mercoledì 17 aprile 2024

LE DUE IMMAGINI DELLA MADONNA INCALDANA

Come tutti sanno, nel ’54 fu eseguito il restauro del quadro della Madonna Incaldana perché il legno era fortemente corroso dai tarli e il volto della Madonna e del Bambino erano quasi irriconoscibili.
Non riuscendo a distinguere bene i lineamenti, ispirandosi ad un precedente e rozzo restauro e probabilmente anche a immagini somiglianti, si riprodusse un’immagine, su carta, della Madonna, che non corrispondeva alla versione originale, che pure si percepiva nel quadro, anche se deteriorato, come si può vedere dalle foto.
Ancora diverse famiglie mondragonesi conservano quadri con quell’immagine e c’è chi, tuttora, non essendo correttamente informato, nutre dubbi sulle due immagini.
La spiegazione corretta ce l’ha data il prof. Conti, che eseguì il restauro. Venne a Mondragone nel ’53, su invito del parroco, esaminò la Sacra Tavola e spiegò che il dipinto, opera di un ignoto artista del 1300/1400, era stato rimaneggiato nel 1600/1700.
Dal libro del prof. Sementini “Memorie sul culto di Maria SS Incaldana”, riporto le testuali parole: “ L’Effigie appariva ricoperta da una spessa patina di pasta d’olio, che rendeva quasi irriconoscibile la Sacra Icona. Chi aveva restaurato la Madonna, non sappiamo. Dovette trattarsi di un artista poco eccellente. Ebbe mano gentile, invece, l’artista primitivo; un po’ rozzo il tardivo restauratore sei o settecentesco… La S. Tavola fu fotografata ; fu rilevato ancora l’incerto stile e spiegato perché nelle immagini riprodotte su carta e su medaglie la Madonna non era bizantineggiante…. I fedeli la videro con gli occhi della fantasia e perciò ne riprodussero l’Immagine tanto differente da quella che è venuta fuori dopo il “bagno” degli elementi chimici.”
I fedeli mondragonesi, dunque, possono stare tranquilli, quella che vediamo oggi è la nostra vera Madonna Incaldana, la più bella delle Madonne bizantine che io abbia mai visto.













venerdì 12 aprile 2024

Santa Maria Incaldana

LA MADONNA INCALDANA NELLA CHIESA DI SAN FRANCESCO 
Quest’anno si festeggiano i 400 anni della discesa della Sacra Icona di Santa Maria Incaldana in città 1624-2024.
Volendo fare una ricostruzione storica più precisa e dettagliata occorre ricordare che la Sacra Icona è stata portata inizialmente nella chiesa di San Francesco e poi, in seguito, in quella di San Giovanni Battista.
Sia la chiesa di San Francesco che quella di San Giovanni Battista furono costruite dai Carafa della Stadera, duchi di Mondragone, la prima nel 1480 e la seconda nel 1593.
Già dopo l’incendio dei Turchi avvenuto nel 1560, di cui ci riferisce il Pratilli nell’opera “Della Via Appia”, pag. 241, si decise di trasferire la Sacra Icona nel centro abitato, nella chiesa dell’Annunziata, che dai documenti francescani risulta essere la chiesa di San Francesco, che inizialmente si chiamava dell’Annunziata.
Lo attestano il vescovo Francesco Gonzaga nell’opera “De origine seraphicae religionis” pag. 526 e Luca Wadding, francescano e storico irlandese nell’opera “Annales Minorum” vol. XV pag. 383.
Nel 1569, poi, arrivarono i Carmelitani a prendere possesso del Santuarietto del Belvedere e la Sacra Icona ritornò nella chiesetta restaurata.
In seguito, dopo 55 anni di permanenza a Mondragone, nel 1624, i Carmelitani furono costretti ad abbandonare quel luogo per l’eccessiva lontananza dal centro abitato e per il pericolo delle continue scorrerie dei Turchi e la Sacra Icona venne traslocata nella chiesa di San Giovanni Battista, dove rimase definitivamente.
Anche successivamente la Sacra Icona è stata custodita per un certo periodo nella chiesa di S. Francesco, dal 1834 al 1846 circa, a causa di lavori di restauro della Chiesa Madre.
Ce ne danno testimonianza alcuni documenti dell’Archivio Vescovile di Sessa Aurunca e il notaio carinolese Luca Menna nell’opera “Saggio istorico sulla città di Carinola” vol II pag. 128-129.
Il Menna racconta un prodigio verificatosi, in quel periodo, nella detta chiesa.
Nell’agosto del 1839 “una donna, di cui si tace il nome, rubò tutto o la maggior parte dell’oro di detta Sacrosanta Vergine , ch’era riposto nella sua nicchia …ma calando la donna col furto, fu assalita da colpo apoplettico e cadde semiviva in modo che carponi a terra , appena ebbe la forza di allontanarsi pochi passi dall’altare da cui era calata ; trovata la mattina in questo stato, fu interrogata ma non rispose perché priva di favella, la quale ritornata per intercessione di questa pietosa Madre, palesò il delitto, si pentì dell’errore e, dopo confessata, immantinenti nel luogo cessò di vivere”.




(Il disegno nella foto è tratto dal libro “Memorie sul culto di Maria SS Incaldana” del prof. Antonio Sementini)

venerdì 5 aprile 2024

BARZELLETTA



UNA BARZELLETTA DELLA TRADIZIONE 
Un tale, all’ora di pranzo, si accinse a mangiare il suo piatto di pasta. Si mise in piedi e con una mano si reggeva al tavolo e con l’altra mangiava.
Ad un certo punto con una mano si tappò il naso e con l’altra bevve un bicchiere di vino.
Poi, quando fu il momento del caffè, con una mano si coprì gli occhi e con l’altra lo bevve.
La moglie incuriosita lo guardava e chiese : - Ma se po sapé, che stai a fa?
E lui: - Eh, io m’aggia sta accuort pecché a ritt ru duttor che ncopp a past m’aggia mantené, lu vin n’aggia sentì manc addor, lu cafè n’aggia veré proprio e io accussì facc(io)!
La moglie replicò: - Ma verament ru duttor a ritt che e mangia' san!
E lui: - Ah, sì sì, e io accussì m'raggiu mangiato ru piatt, sanu san !!!

Aneddoto raccontato da Clara Ricciardone


 


martedì 5 marzo 2024

(RE)FRISCH A L’ ANEM DE RU PRIATORI(O)

(RE)FRISCH A L’ ANEM DE RU PRIATORI(O) 



Quest’espressione, usata dalla mamma di S. Pietro nel racconto “Io so mamma a Petr” viene considerata una buona azione.
Si tratta di un modo di dire, che si sente spesso dalle nostre parti ma anche in tutto il Sud Italia, usato soprattutto dalle persone anziane.
E’ un’espressione che si usa per esprimere soddisfazione quando si avvera un desiderio oppure quando si sblocca una situazione che sembrava avere poche possibilità di realizzazione come per dire: - Finalmente, è successo! E anziché ringraziare semplicemente, per l’incredibile contentezza si augura il Rinfresco alle Anime del Purgatorio, come se loro avessero contribuito al miracolo.
Talvolta succede anche quando si cerca di fare o dire qualcosa, che non trova riscontro negli altri e qualcuno, inaspettatamente capisce il messaggio, venendoci incontro, e allora per ringraziarlo, gli si dice: – Ah, frisch a l’aneme de tutti ri muorti tuoje!
Il “Rinfresco” delle anime del Purgatorio è una sorta di preghiera, un augurio che la persona vivente offre alle anime dei Defunti, che può essere associata ad un ‘ azione verso di essa, che può consistere in una preghiera o un atto concreto di carità o di umiltà o di mortificazione dell’orgoglio e così via. Significa che quell’azione compiuta a suffragio serve per il rinfresco ossia il refrigerio delle anime, che sono nel fuoco della purificazione.
Secondo la tradizione popolare le anime bruciano perché il Purgatorio viene visto come un piccolo Inferno, già il fatto di stare lontano da Dio è Purgatorio.
I Defunti non possono fare niente per ottenere la loro liberazione perché con la morte si rimane come si era in vita senza più la possibilità di ottenere meriti, quindi spetta a noi vivi di aiutare i Defunti con i Rinfreschi cioè con i suffragi offerti per la loro liberazione.
Spesso le anime del Purgatorio si sono fatte vedere in sogno o in visione a santi o mistici, chiedendo preghiere.
I Defunti, però, pur non potendo pregare per se stessi, possono pregare e intercedere per noi, in virtù della Comunione dei Santi, per quella solidarietà, che lega tutti i membri della Chiesa, Vivi e Defunti.
S. Teresa d’Avila diceva: - Non ho mai chiesto grazie alle anime del Purgatorio senza essere esaudita.
Talvolta si sente anche dire anche :- Uh, anem de ru Priatorio! Come espressione di grande meraviglia.
Il fatto che il Purgatorio sia spesso presente nel nostro parlare quotidiano, anche solo con detti e modi di dire, riflette un profondo sentimento di vicinanza, compassione e rispetto della pietà popolare per tutte le Anime purganti.
E’ così avvertita la compassione e la solidarietà per queste Anime che talvolta si traduce in gesti concreti.
Ad Augusta, in Sicilia, ad esempio, c’è la consuetudine di buttare acqua per le vie e davanti alle case in suffragio delle Anime del Purgatorio con lo scopo di dare loro un po’ di rinfresco nel bel mezzo del caldo estivo.
A Napoli da tempo è diffuso l’antico culto delle Anime Pezzentelle, che si svolge nel Cimitero delle Fontanelle, un ossario sorto nel XVI sec. quando la città fu flagellata da rivolte popolari, carestie, terremoti, eruzioni del Vesuvio, epidemie. Qui furono raccolti i cadaveri delle vittime.
Per la pietà popolare diventano oggetto di culto le Anime anonime, quelle abbandonate e senza nome, quelle i cui corpi furono sepolti nelle fosse comuni.
Il rapporto si stabilisce attraverso l’adozione di un teschio, che secondo la tradizione, è la sede dell’anima, che viene scelto, curato e accudito in apposite nicchie con fiori, ceri, preghiere.
L’Anima Pezzentella (dal latino petere, che significa chiedere per ottenere), invoca il Refrisco cioè il suffragio e colui che l’ha adottata, chiede grazie e favori.




sabato 24 febbraio 2024

I(O) SO MAMMA A PETR



"I(O) SO MAMMA A PETR"

La tradizione popolare mondragonese, attraverso semplici racconti, legati al mondo contadino, ci presenta spesso grandi verità, perle di saggezza da tutti universalmente riconosciute, su cui riflettere.
In questo racconto anche la mamma di S. Pietro deve fare i conti con la nostra tradizione, a dimostrazione del fatto che per ottenere il Paradiso non ci sono né favoritismi né raccomandazioni.
Secondo un’ antica leggenda diffusa in tutta Italia, la mamma di S. Pietro non era una brava persona. Quando morì, andò all’Inferno e trovandosi tra le fiamme e in mezzo ai dannati, chiamò il figlio, pensando che tanto lui aveva le chiavi del Paradiso e quindi poteva farla entrare.
San Pietro si rivolse al Signore, il quale chiese:- Ma tua madre ha fatto perlomeno qualche buona azione durante la vita?
San Pietro, a sua volta, lo chiese alla madre, che disse:- Veramente no, nun aggiu fatt le bon azion, ma aspett, però mo che me ricord, na vot steva a lavà le cipoll rent a nu riv e na col de cipoll carett rent all’acqua e io riciett “ Frisch all’anem de ru Priatorio!”
Così avvenne che la donna, aggrappandosi a quella esile coda di cipolla, iniziò a salire verso il cielo.
Le persone che la vedevano, per andare in Paradiso, incominciarono ad aggrapparsi a lei, chi ad una scarpa, chi al vestito, chi ad una manica e tiravano, tiravano.
E lei infastidita, cercava di divincolarsi e diceva:- Lassate, lassateme, io so mamm a Petr, io so mamm a Petr! Voleva dire che solo lei poteva salire in Paradiso perché era la mamma di S. Pietro.
Alla fine, però, tra lei che cercava di divincolarsi e quelli che da sotto tiravano, fecero un gran trambusto e caddero tutti a terra e nessuno andò in Paradiso.
Ovviamente che la madre di S. Pietro non fosse una brava persona non risulta da nessuna parte ma per la nostra fantasia popolare serviva proprio lei per dimostrare che neanche i vincoli di sangue possono servire per andare in Paradiso né astuzie umane come quelle di chi si aggrappava a lei, ben altre sono le strade da percorrere.
Grazie sempre a Clara Ricciardone

Questa leggenda è diffusa in molte parti d'Italia anche nel nord con l'aneddoto  "Viene fuori la vecchia" "Ven fora la vecia"




lunedì 19 febbraio 2024

LE CORD PA CHITARR


Un giorno due amici mondragonesi s’incontrarono e uno dei due disse che doveva andare a Napoli per lavoro. Allora l’altro, approfittando della situazione, disse: - Vist che te truov a gghì a Napul, me vuò fa nu piacere? Me può accattà le cord pa chitarra, che se so rott? L’amico disse di sì ma, quando si incontrarono di nuovo, disse che lo aveva dimenticato e, siccome andava a Napoli ogni giorno, l’altro lo pregò di nuovo: - Mò, te raccumann, nun te scurdà! -No, no! rispose.
Dopo qualche giorno, quando si rincontrarono l’amico chiese : - Me le purtat le cord pa chitarra? - No, nun me ricje nient, io m’aggiu scurdat n’ata vot!
Aé, e che casp(i)t, mò te raccumann, sta vot nun te scurdà chhiù! Anz, mò te rong pur ri sord!
E l’amico: - Ah, mò sì che vuò suonà!!!

Grazie sempre alla carissima Clara Ricciardone



lunedì 12 febbraio 2024

Tradizioni di Carnevale

A quanto pare, dell’antico Carnevale contadino, non sono rimaste solo lasagne e tabacchere ma anche il caro Carnevale “scialone scialone”.
Grazie a Stefanuccio che continua le nostre tradizioni.

(Foto di Angelo Razzano)

IL CARNEVALE SCIALONE SCIALONE DELLA TRADIZIONE MONDRAGONESE
Il Carnevale è una festa legata alla religione cristiana e collegato alla Quaresima e alla Pasqua.
Il termine Carnevale deriva dal latino carnem levare cioè eliminare la carne perché in Quaresima c’era il divieto di mangiare carne.
Se oggi è proibito mangiare carne solo il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì santo, una volta era proibito per tutta la Quaresima.
Ecco perché il Martedì di Carnevale era l’ultimo giorno in cui si poteva allestire un banchetto e abbuffarsi prima del periodo di astinenza e digiuno quaresimale.
La Quaresima era il periodo peggiore dell’anno, il freddo aumentava nel periodo di fine inverno, era proibito cantare e ballare, i coniugi non potevano avere rapporti sessuali, le carni erano bandite dalla tavola, le uova si dovevano conservare per la Pasqua e quindi non si potevano mangiare. Le aringhe, lo stoccafisso e il baccalà comparivano perlopiù sulla tavola contadina come secondi piatti, insieme a sarde e alici oltre alle zuppe fatte con ortaggi, legumi, erbe di campo e tanta verdura, soprattutto broccoli .
Si diceva infatti:
“ Vruocc(o)l de rap e vruocc(o)l de foglie
e a Quaresima s’arravoglia”
Ecco perché prima della Quaresima era previsto un periodo per soddisfare tutte le voglie, e i peccati di gola ed erano permessi come anche tutti i comportamenti trasgressivi, la libera espressione, il mascheramento ecc purché confinati in un ambito spazio temporale decretato dalla tradizione, quello appunto del Carnevale.
La tradizione popolare mondragonese ha personificato questo periodo dell’anno con il personaggio di Carnevale scialone scialone, un fantoccio riempito di paglia con l’aspetto tipico di un uomo, pressappoco un contadino delle nostre zone.
Carnevale veniva definito scialone scialone perché veniva visto dalla gente come un uomo gaudente, che pensava solo a mangiare e a dissipare. Dalle tasche e dal taschino ancora fuoriescono pezzi di salsiccia e ventresca, che non aveva finito ancora di mangiare.
Nel nostro dialetto scialare vuol dire godere in abbondanza, senza limiti e misure, di qualcosa. Si può scialare, ad esempio, di denaro, di sonno, di vino ecc, nel caso del cibo scialare vuol dire mangiare a dismisura, senza freni ed è per questo che Carnevale muore.
La parola scialone viene da scialare, verbo che deriva dal latino (e)xhalare, che vuol dire espirare, emettere, cioè metter fuori tutto, si dice infatti “ha esalato l’ultimo respiro” e da qui consumare tutto, spandere con larghezza, in maniera illimitata.
Il pupazzo, simbolo del nostro Carnevale, veniva messo seduto fuori ai portoni, con il giornale in mano, il cappello in testa e la pipa in bocca. Tutti i passanti si soffermavano e fingevano di piangere la sua morte.
Nel lamento funebre si fingeva di chiedere a Carnevale perché fosse morto come se non se ne conoscesse il motivo ma poi lo si derideva, dicendo che si era venduto perfino i pantaloni per il cibo.
Prima della morte diversi medici erano venuti al capezzale del moribondo per individuare la causa del suo malore.
Al caro Carnevale si cantava così:
Carnevale pecché si muorto?
E manneggia chi t’è muorte!
Di gioia di gioia
e chille mo more e chille mo more e collera! Rit.
Carnevale scialone scialone
S’è ‘mpignato ru cauzone
Di gioia di gioia…..
Carnevale scialone scialone
Sa cacat ru cauzon
Di gioia di gioia…
Si sapevo che tu murive
T’accerev n’ata gallina
Di gioia di gioia……
E’ venut ru mierec de Casanov
A ritt che Carneval mo se mor
Di gioia di gioia…
E’ venut ru mierec deTraett (antica Minturno)
A ritt che Carneval ten ru mal ‘mpiett
Di gioia di gioia…
E’ venut ru mierec de Sparanis
A ritt che Carneval mo mor accis
Di gioia di gioia …
E’ muort è muort,
E ancor ncriccat ru ten!(allusione)
Ru che?Ru che? Ru cuoppl ncap!
Di gioia, di gioia…
A piangere la morte di Carnevale, tra gli altri, c’era anche la moglie, la Quaresima, una donna alta, magra e denutrita, tutta vestita di nero, simbolo delle privazioni, della penitenza e del digiuno quaresimale, che rappresenta.
Verso sera il pupazzo di Carnevale veniva caricato su una “trainella ”e portato per le strade del paese accompagnato da finti ed esagerati lamenti e pianti di persone travestite. La festa si concludeva con il dare fuoco al fantoccio e questo costituiva anche un augurio per il nuovo anno da poco iniziato.
(La trainella era un piccolo calesse, un veicolo a due ruote per il trasporto di persone, generalmente trainato da un asino ma veniva anche portato a mano per il trasporto di merci, quali farina, fagioli ecc)
Grazie alla sig.ra Marianna Campanile

sabato 3 febbraio 2024

II CANTO DEI BRIGANTI

 


II CANTO DEI BRIGANTI

Il cui testo è andato completamente perduto, consisteva nella rappresentazione di scenette, pazzìe, come si chiamavano qui da noi, che si improvvisavano per strada, a Carnevale, sempre ad opera di soli uomini e che scherzavano sulla figura dei briganti che, imboscati nei boschi o sulle montagne, aspettavano l’arrivo di qualche signore per derubarlo ed anche per ucciderlo, pur avendo preso il bottino, per la paura di essere denunciati.Riproporre attraverso un evento ludico e popolare come il Carnevale la maschera e la figura del brigante diventava uno strumento per raccontare un pezzo di storia del nostro territorio, per riproporre una realtà storica quasi dimenticata ma che ha segnato profondamente tutto il Sud Italia, il fenomeno del brigantaggio postunitario, nato per diversi motivi: la non accettazione del governo dei Piemontesi e del nuovo Stato formatosi, il servizio di leva obbligatoria, che durava anni, la mancata distribuzione delle terre ai contadini ecc. .
Era, quindi, anche un modo, si potrebbe dire, per esorcizzare la paura dei briganti che avevano infestato il nostro territorio.
Qualcuno ancora ricorda che gli attori si ricoprivano con foglie e rami di piante per mimetizzarsi con la natura, proprio come facevano i veri briganti.

Vi metto il link della canzone BRIGANTE SE MORE cantata da Eugenio Bennato, composta anche con la collaborazione di Andrea Nerone, nostro concittadino.

giovedì 1 febbraio 2024

LU SANGU(E) S’AMMAZZ(E)CA E (NU)N SE SPUTA


Il sangue si mastica e non si sputa. E’ un modo di dire non solo mondragonese ma napoletano, secondo cui i legami di sangue non si possono mai rigettare, qualunque cosa accada.
A proposito di questo detto popolare mi è stato raccontato un episodio da più di una persona per cui presumo che sia vero.
Due fratelli abitavano nello stesso portone, in due appartamenti, uno a destra e uno a sinistra. Per qualche litigio o incomprensione non si parlavano da tempo.
Un giorno il suocero di uno dei due andò a trovare la figlia e disse al genero: - Chigliu scem de fratet a parchiggiat a lambretta stort e io nun riuscev a trasì rent a ru purton cu a machin!
E il genero: - E comm ve permettit? A fratm sul io ru pozz chiamà scem! Vuje chi sit?
Passarono pochi giorni e l’uomo lasciò la moglie.
Non mi permetterei mai di dare giudizi sull’accaduto perché siamo umani e tutti sbagliamo continuamente, solo vorrei far osservare che tanti matrimoni finiscono per l’intromissione, nel rapporto matrimoniale, della famiglia di origine, sia da parte del marito che della moglie e giudici e avvocati ne sanno qualcosa.
Ricordo un altro detto, che ho letto in un libro del prof. Schiappa sui proverbi CHELL DE RU LIETT TE FA SCURDA’ CHELL DE RU PIETT! Quella del letto, cioè la moglie, ti fa dimenticare quella del petto, cioè chi ti ha allattato ossia la madre.
Secondo questo detto il marito per compiacere la moglie diventa irriconoscente verso la madre.
Come si può vedere, anche la tradizione popolare si divide su questo antico dilemma e si contraddice, tendendo ora da una parte, ora dall’altra.
Così come l’uomo che, tra la famiglia di origine e la nuova famiglia che ha formato, non sempre è in grado di essere imparziale e giusto, facendo soffrire ora l’una, ora l’altra parte.
Grazie a Clara Ricciardone



mercoledì 31 gennaio 2024

LE PAZZIE DI CARNEVALE

Quest’anno il Carnevale comincia il 28 gennaio, che coincide con la terza domenica prima dell'inizio della Quaresima. A Mondragone, un tempo, quando arrivava il Carnevale, si facevano le PAZZIE, una sorta di rappresentazione teatrale tra la farsa e la commedia, ispirata a fatti reali, che, attraverso la comicità, avevano lo scopo di divertire lo spettatore ma anche di farlo riflettere su qualche aspetto della realtà. La parola pazzìa, che in italiano significa follia, nel dialetto mondragonese vuol dire gioco, scherzo, anche il verbo pazziàre ha lo stesso significato mentre la parola pazzia o follia si esprime con il termine pazzarìa.
Le PAZZIE si rappresentavano sia per strada che nelle case private e gli attori improvvisati, che erano solo uomini, perché la presenza femminile non era consentita, si dovevano preparare per tempo per imparare battute e calarsi nei personaggi.
Una di queste PAZZIE aveva per titolo SCIALL E LUSS E PETTENESS e si ispirava ad una canzone napoletana molto in voga un tempo, dal titolo A LUCIANA, cantata da molti cantanti famosi, quali Renato Carosone, Sergio Bruni, Nino Taranto, Claudio Villa, ecc.
Nel ’54 è stato girato anche il film LA LUCIANA, ispirato alla canzone.
Nella canzone si parla di un giovane che vede passare una bella donna e se ne innamora.
E’ chiamata “la Luciana” in quanto le Luciane erano le donne di S. Lucia, delle quali si celebrava la bellezza in poesie e canzoni.
La donna indossa uno scialle di lusso e una pettenessa, che è un classico fermacapelli, realizzato in materiale pregiato , utilizzato dalla donna per fermare i capelli ma che, nel testo, ha un significato allusivo- sessuale.
Dalla canzone i Mondragonesi avevano ricavato un testo teatrale, in cui si raccontava che il giovane protagonista si era innamorato della bella Luciana, che era già fidanzata ed era riuscito a conquistarla ma poi, successivamente, per gelosia, l’aveva uccisa, andando in carcere.
Inizialmente le parole cantate sono le stesse della canzone:- Sta Luciana che passa e spassa, sciall e luss, petteness…
Quando, poi, il protagonista è in carcere, rivolgendosi alla donna, canta:
- Calamita d’oro,
chell che e fatt a me nun to perdon!
E poi ancora: - Teng a mammà malat
che me chiamm e m’aspett,
io stong ccà e nun a pozz ì a salvà,
Io stong carcerat e mamm more
voglio murì pur io primm e stasera!
Ohi, carcerieru mij, ohi carcerier,
famm na carità, famm ì a vasà a mammà!
Alla fine della rappresentazione, poi, si faceva il ballo della treccia d’amore.
Intorno ad un palo erano attaccati nastri di vari colori e c’erano sei coppie, che saltellavano intorno al palo e che, a suon di musica, intrecciavano i nastri.
Si credeva che se, alla fine, l’intreccio era riuscito bene, il matrimonio delle coppie sarebbe andato a buon fine e quindi nel ballo oltre al divertimento, si vedeva anche un presagio, una previsione del futuro matrimonio.
Ringrazio la sig. ra Gina Maratta, che mi ha fornito queste dettagliate notizie.
Come molti ricorderanno, lei aveva creato un gruppo folcloristico “I RAGAZZI DEL PETRINO”, che per diversi anni si sono esibiti con canti, balli e costumi d’epoca, facendo conoscere a tutti il nostro patrimonio culturale di provenienza.


domenica 31 dicembre 2023

RU TORT(A)N(O) CU LE NOC(I)

RU TORT(A)N(O) CU LE NOC(I) E’ uno dei dolci natalizi della tradizione mondragonese.

Credo di non poter essere smentita se dico che è solo mondragonese perché non mi risulta che dalle altre parti si faccia un dolce proprio come il nostro.
Si tratta di una sorta di ciambellone, ottenuto da un impasto di pasta frolla, che viene stesa con il mattarello fino ad ottenere una sfoglia non troppo sottile, sulla quale vengono cosparsi gherigli di noci e miele. Si arrotola la sfoglia su se stessa, formando il tortano, di forma circolare.
INGREDIENTI: 2 uova- 250 g di zucchero- 200 g di sugna-scorza di limone grattugiato- un po’ di liquore a piacere- vaniglia- 10 g di bicarbonato- 12 g di cremore di tartaro ( io ho sostituito con una busta di lievito Pane degli Angeli) 250 g di latte- 700 g circa di farina.
RIPIENO: 1 kg di noci circa – 250 g di miele
ESECUZIONE: Fare la fontana con la farina sul tavolo, al centro aggiungere gli ingredienti ed impastare.
Per facilitare, l’operazione si può fare anche in una ciotola, aggiungendo gli ingredienti alla farina e poi impastare sul tavolo.
Mettere l’impasto a riposare qualche ora. Stendere il panetto con il mattarello in una sfoglia non sottile , cospargere di noci tritate e miele, facendo attenzione a non arrivare ai bordi.
Arrotolare la sfoglia su se stessa, stando bene attenti a chiudere i lembi della sfoglia sia sul lato lungo che sui due lati corti per non fare fuoriuscire il miele durante la cottura.
Deporre delicatamente in una teglia imburrata e infornare a 170 per un’ora circa.
Consiglio di mettere la carta forno nella teglia sotto al tortano perché, se fuoriesce un po’ di miele, sarà più facile capovolgerlo.
Dopo la cottura, quando è freddo, si può anche decorare con la glassa e con confettini colorati o altro , come ho fatto io per renderlo più natalizio ma consiglio di gustarlo in purezza, senza glassa, per assaporare meglio le noci croccanti e dal gusto un po’ amarognolo, che, unito alla dolcezza del miele, crea un connubio di sapori gustoso e particolare per non parlare della frolla, profumata e molto morbida perché c’è l’aggiunta del latte e soprattutto della sugna, che rende l’ impasto più soffice rispetto al burro.
In questo tortano si ritrovano davvero i sapori di un tempo, sapori della terra mondragonese, che non si trovano in pasticceria.







mercoledì 6 dicembre 2023

MO SE NE VENE LOCCU LOCC

MO SE NE VENE LOCCU LOCC ...




A Mondragone si usa quest’espressione per indicare qualcuno che procede lento lento, senza preoccuparsi di nulla, con calma e senza pensieri, come chi si finge allocco per fare qualcosa a cui tiene senza farsi scoprire.
L’allocco è un uccello rapace notturno piuttosto grande, è alto circa 40 cm e può arrivare a pesare fino a 600 grammi, la femmina è più grande del maschio.
L’uccello, le cui penne hanno un colore tra il grigio e il rossastro, quando avverte la presenza di altri allocchi nel suo territorio, si mette a cantare per dissuadere l’intrusione.
I suoi grandi occhi rotondi, fissi e poco espressivi gli conferiscono un’espressione sciocca e probabilmente proprio questo sguardo apparentemente perso nel nulla ha indotto la gente a pensare che fosse un animale poco intelligente quando, in realtà, è un formidabile predatore.



sabato 18 novembre 2023

LA GATTA DEL PETRARCA

Tutti conoscono il famoso poeta del ‘300, Francesco Petrarca, il suo amore per Laura, decantata nelle sue più belle poesie.
Negli ultimi anni di vita Petrarca si ritirò a vivere in un paesino, sui Colli Euganei, in provincia di Padova, che da lui prende il nome, Arquà Petrarca, che io ho avuto la fortuna di visitare.
Non tutti sanno che un giorno gli si presentò una gatta a tenergli compagnia e per lei il Poeta arrivò a provare un affetto così profondo da paragonarlo all’amore per Laura.
Lo scrisse lui stesso in una lettera, indirizzata all’amico Giovanni Boccaccio: - Laura, l’amore della mia vita, che la peste mi ha portato via già da un’ eternità, ad Avignone, ancora adesso, dopo molto tempo dalla sua morte , è la regina incontrastata del mio cuore. Eppure un giorno, ormai quasi due estati fa, una gatta è entrata a far parte della mia vita, insidiandone il primato. Da allora, questi due esseri si contendono lo scettro del mio cuore, combattendo una lotta travagliata, che ancora non ha un vincitore sul campo di battaglia dei miei pensieri e dei miei sentimenti.”
E poi prosegue con la descrizione della gatta: - La gatta ha macchie di tre colori diversi, come pochi in questa zona, zampe lunghe e carattere dolce. Il suo mantello è morbido come la più raffinata delle sete ma sono gli occhi, quel che la rende speciale. .. Il suo occhio sinistro è verde brillante come un lago di montagna, l’altro è del misterioso colore dell’ambra luccicante. E’ entrata nella mia casa e nel mio cuore un bel giorno d’estate mentre stavo completando la mia raccolta “De viris illustribus”.
E prosegue: - …. I libri sono stati sempre l’amore della mia vita. Per questo quando morirà sarà imbalsamata e la sua memoria onorata per sempre. .. Ti farebbe piacere comporre un epigramma (breve poesia) per l’epitaffio? ( versi per la celebrazione di un defunto) Te lo chiedo come mio ultimo desiderio, io non sono nella condizione di farlo. La amo troppo e non potrei celebrare la sua morte prima del tempo.
Boccaccio non riuscì ad il desiderio del poeta ma alla fine del ‘500, uno dei proprietari successivi della casa espose in una nicchia, conservata in una teca di vetro, una gatta imbalsamata, in ricordo della gatta del Petrarca.
La casa, oggi di proprietà del Comune di Padova, è sempre meta letteraria di tanti visitatori, curiosi di vedere l’ultima dimora del grande poeta.






mercoledì 8 novembre 2023

A IATT DE P(E)TT(E)NINCELL SE MANGIAV TRE QUART D’ALIC(I) E PESAV MIEZU CHIL

La gatta, che ha dato origine a questo detto, apparteneva alla signora Concettina D’ Ambrosio, soprannominata P(e)tt(e)nincell, titolare di una merceria, che si trovava quasi di fronte alla chiesa del Vescovado.
Si trattava di una merceria storica, quasi sicuramente la prima ad essere aperta nel paese, attiva fino a non molti anni fa.
La gatta si metteva spesso sul bancone del negozio e la padrona se l’accarezzava di tanto in tanto.
La sua presenza era familiare per le persone, che entravano a far compere, chiedevano di lei, le facevano i complimenti e la padrona: - Chesta ccà? Ciert vot me vuard cu ciert uocchie! Ri manc sul a parol!
Una volta la gatta ebbe problemi di salute e non riusciva ad aumentare di peso, da qui nacque scherzosamente il detto secondo cui pesava di meno di quello che mangiava.
Senza saperlo, attraverso il detto, era diventata popolare, tanto che una volta fu citata durante una compravendita di fagiolini.
Negli anni ’60, nei mesi di maggio/giugno avveniva la lavorazione dei fagiolini da mandare nel Nord Italia, che avveniva nei magazzini ma anche sotto ai portoni di case private.
Un giorno, sotto ad un portone di Via Venezia, mentre le donne incestravano, cioè sistemavano i fagiolini nei cassettini , i compratori pesavano i sacchi di fagiolini con la stadera o con la bascuglia e siccome un compratore disonesto, con astuzia, aveva messo “a Marunnell” sotto la stadera, cioè una calamita raffigurante la Madonna per diminuire il peso, avvenne che il contadino venditore si accorse che i suoi fagiolini pesavano troppo poco rispetto alla quantità ed esclamò: - E c(he)’ ammu fatt ccà? A iatt de P(e)tt(e)nincell, che se mangiav tre quart d’alici e pesav miezu chil? 
Non ci si meravigli che una gatta con la sua simpatia sia entrata a far parte della tradizione popolare mondragonese perché gli animali domestici, con cui condividiamo la vita, non solo ci offrono compagnia ma ci danno tanto affetto e amore sincero e incondizionato da essere considerati come persone di famiglia e si soffre per la loro dipartita come per le persone care.
Grazie sempre a Clara Ricciardone 



giovedì 2 novembre 2023

LA PROCESSIONE DEI MORTI

LA PROCESSIONE DEI MORTI 



In passato si credeva che nella notte tra il primo e il due novembre i Morti ritornassero, in processione, nelle loro case, tra i propri familiari e che vi rimanessero fino all’Epifania.
Per questo c’è un detto che dice:
“Le fest iessen e venessen
Ma Pasca Epifania nun mai veness”
Perché i Morti, in quella data, dovevano andar via ma non volevano mai separarsi dai loro cari.
(L’Epifania è considerata la prima Pasqua, la seconda è la Pasqua di Resurrezione, la Pentecoste è la terza, detta anche Pasqua rosata)
Nella notte di Ognissanti si accendeva una candela per far luce alle anime che ritornavano sulla Terra, e sulla tavola, si metteva un piatto con il pane e il bicchiere con l’acqua per permettere al defunto di rifocillarsi dopo il lungo viaggio.
A tale proposito riporto un racconto riferitomi stamattina.
Ad una mamma era morta una figlia giovane. La donna piangeva giorno e notte e non riusciva a darsi pace.
Arrivò il primo novembre e lei sapeva che doveva passare la processione dei Morti, si mise fuori al portone ad aspettare, per vedere la figlia. La processione passò ma la figlia non c’era.
Mentre aspettava guardò in lontananza e la vide, con una brocca sulle spalle, che camminava e si affaticava perché la brocca era pesante.
Quando si avvicinò, la madre le disse: - Figlia mia, io t’apettav, pecché nun stiv mmiez agl’at?
La giovane buttò a terra la brocca piena di lacrime ed esclamò: - Pe colpa toje nun pozz sta mmiez all’assemblea! Bast! Nun cia faccio cchiù!
La donna capì, e da allora non pianse più, pregava soltanto per l’anima della figlia.
La perdita di una persona cara è sempre un evento traumatico, ci vuole tempo per accettarla e solo stando in quel dolore per tutto il tempo necessario, ma non oltre, si può riflettere su ciò che è accaduto e trovare la forza di andare avanti.

venerdì 27 ottobre 2023

L’ORAZIONE DI SAN SIMONE

 Il 28 ottobre la Chiesa ricorda la figura di S. Simone apostolo insieme a S. Giuda Taddeo.


A Mondragone, quando si era affetti da dolori addominali, si ricorreva a qualche donna che conosceva l’orazione di san Simone "pe ingiarmà ru maistrone" cioè per far passare il mal di pancia.
La parola inciarmare nel dialetto napoletano derivava dalla lunga dominazione francese a Napoli e denotava l’incantesimo dei serpenti; poi con il tempo, passò a designare l’operato del ciarlatano e dell’impostore.
A Mondragone l’ inciarmatore era la persona che con preghiere e rituali curava e guariva le malattie, segnando, facendo cioè segni di croce sulla parte ammalata. Non era difficile trovare in ogni famiglia qualche zia, mamma o nonna che avesse la virtù di curare alcuni mali, tra cui il mal di pancia. L’ “inciarmatrice” faceva distendere l’ammalato e massaggiando la pancia con dell’olio di oliva recitava o meglio mormorava sottovoce l’orazione perché le parole non fossero sentite né divulgate.
Santu Simone in pellegrinaggio jeva
A casa de nu cuntadino s’alluggette
Maritu roce e mugliera amara
Lietto de paglia e vrole de ciceri
Maistrone fatti llà
San Simone andava pellegrino (forestiero).
In casa di un contadino s’alloggiò
Marito dolce e moglie amara
Letto di paglia e acqua di cottura di ceci
Mal di pancia vai via
L’ episodio narra di san Simone, che, pellegrinando, chiese ospitalità in casa di un buon contadino che aveva, però, la moglie malvagia. La donna, avara e inospitale, offrì a san Simone solo un giaciglio di paglia per dormire e al posto del cibo solo acqua di cottura dei ceci, provocando in lui il mal di pancia, causato dal digiuno, che è non riferito nel testo, ma sottinteso.
Ecco perché la donna guaritrice, rievocando questo episodio con fede e devozione, intima al mal di pancia di andar via.
Anche in Sicilia si recitava un’orazione simile.
La somiglianza delle due orazioni sta a dimostrare che talvolta alcune tradizioni nascono da riti e formule precedenti, di cui si è venuti a conoscenza e dalla continua mescolanza di culture, che arricchisce le tradizioni autoctone, come da sempre è avvenuto nella storia dell’umanità.
San Simone veniva soprannominato “Cananeo” o “Zelota” per distinguerlo da Simon Pietro. Il Vangelo parla poco di lui, ma sappiamo che faceva parte del gruppo degli Apostoli. Ricevuto, insieme agli altri, lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, predicò la Parola ai popoli dell’Egitto e della Mauritania. Recatosi in Persia, fu assalito e crocifisso da sacerdoti idolatri.
San Giuda fu soprannominato “Taddeo” per non confonderlo con Giuda, il traditore di Gesù. Era figlio di Cleofa e Maria, una cugina della Vergine. Predicò nelle Indie, in Samaria, in Siria e in Persia , dove subì il martirio , suggellando con il sangue i suoi insegnamenti.
( Ringrazio @Andrea Capuano, appassionato studioso di folclore e cultura mondragonese, che mi ha fatto conoscere quest’antica orazione).

lunedì 16 ottobre 2023

COMM STAJE ‘NTUFAT!

COMM STAJE ‘NTUFAT! E’ un’espressione che si usa a Mondragone ma anche nel Napoletano, quando si vede qualcuno arrabbiato, talmente pieno di astio che sembra stia per scoppiare.
Amedeo Colella, scrittore e umorista napoletano ci riferisce che deriva dal termine “tofa”, una grossa conchiglia, alla cui estremità, un tempo, veniva praticato un foro, nel quale si soffiava, immettendo fiato, per suonare, come si fa con il corno.
Non era semplice suonare la tofa, bisognava soffiare con forza, le guance si gonfiavano a dismisura fin quasi a scoppiare, e da qui nasce l’espressione “ntufat” che vuol dire, appunto, troppo pieno di rabbia o comunque di malcontento.
La tofa, che dal punto di vista etimologico, deriva dal termine osco-sannita “tufa” che vuol dire conchiglia, è stata la prima forma di radio marittima perché veniva usata come strumento di comunicazione.
Nei secoli scorsi, quando una piccola flotta andava a pescare, se una delle imbarcazioni individuava il banco di alici o di altro pesce, lo comunicava a tutte le altre, suonando la tofa.
I marinai vendevano le tofe ai contadini, che le usavano come sirene.
Quando, infatti, si mettevano a seccare i fichi secchi, i pomodori o altro, essi suonavano la tofa per avvisare le famiglie che bisognava metterli al riparo perché stava arrivando il maltempo dal mare.
A Napoli , nei Quartieri Spagnoli c’è addirittura un “Vicolo della tofa”, cosiddetto perché da lì, guardando verso il mare, si inquadrano le sirene delle navi, dette tofe.



mercoledì 11 ottobre 2023

SEMPRE IN VIAGGIO…

  Siamo sempre in viaggio in questa vita, sempre in cammino.
Si dice che la vita stessa sia un viaggio, un meraviglioso viaggio, nonostante i problemi e le difficoltà, un viaggio che ricomincia ogni giorno per imparare, per mettersi alla prova e realizzare i propri sogni e il proprio destino, un viaggio alla scoperta del mondo e un altro dentro di noi.
Il viaggio più impegnativo e a volte più doloroso è senza dubbio quello che facciamo dentro di noi per andare a guardare le nostre profondità, per cercare la verità nella nostra storia, per conoscerci e per conoscere meglio così anche gli altri, per vedere le nostre ferite e per curarle con amore e guarirle, perché se quelle ferite non dipendono da noi, la loro comprensione, la guarigione ed evoluzione sì, dipendono proprio da noi, per guardare negli occhi le nostre paure e chiamarle per nome, perché grazie ad esse abbiamo sperimentato la nostra forza, ed è da lì che è nato il nostro coraggio, per guardare quel dolore che ci accompagna da tempo, per accoglierlo e parlargli perché questa è la via della guarigione, per entrarvi dentro senza paura di attraversarlo, per sentirlo proprio tutto, per tutto il tempo necessario, ma senza rimanervi impantanati, per potergli dire che abbiamo capito il messaggio e che lo ringraziamo per ciò che ci ha voluto dire ma che ora può andare, non ne abbiamo più bisogno.
E’ un viaggio lungo, ci vuole pazienza ed umiltà ed un allenamento continuo.
“Conosci te stesso” diceva Socrate e sant’Agostino aggiungeva “Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità”
E’ un viaggio che ci tocca fare se non vogliamo rimanere dei perfetti sconosciuti a noi stessi, se vogliamo vedere il cambiamento, se vogliamo migliorarci e vivere con consapevolezza e non reagire inconsapevolmente.
L’importante è iniziarlo questo viaggio e come diceva il saggio Lao Tzu “Anche un viaggio di mille miglia incomincia con un singolo passo”. Poi il resto viene da sé, un po’ alla volta, passo dopo passo.






PER LE VIE DEL BORGO

  Non sempre la vita scorreva tranquilla, a volte la litigiosità era all’ordine del giorno, quando persone dal carattere molto permaloso e risentito, vedevano l’offesa anche dove non ce n’era neanche l’intenzione.
A tale proposito, riporto integralmente un episodio, raccontato da Maria Miraglia, che ringrazio
per avercelo fatto conoscere.
Si racconta che nei pressi del santuario di S. Maria Incaldana abitavano due famiglie, una di fronte all’altra, in cui erano le donne a prevalere per numero, e non passava giorno che non litigassero.
Le cause erano spesso insignificanti, bastava un po’ d’acqua buttata in strada in malo modo, una parola detta di troppo per scatenare un putiferio, volavano da una parte all’altra della strada non solo parole sconce e indecenti, ma anche arnesi e alimenti.
Chiunque malauguratamente si trovava a passare di là, ne pagava le conseguenze. Una delle due famiglie, in particolare, vendeva frutta e verdura, che il più delle volte, diventavano un mezzo violento per colpire l’obiettivo umano.
Si dice che in una di queste loro azzuffate si trovò a passare di là un salumiere, noto a tutti per la sua eleganza nel vestire.
Quel giorno indossava un vestito di lino bianco, camicia a righe, cravatta a tema e cappello di paglia, un borsalino.
Vista la focosità del litigio, conoscendo bene le due famiglie, il poverino cercava di mettere la pace, quando dalla frutteria gli arrivò una grossa e matura pesca che si andò ad infrangere sul bianco vestito.
Infastidito e irritato moltissimo per l’accaduto, gridò alle litiganti: - Acc(e)ritev! Vuje nun v’ammer(e)tat nient!
Si racconta ancora che sempre la focosa signora della frutteria, era solita ogni giorno recarsi al Comune, che allora si trovava in piazza Umberto, sempre alla stessa ora, l’ora di pranzo, per chiedere notizie sui contributi del terremoto dell’ ’80 per il suo negozio, che aveva subito danni oppure per accusare i propri vicini, date le beghe ricorrenti.
Ebbene, al solo sentire la voce squillante della signora, si dileguavano tutti, sindaco e amministratori.

 







martedì 10 ottobre 2023

SEMPRE IN VIAGGIO


SEMPRE IN VIAGGIO… Siamo sempre in viaggio in questa vita, sempre in cammino.
Si dice che la vita stessa sia un viaggio, un meraviglioso viaggio, nonostante i problemi e le difficoltà, un viaggio che ricomincia ogni giorno per imparare, per mettersi alla prova e realizzare i propri sogni e il proprio destino, un viaggio alla scoperta del mondo e un altro dentro di noi.
Il viaggio più impegnativo e a volte più doloroso è senza dubbio quello che facciamo dentro di noi per andare a guardare le nostre profondità, per cercare la verità nella nostra storia, per conoscerci e per conoscere meglio così anche gli altri, per vedere le nostre ferite e per curarle con amore e guarirle, perché se quelle ferite non dipendono da noi, la loro comprensione, la guarigione ed evoluzione sì, dipendono proprio da noi, per guardare negli occhi le nostre paure e chiamarle per nome, perché grazie ad esse abbiamo sperimentato la nostra forza, ed è da lì che è nato il nostro coraggio, per guardare quel dolore che ci accompagna da tempo, per accoglierlo e parlargli perché questa è la via della guarigione, per entrarvi dentro senza paura di attraversarlo, per sentirlo proprio tutto, per tutto il tempo necessario, ma senza rimanervi impantanati, per potergli dire che abbiamo capito il messaggio e che lo ringraziamo per ciò che ci ha voluto dire ma che ora può andare, non ne abbiamo più bisogno.
E’ un viaggio lungo, ci vuole pazienza ed umiltà ed un allenamento continuo.
“Conosci te stesso” diceva Socrate e sant’Agostino aggiungeva “Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità”
E’ un viaggio che ci tocca fare se non vogliamo rimanere dei perfetti sconosciuti a noi stessi, se vogliamo vedere il cambiamento, se vogliamo migliorarci e vivere con consapevolezza e non reagire inconsapevolmente.
L’importante è iniziarlo questo viaggio e come diceva il saggio Lao Tzu “Anche un viaggio di mille miglia incomincia con un singolo passo”. Poi il resto viene da sé, un po’ alla volta, passo dopo passo.