell’impaludamento: la scarsa manutenzione dei canali, che non venivano espurgati, gli straripamenti del Volturno, il cui deflusso era ostacolato dalle dune, che si opponevano allo scolo delle acque in mare.
Un altro motivo era da ricercare nelle grandi estensioni dei latifondi. Mentre i servi della gleba si limitavano a coltivare i terreni adiacenti al castello, le vaste distese dei campi lontani erano latifondi, boscose paludi, non toccate da piede d’uomo, dove trovavano ricovero perfino gli animali feroci. Appartenevano a duchi e baroni, che non ne conoscevano neppure i confini e che si ereditavano di generazione in generazione.
Quelle terre non potevano essere messe a coltura e non solo non producevano nulla ma con i miasmi riuscivano infeste agli abitanti, la cui vita era stentata e brevissima.
Tali rimasero le condizioni delle terre di Mondragone, famosa per la malaria, che si leggeva sul volto degli abitanti, nei quali si poteva osservare quella forma di cachessia ( deperimento organico e indebolimento fisico), riconoscibile anche agli occhi del profano. Un individuo su dieci aveva l’addome gonfio per tumore alla milza.
Depurare quell’aria da esalazioni micidiali e prosciugare e fertilizzare quei terreni e rendere possibile la divisione e quotizzazione tra i cittadini poveri era un’impresa altamente civile ed economica da gran tempo reclamata per migliorare le condizioni di vita della popolazione e per elevare alla dignità umana quegli esseri che di uomini avevano solo le fattezze.
L’uomo, destinato a vivere in quelle zone, acquistava un carattere speciale, contraddistinto dalle note patologiche della malaria: un minorato, un degenerato, un sofferente, su cui incombeva, come un fato, il vivere negli acquitrini; era il mazzonaro.
Il termine “mazzonaro”, che dà origine anche al nome della zona dei Mazzoni, deriva molto probabilmente dalle rudimentali mazze, bastoni, con cui i mazzonari guidavano la mandria.
Come si legge nel libro “Storia di Mondragone” del dott. Biagio Greco, ecco il ritratto che ne fa il Savarese:
(Giacomo Savarese fu uno dei principali esponenti politici durante il regno di Ferdinando II di Borbone, autore di importanti testi sull’economia e sulle finanze napoletane, consigliere del re)
“Il mazzonaro è un uomo di forme atletiche, ma sparuto in viso e panciuto molto per l’abituale gonfiezza del fegato, effetto della malaria cronica. Tutto il suo avere consiste negli ordigni di caccia e di pesca , nella giumenta e in una specie di barchetta, a cui dà il nome di sandalo. La sua industria consiste nel prendere a soccio bufali, cavalli e maiali; il suo armento pascola errando nelle paludi, senza ch’egli si curasse di sapere a chi appartenesse il suolo che calpesta. Nelle stagioni opportune una preda abbondante compensa le fatiche della caccia e della pesca. Tutto il resto dell’anno è tempo di riposo. Avvolto nel suo ampio mantello e costantemente vestito di lana, anche in piena estate, il mazzonaro rimane assiso sull’uscio della sua capanna , in una specie di ozio meditativo. Nessun uomo straniero alla contrada osa penetrare nei Mazzoni quando non sia conosciuto. Non vi sono strade, né case, né ponti”
( Ecco come gli alunni della scuola elementare hanno rappresentato il mazzonaro e la sua capanna)
mercoledì 5 luglio 2023
MONDRAGONE TRA CASERTA E NAPOLI
venerdì 23 giugno 2023
LA MAGICA NOTTE DI SAN GIOVANNI
La sua festa cade quasi in corrispondenza del solstizio d’estate, quando la natura è nel massimo rigoglio e poiché nell’antichità la società contadina traeva dall’agricoltura l’intera ragione di vita, attorno a questa ricorrenza la tradizione popolare ha creato tutta una serie di riti propiziatori, credenze magiche, riti di purificazione, raccolta di erbe magiche ecc.
San Giovanni, dunque, secondo la tradizione, è la festa solare per eccellenza , la vittoria della luce sulle tenebre, del bene sul male.
Nella tradizione popolare europea la notte di san Giovanni viene considerata una notte particolare, la notte magica per eccellenza, una notte carica di presagi, in cui la natura parla agli uomini e al mondo.
In molte località in questa notte si accendono falò come rito di purificazione, per propiziare buoni raccolti e per cacciare streghe e demoni.
Secondo le tradizioni nordiche è in questa data che il mondo naturale e soprannaturale si compenetrano , è il tempo in cui i pianeti e i segni zodiacali concorrono a caricare di virtù le pietre e le erbe. La terra si imbeve di strani influssi; le erbe medicinali, madide di rugiada, acquistano maggiore efficacia, si caricano di magici poteri e possono guarire le malattie.
L’uomo è pronto, in questa notte, ad accogliere la potenza della natura per farla propria. E’ in questa notte che in questa notte che le erbe diventano miracolose: l’iperico o erba di san Giovanni, la ruta, che come recita un proverbio mondragonese “ogni male stuta”, la salvia contro il mal di pancia, la menta contro l’influenza, il rosmarino contro la calvizie ecc.
E’ anche la notte in cui si raccolgono le noci ancora verdi per fare il nocino, detto anche “elisir di san Giovanni”.
Le noci andavano messe in infusione nell’alcol fino alla notte di san Lorenzo, il 10 agosto per essere poi filtrato e zuccherato.
E’ in questo periodo che a Mondragone, maturano le cosiddette “melelle di san Giovanni”, piccole mele di colore verde, che non si trovano in commercio, sono esclusiva di quei pochi contadini che hanno conservato qualche albero di questi frutti dolcissimi e quasi dimenticati.
La notte di san Giovanni viene definita anche la notte delle streghe, che secondo la tradizione pare prendessero il volo per andare a caccia di anime e per recarsi al grande raduno di Benevento, dove tutte danzavano attorno all’albero di noce; il loro detto magico, ripetuto anche da noi, alla partenza, era: “Sott’acqua e sotta vient sott a noce de Beneviento” .
Un tempo a Mondragone per evitare che una strega potesse entrare in casa, si posizionavano dietro all’uscio di casa un sacchettino pieno di sale o una scopa in modo che la megera era costretta a contare granello per granello o filo per filo della scopa, così si faceva giorno e doveva andare a nascondersi.
In passato questo giorno era considerato sacro al pari di un capo d’anno e da qui l’usanza di trarre presagi e prevedere il futuro.
Tante sono le forme di divinazione legate alla notte di san Giovanni , quasi tutte vertevano sull’indovinare qualcosa del proprio futuro amoroso e matrimoniale.
Qui a Mondragone, come anche in altre località, si usava versare il piombo nell’acqua, che si raffreddava velocemente e dalle forme assunte si traevano previsioni sul futuro oppure si metteva un albume d’uovo in mezzo bicchiere d’acqua e la mattina dopo qualche persona esperta interpretava la forma che aveva assunto, traendone previsioni per il futuro.
Altro simbolo della notte di san Giovanni è la rugiada, che ricorda il Battesimo impartito dal Battista nel Giordano a Gesù.
Inoltre, la figura del Santo, che ha battezzato Gesù, ha dato origine, nel tempo, alla figura del “compare” o “padrino”di Battesimo, di Cresima e di Matrimonio , caratterizzando quella forma di parentela spirituale che in molte parti d’Italia viene definito Comparatico, volgarmente detto anche “sangiovanni”.
Esso ricorda il vincolo sacro stabilitosi tra Gesù e san Giovanni nel fiume Giordano, un rapporto spirituale che non deve essere mai tradito; la violazione di siffatto legame è ritenuta, nella tradizione popolare, sacrilega e meritevole di terribili castighi.
Si può dire che i compari erano gli amici più veri perché si sceglievano di propria volontà sia per affinità di vedute, di sentimenti, per quel feeling che a volte si viene a creare tra le persone con cui si sta bene in compagnia e a cui ci si vuole legare.
sabato 17 giugno 2023
LU CAFE’ A NAPULE … CU L’ACQUA DE SERIN..
Un buon caffè, preso senza fretta, ci ricarica di energie, ci permette di riordinare le idee e di ricominciare, ci ricentra, ci riequilibra, insomma, a volte, ci svolta la giornata.
Prendere il caffè a Napoli, però, è ancora di più, è un rito, un’esperienza sensoriale inebriante.
Solo al sentire quell’aroma forte e penetrante che ti arriva al naso prima che alle papille gustative, ti predispone all’allegria e alla comprensione, al voler essere propositivi e più accondiscendenti con tutti.
Può essere anche un’occasione per vedersi con gli amici e rendere speciale quell’incontro.
Il mito del caffè a Napoli ha sempre affascinato i Mondragonesi, anche quelli di una volta, quasi come un sogno, non troppo difficile da realizzare.
Non di rado gruppi di amici mondragonesi, si ritrovavano con la voglia di far qualcosa di speciale e bastava che qualcuno dicesse: - Ci andiamo a prendere il caffè a Napoli? E per tutta risposta salivano in macchina e via, diretti verso la città partenopea, quasi una meta turistica.
Una volta là, poi, magari, accompagnavano il caffè con una sfogliatella o con un baba e poi un bel giretto per Napoli, prima del ritorno.
Tempo fa, una volta, si stava discutendo proprio della superiorità del caffè napoletano e tutti erano concordi nel dire che il caffè a Napoli era un’altra cosa, era più buono che da qualunque altra parte.
Eh- disse uno dei presenti - se sap, chell lu fann cu l’acqua de Serin!
Un contadino, presente alla discussione, sentendo decantare il caffè napoletano in quel modo, incominciò a desiderare tanto fare quell’esperienza, almeno una volta nella vita.
Chissà quanto costerà! - pensava e da allora incominciò a mettere da parte i soldi per realizzare quel desiderio.
Finalmente arrivò il giorno in cui si poté recare a Napoli a prendere il caffè. Dapprima bevve il bicchiere d’acqua per preparare il palato, poi sorseggiò il caffè piano piano in maniera quasi mistica e contemplativa.
Poi chiese: - Quant’è? E il barista: - Vint lir! – Ah- fece lui, tutto meravigliato- Vint lir?!! E allor, me ne facite pur nu cat pa ciuccia ?!
Chissà quanto credeva che costasse quel caffè.
Questi racconti, dalla comicità, a volte, un po’ grossolana, derivanti dalla nostra tradizione contadina, rivelano sempre qualche verità.
Difatti veramente Napoli è rifornita dall’acquedotto del Serino.
Le sorgenti di Serino, da sempre rinomate per la qualità e la gradevolezza dell’acqua fornita, sono situate nel cuore dell’ Appennino Campano, nel territorio della provincia di Avellino.
Il primo acquedotto del Serino fu costruito dai Romani in età augustea fra il 33 e il 12 a C. per risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico di diverse città, quali Pozzuoli, Napoli , Cuma e Miseno. L’ultimo degli acquedotti di Serino è stato inaugurato nel 1885.
Attualmente Napoli è rifornita da quattro acquedotti, costruiti in tempi diversi: quello del Serino è il più antico, altri si sono aggiunti nel dopoguerra, quando la popolazione ha cominciato a espandersi da Posillipo a Fuorigrotta, ai quartieri oltre la Ferrovia e le nuove zone industriali.
E’ risaputo che l’acqua del rubinetto di Napoli è perfettamente potabile e salutare, una delle più buone in Italia, soggetta a periodici controlli.
La qualità dell’acqua, come si sa, è importante per la nostra salute e per una vita migliore.
Ci siamo sempre chiesti perché a Napoli il caffè e la pizza sono più buoni che dalle altre parti sebbene fatti con gli stessi ingredienti.
Sarà per la maestria dei Napoletani o per l’acqua del Serino, come dice il racconto?
Clara Ricciardone
martedì 13 giugno 2023
IL CULTO DI SANT’ANTONIO A MONDRAGONE
La popolazione agricola riponeva grande affidamento nell’intercessione del santo per ottenere grazie di ogni tipo.
Alcune preghiere a lui dedicate sono nate dalla devozione popolare e qualcuna è rimasta ancora nella memoria delle persone. Se ne riporta qualcuna:
Sant’Antonio tuttu putent
13 grazie fai ogni mument
Gesù Crist a te te sente
Sant’Antonio facce cuntent
Sant’Antonio giglio giocondo
è nominato per tutto il mondo,
chi lo tiene per suo avvocato
da sant’Antonio sarà aiutato
Alla processione in onore del Santo si cantava:
Sant’Antoniu vergine e sacrat
la curona de Gesù la puorti ‘ncap
te l’ha missa la Vergine Maria
facce la grazia Sant’Antoniu mio
Un’ altra preghiera per ottenere grazie veniva recitata e ripetuta sui grani della Corona , come se fosse un Rosario:
Sant’Antò cammina tu
lengua santa parla tu
13 grazie fai al giorno
fammene una che m’abbisogna
Quando qualcuno aveva qualche problema, chiedeva al Santo di intercedere, e in particolare, alla “lingua santa” di parlare in suo favore al Signore.
Forse non tutti sanno che sant’Antonio inizialmente viveva nella preghiera e nel nascondimento e non si conosceva il suo dono per la predicazione fino a quando non tenne un discorso per un’ordinazione sacerdotale a Forlì nel 1222.
Alla cerimonia erano presenti francescani e domenicani ma per qualche malinteso non era stato dato a nessuno l’incarico di tenere il discorso di saluto.
Fu chiesto a sant’Antonio di fare un breve sermone ed egli protestò dicendo che il suo compito era quello di lavare i piatti e i pavimenti e che non era capace di fare più nulla ma il Superiore insisteva e il Santo dovette accettare per non trasgredire la regola dell’obbedienza.
Così incominciò a parlare davanti al Vescovo e a tutti i presenti senza essersi preparato e pronunciò un sermone così eloquente e colto che lasciò tutti stupiti.
In tal modo i Francescani si resero conto dei suoi talenti, il Santo fu richiamato dal convento e mandato a predicare in varie zone.
Grandi folle si radunavano per ascoltarlo: gli uomini lasciavano il lavoro e le donne, a volte, trascorrevano la notte in chiesa per avere il posto assicurato.
Ben presto le chiese non furono più sufficienti e sant’Antonio dovette tenere le sue prediche nelle piazze e nei mercati.
Si dice che mettesse in ginocchio i peccatori e addolcisse i cuori dei criminali più incalliti.
L’8 aprile 1263, a 32 anni dalla sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, all’apertura della cassa, che ne conteneva i resti mortali, alla presenza di una numerosa folla e di san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro generale dell’Ordine francescano, apparve, tra lo stupore di tutti, la lingua incorrotta del Santo, come se appartenesse ad un uomo ancora vivo.
San Bonaventura, mostrando la lingua ai fedeli, esclamò: - O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora appare a tutti quanto grande è stato il tuo valore presso Dio!
La preziosa reliquia della Lingua viene custodita nella basilica di Padova, nella cosiddetta “cappella del Tesoro”.
Per Antonio la lingua significava “annunciare il Vangelo con la sua passione e competenza”. Egli ripeteva: - Chi non conosce la Scrittura è un analfabeta poiché solo guardando noi stessi nello specchio della Parola possiamo capire chi siamo realmente.
Era tale la devozione al Santo qui a Mondragone che addirittura nel 1928 il sacerdote don Francesco Gravano, chiamato familiarmente da tutti don Ciccio, molto devoto al Santo, nella chiesa di san Francesco fece erigere un trono marmoreo in suo onore proprio dove ora si trova l’altare maggiore, ma nel 1946, ai monaci tornati dopo la guerra, non sembrò giusto che il Crocifisso stesse in fondo alla chiesa e il Santo sull’altare maggiore, allora sistemarono il Crocifisso al centro e sant’ Antonio da un lato e san Francesco dall’altro.
In seguito spostarono i due santi nelle nicchie laterali definitivamente, dove si trovano attualmente.
La statua lignea del Santo, che si venera oggigiorno nella chiesa di San Francesco, pregevole opera dello scultore ortiseiano Luigi Santifaller, è stata realizzata verso la metà del ‘900 ed ha sostituito l’antico simulacro in cartapesta, già venerato dai fedeli.
Il Santo, che è quasi sempre raffigurato con il saio, qui da noi è rappresentato con saio, cotta e stola sacerdotale; regge con il braccio destro Gesù Bambino e nella sinistra ha il giglio, simbolo della purezza e trasparenza della vita, rispettando la classica iconografia del Santo.
Si racconta che sant’ Antonio prima di morire si ritirò a Camposampiero, dove il signore del luogo, il conte Tiso gli allestì una specie di celletta tra i rami di un albero di noce, su sua richiesta.
Lì sant’Antonio passava le sue giornate in contemplazione e si ritirava nell’eremo solo la notte.
Una sera il conte, andando a trovare l’amico, fu attratto da un immenso splendore e vide Antonio che stringeva tra le braccia Gesù Bambino .
Sant’Antonio lo pregò di non dirlo e il conte lo rivelò solo dopo la sua morte.
Che i Mondragonesi venerino molto sant’Antonio lo si capisce da tante cose: il 31 maggio verso mezzogiorno avveniva, fino a pochi anni fa, la cosiddetta “calata di sant’Antonio”: i fedeli, poco prima di mezzogiorno, si radunavano in chiesa e tra canti e preghiere assistevano all’intronizzazione del Santo. La sera, poi, iniziava la Tredicina.
Nei giorni della Tredicina, tutt’oggi c’è un andirivieni di fedeli di altre parrocchie che vengono a pregare il Santo.
Nel giorno della sua festa, poi, si celebrano le Sante Messe come per la domenica, con la chiesa gremita di fedeli.
In questo giorno veniva benedetto e distribuito ai fedeli il “pane di Sant’Antonio”, le classiche pagnottelle che ognuno portava a casa , facendone mangiare un pezzetto “per devozione” ai propri familiari, dopo aver recitato la preghiera.
La tradizione del Pane di sant’Antonio trae la sua origine da uno dei tanti prodigi attribuiti al Santo: un bambino di 20 mesi di nome Tommasuccio era annegato perché la mamma lo aveva lasciato incautamente accanto ad un recipiente pieno d’acqua.
La donna disperata fece voto che se il Santo lo avesse risuscitato, avrebbe dato ai poveri tanto grano quanto il peso del bambino. Il miracolo avvenne e da allora in poi è nata una tradizione chiamata “pondus pueri”( il peso del bambino): i genitori promettevano il pane in cambio della sua protezione.
Con il tempo si consolidò la tradizione di offrire il pane nel giorno della sua festa in cambio di una grazia ricevuta.
C’è anche l’usanza di far indossare ai bambini l’abitino francescano per ringraziare il Santo della protezione ricevuta e farla conoscere agli altri.
Nel giorno della sua festa, poi, Sant’Antonio viene portato in processione, nelle strade principali di tutti i rioni proprio perché è il Santo di tutti i Mondragonesi. Le famiglie si danno da fare ad innaffiare le strade dove deve passare la processione per rendere così più agevole il cammino delle persone che accompagnano il Santo per tutto il paese. E’ solo alla processione di Sant’Antonio che si sparano i botti in ogni strada e ci si tiene davvero tanto, in ogni rione i devoti vanno di casa in casa a chiedere i soldi per tale scopo.
E così, tra gli spari assordanti, la banda che suona, la recita delle decine del Rosario e i canti dei devoti, il Santo passa e benedice ogni punto della città ed è in questo modo che il popolo mondragonese esprime la devozione autentica e il sincero amore per il Santo dei miracoli, a cui tutti si rivolgono con fiducia e speranza.
martedì 6 giugno 2023
MASTU PEPP
Tra le famiglie che abitavano nel Palazzo Ducale ce n’era una, detta “Ri sgubbitt” perché tutti i componenti avevano la gobba.
“Ri sgubbitt” facevano i “mannesi” nello spazio antistante il Palazzo Ducale, cioè aggiustavano i carretti, un po’ come il lavoro dei meccanici di oggi, che aggiustano le macchine. Quando si passava di là, li si vedeva tutti affaccendati nel loro lavoro.
La loro deformità li faceva sembrare strani esseri eppure figure familiari , appartenenti a quel variopinto mosaico di volti, di persone, di anime, che a quel tempo popolavano Mondragone, ognuno con il suo ruolo: l’arrotino, il maniscalco, il sarto, il ciabattino ecc.
Personalmente ricordo che , da bambina, quando passavo di là e li vedevo, mi sembrava davvero di vivere nel paese delle fiabe perché li associavo ad altre figure fiabesche che avevo in mente: il drago, la principessa, le fate, le streghe , gli gnomi, i nani, ecc.
In mezzo ad essi mettevo anche i gobbetti del Palazzo Ducale perché si sa che i bambini son portati a trasformare facilmente la realtà in fantasia e viceversa.
Altro che fantasia, direi, oggi. La loro deformità era dovuta ad un’anomalia della colonna vertebrale, che al giorno d’oggi, con tutti i progressi della medicina, sarebbe stata curabilissima ed anche loro, con le dovute cure, avrebbero potuto avere la schiena diritta come gli altri ma a quei tempi, purtroppo, non era ancora possibile e gli è toccato rimanere così, a vita.
Mastu Pepp era uno dei componenti della loro famiglia. Il poverino non aveva né il bagno né il pitale (vaso da notte) per espletare i bisogni corporali e quando aveva bisogno, si recava “Abbascj a le Pannine”, cioè nello spazio retrostante il Palazzo Ducale, in aperta campagna.
Una notte, spinto da un impellente bisogno, vi si recò, come di solito, ma nel momento cruciale, si vide attorniato da tre janare malintenzionate.
Mastu Pepp per sfuggire alle loro grinfie, fece appello a tutta l’energia che aveva in corpo e con la forza della disperazione incominciò a correre, a correre e mentre correva, esclamò: - Si me ne jesc da sta bott , nu iesc(o) cchiù a cacà la notte! Cioè si ripromise che se fosse sopravvissuto a quella disavventura non sarebbe più andato in campagna, di notte, per i suoi bisogni.
martedì 30 maggio 2023
“Il fatto delle tre Carmele”
venerdì 26 maggio 2023
"Per le vie del borgo"
La serata è iniziata con una introduzione da parte del sindaco, che ha sottolineato l'importanza di preservare il patrimonio culturale e le tradizioni del nostro paese. Ha evidenziato come il libro di Caterina Di Maio fosse un veicolo perfetto per far comprendere modi di dire tipici del nostro paese e far rivivere antiche storie che altrimenti rischierebbero di perdersi nel tempo. Durante la serata sono stati proiettati due video del Maestro Cosimo Antitomaso che mostravano scene della tradizione contadina, il Maestro ha raccontato episodi, luoghi e personaggi della sua infanzia coinvolgendo emotivamente il pubblico in sala.
Poi è arrivato il momento più atteso: l'autrice, Caterina Di Maio, ha preso la parola e ha condiviso con il pubblico la sua passione per il folklore e le tradizioni popolari. Ha spiegato come il suo libro sia stato frutto di anni di ricerca, interviste e scoperte personali, ma soprattutto di una profonda connessione con il suo paese d'origine.
Clara Ricciardone, Esterina La Torre e Maria Miraglia hanno letto alcuni estratti del libro, trasportando il pubblico in un viaggio affascinante tra le strade del borgo, raccontando leggende, aneddoti e riti che hanno caratterizzato la vita dei suoi antenati. I racconti, gli aneddoti e le parole sono state in grado di catturare l'immaginazione di tutti i presenti, riportando in vita tradizioni quasi dimenticate e suscitando curiosità verso un mondo che rischia di svanire. Singolare l'intervento del sig. Lavino Domenico che ha raccontato episodi personali e aneddoti della vita sociale e della comunità di Mondragone.
lunedì 15 maggio 2023
CHI A TEN D’OR E CHI D’ARGIENT
Fu coniato da una certa Ndrianella, che abitava nel rione S. Francesco e non si era sposata.
Ai suoi tempi si credeva, e qualcuno lo crede ancora oggi, che la donna si potesse realizzare solo con il matrimonio.
Tra i tanti motivi che spingevano la donna al matrimonio ad ogni costo c’era anche il fatto che la donna non lavorava e non aveva un reddito personale per cui nel matrimonio vedeva anche una sicurezza economica e non solo affettiva.
Naturalmente i genitori erano contenti e soddisfatti se vedevano la propria figlia “accasata” e se questo non avveniva, c’ era anche chi si adoperava a procurarle il matrimonio.
Ndrianella si espresse con le famose parole perché una volta veniva un’amica e diceva: - Vuagliò, teng nu spus che mo vo nu ben pazz, ma proprio va a ‘mpazzì pe me! Veniva un’altra e diceva: - Vuagliò, si sapessen maritm che m’a regalat , verit, e mo si sapessen addò me vo purtà! E così via.
Ndrianella, mortificata e amareggiata, un giorno sentenziò: - Chi a ten d’or e chi d’argient e io (nu)n’ a teng manc de ciummient!!!!
(Ru ciummient è il blocchetto di tufo con cui si costruiscono le case)
(L’elemento sottinteso nella frase si riferisce all’organo sessuale femminile)
Ringrazio Clara Ricciardone e la sua mamma, Enzina Papa, per avermi raccontato l’aneddoto.
lunedì 17 aprile 2023
LA MADONNA INCALDANA E I 36 CASALI
Il quadro della Madonna Incaldana esce dal santuario ogni 25 anni salvo eventi straordinari, quali guerre, siccità, piogge persistenti, epidemie e così via.
Quando esce, viene portato in processione per tutto il paese e in visita ad ogni chiesa. Successivamente viene portato in visita ai 36 Casali cioè nei paesi limitrofi.La dicitura “36 Casali” deriva da un antico detto napoletano “Ho girato Napoli e i 36 Casali” che si usa quando, pur di trovare qualcosa, si è costretti a compiere ricerche in ogni dove.
L’origine del detto è molto antica e pare risalga al X sec. I Casali erano piccoli agglomerati di case all’interno dell’ Agro Napoletano. Non erano abbastanza grandi per essere identificati come città, ma avevano una popolazione fissa, fatta perlopiù di contadini del luogo che per guadagnare da vivere scendevano in città per vendere frutta o altro.
Le loro comunità appartenevano al Demanio dello Stato oppure alle famiglie nobiliari, che a volte, facevano delle vere e proprie compravendite dei Casali.
Il numero dei Casali è cambiato spesso, dato che Napoli ha lentamente assorbito tutta la sua provincia.
Originariamente i 36 Casali erano: Torre Annunziata, Resina (Ercolano), Portici, S. Sebastiano, S. Giorgio a Cremano, Ponticelli, Barra di Serino, S. Giovanni a Teduccio, Fraola (Afragola), Casalnuovo, Casoria, S. Pietro a Patierno, Frattamaggiore, Arzano, Grumo Nevano, Casandrino, Melito, Marano, Mongano ( Mugnano), Panecuocolo (Villaricca), Secondigliano, Chiaiano, Calvizzano, Polvica, Piscinola, Marianella, Miano, Antignano, Vomero, Torricchio ( Materdei), Pianura, S. Strato ( borgo di Posillipo), Ancarano, Villa Posillipo.
Dei 36 Casali uno solo ha conservato la dicitura di Casale nel nome: Casalnuovo.
A ‘RRIFF (L’ASTA)
E’ una tradizione antica e paesana, che affonda le radici nel nostro folclore.
La mattina presto la banda si reca sulla spiaggia a suonare per accogliere i pescatori, che tornano con le barche. Il pescato viene portato in piazza, dove in tarda mattinata, avviene la ‘rriffa.
E’ sempre bello vedere questa manifestazione vivace e pittoresca, tutta mondragonese.
Quest’anno, per chi non l’avesse vista, c’è anche il video fatto dal Comitato Festeggiamenti.
Il simpatico e convincente banditore d’asta è Ciro Di Maio, che ringraziamo, insieme al Comitato, per portare avanti le nostre tradizioni.
venerdì 24 marzo 2023
ZI GIUVANNINA MACERA
Tra le persone rimaste nella memoria popolare mondragonese ce n’è una, in particolare, che viene ricordata soprattutto per la sua attività svolta nella chiesa del Giglio: zi Giuvannina Macera.
La sua famiglia abitava in via IV Novembre, proprio all’inizio della strada, sulla destra.
Si ricorda che dei quattro figli, due maschi e due femmine, una si era fatta suora e aveva preso il nome di suor Concordia e un fratello maschio veniva chiamato “muchacho”, che vuol dire giovane, ragazzo, perché era stato in Argentina.
Giovannina, che non si era sposata, era una persona combattiva e determinata, aveva grinta, come si direbbe oggi. Dedicò tutta la sua vita alla chiesetta del Giglio e al padre anziano, che accudiva.
E’ stata citata anche da Padre Berardo Buonanno nel libro LA CONFRATERNITA DI S. MARIA DEL GIGLIO IN MONDRAGONE. Di lei afferma: Molto si adoperò per l’erigenda nuova parrocchia la signorina Giovannina Macera che, ancor oggi, nonostante l’età avanzata, tiene la chiesa in perfetto stato e anima con zelo le celebrazioni liturgiche.
Marianna Campanile Maria Malaspina
Lei si occupava di tutte le funzioni religiose che si svolgevano nella chiesa ed era presidente dell’ Azione cattolica , che contava, all’epoca più di 70 iscritte. Tutte si recavano a casa sua per imparare i canti da eseguire in chiesa. Alcuni ricordano ancora, quando, davanti all’onorevole Giacinto Bosco, venuto in visita a Mondragone, cantò un inno alla Madonna Incaldana.
Quando era parroco della chiesa il canonico don Luigi De Stasio, detto don Luigino, compì un gesto memorabile, andò a piedi a Sessa Aurunca per chiedere al vescovo Gaetano De Cicco di istituire una nuova parrocchia nella chiesetta e lo ottenne. La stessa richiesta fu fatta anche dalla Confraternita del Giglio.
Nella chiesetta ogni domenica si celebravano tre Messe, una delle quali solo per i bambini.
A don Luigino seguì il sacerdote Francesco Borsone di Nola, detto don Ciccio. Aveva una sorella che sapeva suonare e accompagnava il coro, che, ben affiatato, veniva chiamato anche per cantare ai matrimoni. A don Ciccio seguì don Amato Brodella, scomparso di recente.
La chiesetta era sede, e lo è tuttora, dell’antica e gloriosa Confraternita di S. Maria del Giglio, che fu fondata nel 1778 con decreto di Ferdinando IV di Borbone ed aveva molti iscritti.
Aveva un ruolo importantissimo, a quell’epoca, in cui non esisteva ancora lo Stato assistenziale, e quindi sopperiva alle inadempienze statali, offrendo concretamente assistenza ai poveri, ammalati, ospitalità ai pellegrini, assistenza ai carcerati e così via.
Questa Confraternita, che ha un’illustre storia, ha scritto davvero una pagina bellissima e significativa della storia della nostra gente.
Oltre a ciò, dalla chiesetta, come tutti sanno, uscivano ed escono tuttora i Misteri, cioè le statue dell’Addolorata e di Gesù Morto per le processioni pasquali, a cui tanto siamo legati.
Ecco perché la chiesetta del Giglio, pur essendo piccola, sta a testimoniare la vita religiosa , culturale e sociale della Mondragone del XVIII secolo ed è tanto cara ai Mondragonesi.
Di Giovannina si ricorda anche che fu operata, in giovane età, di tumore al seno, da cui guarì perfettamente.
martedì 14 marzo 2023
IL BOBBO COME CACOBBO?
A proposito dell’analfabetismo di un tempo, a volte succedeva che i giovani, che andavano a fare il servizio militare al Nord, imparavano a parlare in italiano o perlomeno ci provavano e quando tornavano a casa, il loro modo di parlare sembrava molto strano ad amici e conoscenti e nascevano spassose ed esilaranti incomprensioni.
Grazie, come sempre a Clara Ricciardone e a suo nonno, Gregorio Papa.
martedì 7 marzo 2023
LA FESTA DELLA DONNA
LA FESTA DELLA DONNA è nata per commemorare la morte di 134 operaie, avvenuta nel 1857, negli USA. Erano state rinchiuse dal padrone nel capannone di una fabbrica per impedir loro di partecipare ad uno sciopero.
Con il passar del tempo, però, questa festa ha perso lo stretto legame con quell’episodio ed è rimasta come occasione per riflettere sulle conquiste sociali delle donne.
La discriminazione e le violenze contro le donne di tutto il mondo sono sotto gli occhi di tutti e il cammino per la parità dei diritti è ancora molto lungo.
La Festa della Donna è diventata, così, un’occasione per festeggiare e celebrare degnamente la donna, quella creatura formidabile e meravigliosa, tante volte offesa, calpestata, vittima di femminicidio, umiliata in tutti i modi, che deve lottare non poco per dimostrare quanto vale, quella donna che deve imparare ad esser forte anche nella debolezza perché sa di non avere alternative, che, se sconfitta, non si arrende mai, che resiste al vento e alle tempeste, che sa accogliere ciò che la vita le presenta e far tesoro del prezioso bagaglio di esperienze, che sa cambiare, trasformarsi e adattarsi a fatti e situazioni, che tante volte cade e si rialza, e sa rinascere dal dolore senza demordere mai.
Sono le donne le vere guerriere, oggi, figlie, mogli, madri, sono quelle che si anticipano il lavoro, programmano, perché tutto proceda, lavoro e famiglia, sono quelle che mettono sempre il cuore in quello che fanno, anche se sanno che prima o poi se lo ritroveranno pugnalato, sono capaci di curare il corpo e anche l’anima, sanno ascoltare , consigliare, incoraggiare, ti sono vicine con la loro sensibilità e tenerezza, si emozionano nel vedere un cielo stellato e si soffermano incantate davanti alla bellezza di un fiore.
Eppure da sempre sono state considerate esseri inferiori, anche se con l’emancipazione femminile, in alcuni Paesi più civili, pare abbiano conquistato la parità dei diritti.
Penso, però, alle donne dei Paesi musulmani integralisti, che vengono calpestate ogni giorno nei diritti e nella dignità, sottoposte a torture indicibili già dall’infanzia. Quanta forza devono trovare in se stesse per vivere o meglio sopravvivere in una società così retrograda e irrispettosa. Chissà se e quando riusciranno a togliersi quel velo per far vedere il proprio volto e far valere i propri diritti.
Penso a quelle donne che nella vita devono portare certi pesi grossi come macigni più grandi di loro, eppure lo fanno, con tanta paura ma con coraggio e caparbietà, in silenzio, a testa bassa , piangendo lacrime amare, lo fanno e si sacrificano fino all’inverosimile per portare avanti le loro situazioni perché c’è in gioco la loro dignità, e ci riescono.
Alla fine si chiedono come hanno fatto e si rendono conto di quanto valgono perché sanno che devono ringraziare solo se stesse, e solo alla fine imparano ad amarsi e ad apprezzarsi.
Sarà per questo che il Signore, quando ha creato l’uomo, gli ha messo a fianco una creatura così: debole e forte, tenace, intelligente, perseverante, amorevole, sensibile, paziente, pronta ad aiutare, incoraggiare, supportare, un vero angelo senz’ ali e d’altra parte, sulla terra non c’era bisogno di volare….
Auguro a tutte le donne del mondo che possano un giorno vedere riconosciuti i propri diritti di esseri umani e di poter realizzare i loro sogni e i loro progetti di vita.
Alle donne, tutte belle, al di là delle caratteristiche fisiche, per i sogni che si portano dentro, per il sorriso, per le emozioni, per quella sensibilità tutta femminile, alle donne piene di vita e di calore, che hanno nello sguardo dignità e amore per chi le sa guardare.
mercoledì 1 marzo 2023
TEGN A MARZ
sabato 25 febbraio 2023
QUARESIMA E TRADIZIONE
martedì 31 gennaio 2023
LE VITICAGLIE
E’ proprio in queste belle giornate asciutte e soleggiate di gennaio che si potano le viti.
La potatura si fa durante la luna di gennaio per avere un raccolto abbondante.
Se non si pota, la pianta cresce molto e produce molti più grappoli ma più piccoli e poco dolci.
La potatura è importante anche per garantire la sanità della pianta perché con essa si eliminano le parti secche o malate.
I rami tagliati, da noi detti le “viticaglie” venivano, una volta, legati in fascine e si usavano sia per accendere il fuoco nel camino oppure nel forno per fare il pane. I contadini ne facevano una bella scorta perché servivano sempre.













