lunedì 27 maggio 2024

LA MADONNA E’ RIENTRATA A MONDRAGONE

LA MADONNA E’ RIENTRATA A MONDRAGONE E SI TROVA NELLLA CHIESA DI SAN GIUSTINO

MARIA INCALDANA: LA MADONNA DEL SOLE E DELLA PIOGGIA
Come si sa, la Madonna Incaldana esce dal santuario ogni 25 anni, salvo che per eventi straordinari, per i quali va chiesto il permesso al Vescovo.
Veniva portata in processione, ad esempio, per chiedere la fine della guerra o del colera, di epidemie, per l’incoronazione dopo il Restauro e così via. Quest’anno è stata portata in processione per i festeggiare i 400 anni dalla Traslazione, il prossimo anno sarà per il Giubileo del 2025.
Il motivo più ricorrente, però, per cui si portava la Madonna in processione, nel passato, era quello di chiedere il sole o la pioggia per il raccolto.
La si portava sulla spiaggia con la faccia rivolta al mare, se si chiedeva la pioggia, e con la faccia rivolta verso la montagna, se si chiedeva il sole.
Parliamo di tempi in cui il raccolto agricolo significava avere il cibo, il sostentamento, che garantiva la vita e la sopravvivenza. Non era come oggi che i prodotti agricoli arrivano, nel cosiddetto “villaggio globale”, da varie parti del mondo, allora gli scambi commerciali erano quasi inesistenti. Quello che si produceva, si consumava, e se non si produceva, si prospettava lo spettro della carestia e quindi la fame e la morte. Erano davvero periodi duri e difficili quelli con cui si sono dovuti confrontare i nostri progenitori.
Ecco come si spiegano quegli uomini penitenti che, quando seguivano la processione, si mettevano sulle spalle ruote di carretti, catene attorcigliate intorno al corpo, gioghi di buoi, figli sulle spalle, arnesi vari e pesanti.
Era per chiedere, insieme al sole e alla pioggia, la vita stessa, per implorare pietà ed erano pronti a qualunque sacrificio. Non erano solo gli uomini ma tutto il popolo, che quando seguiva la Madonna, tutto infervorato, si sacrificava, non badava né alla fame né alla sete, né al caldo né al freddo, né allo sforzo.
Sono tanti i racconti che abbiamo ascoltato in famiglia e che sono stati riportati anche in testi scritti.
Sono rimasta molto colpita da uno di questi. Una volta pioveva ininterrottamente da circa due mesi, i terreni erano tutti allagati, le spighe di grano, ormai alte ma non ancora mature, marcivano nel fango.
I Mondragonesi erano molto scoraggiati, non sapevano cosa fare, senza grano come avrebbero fatto? Un giorno si recarono in chiesa e davanti all’altare della Madonna buttarono tanti fasci di spighe, piene di fango e qualcuno , rivolto a Lei, disse: - E mo cu chest, lu pan faccellu tu!
Potrebbe sembrare un atteggiamento irriverente e sfrontato verso la Madonna ma era dettato dalla disperazione. Lo disse proprio, pieno di rabbia, quel tale, come se si stesse rivolgendo alla mamma terrena, come chi pretende da un vero genitore, visto l’amore che li lega, perché il rapporto dei nostri avi con la Madonna era un rapporto autentico e sincero, proprio come quello tra madre e figlio.
La Madonna poteva mai veder morire di fame i suoi figli? Non l’ha mai fatto.
Anche quell’anno, come al solito, ebbe inizio la Novena e si calò l’Immagine, al canto delle Litanie. Ci fu la processione e il popolo ebbe il pane desiderato.
Un’altra volta, sempre durante una pioggia incessante, che minacciava il raccolto, dopo la Novena e le Litanie, si doveva fare la processione ma la pioggia continuava a cadere. Il Primicerio pregava a nome di tutti ma la pioggia non cessava, allora rivolto ai fedeli, disse. – “ Su, fratelli, andiamo, esponiamoci pure alla pioggia e lasciamo che anch’Ella si bagni… La processione si mosse e dopo appena un po’, la pioggia diminuì e poi cessò. Tra le nuvole apparve il cielo azzurro.” Si erano avviati per fede sotto la pioggia e la fede li salvò , anche quella volta, perché i Mondragonesi erano così, volitivi, temerari, insistenti, continuavano a credere anche nell’impossibile e l’impossibile si avverava puntualmente.
Mia madre mi raccontava che, un’altra volta, avevano portato la Madonna al mare per chiedere la pioggia, al ritorno non arrivarono neanche in chiesa che si bagnarono tutti.
Noi certo non eravamo presenti eppure, attraverso quei racconti, qualcosa ci è rimasto dentro. Sarà per questo che quando si cala il quadro della Madonna vedo certe persone, che, prese da un istinto irrazionale e irrefrenabile, pur essendo adulte, cercano di toccarlo, mettendo a rischio la propria incolumità e quella degli altri. Probabilmente sentono qualcosa dentro, in maniera inconscia, che arriva loro da molto lontano, dai nostri avi che, insieme alla vita, ci hanno trasmesso tutto un patrimonio di informazioni, ricordi, sensazioni, suggestioni, che sono appartenute sì ad altre vite ma che, attraverso la memoria cellulare, sono arrivate fino a noi come in un’eco e continuano a vivere in noi.
Noi non eravamo presenti eppure sappiamo, consapevolmente e inconsapevolmente.
(Il dipinto è di Ilaria Marchitelli, la foto è tratta dal calendario della Madonna Incaldana di quest'anno)




sabato 11 maggio 2024

LA TORTA DI RISO DELL’ ASCENSIONE

Oggi si festeggia L’Ascensione del Signore.
Per la precisione, la data di questa festività, quest’anno, è coincisa con il giovedì, 9 maggio, perché è in quella data che sono passati i 40 giorni dalla Resurrezione ma la festa, come si sa, è stata spostata alla domenica già da molti anni.
La torta di riso è una rielaborazione , per così dire, del riso al latte, che si prepara per l’Ascensione, secondo un’antica tradizione.
Al riso cotto nel latte, basta aggiungere lo zucchero, quando è ancora caldo, poi gli aromi: vaniglia, cannella, scorza di limone grattugiata, uvetta a piacere.
Quando il riso è freddo si aggiungono le uova sbattute. Non c’è bisogno di fare il contenitore di pasta frolla come per la pastiera. Si versa il contenuto direttamente in teglia, mettendo sotto la carta forno.
Anche con la tortina di riso, semplice e delicata, siamo sempre nel rispetto della tradizione.
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I RITI DELL’ASCENSIONE: L’ ACQUA DI ROSE E IL RISO AL LATTE
L’ Ascensione è una solennità che cade 40 giorni dopo Pasqua e riveste notevole importanza nella liturgia cattolica perché segna la fine del soggiorno terreno di Gesù, il quale, dopo la sua Passione, Morte e Resurrezione, si mostrò agli Apostoli e alle donne per un periodo di 40 giorni; poi ascese al cielo, concludendo la sua permanenza terrena.
Un tempo, nell’antica società contadina, la gente conferiva a questo giorno una particolare “sacralità” e come in tutti i giorni festivi non era consentito fare lavori servili.
A testimonianza di ciò c’è un proverbio abruzzese che assicura che in tale giorno “neanche gli uccelli capovolgono l’ uovo” ; in tale giorno, cioè, non lavorano neanche gli uccelli.
Nel momento in cui Gesù ascendeva al cielo, distaccandosi dalla terra, si avvertiva o meglio si “percepiva” maggiormente quel misterioso collegamento delle forze celesti con la Terra, quel rapporto di congiunzione e di comunicazione tra cielo e terra.
La festa cadeva proprio a primavera inoltrata, in un periodo di grande floridezza della natura, e l’acqua e il latte diventarono, nel tempo, simboli di rigenerazione e purificazione.
Secondo la tradizione, a Mondragone, la sera della vigilia dell’Ascensione, veniva lasciato un bacile colmo d’acqua con tanti petali di rose e foglie verdi profumate su un balcone o sul davanzale della finestra: si credeva che Gesù, alla mezzanotte, salendo al cielo accompagnato dagli Angeli, benedicesse quelle acque.
Al mattino tutti i componenti della famiglia venivano invitati a lavare il viso in quell’acqua fresca e profumata, in segno di purificazione, un gesto simbolico che nonne e mamme ci hanno tramandato nel tempo, una tradizione, che, però, è andata progressivamente esaurendosi.
Nel giorno dell’ Ascensione, inoltre, c’è chi ancora usa, a Mondragone , mangiare per devozione e per tradizione il riso al latte, con zucchero e cannella. Si tratta di un’ usanza antica, pervenuta a noi da altri paesi.
Anticamente poiché nel giorno dell’Ascensione agli uomini non era consentito lavorare, in Basilicata, nell’Irpinia e nel Cilento, il latte non veniva lavorato e i pastori per devozione lo distribuivano gratis ai compaesani al fine di dare la possibilità a tutti di cucinare i cosiddetti “tagliolini dell’Ascensione”, con zucchero e cannella.
C’era la credenza popolare che tenerne per sé anche solo una goccia poteva causare la sterilità delle bestie.
La tradizione si è diffusa nel tempo anche in altri paesi, come nel nostro, dove i tagliolini sono stati sostituiti dal riso.
Probabilmente anche il latte, che è un alimento fondamentale per lo sviluppo e la salute del bambino, ma anche rilevante nella dieta dell’adulto, con il suo candore, in occasione dell’Ascensione, veniva visto simbolicamente come elemento purificatore per la crescita spirituale della persona.


giovedì 25 aprile 2024

MARIA INCALDANA: LA PRODIGIOSA

Non senza motivo la Madonna Incaldana viene definita “La Prodigiosa” perché tante sono state le grazie e i favori che ha elargito e continua ad elargire per i suoi fedeli , che la invocavano, un tempo, per il sole o per la pioggia al fine di ottenere un buon raccolto.

La invocavano per la fine della guerra, per le pestilenze, per i cataclismi naturali, per le malattie e per tutte le necessità.
Sempre la Madonna ha fatto sentire la sua protezione al popolo mondragonese ma, al di là di quei miracoli direi “eclatanti”, che sono rimasti nella storia del nostro paese, ognuno di noi ha potuto sperimentare il suo aiuto e la sua protezione per problemi per così dire di minore importanza e non così clamorosi o spettacolari ma comunque importanti nelle nostre vicende personali.
Io, personalmente, posso dire che la Madonna per due volte mi ha fatto sentire la sua protezione in maniera tangibile e concreta.
Quando avevo due anni , nel ’54, un giorno mi trovavo a casa di mia nonna a S. Francesco, dove stavo quasi ogni giorno. Il fidanzato di mia zia, per farmi giocare, mi prese per le mani e mi sollevò in alto per farmi fare “vola vola”. Evidentemente dovette prendermi in maniera molto maldestra perché mi fece slogare il braccio. Mia madre mi portò da una vicina, come si faceva a quei tempi, che era ritenuta esperta in questo tipo di problemi, lei mi muoveva il braccio, lo tastava, lo piegava e disse che si era rimesso a posto ma non era affatto così. Il braccio mi faceva sempre male e non lo potevo muovere. La cosa durò per diverso tempo e mia madre pensò che quel braccio non sarebbe più tornato come prima.
Quando arrivò il giorno che si doveva portare la Madonna al mare per l’Incoronazione, lei mi prese in braccio e seguì la processione, ripromettendosi di non appoggiarmi mai a terra, e così fece, all’andata, al ritorno e per tutto il tempo della cerimonia. Voleva offrire quel sacrificio alla Madonna per essere più degna di chiedere il suo aiuto.
A quei tempi si vedevano uomini che per ottenere le grazie, facevano penitenza, caricandosi sulle spalle ruote di carretti, sassi pesanti, grossi pezzi di tronchi d’albero e così via. La fede allora si esprimeva anche in questo modo.
Il braccio si rimise a posto e io non so neanche se sia stato il destro o il sinistro perché avevo solo due anni, conosco questa vicenda perché mia madre lo ha raccontato in famiglia diverse volte.
Quando avevo 28 anni fui operata di commissurotomia mitralica per una stenosi di origine reumatica, nel mese di febbraio dell'81.
Essendo credente, mi affidai alla Madonna e al buon Dio e andai tranquilla in ospedale.
Il giorno prima dell’intervento mia sorella si recò in chiesa per chiedere la protezione della Madonna, e chiese al parroco di controllare se c’era una data libera, in quei giorni, per celebrare una Messa per intercessione. E lui, che in quel momento era molto indaffarato per le Quarantore, rispose: - In questo momento non se ne parla proprio! Lei replicò: - Ma io ho sognato la Madonna Incaldana. E lui: Ah, allora vieni qua, vieni qua! E fece quello che aveva chiesto.
Intanto, dopo l’intervento, io mi svegliai dall’anestesia e, non so perché, incominciai a sentire dolori alle ossa in tutto il corpo. Non trovavo pace, anziché stare sul materasso mi sembrava di stare sulle pietre e quasi piangevo. Venne il medico a controllarmi e trovandomi tutta insofferente e agitata, disse: - Ma come?! E’ andato tutto bene!... Mi fece fare un’iniezione e dopo un po’ sparirono i dolori , sentivo un senso di benessere, quasi di beatitudine, mi sentivo leggera come se fossi appoggiata su un tappeto di morbida erba. Caddi in una specie di dormiveglia e sognai che era il Lunedì in Albis, quando si fa la processione con i buoi. Sul Belvedere c’era tanta gente, tutti aspettavano che uscisse il quadro della Madonna per la processione e io stavo lì , in mezzo a loro.
Da allora sono passati 43 anni e la mia valvola funziona ancora benissimo, ho altri acciacchi che mi danno problemi ma la valvola continua a fare il suo lavoro egregiamente.
Ho voluto condividere questi due episodi della mia vita per ringraziare ancora una volta la Madonna per il suo aiuto, questa volta pubblicamente, e per rendere testimonianza, e mi farebbe piacere se anche altre persone volessero dare testimonianza dei tanti favori e benefici della Madonna a tante famiglie mondragonesi.
Le foto sono di C' ERA UNA VOLTA MONDRAGONE 







mercoledì 17 aprile 2024

LE DUE IMMAGINI DELLA MADONNA INCALDANA

Come tutti sanno, nel ’54 fu eseguito il restauro del quadro della Madonna Incaldana perché il legno era fortemente corroso dai tarli e il volto della Madonna e del Bambino erano quasi irriconoscibili.
Non riuscendo a distinguere bene i lineamenti, ispirandosi ad un precedente e rozzo restauro e probabilmente anche a immagini somiglianti, si riprodusse un’immagine, su carta, della Madonna, che non corrispondeva alla versione originale, che pure si percepiva nel quadro, anche se deteriorato, come si può vedere dalle foto.
Ancora diverse famiglie mondragonesi conservano quadri con quell’immagine e c’è chi, tuttora, non essendo correttamente informato, nutre dubbi sulle due immagini.
La spiegazione corretta ce l’ha data il prof. Conti, che eseguì il restauro. Venne a Mondragone nel ’53, su invito del parroco, esaminò la Sacra Tavola e spiegò che il dipinto, opera di un ignoto artista del 1300/1400, era stato rimaneggiato nel 1600/1700.
Dal libro del prof. Sementini “Memorie sul culto di Maria SS Incaldana”, riporto le testuali parole: “ L’Effigie appariva ricoperta da una spessa patina di pasta d’olio, che rendeva quasi irriconoscibile la Sacra Icona. Chi aveva restaurato la Madonna, non sappiamo. Dovette trattarsi di un artista poco eccellente. Ebbe mano gentile, invece, l’artista primitivo; un po’ rozzo il tardivo restauratore sei o settecentesco… La S. Tavola fu fotografata ; fu rilevato ancora l’incerto stile e spiegato perché nelle immagini riprodotte su carta e su medaglie la Madonna non era bizantineggiante…. I fedeli la videro con gli occhi della fantasia e perciò ne riprodussero l’Immagine tanto differente da quella che è venuta fuori dopo il “bagno” degli elementi chimici.”
I fedeli mondragonesi, dunque, possono stare tranquilli, quella che vediamo oggi è la nostra vera Madonna Incaldana, la più bella delle Madonne bizantine che io abbia mai visto.













venerdì 12 aprile 2024

Santa Maria Incaldana

LA MADONNA INCALDANA NELLA CHIESA DI SAN FRANCESCO 
Quest’anno si festeggiano i 400 anni della discesa della Sacra Icona di Santa Maria Incaldana in città 1624-2024.
Volendo fare una ricostruzione storica più precisa e dettagliata occorre ricordare che la Sacra Icona è stata portata inizialmente nella chiesa di San Francesco e poi, in seguito, in quella di San Giovanni Battista.
Sia la chiesa di San Francesco che quella di San Giovanni Battista furono costruite dai Carafa della Stadera, duchi di Mondragone, la prima nel 1480 e la seconda nel 1593.
Già dopo l’incendio dei Turchi avvenuto nel 1560, di cui ci riferisce il Pratilli nell’opera “Della Via Appia”, pag. 241, si decise di trasferire la Sacra Icona nel centro abitato, nella chiesa dell’Annunziata, che dai documenti francescani risulta essere la chiesa di San Francesco, che inizialmente si chiamava dell’Annunziata.
Lo attestano il vescovo Francesco Gonzaga nell’opera “De origine seraphicae religionis” pag. 526 e Luca Wadding, francescano e storico irlandese nell’opera “Annales Minorum” vol. XV pag. 383.
Nel 1569, poi, arrivarono i Carmelitani a prendere possesso del Santuarietto del Belvedere e la Sacra Icona ritornò nella chiesetta restaurata.
In seguito, dopo 55 anni di permanenza a Mondragone, nel 1624, i Carmelitani furono costretti ad abbandonare quel luogo per l’eccessiva lontananza dal centro abitato e per il pericolo delle continue scorrerie dei Turchi e la Sacra Icona venne traslocata nella chiesa di San Giovanni Battista, dove rimase definitivamente.
Anche successivamente la Sacra Icona è stata custodita per un certo periodo nella chiesa di S. Francesco, dal 1834 al 1846 circa, a causa di lavori di restauro della Chiesa Madre.
Ce ne danno testimonianza alcuni documenti dell’Archivio Vescovile di Sessa Aurunca e il notaio carinolese Luca Menna nell’opera “Saggio istorico sulla città di Carinola” vol II pag. 128-129.
Il Menna racconta un prodigio verificatosi, in quel periodo, nella detta chiesa.
Nell’agosto del 1839 “una donna, di cui si tace il nome, rubò tutto o la maggior parte dell’oro di detta Sacrosanta Vergine , ch’era riposto nella sua nicchia …ma calando la donna col furto, fu assalita da colpo apoplettico e cadde semiviva in modo che carponi a terra , appena ebbe la forza di allontanarsi pochi passi dall’altare da cui era calata ; trovata la mattina in questo stato, fu interrogata ma non rispose perché priva di favella, la quale ritornata per intercessione di questa pietosa Madre, palesò il delitto, si pentì dell’errore e, dopo confessata, immantinenti nel luogo cessò di vivere”.




(Il disegno nella foto è tratto dal libro “Memorie sul culto di Maria SS Incaldana” del prof. Antonio Sementini)

venerdì 5 aprile 2024

BARZELLETTA



UNA BARZELLETTA DELLA TRADIZIONE 
Un tale, all’ora di pranzo, si accinse a mangiare il suo piatto di pasta. Si mise in piedi e con una mano si reggeva al tavolo e con l’altra mangiava.
Ad un certo punto con una mano si tappò il naso e con l’altra bevve un bicchiere di vino.
Poi, quando fu il momento del caffè, con una mano si coprì gli occhi e con l’altra lo bevve.
La moglie incuriosita lo guardava e chiese : - Ma se po sapé, che stai a fa?
E lui: - Eh, io m’aggia sta accuort pecché a ritt ru duttor che ncopp a past m’aggia mantené, lu vin n’aggia sentì manc addor, lu cafè n’aggia veré proprio e io accussì facc(io)!
La moglie replicò: - Ma verament ru duttor a ritt che e mangia' san!
E lui: - Ah, sì sì, e io accussì m'raggiu mangiato ru piatt, sanu san !!!

Aneddoto raccontato da Clara Ricciardone


 


martedì 5 marzo 2024

(RE)FRISCH A L’ ANEM DE RU PRIATORI(O)

(RE)FRISCH A L’ ANEM DE RU PRIATORI(O) 



Quest’espressione, usata dalla mamma di S. Pietro nel racconto “Io so mamma a Petr” viene considerata una buona azione.
Si tratta di un modo di dire, che si sente spesso dalle nostre parti ma anche in tutto il Sud Italia, usato soprattutto dalle persone anziane.
E’ un’espressione che si usa per esprimere soddisfazione quando si avvera un desiderio oppure quando si sblocca una situazione che sembrava avere poche possibilità di realizzazione come per dire: - Finalmente, è successo! E anziché ringraziare semplicemente, per l’incredibile contentezza si augura il Rinfresco alle Anime del Purgatorio, come se loro avessero contribuito al miracolo.
Talvolta succede anche quando si cerca di fare o dire qualcosa, che non trova riscontro negli altri e qualcuno, inaspettatamente capisce il messaggio, venendoci incontro, e allora per ringraziarlo, gli si dice: – Ah, frisch a l’aneme de tutti ri muorti tuoje!
Il “Rinfresco” delle anime del Purgatorio è una sorta di preghiera, un augurio che la persona vivente offre alle anime dei Defunti, che può essere associata ad un ‘ azione verso di essa, che può consistere in una preghiera o un atto concreto di carità o di umiltà o di mortificazione dell’orgoglio e così via. Significa che quell’azione compiuta a suffragio serve per il rinfresco ossia il refrigerio delle anime, che sono nel fuoco della purificazione.
Secondo la tradizione popolare le anime bruciano perché il Purgatorio viene visto come un piccolo Inferno, già il fatto di stare lontano da Dio è Purgatorio.
I Defunti non possono fare niente per ottenere la loro liberazione perché con la morte si rimane come si era in vita senza più la possibilità di ottenere meriti, quindi spetta a noi vivi di aiutare i Defunti con i Rinfreschi cioè con i suffragi offerti per la loro liberazione.
Spesso le anime del Purgatorio si sono fatte vedere in sogno o in visione a santi o mistici, chiedendo preghiere.
I Defunti, però, pur non potendo pregare per se stessi, possono pregare e intercedere per noi, in virtù della Comunione dei Santi, per quella solidarietà, che lega tutti i membri della Chiesa, Vivi e Defunti.
S. Teresa d’Avila diceva: - Non ho mai chiesto grazie alle anime del Purgatorio senza essere esaudita.
Talvolta si sente anche dire anche :- Uh, anem de ru Priatorio! Come espressione di grande meraviglia.
Il fatto che il Purgatorio sia spesso presente nel nostro parlare quotidiano, anche solo con detti e modi di dire, riflette un profondo sentimento di vicinanza, compassione e rispetto della pietà popolare per tutte le Anime purganti.
E’ così avvertita la compassione e la solidarietà per queste Anime che talvolta si traduce in gesti concreti.
Ad Augusta, in Sicilia, ad esempio, c’è la consuetudine di buttare acqua per le vie e davanti alle case in suffragio delle Anime del Purgatorio con lo scopo di dare loro un po’ di rinfresco nel bel mezzo del caldo estivo.
A Napoli da tempo è diffuso l’antico culto delle Anime Pezzentelle, che si svolge nel Cimitero delle Fontanelle, un ossario sorto nel XVI sec. quando la città fu flagellata da rivolte popolari, carestie, terremoti, eruzioni del Vesuvio, epidemie. Qui furono raccolti i cadaveri delle vittime.
Per la pietà popolare diventano oggetto di culto le Anime anonime, quelle abbandonate e senza nome, quelle i cui corpi furono sepolti nelle fosse comuni.
Il rapporto si stabilisce attraverso l’adozione di un teschio, che secondo la tradizione, è la sede dell’anima, che viene scelto, curato e accudito in apposite nicchie con fiori, ceri, preghiere.
L’Anima Pezzentella (dal latino petere, che significa chiedere per ottenere), invoca il Refrisco cioè il suffragio e colui che l’ha adottata, chiede grazie e favori.




sabato 24 febbraio 2024

I(O) SO MAMMA A PETR



"I(O) SO MAMMA A PETR"

La tradizione popolare mondragonese, attraverso semplici racconti, legati al mondo contadino, ci presenta spesso grandi verità, perle di saggezza da tutti universalmente riconosciute, su cui riflettere.
In questo racconto anche la mamma di S. Pietro deve fare i conti con la nostra tradizione, a dimostrazione del fatto che per ottenere il Paradiso non ci sono né favoritismi né raccomandazioni.
Secondo un’ antica leggenda diffusa in tutta Italia, la mamma di S. Pietro non era una brava persona. Quando morì, andò all’Inferno e trovandosi tra le fiamme e in mezzo ai dannati, chiamò il figlio, pensando che tanto lui aveva le chiavi del Paradiso e quindi poteva farla entrare.
San Pietro si rivolse al Signore, il quale chiese:- Ma tua madre ha fatto perlomeno qualche buona azione durante la vita?
San Pietro, a sua volta, lo chiese alla madre, che disse:- Veramente no, nun aggiu fatt le bon azion, ma aspett, però mo che me ricord, na vot steva a lavà le cipoll rent a nu riv e na col de cipoll carett rent all’acqua e io riciett “ Frisch all’anem de ru Priatorio!”
Così avvenne che la donna, aggrappandosi a quella esile coda di cipolla, iniziò a salire verso il cielo.
Le persone che la vedevano, per andare in Paradiso, incominciarono ad aggrapparsi a lei, chi ad una scarpa, chi al vestito, chi ad una manica e tiravano, tiravano.
E lei infastidita, cercava di divincolarsi e diceva:- Lassate, lassateme, io so mamm a Petr, io so mamm a Petr! Voleva dire che solo lei poteva salire in Paradiso perché era la mamma di S. Pietro.
Alla fine, però, tra lei che cercava di divincolarsi e quelli che da sotto tiravano, fecero un gran trambusto e caddero tutti a terra e nessuno andò in Paradiso.
Ovviamente che la madre di S. Pietro non fosse una brava persona non risulta da nessuna parte ma per la nostra fantasia popolare serviva proprio lei per dimostrare che neanche i vincoli di sangue possono servire per andare in Paradiso né astuzie umane come quelle di chi si aggrappava a lei, ben altre sono le strade da percorrere.
Grazie sempre a Clara Ricciardone

Questa leggenda è diffusa in molte parti d'Italia anche nel nord con l'aneddoto  "Viene fuori la vecchia" "Ven fora la vecia"




lunedì 19 febbraio 2024

LE CORD PA CHITARR


Un giorno due amici mondragonesi s’incontrarono e uno dei due disse che doveva andare a Napoli per lavoro. Allora l’altro, approfittando della situazione, disse: - Vist che te truov a gghì a Napul, me vuò fa nu piacere? Me può accattà le cord pa chitarra, che se so rott? L’amico disse di sì ma, quando si incontrarono di nuovo, disse che lo aveva dimenticato e, siccome andava a Napoli ogni giorno, l’altro lo pregò di nuovo: - Mò, te raccumann, nun te scurdà! -No, no! rispose.
Dopo qualche giorno, quando si rincontrarono l’amico chiese : - Me le purtat le cord pa chitarra? - No, nun me ricje nient, io m’aggiu scurdat n’ata vot!
Aé, e che casp(i)t, mò te raccumann, sta vot nun te scurdà chhiù! Anz, mò te rong pur ri sord!
E l’amico: - Ah, mò sì che vuò suonà!!!

Grazie sempre alla carissima Clara Ricciardone



lunedì 12 febbraio 2024

Tradizioni di Carnevale

A quanto pare, dell’antico Carnevale contadino, non sono rimaste solo lasagne e tabacchere ma anche il caro Carnevale “scialone scialone”.
Grazie a Stefanuccio che continua le nostre tradizioni.

(Foto di Angelo Razzano)

IL CARNEVALE SCIALONE SCIALONE DELLA TRADIZIONE MONDRAGONESE
Il Carnevale è una festa legata alla religione cristiana e collegato alla Quaresima e alla Pasqua.
Il termine Carnevale deriva dal latino carnem levare cioè eliminare la carne perché in Quaresima c’era il divieto di mangiare carne.
Se oggi è proibito mangiare carne solo il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì santo, una volta era proibito per tutta la Quaresima.
Ecco perché il Martedì di Carnevale era l’ultimo giorno in cui si poteva allestire un banchetto e abbuffarsi prima del periodo di astinenza e digiuno quaresimale.
La Quaresima era il periodo peggiore dell’anno, il freddo aumentava nel periodo di fine inverno, era proibito cantare e ballare, i coniugi non potevano avere rapporti sessuali, le carni erano bandite dalla tavola, le uova si dovevano conservare per la Pasqua e quindi non si potevano mangiare. Le aringhe, lo stoccafisso e il baccalà comparivano perlopiù sulla tavola contadina come secondi piatti, insieme a sarde e alici oltre alle zuppe fatte con ortaggi, legumi, erbe di campo e tanta verdura, soprattutto broccoli .
Si diceva infatti:
“ Vruocc(o)l de rap e vruocc(o)l de foglie
e a Quaresima s’arravoglia”
Ecco perché prima della Quaresima era previsto un periodo per soddisfare tutte le voglie, e i peccati di gola ed erano permessi come anche tutti i comportamenti trasgressivi, la libera espressione, il mascheramento ecc purché confinati in un ambito spazio temporale decretato dalla tradizione, quello appunto del Carnevale.
La tradizione popolare mondragonese ha personificato questo periodo dell’anno con il personaggio di Carnevale scialone scialone, un fantoccio riempito di paglia con l’aspetto tipico di un uomo, pressappoco un contadino delle nostre zone.
Carnevale veniva definito scialone scialone perché veniva visto dalla gente come un uomo gaudente, che pensava solo a mangiare e a dissipare. Dalle tasche e dal taschino ancora fuoriescono pezzi di salsiccia e ventresca, che non aveva finito ancora di mangiare.
Nel nostro dialetto scialare vuol dire godere in abbondanza, senza limiti e misure, di qualcosa. Si può scialare, ad esempio, di denaro, di sonno, di vino ecc, nel caso del cibo scialare vuol dire mangiare a dismisura, senza freni ed è per questo che Carnevale muore.
La parola scialone viene da scialare, verbo che deriva dal latino (e)xhalare, che vuol dire espirare, emettere, cioè metter fuori tutto, si dice infatti “ha esalato l’ultimo respiro” e da qui consumare tutto, spandere con larghezza, in maniera illimitata.
Il pupazzo, simbolo del nostro Carnevale, veniva messo seduto fuori ai portoni, con il giornale in mano, il cappello in testa e la pipa in bocca. Tutti i passanti si soffermavano e fingevano di piangere la sua morte.
Nel lamento funebre si fingeva di chiedere a Carnevale perché fosse morto come se non se ne conoscesse il motivo ma poi lo si derideva, dicendo che si era venduto perfino i pantaloni per il cibo.
Prima della morte diversi medici erano venuti al capezzale del moribondo per individuare la causa del suo malore.
Al caro Carnevale si cantava così:
Carnevale pecché si muorto?
E manneggia chi t’è muorte!
Di gioia di gioia
e chille mo more e chille mo more e collera! Rit.
Carnevale scialone scialone
S’è ‘mpignato ru cauzone
Di gioia di gioia…..
Carnevale scialone scialone
Sa cacat ru cauzon
Di gioia di gioia…
Si sapevo che tu murive
T’accerev n’ata gallina
Di gioia di gioia……
E’ venut ru mierec de Casanov
A ritt che Carneval mo se mor
Di gioia di gioia…
E’ venut ru mierec deTraett (antica Minturno)
A ritt che Carneval ten ru mal ‘mpiett
Di gioia di gioia…
E’ venut ru mierec de Sparanis
A ritt che Carneval mo mor accis
Di gioia di gioia …
E’ muort è muort,
E ancor ncriccat ru ten!(allusione)
Ru che?Ru che? Ru cuoppl ncap!
Di gioia, di gioia…
A piangere la morte di Carnevale, tra gli altri, c’era anche la moglie, la Quaresima, una donna alta, magra e denutrita, tutta vestita di nero, simbolo delle privazioni, della penitenza e del digiuno quaresimale, che rappresenta.
Verso sera il pupazzo di Carnevale veniva caricato su una “trainella ”e portato per le strade del paese accompagnato da finti ed esagerati lamenti e pianti di persone travestite. La festa si concludeva con il dare fuoco al fantoccio e questo costituiva anche un augurio per il nuovo anno da poco iniziato.
(La trainella era un piccolo calesse, un veicolo a due ruote per il trasporto di persone, generalmente trainato da un asino ma veniva anche portato a mano per il trasporto di merci, quali farina, fagioli ecc)
Grazie alla sig.ra Marianna Campanile

sabato 3 febbraio 2024

II CANTO DEI BRIGANTI

 


II CANTO DEI BRIGANTI

Il cui testo è andato completamente perduto, consisteva nella rappresentazione di scenette, pazzìe, come si chiamavano qui da noi, che si improvvisavano per strada, a Carnevale, sempre ad opera di soli uomini e che scherzavano sulla figura dei briganti che, imboscati nei boschi o sulle montagne, aspettavano l’arrivo di qualche signore per derubarlo ed anche per ucciderlo, pur avendo preso il bottino, per la paura di essere denunciati.Riproporre attraverso un evento ludico e popolare come il Carnevale la maschera e la figura del brigante diventava uno strumento per raccontare un pezzo di storia del nostro territorio, per riproporre una realtà storica quasi dimenticata ma che ha segnato profondamente tutto il Sud Italia, il fenomeno del brigantaggio postunitario, nato per diversi motivi: la non accettazione del governo dei Piemontesi e del nuovo Stato formatosi, il servizio di leva obbligatoria, che durava anni, la mancata distribuzione delle terre ai contadini ecc. .
Era, quindi, anche un modo, si potrebbe dire, per esorcizzare la paura dei briganti che avevano infestato il nostro territorio.
Qualcuno ancora ricorda che gli attori si ricoprivano con foglie e rami di piante per mimetizzarsi con la natura, proprio come facevano i veri briganti.

Vi metto il link della canzone BRIGANTE SE MORE cantata da Eugenio Bennato, composta anche con la collaborazione di Andrea Nerone, nostro concittadino.

giovedì 1 febbraio 2024

LU SANGU(E) S’AMMAZZ(E)CA E (NU)N SE SPUTA


Il sangue si mastica e non si sputa. E’ un modo di dire non solo mondragonese ma napoletano, secondo cui i legami di sangue non si possono mai rigettare, qualunque cosa accada.
A proposito di questo detto popolare mi è stato raccontato un episodio da più di una persona per cui presumo che sia vero.
Due fratelli abitavano nello stesso portone, in due appartamenti, uno a destra e uno a sinistra. Per qualche litigio o incomprensione non si parlavano da tempo.
Un giorno il suocero di uno dei due andò a trovare la figlia e disse al genero: - Chigliu scem de fratet a parchiggiat a lambretta stort e io nun riuscev a trasì rent a ru purton cu a machin!
E il genero: - E comm ve permettit? A fratm sul io ru pozz chiamà scem! Vuje chi sit?
Passarono pochi giorni e l’uomo lasciò la moglie.
Non mi permetterei mai di dare giudizi sull’accaduto perché siamo umani e tutti sbagliamo continuamente, solo vorrei far osservare che tanti matrimoni finiscono per l’intromissione, nel rapporto matrimoniale, della famiglia di origine, sia da parte del marito che della moglie e giudici e avvocati ne sanno qualcosa.
Ricordo un altro detto, che ho letto in un libro del prof. Schiappa sui proverbi CHELL DE RU LIETT TE FA SCURDA’ CHELL DE RU PIETT! Quella del letto, cioè la moglie, ti fa dimenticare quella del petto, cioè chi ti ha allattato ossia la madre.
Secondo questo detto il marito per compiacere la moglie diventa irriconoscente verso la madre.
Come si può vedere, anche la tradizione popolare si divide su questo antico dilemma e si contraddice, tendendo ora da una parte, ora dall’altra.
Così come l’uomo che, tra la famiglia di origine e la nuova famiglia che ha formato, non sempre è in grado di essere imparziale e giusto, facendo soffrire ora l’una, ora l’altra parte.
Grazie a Clara Ricciardone



mercoledì 31 gennaio 2024

LE PAZZIE DI CARNEVALE

Quest’anno il Carnevale comincia il 28 gennaio, che coincide con la terza domenica prima dell'inizio della Quaresima. A Mondragone, un tempo, quando arrivava il Carnevale, si facevano le PAZZIE, una sorta di rappresentazione teatrale tra la farsa e la commedia, ispirata a fatti reali, che, attraverso la comicità, avevano lo scopo di divertire lo spettatore ma anche di farlo riflettere su qualche aspetto della realtà. La parola pazzìa, che in italiano significa follia, nel dialetto mondragonese vuol dire gioco, scherzo, anche il verbo pazziàre ha lo stesso significato mentre la parola pazzia o follia si esprime con il termine pazzarìa.
Le PAZZIE si rappresentavano sia per strada che nelle case private e gli attori improvvisati, che erano solo uomini, perché la presenza femminile non era consentita, si dovevano preparare per tempo per imparare battute e calarsi nei personaggi.
Una di queste PAZZIE aveva per titolo SCIALL E LUSS E PETTENESS e si ispirava ad una canzone napoletana molto in voga un tempo, dal titolo A LUCIANA, cantata da molti cantanti famosi, quali Renato Carosone, Sergio Bruni, Nino Taranto, Claudio Villa, ecc.
Nel ’54 è stato girato anche il film LA LUCIANA, ispirato alla canzone.
Nella canzone si parla di un giovane che vede passare una bella donna e se ne innamora.
E’ chiamata “la Luciana” in quanto le Luciane erano le donne di S. Lucia, delle quali si celebrava la bellezza in poesie e canzoni.
La donna indossa uno scialle di lusso e una pettenessa, che è un classico fermacapelli, realizzato in materiale pregiato , utilizzato dalla donna per fermare i capelli ma che, nel testo, ha un significato allusivo- sessuale.
Dalla canzone i Mondragonesi avevano ricavato un testo teatrale, in cui si raccontava che il giovane protagonista si era innamorato della bella Luciana, che era già fidanzata ed era riuscito a conquistarla ma poi, successivamente, per gelosia, l’aveva uccisa, andando in carcere.
Inizialmente le parole cantate sono le stesse della canzone:- Sta Luciana che passa e spassa, sciall e luss, petteness…
Quando, poi, il protagonista è in carcere, rivolgendosi alla donna, canta:
- Calamita d’oro,
chell che e fatt a me nun to perdon!
E poi ancora: - Teng a mammà malat
che me chiamm e m’aspett,
io stong ccà e nun a pozz ì a salvà,
Io stong carcerat e mamm more
voglio murì pur io primm e stasera!
Ohi, carcerieru mij, ohi carcerier,
famm na carità, famm ì a vasà a mammà!
Alla fine della rappresentazione, poi, si faceva il ballo della treccia d’amore.
Intorno ad un palo erano attaccati nastri di vari colori e c’erano sei coppie, che saltellavano intorno al palo e che, a suon di musica, intrecciavano i nastri.
Si credeva che se, alla fine, l’intreccio era riuscito bene, il matrimonio delle coppie sarebbe andato a buon fine e quindi nel ballo oltre al divertimento, si vedeva anche un presagio, una previsione del futuro matrimonio.
Ringrazio la sig. ra Gina Maratta, che mi ha fornito queste dettagliate notizie.
Come molti ricorderanno, lei aveva creato un gruppo folcloristico “I RAGAZZI DEL PETRINO”, che per diversi anni si sono esibiti con canti, balli e costumi d’epoca, facendo conoscere a tutti il nostro patrimonio culturale di provenienza.


domenica 31 dicembre 2023

RU TORT(A)N(O) CU LE NOC(I)

RU TORT(A)N(O) CU LE NOC(I) E’ uno dei dolci natalizi della tradizione mondragonese.

Credo di non poter essere smentita se dico che è solo mondragonese perché non mi risulta che dalle altre parti si faccia un dolce proprio come il nostro.
Si tratta di una sorta di ciambellone, ottenuto da un impasto di pasta frolla, che viene stesa con il mattarello fino ad ottenere una sfoglia non troppo sottile, sulla quale vengono cosparsi gherigli di noci e miele. Si arrotola la sfoglia su se stessa, formando il tortano, di forma circolare.
INGREDIENTI: 2 uova- 250 g di zucchero- 200 g di sugna-scorza di limone grattugiato- un po’ di liquore a piacere- vaniglia- 10 g di bicarbonato- 12 g di cremore di tartaro ( io ho sostituito con una busta di lievito Pane degli Angeli) 250 g di latte- 700 g circa di farina.
RIPIENO: 1 kg di noci circa – 250 g di miele
ESECUZIONE: Fare la fontana con la farina sul tavolo, al centro aggiungere gli ingredienti ed impastare.
Per facilitare, l’operazione si può fare anche in una ciotola, aggiungendo gli ingredienti alla farina e poi impastare sul tavolo.
Mettere l’impasto a riposare qualche ora. Stendere il panetto con il mattarello in una sfoglia non sottile , cospargere di noci tritate e miele, facendo attenzione a non arrivare ai bordi.
Arrotolare la sfoglia su se stessa, stando bene attenti a chiudere i lembi della sfoglia sia sul lato lungo che sui due lati corti per non fare fuoriuscire il miele durante la cottura.
Deporre delicatamente in una teglia imburrata e infornare a 170 per un’ora circa.
Consiglio di mettere la carta forno nella teglia sotto al tortano perché, se fuoriesce un po’ di miele, sarà più facile capovolgerlo.
Dopo la cottura, quando è freddo, si può anche decorare con la glassa e con confettini colorati o altro , come ho fatto io per renderlo più natalizio ma consiglio di gustarlo in purezza, senza glassa, per assaporare meglio le noci croccanti e dal gusto un po’ amarognolo, che, unito alla dolcezza del miele, crea un connubio di sapori gustoso e particolare per non parlare della frolla, profumata e molto morbida perché c’è l’aggiunta del latte e soprattutto della sugna, che rende l’ impasto più soffice rispetto al burro.
In questo tortano si ritrovano davvero i sapori di un tempo, sapori della terra mondragonese, che non si trovano in pasticceria.







mercoledì 6 dicembre 2023

MO SE NE VENE LOCCU LOCC

MO SE NE VENE LOCCU LOCC ...




A Mondragone si usa quest’espressione per indicare qualcuno che procede lento lento, senza preoccuparsi di nulla, con calma e senza pensieri, come chi si finge allocco per fare qualcosa a cui tiene senza farsi scoprire.
L’allocco è un uccello rapace notturno piuttosto grande, è alto circa 40 cm e può arrivare a pesare fino a 600 grammi, la femmina è più grande del maschio.
L’uccello, le cui penne hanno un colore tra il grigio e il rossastro, quando avverte la presenza di altri allocchi nel suo territorio, si mette a cantare per dissuadere l’intrusione.
I suoi grandi occhi rotondi, fissi e poco espressivi gli conferiscono un’espressione sciocca e probabilmente proprio questo sguardo apparentemente perso nel nulla ha indotto la gente a pensare che fosse un animale poco intelligente quando, in realtà, è un formidabile predatore.



sabato 18 novembre 2023

LA GATTA DEL PETRARCA

Tutti conoscono il famoso poeta del ‘300, Francesco Petrarca, il suo amore per Laura, decantata nelle sue più belle poesie.
Negli ultimi anni di vita Petrarca si ritirò a vivere in un paesino, sui Colli Euganei, in provincia di Padova, che da lui prende il nome, Arquà Petrarca, che io ho avuto la fortuna di visitare.
Non tutti sanno che un giorno gli si presentò una gatta a tenergli compagnia e per lei il Poeta arrivò a provare un affetto così profondo da paragonarlo all’amore per Laura.
Lo scrisse lui stesso in una lettera, indirizzata all’amico Giovanni Boccaccio: - Laura, l’amore della mia vita, che la peste mi ha portato via già da un’ eternità, ad Avignone, ancora adesso, dopo molto tempo dalla sua morte , è la regina incontrastata del mio cuore. Eppure un giorno, ormai quasi due estati fa, una gatta è entrata a far parte della mia vita, insidiandone il primato. Da allora, questi due esseri si contendono lo scettro del mio cuore, combattendo una lotta travagliata, che ancora non ha un vincitore sul campo di battaglia dei miei pensieri e dei miei sentimenti.”
E poi prosegue con la descrizione della gatta: - La gatta ha macchie di tre colori diversi, come pochi in questa zona, zampe lunghe e carattere dolce. Il suo mantello è morbido come la più raffinata delle sete ma sono gli occhi, quel che la rende speciale. .. Il suo occhio sinistro è verde brillante come un lago di montagna, l’altro è del misterioso colore dell’ambra luccicante. E’ entrata nella mia casa e nel mio cuore un bel giorno d’estate mentre stavo completando la mia raccolta “De viris illustribus”.
E prosegue: - …. I libri sono stati sempre l’amore della mia vita. Per questo quando morirà sarà imbalsamata e la sua memoria onorata per sempre. .. Ti farebbe piacere comporre un epigramma (breve poesia) per l’epitaffio? ( versi per la celebrazione di un defunto) Te lo chiedo come mio ultimo desiderio, io non sono nella condizione di farlo. La amo troppo e non potrei celebrare la sua morte prima del tempo.
Boccaccio non riuscì ad il desiderio del poeta ma alla fine del ‘500, uno dei proprietari successivi della casa espose in una nicchia, conservata in una teca di vetro, una gatta imbalsamata, in ricordo della gatta del Petrarca.
La casa, oggi di proprietà del Comune di Padova, è sempre meta letteraria di tanti visitatori, curiosi di vedere l’ultima dimora del grande poeta.






mercoledì 8 novembre 2023

A IATT DE P(E)TT(E)NINCELL SE MANGIAV TRE QUART D’ALIC(I) E PESAV MIEZU CHIL

La gatta, che ha dato origine a questo detto, apparteneva alla signora Concettina D’ Ambrosio, soprannominata P(e)tt(e)nincell, titolare di una merceria, che si trovava quasi di fronte alla chiesa del Vescovado.
Si trattava di una merceria storica, quasi sicuramente la prima ad essere aperta nel paese, attiva fino a non molti anni fa.
La gatta si metteva spesso sul bancone del negozio e la padrona se l’accarezzava di tanto in tanto.
La sua presenza era familiare per le persone, che entravano a far compere, chiedevano di lei, le facevano i complimenti e la padrona: - Chesta ccà? Ciert vot me vuard cu ciert uocchie! Ri manc sul a parol!
Una volta la gatta ebbe problemi di salute e non riusciva ad aumentare di peso, da qui nacque scherzosamente il detto secondo cui pesava di meno di quello che mangiava.
Senza saperlo, attraverso il detto, era diventata popolare, tanto che una volta fu citata durante una compravendita di fagiolini.
Negli anni ’60, nei mesi di maggio/giugno avveniva la lavorazione dei fagiolini da mandare nel Nord Italia, che avveniva nei magazzini ma anche sotto ai portoni di case private.
Un giorno, sotto ad un portone di Via Venezia, mentre le donne incestravano, cioè sistemavano i fagiolini nei cassettini , i compratori pesavano i sacchi di fagiolini con la stadera o con la bascuglia e siccome un compratore disonesto, con astuzia, aveva messo “a Marunnell” sotto la stadera, cioè una calamita raffigurante la Madonna per diminuire il peso, avvenne che il contadino venditore si accorse che i suoi fagiolini pesavano troppo poco rispetto alla quantità ed esclamò: - E c(he)’ ammu fatt ccà? A iatt de P(e)tt(e)nincell, che se mangiav tre quart d’alici e pesav miezu chil? 
Non ci si meravigli che una gatta con la sua simpatia sia entrata a far parte della tradizione popolare mondragonese perché gli animali domestici, con cui condividiamo la vita, non solo ci offrono compagnia ma ci danno tanto affetto e amore sincero e incondizionato da essere considerati come persone di famiglia e si soffre per la loro dipartita come per le persone care.
Grazie sempre a Clara Ricciardone 



giovedì 2 novembre 2023

LA PROCESSIONE DEI MORTI

LA PROCESSIONE DEI MORTI 



In passato si credeva che nella notte tra il primo e il due novembre i Morti ritornassero, in processione, nelle loro case, tra i propri familiari e che vi rimanessero fino all’Epifania.
Per questo c’è un detto che dice:
“Le fest iessen e venessen
Ma Pasca Epifania nun mai veness”
Perché i Morti, in quella data, dovevano andar via ma non volevano mai separarsi dai loro cari.
(L’Epifania è considerata la prima Pasqua, la seconda è la Pasqua di Resurrezione, la Pentecoste è la terza, detta anche Pasqua rosata)
Nella notte di Ognissanti si accendeva una candela per far luce alle anime che ritornavano sulla Terra, e sulla tavola, si metteva un piatto con il pane e il bicchiere con l’acqua per permettere al defunto di rifocillarsi dopo il lungo viaggio.
A tale proposito riporto un racconto riferitomi stamattina.
Ad una mamma era morta una figlia giovane. La donna piangeva giorno e notte e non riusciva a darsi pace.
Arrivò il primo novembre e lei sapeva che doveva passare la processione dei Morti, si mise fuori al portone ad aspettare, per vedere la figlia. La processione passò ma la figlia non c’era.
Mentre aspettava guardò in lontananza e la vide, con una brocca sulle spalle, che camminava e si affaticava perché la brocca era pesante.
Quando si avvicinò, la madre le disse: - Figlia mia, io t’apettav, pecché nun stiv mmiez agl’at?
La giovane buttò a terra la brocca piena di lacrime ed esclamò: - Pe colpa toje nun pozz sta mmiez all’assemblea! Bast! Nun cia faccio cchiù!
La donna capì, e da allora non pianse più, pregava soltanto per l’anima della figlia.
La perdita di una persona cara è sempre un evento traumatico, ci vuole tempo per accettarla e solo stando in quel dolore per tutto il tempo necessario, ma non oltre, si può riflettere su ciò che è accaduto e trovare la forza di andare avanti.