venerdì 24 marzo 2023

ZI GIUVANNINA MACERA



Tra le persone rimaste nella memoria popolare mondragonese ce n’è una, in particolare, che viene ricordata soprattutto per la sua attività svolta nella chiesa del Giglio: zi Giuvannina Macera.

La sua  famiglia abitava  in via IV Novembre, proprio all’inizio della strada, sulla destra. 

Si ricorda che dei quattro figli, due maschi e due femmine, una si era fatta suora e aveva preso il nome di suor Concordia e un fratello maschio veniva chiamato “muchacho”, che vuol dire giovane, ragazzo,  perché era stato in Argentina. 

Giovannina, che non si era sposata, era una persona combattiva e determinata, aveva grinta, come si direbbe oggi. Dedicò  tutta la sua vita alla chiesetta del Giglio e al padre anziano, che accudiva.  

E’ stata citata anche da Padre Berardo Buonanno  nel libro LA CONFRATERNITA DI S. MARIA DEL GIGLIO IN MONDRAGONE.  Di lei afferma:  Molto si adoperò per l’erigenda nuova parrocchia la signorina Giovannina Macera che, ancor oggi, nonostante l’età avanzata, tiene la chiesa in perfetto stato e anima con zelo le celebrazioni liturgiche. 

Marianna Campanile Maria Malaspina 

  Lei  si occupava di tutte le funzioni religiose che si svolgevano nella chiesa ed era presidente dell’ Azione cattolica , che contava, all’epoca più di 70 iscritte.  Tutte si recavano a casa sua per imparare i canti da eseguire  in chiesa. Alcuni ricordano  ancora, quando,  davanti all’onorevole Giacinto Bosco, venuto in visita a Mondragone,  cantò un inno alla Madonna Incaldana. 

 Quando era parroco della chiesa il canonico don Luigi De Stasio, detto don Luigino, compì un gesto memorabile, andò a piedi a Sessa Aurunca per chiedere al vescovo Gaetano De Cicco di istituire una nuova parrocchia nella chiesetta e lo ottenne. La stessa richiesta fu fatta anche dalla Confraternita del Giglio. 

Nella chiesetta ogni domenica si celebravano tre Messe, una delle quali solo per i bambini. 

A don Luigino seguì il sacerdote Francesco Borsone di Nola, detto don Ciccio.  Aveva una sorella che sapeva suonare e accompagnava  il coro, che,  ben affiatato,  veniva chiamato anche per cantare ai matrimoni. A don Ciccio seguì don Amato Brodella, scomparso di recente. 

La chiesetta era sede,  e lo è tuttora,   dell’antica e gloriosa Confraternita di S. Maria del Giglio, che fu  fondata nel 1778 con decreto di Ferdinando IV di Borbone ed  aveva molti iscritti. 

  Aveva un ruolo importantissimo,  a quell’epoca,  in cui non esisteva ancora lo Stato assistenziale, e quindi  sopperiva alle inadempienze statali,  offrendo concretamente assistenza ai poveri, ammalati, ospitalità ai pellegrini, assistenza ai carcerati e così via. 

Questa  Confraternita,  che ha un’illustre storia,  ha scritto davvero una pagina bellissima e significativa della storia della nostra gente. 

Oltre a ciò, dalla chiesetta, come tutti sanno,  uscivano ed escono tuttora i Misteri, cioè le statue dell’Addolorata e di Gesù Morto per le processioni pasquali, a cui tanto siamo legati. 

Ecco perché la  chiesetta del Giglio, pur essendo piccola,    sta a testimoniare la vita religiosa , culturale e sociale della Mondragone del XVIII secolo ed  è tanto cara ai Mondragonesi.  

Di Giovannina si ricorda anche che fu operata,  in giovane età,  di tumore al seno, da cui guarì  perfettamente. 

martedì 14 marzo 2023

IL BOBBO COME CACOBBO?

  A proposito dell’analfabetismo di un tempo, a volte succedeva che i giovani, che andavano a fare il servizio militare al Nord, imparavano a parlare in italiano o perlomeno ci provavano e quando tornavano a casa, il loro modo di parlare sembrava molto strano ad amici e conoscenti e nascevano spassose ed esilaranti incomprensioni.

Un giovane era andato a fare il servizio militare, tornato a casa per una breve licenza, guardando, per caso, sotto al soffitto, vide che sotto ad una trave c’era una cacca di mucca e non si capacitava di ciò che vedeva.
Alla fine disse al padre: - Babbo, ma il bobbo come cacobbo là sotto? ( Babbo, ma il bove come fece a defecare là sotto?)
E il padre, che non capiva, rispose:- Che ritt? Ma comme ? Tu e parlat semp mundraunes e mò se po sapé comme parl?

Quando riuscì a capire, gli spiegò come era successo e cioè che prima di issare la trave sotto al soffitto, l’avevano rotolata per terra ed era passata sugli escrementi di un bovino, che vi erano rimasti appiccicati.

Grazie, come sempre a Clara Ricciardone e a suo nonno, Gregorio Papa.



martedì 7 marzo 2023

LA FESTA DELLA DONNA

 LA FESTA DELLA DONNA  è nata per commemorare la morte di 134 operaie,  avvenuta  nel 1857,  negli USA. Erano state rinchiuse dal padrone nel  capannone di una fabbrica per impedir loro di partecipare ad uno sciopero. 

Con il passar del tempo, però, questa festa  ha perso lo stretto legame con quell’episodio ed è rimasta come occasione per riflettere sulle conquiste sociali delle donne. 

La discriminazione e le violenze contro le donne di tutto il mondo sono sotto gli occhi di tutti e il cammino per la parità dei diritti è ancora molto lungo. 

La Festa della Donna è diventata, così,  un’occasione per festeggiare e celebrare degnamente la donna, quella creatura formidabile e meravigliosa, tante volte offesa, calpestata, vittima di femminicidio, umiliata in tutti i modi,  che deve lottare non poco per dimostrare quanto vale, quella donna che deve imparare  ad esser forte anche nella debolezza perché  sa di non avere alternative, che, se sconfitta, non si arrende mai,  che resiste al vento e alle tempeste, che sa accogliere ciò che la vita le  presenta  e far tesoro del prezioso bagaglio di esperienze, che sa cambiare,  trasformarsi  e adattarsi  a fatti e situazioni, che tante volte cade e si rialza, e sa rinascere dal dolore senza demordere mai. 

Sono le donne le vere guerriere, oggi, figlie, mogli, madri, sono quelle che si anticipano il lavoro, programmano,  perché tutto proceda, lavoro e famiglia, sono quelle che mettono sempre  il cuore in quello che fanno,  anche se sanno che prima o poi  se lo ritroveranno pugnalato, sono capaci di curare il corpo e anche l’anima,  sanno ascoltare , consigliare, incoraggiare,  ti sono vicine con la loro sensibilità e tenerezza,  si emozionano nel vedere un cielo stellato e  si soffermano incantate davanti alla bellezza di un fiore. 

Eppure da sempre  sono state considerate  esseri inferiori, anche se con  l’emancipazione femminile,  in alcuni Paesi più civili,   pare  abbiano conquistato la parità dei diritti.

 Penso, però,  alle donne   dei Paesi musulmani integralisti, che  vengono  calpestate ogni giorno nei diritti e nella dignità, sottoposte  a torture indicibili già dall’infanzia. Quanta forza devono trovare in se stesse per vivere o meglio sopravvivere in una società così retrograda e irrispettosa. Chissà se e quando riusciranno a togliersi quel velo per  far vedere il proprio volto e far valere i propri diritti.  

Penso a quelle   donne che nella vita devono portare certi pesi grossi come macigni più grandi di loro,  eppure lo fanno, con tanta paura ma con coraggio e caparbietà,  in silenzio, a testa bassa , piangendo lacrime amare, lo fanno e si sacrificano fino all’inverosimile per portare avanti le loro situazioni  perché c’è in gioco la loro dignità,   e ci riescono.

  Alla fine si chiedono come hanno fatto e si rendono conto di  quanto valgono perché sanno che devono ringraziare solo  se stesse, e solo alla fine imparano ad amarsi e ad apprezzarsi. 

Sarà per questo che il Signore,  quando ha creato l’uomo,  gli ha messo a fianco una creatura così: debole e forte, tenace, intelligente, perseverante, amorevole, sensibile, paziente, pronta ad aiutare, incoraggiare, supportare, un vero angelo senz’ ali e d’altra parte, sulla terra non c’era bisogno di  volare….

Auguro a tutte le donne del mondo che possano un giorno vedere riconosciuti i propri diritti di esseri umani e di poter realizzare i loro sogni e i loro progetti di vita. 

 Alle donne, tutte belle, al di là delle caratteristiche fisiche,   per i sogni che si portano dentro, per il sorriso, per le emozioni, per quella sensibilità tutta femminile,  alle donne piene di vita  e di calore, che hanno nello sguardo dignità e amore  per chi le sa guardare.  



mercoledì 1 marzo 2023

TEGN A MARZ

TEGN A MARZ: UNA TRADIZIONE MONDRAGONESE Da sempre si dice che Marzo è pazzo perché, pur essendo il primo mese della primavera, è caratterizzato da una grande variabilità metereologica.

Marzo era visto, una volta ma ancora oggi, come la coda dell’inverno e con il freddo poteva ancora causare febbre, tosse e raffreddamenti vari ed era per questo molto temuto nell’antica società contadina.

Quando ci si ammalava, l’ unico modo per difendersi era quello di stare al caldo, sotto al focolare e lì, inevitabilmente ci si sporcava e ci si tingeva di nero con la fuliggine, per questo si soleva dire che Marzo “ tingeva” ; allora, come per rivincita, si faceva un gesto, il 28 febbraio, il giorno prima dell’arrivo di Marzo, che qualcuno ancora compie, scherzoso e scaramantico, quello, cioè di prendere un tizzone spento e di tracciare un segno sulla parete interna del focolare, dicendo :

- Marzu pazz , prima che tu tigni a me, io te tegno a te!

Sembrerebbe un gesto irrazionale, che oggi potrebbe far sorridere ma occorre considerare che un tempo le malattie da raffreddamento non erano curabili come oggi e, se sottovalutate, si potevano trasformare in qualcosa di più serio e risultare fatali, c’era molta più paura al riguardo, che si cercava di esorcizzare come si poteva, anche con un gesto simile.

Da noi si dice anche:

Si Marz ‘ngrogna

Te fa zumbà l’ogne

cioè se Marzo si impunta e fa abbassare eccessivamente le temperature, ti fa saltare le unghie dal freddo.

Un altro gesto scaramantico era quello di tagliarsi una ciocca di capelli in questo mese sempre per scongiurare la malattie che marzo poteva procurare.



sabato 25 febbraio 2023

QUARESIMA E TRADIZIONE

La Quaresima è il periodo di 40 giorni che precede la celebrazione della Pasqua.  E’ uno dei tempi “forti”che la Chiesa cattolica celebra lungo l’anno liturgico, un tempo favorevole per la conversione, finalizzato ad un profondo rinnovamento spirituale in preparazione della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo.
 C’è da notare che il numero 40 è un numero ricorrente nella Bibbia: 40 giorni cadde la pioggia sulla terra durante il diluvio universale, 40 anni trascorsero gli Ebrei nel deserto, 40 giorni digiunò Cristo, 40 giorni intercorrono tra Natale e Candelora, 40 giorni tra Pasqua e Ascensione.
 Ma nella tradizione popolare come veniva vissuto questo periodo?  La Chiesa designava  la Quaresima come un momento di penitenza e raccomandava  l’ astinenza dalla carne, il digiuno e l’elemosina;  in realtà,   l’astinenza dalla carne favoriva  una situazione generale già esistente di povertà , santificando le pene, che già  c’erano, contrastando  gli eccessi e i bagordi dei ricchi e accentuando la situazione già precaria dei poveri.
 Nella tradizione popolare   ( Carlo Lapucci Significato e tradizioni della Quaresima) la Quaresima era per molti il tempo peggiore dell’anno: il freddo, combattuto con il focolare e con  i bracieri, si inaspriva in questo periodo, mettendo il fisico a dura prova;  tra l’altro  era proibito cantare e ballare, i coniugi non potevano avere rapporti sessuali, le provviste alimentari quali grano,vino ecc cominciavano a scarseggiare;  era questo, inoltre,  il periodo in cui, di solito, i contadini aumentavano i debiti con il padrone.
 Le galline non potevano essere mangiate per non distruggere la possibilità delle covate primaverili, anche i conigli venivano lasciati per la riproduzione, le uova venivano messe da parte per le pastiere di Pasqua e poiché  le carni erano bandite dalla tavola, regnava incontrastato il pesce ed era d’obbligo “mangiar di magro”. Nei paesi come il nostro non c’era problema per reperirlo. Se i pesci, però,  erano scarsi,  bisognava accontentarsi di quelli che arrivavano dal Nord Europa, secchi affumicati  o sotto sale, come lo stoccafisso, il baccalà, l’aringa, economici e a buon mercato.
 Il vero companatico della povera gente era l’umilissima aringa affumicata o saracca, arida e secca ma forte di sapore e di odore, che  a volte veniva solo strofinata sul pane per fargli prendere l’odore e il sapore e per farla durare così più a lungo e per tutta la famiglia. 
 A proposito di aringa, nel Napoletano ed anche a Mondragone c’è un detto, che recita “Chiglio tene a saraca a sacca” e con esso ci si riferisce a chi si mostra impaziente e frettoloso di andar via,   alla stregua di chi abbia in tasca un’aringa maleodorante e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna, insomma come chi ha fretta di andarsene perché nasconde qualcosa.    
 Ma mentre le rinseccate aringhe simboleggiano bene il rigore della Quaresima, nel cucinare lo stoccafisso e il baccalà possiamo dire che si fece di necessità virtù perché ancora oggi molte delle ricette realizzate con questi pesci ,  nate per la Quaresima, sono diventate preparazioni tradizionali di grande bontà, che  possono gareggiare con le migliori pietanze, specie se cucinate  ispirandosi alle ricette dei monasteri e dei conventi, dove si preparavano vere prelibatezze. Insomma, si può ben dire che il buon senso e l’arte di arrangiarsi hanno vinto sui divieti  imposti dall’alto.
 Oggi tutte queste restrizioni sono state spazzate via dalla cultura globale. Anche per chi è osservante dei precetti religiosi l’obbligo di non mangiare la carne è riferito solo al Mercoledì delle Ceneri e al Venerdì Santo. 
 I canti e la poesia medievali dettero una rappresentazione fantastica della Quaresima  come una vecchia secca, stracciata, scarmigliata, parente stretta della Befana;  non è difficile vedere che sono in fondo la stessa figura.
 La Befana rappresenta l’anno vecchio che muore, la Quaresima rappresenta la vecchia stagione che morendo lascia  il posto alla nuova.
 La Quaresima era anche  considerata, nella tradizione popolare,  la moglie di Carnevale, la cui morte la costringeva al lutto e alle svariate privazioni.
 Mentre il Carnevale veniva raffigurato come un omaccione ingordo e gaudente, la Quaresima, al contrario, veniva vista come una vecchia magra e sdentata, vestita di nero.
 Una vecchia cantilena diceva: “Quaraesima secca secca mangia pane e ficusecche, cu na scella de baccalà Quaraesima po’ scialà”. 
E siccome,  in fondo,  nel Carnevale si identificavano gli uomini,   in genere,  e nella Quaresima le donne,  ancora oggi, nel nostro paese,  nel giorno di Carnevale, ci si può rivolgere in  tono scherzoso ad un uomo , dicendo : - Oggi è carnevale, è la tua festa, auguri!  E questi, rispondere,  di rimando: - Allora domani inizia la Quaresima e sarà la tua festa, sarò io a farti gli auguri!
 Qui, a Mondragone, la Quaresima era raffigurata come una bambola di pezza, vestita di nero, sospesa in aria, legata ad un filo teso da una parte all’altra della strada. Quasi in ogni rione ce n’era una. Era  quasi come una figura ammonitrice che incombeva, quasi come se dall’alto controllasse  il rispetto delle prescrizioni penitenziali.
 Ai bordi del vestito venivano appesi un pezzo di baccalà, fichi secchi, lupini, vino ecc. tutto ciò che si poteva mangiare in Quaresima, era probabilmente anche un modo per ricordarlo a tutti. 
Sotto la gonna, il fantoccio portava una patata o un’arancia in cui erano infilate sette penne di gallina, che simboleggiavano le sette settimane che separano  dalla Pasqua. Allo scadere di ogni settimana si toglieva una penna e  non è  difficile immaginare con quanta impazienza si attendeva che l’ultima penna venisse tolta per mettere fine alla penitenza. 
 Al sopraggiungere della Settimana Santa  l’arancia veniva completamente spennata e  il fantoccio veniva tolto il Sabato Santo, e con esso avveniva  la fine dei divieti, con gran  sollievo di tutti.

 

              


martedì 31 gennaio 2023

LE VITICAGLIE

  E’ proprio in queste belle giornate asciutte e soleggiate di gennaio che si potano le viti.
La potatura si fa durante la luna di gennaio per avere un raccolto abbondante.
Se non si pota, la pianta cresce molto e produce molti più grappoli ma più piccoli e poco dolci.
La potatura è importante anche per garantire la sanità della pianta perché con essa si eliminano le parti secche o malate.
I rami tagliati, da noi detti le “viticaglie” venivano, una volta, legati in fascine e si usavano sia per accendere il fuoco nel camino oppure nel forno per fare il pane. I contadini ne facevano una bella scorta perché servivano sempre.







lunedì 30 gennaio 2023

AGGIA RICJE PRIMA A MUGLIEREM

                                ( Lo devo dire prima a mia moglie)
Nell’antica società contadina tanti erano i motivi che spingevano una ragazza a volersi sposare, tra questi c’erano i genitori, che erano i primi a desiderarlo e se non accadeva naturalmente, potevano arrivare addirittura a procurare il matrimonio che ritenevano adatto a lei, ma le ragazze desideravano sposarsi anche perché temevano l’opinione pubblica, che le mortificava e discriminava.
Quando si parlava di una ragazza che non si era sposata, il primo commento era:- Uh, puvurell! Espressione, quest’ultima, che nella maggior parte dei casi, non nasceva da una vera empatia, bensì, come accade anche oggi, da certe persone, che non accettano e non vogliono vedere i propri problemi e i propri limiti e, per sentirsi superiori, cercano di sminuire l’altro.
E così poteva capitare che una ragazza sveglia e intelligente si poteva trovare davanti per tutta la vita un uomo tonto e incapace e allora toccava a lei portare avanti casa e famiglia ma poteva succedere anche il contrario.
Una volta un uomo senza lavoro, riuscì a trovarne uno.
Il datore di lavoro gli disse: - Si vien a faticà cu me, te rong 5 000 lire.
E lui: Aé, e mo che ne saccio? Aggia ì a dicje prima a muglierm!
Andò, e per quando tornò, essendo passato del tempo, l’uomo disse: - Eh, mo te pozz rà 4 000 lire.
E lui: Sì, ma nun so sicuro, aggia ì a dicje sempe prima a muglirem!
Andò e tornò e passò altro tempo.
L’uomo disse: - Mò te ne pozz rà tre.
E lui: - Sì, cert, ma io aggia ì a dicje prima a muglierem!
E se ne andò di nuovo, facendo passare altro tempo.
Quando tornò, l’uomo disse: - Mò te pozz rà duimila lire.
E lui: - E’ giust, però aggia ì a dicje prima a muglirem!
Andò un’altra volta, e più passava il tempo e più diminuiva la giornata lavorativa.
Quando tornò il padrone disse: - Mò te pozz rà 1000 lire.
Alla fine, chissà se poi è riuscito ad avere quella giornata di lavoro.

(Grazie a : Clara Ricciardone)



giovedì 19 gennaio 2023

NUN SE PIGLIAN RI CIUCCI PE NUN STRACCIA’ LE LENZOL

( Non sposano gli asini per non strappare le lenzuola)
Questo antico modo di dire mondragonese, alquanto irriverente, rivolto alle ragazze in età da marito, dice molto sulla condizione femminile di un tempo e sulla mentalità di allora.
Con esso si voleva intendere che le ragazze, pur di sposarsi, si accontentavano di sposare chiunque, pur di non rimanere sole, cioè zitelle.
La massima aspirazione di una donna era quella di sposarsi e formare una famiglia. Avere un compagno con cui condividere la vita è stato da sempre il desiderio più naturale sia per l’uomo che per la donna, nella maggior parte dei casi.
Tuttavia, se una ragazza non incontrava nessun giovane e non nasceva spontaneamente l’amore, lei sentiva ugualmente il desiderio di sposarsi perché sposarsi significava affidarsi a qualcuno che si sarebbe preso cura di lei e non solo , significava anche che qualcuno avrebbe provveduto al suo mantenimento perché un tempo era il marito che provvedeva al sostentamento della famiglia, anche se la donna lavorava ugualmente, in casa ed anche in campagna, affiancando il marito.
A conferma di ciò, c’è un altro detto, che dice: - Padre, Figlj e Spiritu Sant, aggiu truvat ru ciuccio che me camp!
Quindi il matrimonio era per lei una sicurezza affettiva ed anche economica oltre che un affrancamento dalla famiglia di origine.
Ecco perché i matrimoni non nascevano solo dall’amore ma erano combinati, suggeriti, consigliati, decisi dalle famiglie.
I genitori, se le ragazze non si sposavano, se ne rammaricavano, c’era , poi, chi le compiangeva e chi le derideva per non parlare delle limitazioni a cui andavano incontro: non si potevano vestire alla moda o truccarsi e come venivano considerate, poi: pettegole, acide, invidiose, malpensanti..
Oggigiorno, per fortuna, pare che la figura della zitella sia scomparsa , la donna che non si è sposata , è single, è libera di truccarsi, vestirsi alla moda, andare a divertirsi. E meno male, direi.
La donna, con il tempo, ha cominciato a chiedersi se vale la pena sposarsi, se l’uomo incontrato non è quello giusto, perché sacrificare una vita intera?
E poi, visto che certi matrimoni durano da Natale a S. Stefano, le donne hanno paura di legarsi e preferiscono la convivenza, così se arriva il momento di lasciarsi non si danneggia nessuno, sempre se non ci sono figli.
La donna per tanto tempo non ha avuto una vera identità né potere decisionale, non solo a Mondragone ma dappertutto, certe volte dal padre padrone si passava direttamente al marito padrone, che poteva dettare il bello e il cattivo tempo nella sua vita, sicuro della sua supremazia, solo perché portava i pantaloni.
Non dimentichiamo che noi donne, in Italia, il diritto al voto lo abbiamo avuto solo nel 1946.
La donna di oggi, raggiunta l’indipendenza economica, vuole essere se stessa, cerca di capire cosa vuole realmente e agisce per ottenerlo, non accetta più il ruolo che le impone la famiglia e la società.
La donna di oggi vuole essere protagonista della sua vita, assaporare pienamente la libertà.
Anche se non si realizza come moglie e come madre , può attingere alla tante capacità che ha ed ottenere risultati ugualmente straordinari.
Oggigiorno, qualunque sia il lavoro che vorrà fare, chi glielo potrà impedire? Si deve solo impegnare e dimostrare le sue capacità per realizzare il suo progetto di vita…
Comunque, a parte queste considerazioni, questo modo di dire conferma anche un’altra cosa: che i Mondragonesi hanno avuto sempre una lingua tagliente come una spada.



venerdì 30 dicembre 2022

GLI AUCIATI

  


Gli auciati sono dei taralli, semplici ciambelline rustiche, impastate con olio e vino, dal sapore semplice e gustoso, che si usavano fare per Natale, si fanno ancora oggi, ma sono in pochi quelli che hanno conservato la tradizione.

Sono citati anche in una strofa del Buchi Buchi, che i giovani mondragonesi cantavano il 31 dicembre,  andando di casa in casa a portare “ ru buon signale”, cioè la buona notizia della nascita di Gesù Bambino. 

 “ Ru patron de sta casa 

mo ce la caccia na bona spasa

 d’auciati e susamiegli 

e na vintina de carliniegli” ( I carlini erano monete dell’epoca). 

D’auciat e cu lu vin 

Ce ra pur tre carlin”

Per  chi vuole  vuole provare a farli, posto la ricetta:

INGREDIENTI: un litro di olio di arachidi – un litro di vino bianco – un cucchiaio di sale fino – 2 buste di pane degli Angeli – un cucchiaio di pepe – farina qb.

PREPARAZIONE: Mescolare alla farina il sale, il pepe, il lievito, fare la fontana e al centro mettere il vino e l’olio. Impastare il tutto e lasciar riposare un’ora. Formare dei cordoncini e chiuderli a forma di ciambellina. Si possono anche  intrecciare  i cordoncini,  arrotolandoli su se stessi, ovviamente se piace.  Cuocere a 180° fin quando non arrivano a doratura.

giovedì 29 dicembre 2022

RU BUCU BUC: IL CANTO TRADIZIONALE DI FINE ANNO

Tanti anni fa, la sera del 31 dicembre, giorno dedicato a san Silvestro, alcuni gruppi di giovani, muniti di strumenti musicali semplici costruiti per lo più da loro stessi, quali triccaballacche, tammorre, buchi buchi e qualche fisarmonica, si recavano di casa in casa ed eseguivano un canto tradizionale di fine anno: il buco buco, con il quale formulavano gli auguri di buon anno e a portavano “la buona notizia” della nascita di Cristo, chiedendo in cambio di ricevere la “nferta” in natura e in denaro. Era davvero una bella tradizione, un momento di aggregazione sociale che riusciva ad affratellare tutti, nello scambio degli auguri e nella speranza di un futuro migliore. Purtroppo questa festosa e allegra tradizione è scomparsa da noi mentre viene mantenuta ancora in vita a Sessa Aurunca e in tutte le sue frazioni.
Il buco buco è un tamburo dal suono basso e cupo, costituito inizialmente da una pentola di coccio, sulla quale veniva distesa una membrana animale( ad es. la vescica del maiale), legata con uno spago. Al centro poi veniva praticato un piccolo buco attraverso il quale si infilava una canna, che dopo essere stata inumidita, produceva, grazie alla frizione dall’alto verso il basso, il suono tipico del contrabbasso.
La pentola di coccio, che fu sostituita poi con un contenitore di legno o di latta, faceva da cassa di risonanza. I bucobuchisti per evitare di scorticarsi il palmo della mano utilizzavano un panno umido per frizionare la canna.
Questo è il testo del canto che alcuni ancora ricordano:

Buchi buchi santu Suluviestr
La scrippella sta sott o tiest
(Ru tiest e ru tian
E buchi buchi mast’Aitan ) Rip. 2 v
Stella stella assaje lucent
Che ri re Maggi accompagnast
(Ma li Giurei de Gerusalemm
Nun arrivavan a camminare ) Rip 2 v.
Nui simm poveri poveri
Ne venimm da Casoria
(Casoria e Messina
Simm poveri pellegrini ) Rip. 2 v.
Nuje ne venimm da luntan
P v purtà chistu buon signal
(Si permess vuje ce rat
Quanta cos che ve raccuntamm) Rip. 2 v.
Simm stat in quella rotta
Addò è nat ru Divin Agnell
Rent a ru cor de la mezzanotte
Tra ru bov e l’asinell
(Quann ru vuagli(o) stev cantenn
Gesù Crist stev nascenn) Rip. 2 v.
Ru patron d sta casa
Mo ce la caccia na bona spas
D’auciat e susamiegli
E na vintin de carlinieglj
(D’auciat e cu lu vin
Ce ra pur tre carlin ) Rip. 2 v.
Che grand’ onor ch’amm avut
Rent a sta cas simm trasut
(vuje penzat e teniteci a mment
che simm figli de bona gent) Rip. 2 v.
Ve venimm a salutare
L bbon fest v venimm a dare
Assì la ‘nfert ce mettit annanz
Facitacell priest e abbundant
(Facitacella cu l trezz
e cu tutt l cuntentezz). Rip 2 v.
Fate presto, fate presto e non tardate
Che nuje avimm da camminare
( V’auguramm bon fine d’anno
E nu buonissimo Capodanno). Rip. 2 v.




domenica 25 dicembre 2022

RI CUCUZZ DA VIGILIA

I cucuzzi sono le bucce del  giallo essiccate e mangiate fritte alla Vigilia di Natale. Sono un piatto gustoso della cucina mondragonese,  una ricetta  della cucina povera e di recupero, espressione della creatività delle donne del nostro paese, che hanno saputo trasformare le bucce di melone in un bel piatto da presentare in bella mostra sulla tavola della Vigilia.

Fare i cucuzzi,  a Mondragone, è una tradizione che persiste ancora,  ma che va scomparendo. 

Per chi si volesse cimentare nell’operazione, bisogna ricordare che in estate, quando si mangiano i meloni gialli, anziché buttare  le bucce delle fette di melone, se ne elimina la parte gialla più esterna  con il coltello e quello strato di polpa che vi era attaccata, si taglia al centro in senso verticale in modo da ottenere due striscioline, ancora attaccate in cima in modo da poterle appendere sul filo del bucato per farle seccare. Si ripete quest’operazione ogni volta che si mangiano i meloni. Quando le bucce sono tutte secche , si mettono per un po’ nel forno caldo ma spento per eliminare qualche residuo di umidità e per non farle ammuffire. 

IL giorno prima della Vigilia si mettono a bagno per una notte per farle rinvenire, poi si lessano fino a farle intenerire. 

Quando sono fredde,  si infarinano e si friggono in olio d semi .

 Si prepara poi una salsetta, facendo bollire acqua,  aceto e aglio ( 2 bicchieri di acqua e uno di aceto), appena incomincia a bollire,si spegne e si versa sui cucuzzi per farli insaporire. 

Li chiamavano “le anguille dei poveri”, riferendosi a quelle persone che non potevano comprare le anguille ma che le  sostituivano con questo  piatto altrettanto gustoso.







lunedì 19 dicembre 2022

LE FICUSECCH DE NATAL

    


Il Natale è quasi alle porte e ci apprestiamo a celebrarlo degnamente, come sempre, tra sacro e profano.

Con canti e preghiere invochiamo la venuta del Salvatore ma ci prepariamo anche con luci, alberi e presepi e quant’altro perché anche la rappresentazione esteriore con la sua bellezza contribuisce a creare un legame tra queste due realtà, che sembrano così lontane e che pure insieme danno vita ad un’essenza vera, concreta e tangibile.

Sulla tavola di Natale, poi, niente deve mancare: baccalà, pesce, dolci tipici, frutta secca ecc.

E siccome il sacro richiama sempre il profano e viceversa, la frutta secca mi riporta in mente un episodio dello scorso Natale, che mi è rimasto impresso.

Il giorno della Vigilia di Natale è venuto un amico di mio marito a farci gli auguri.

In realtà, loro due sono amici d’infanzia, hanno frequentato insieme la scuola elementare; poi, con il tempo si sono un po’ persi di vista, ed ora, ultrasettantenni, si sono ritrovati a frequentare lo stesso circolo per anziani.

Ci ha portato in dono un cestino di fichi secchi, dicendo: - Abbiamo molti alberi di fichi in campagna e per non farli andare a male, li facciamo secchi per Natale. E poi ha aggiunto: - Sai, io mi ricordo sempre quando ti venivo a chiamare per andare a scuola e la tua mamma mi dava i fichi secchi.

Ecco, in realtà, era per quello che era venuto, per ricambiare quel gesto affettuoso di tanti anni prima, che non aveva mai dimenticato.

E’ stato per noi un dono gradito e inaspettato, che mi ha fatto pensare a quanto può valere un gesto affettuoso nella vita di una persona, così come può pesare un gesto senza amore.

E’ proprio vero che nella vita tutto passa, solo il bene resta, è proprio così. Il bene che facciamo, eco e riflesso di un altro Bene, più grande, che tra poco nascerà proprio per insegnarci ad amare e che arriverà ad immolarsi per noi.

Tornando al profano, i fichi secchi affondano la loro tradizione nella cultura contadina di una volta.

A Mondragone ce n’è stata sempre grande abbondanza perché in campagna ce n’erano tanti di questi frutti e oltre a mangiarli in estate, si seccavano al sole per conservarli per l’inverno.

Si stendevano su una superficie aerata e si rigiravano di tanto in tanto, poi si infornavano per un po’, dopo la cacciata del pane, a forno tiepido, per non farli scurire troppo.

Nelle case contadine c’erano sempre, si davano ai bambini come caramelle, si mangiavano anche come spuntino, tra un pasto e l’altro.

Ricordo quando mia zia chiamava mio cugino per qualche commissione, magari per mandarlo a comprare qualcosa e lui diceva: - Se mi dai i fichi secchi, ci vado! Prima si riempiva le tasche, il golosone, e poi andava

martedì 13 dicembre 2022

QUANN VEN NATAL

  Il racconto è tratto da "La fantasia e il mito" del prof. Pasquale Schiappa

Al centro di questa storia, paradossalmente divertente, spicca non solo la stupidità della moglie che,  a causa delle  insufficienti capacità intellettive,  incorre in un equivoco ma anche il comportamento disonesto di un furfante che approfitta della situazione e la brutale aggressività del marito. 

 Un contadino aveva una moglie un po’ ritardata, che gli combinava sempre qualche guaio. Nel mese di agosto, alla fiera di S. Bartolomeo,  comprò un maialino da allevare e da ammazzare poi, nel mese di gennaio, appena dopo Natale, secondo l’usanza mondragonese. 

Passato qualche mese,  il maiale incominciò ad ingrassare a vista d’occhio e la moglie chiese  al marito: - Quann r’accerimm a ru puorc? E lui: - Quann ven Natal!  La povera donna, credendo che Natale si riferisse al nome di una persona, il giorno dopo, quando il marito andò in campagna, si mise alla finestra e a ognuno che passava, chiedeva: - Ne cumpà, ma si tu Natal?  I passanti che la conoscevano, dicevano di no e tiravano dritto .

 Purtroppo però, passò di là anche un poco di buono che,  alla domanda della donna, rispose  che era lui Natale. 

 Allora lei , tutta felice, disse: - Allor tras e accirimm a ru puorc, pecché maritm e i(o)  è da tant che te stamm aspettà!  Il furfante entrò in casa, ammazzò il maiale e ne portò via la maggior parte , lasciando poco e niente alla donna. Quando a sera tornò il marito, la moglie gli corse incontro tutta contenta. Lui, vedendola tutta eccitata, chiese: - Che è succies?   E lei: - Assi sapiss, è venut Natal e ammu ‘ccis a ru puorc! 

 Il marito, rendendosi conto dell’accaduto, l’aggredì: - Sta disgrazziat!  disse e la riempì di botte. La poverina, che non si aspettava una reazione del genere, scappò via, rifugiandosi in casa di parenti.

 Costoro, vedendola tutta livida e sanguinante le chiesero cosa fosse successo  e lei raccontò l’accaduto. Alla fine aggiunse: - Eh, chigliu disgrazziat, ma vattut e ma cacciat for? Ma iss nun sap mo che r’adda succer!  E  tirando fuori una padella da sotto al grembiule , aggiunse: - Mo voglio  veré che se ne fa de ru puorc senza a sartania! 



giovedì 8 dicembre 2022

L’ACQUA ALLA FONTANA

QUANDO SI ANDAVA A PRENDERE L’ACQUA ALLA FONTANA

Molti ricorderanno che prima di avere l’acqua corrente in casa, si andava a prendere l’acqua da bere alla fontana, ce n’erano diverse a Mondragone, dislocate in vari punti. Una si trovava a Piazza S. Francesco, proprio dove ora si trova la statua del Santo, a Sant’Angelo ne è rimasto ancora un esemplare.

Oggigiorno, per trovare una soluzione al consumo di plastica e di CO2 si ipotizza di tornare a prendere l’acqua alla fontana, ognuno con i propri contenitori.

Per questo sono nate le Casette dell’acqua, presenti anche a Mondragone. Sono pubbliche postazioni , che erogano acqua potabile di qualità, sono la versione moderna delle fontane pubbliche di una volta, ma non mi sembra che abbiano avuto molto successo.

Quando si andava a prendere l’acqua alla fontana, a volte, bisognava fare la fila perché c’erano diverse persone ad aspettare e potevano sorgere diverbi.

A tale riguardo, Enzina, un’ottantenne di buona memoria, mi ha riferito degli episodi che ci fanno conoscere più nel dettaglio episodi della vita paesana di un tempo, che non sempre scorreva pacifica.

Sua nonna Vincenzina, raccontava che quando era ragazza, una volta era andata alla fontana per attingere l’acqua e un uomo prepotente l’aveva strattonata in malo modo, dicendo: - Lev(a)t tu, c’aggia vench’io! La ragazza ci era rimasta molto male e mentre lui riempiva , lei gli aveva tirato la cannata in testa e se ne era scappata.

Da quel giorno in poi , quando andava alla fontana, nella tasca del grembiule, che si usava indossare sull’abito per non farlo sporcare, portava sempre un paio di forbicine, come arma di difesa. In quelle stesse tasche, poi, facendosi anziana, avrebbe portato solo caramelle e fichi secchi per i bambini.

Sempre Enzina racconta che a Viale Margherita, sul lato sinistro, nei pressi della macelleria D’Addio, prima della chiesa di San Rufino, c’era una fontana con una vasca sotto.

Lì vicino abitava un tale di nome Pauluccio, un po’ abbonato, che, quando andava alla fontana , voleva essere sempre il primo a riempire la cannata.

Allora per passare avanti diceva: - Aggia vench prim io pecché teng ri puciniegli sott a cov! E se qualcuno dissentiva, subito esclamava: - O’, vuò veré che te tir ru zuoccl ‘ncap? Detto fatto, mentre lo diceva già l’aveva fatto.

Per questo quando lo vedevano arrivare, gli cedevano il posto senza obiettare.

Succedeva questo ed altro per le vie dell’antico borgo….
Grazie, come sempre, a Clara Ricciardone



martedì 29 novembre 2022

VOTT(E)M CHE CE VAC E TIR(E)M CHE CE VENG

 VOTT(E)M CHE CE VAC E TIR(E)M CHE CE VENG

SPINGIMI CHE CI VADO E TIRAMI CHE CI VENGO 

Un tratto peculiare della  tradizione mondragonese, che emerge da detti e racconti, è l’ironia, con cui i nostri avi si destreggiavano tra difficoltà e momenti difficili. 

Serviva ad affrontare la vita con più leggerezza, scherzando e sdrammatizzando le situazioni, accogliendo ciò che si presentava e non opponendosi,  e nel momento stesso in cui lo si accoglieva,   lo si assimilava,  ed era,  per così dire,  già passato. L’ironia aiutava il boccone ad andar giù,  per meglio dire,   e si andava oltre..

Anche a me qualche volta capita di dover far qualcosa che, se potessi,  eviterei in tutti i modi, che non mi va proprio a genio. Allora per autoconvincermi mi dico che nella vita ci vuole coraggio … e certo e chi dice di no… oppure che la vita va presa con filosofia…  e anche con questo son d’accordo e  poi penso che  “con un poco di zucchero la pillola va giù” e anche questo può aiutare, nulla da eccepire,  ma son tutti luoghi comuni, che per quanto veri,  mica mi convincono più di tanto, alla fine quella cosa che devo fare ancora non mi va di farla. 

Ma basta che qualcuno che mi conosce, si accorge del mio indugiare, e per prendermi in giro,  mi fa: - Sé, sé, vottm che ce vac e tirm che ce veeeng! Che incomincio a ridere ed è lì che avviene il miracolo. 

 Allora mi dico, anzi dico alla mia bimba interiore, la parte più immatura di me,  perché è lei che  si è impuntata e non si vuol muovere: - Dai su, e che sarà mai questa cosa che si deve fare? Facciamo in fretta, che poi, noi, abbiamo  tante altre cose da fare!

 Allora parto e vado, come un treno, e chi mi ferma più… Vado e torno. Tutto fatto. Tutto a posto. E vado oltre..

E meno male che son nata a Mondragone…








martedì 22 novembre 2022

T’AGGIA AMM(E)ZZIA’

T’AGGIA AMM(E)ZZIA’ cioè ti devo ammezziàre

A Mondragone usiamo questo verbo quando vogliamo informare qualcuno di qualcosa che non sa, ma non solo, quando lo vogliamo mettere in guardia per prevenire qualcosa di brutto, quando lo vogliamo far riflettere su qualcosa e aprirgli gli occhi, come dire: - Stai attento, è bene che tu sappia che….
“Ammezziare”, secondo una mia personale interpretazione, deriva dall’aggettivo numerale “mezzo”.
Diciamo, ad esempio, mangiare mezzo panino o bere mezzo litro di acqua ecc.
L’aggettivo mezzo, trasformato nel verbo “a mmezziare” significa fare a metà, dividere un’informazione con qualcuno che ci sta a cuore, quindi condividere ma condividere per mettere in guardia, per proteggere qualcuno.
Può essere un genitore che vuole ammezziare un figlio, un nonno un nipote, una persona un amico per solidarietà , per affetto e così via…
Viene detto con furbizia ma a fin di bene. Sembra quasi di sentir parlare i nostri genitori, i nostri nonni, che ci tenevano ad ammezziarci perché ci volevano bene.
Questo termine ci fa riflettere sul nostro dialetto, così bello, espressivo ed immediato, che in una sola parola racchiude tanti significati.
C’è, secondo voi, un termine corrispondente italiano che voglia dire tutto questo con una sola parola? No, non c’ è.
Il nostro dialetto indica le nostre radici, la nostra appartenenza a questo luogo, ci identifica.
Amiamo il nostro dialetto e insegniamolo anche ai nostri figli perché anch’essi figli di questa terra.
I bambini devono imparare sia il dialetto, la cosiddetta “lingua materna”, che apprendono nell’infanzia e sia l’italiano, la nostra lingua ufficiale, insegnata a scuola per potersi, poi, esprimere correttamente in tutti i contesti.
Con Clara Ricciardone



martedì 8 novembre 2022

LINGUE E DIALETTO

DAL FRUTTIVENDOLO



Cari amici mondragonesi,
quando vi trovate a far compere dal fruttivendolo e sentite qualche vecchietta che sta chiedendo “nu chil de cucozz” oppure “nu poc de vas(i)nicol o de putrusin” o magari chiede il prezzo delle “percoche, o delle perzeche, delle crisomm(o)le o delle cerase", credete forse che stia parlando nel dialetto mondragonese antico? No, sta parlando in latino e greco o meglio con quello che di queste lingue è rimasto nelle nostre parlate dialettali. Non ci credete?
Zucca viene dal tardo latino cucutia, basilico dal greco antico vazilikon, prezzemolo dal latino petroselinum, pesche dal latino praecoquum che vuol dire precoce, o persica, albicocche dal greco chrysoun melon cioè frutto d’oro, cerase dal latino cerasum.
Non dimentichiamo che la lingua italiana deriva dal latino o meglio l’italiano è la lingua latina che si trasformata nel corso dei secoli, fondendosi con i dialetti parlati nelle varie zone .
Anche il greco è presente nella lingua italiana con molti termini, detti grecismi, perché quando Roma diventò una grande potenza militare e si lanciò alla conquista di tanti Paesi si dovette confrontare con la superiorità culturale della Grecia, quando, dapprima conquistò le città della Magna Grecia in Italia e poi conquistò la stessa Grecia, non potendo sfuggire così alla cultura e alla lingua greca.

venerdì 28 ottobre 2022

MARTIRI DELLE CEMENTARE

Cari amici mondragonesi,

oggi, un doveroso ricordo va ai MARTIRI DELLE CEMENTARE, che il 28 ottobre di 79 anni fa, persero la vita, vittime della furia nazista.
Il loro sacrificio rinnova ogni anno, tristezza e commozione nella nostra comunità e ci fa riflettere sulle inutili e inaudite crudeltà delle guerre.
Una preghiera spontanea si elevi al Cielo per i 17 giovani e padri di famiglia da tutto il popolo mondragonese.



Cari amici mondragonesi,
oggi, un doveroso ricordo va ai MARTIRI DELLE CEMENTARE, che il 28 ottobre di 79 anni fa, persero la vita, vittime della furia nazista.
Il loro sacrificio rinnova ogni anno, tristezza e commozione nella nostra comunità e ci fa riflettere sulle inutili e inaudite crudeltà delle guerre.
Una preghiera spontanea si elevi al Cielo per i 17 giovani e padri di famiglia da tutto il popolo mondragonese.🙏🙏🙏
Francesca Maria Miraglia, Letizia Piglialarmi e altri 18
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