lunedì 10 gennaio 2022

LA ROCCA DI MONDRAGONE QUERELLE LETTERARIA DEL XVI SECOLO

LA ROCCA DI MONDRAGONE FU IL LUOGO DI INIZIO DI UNA CELEBRE QUERELLE LETTERARIA NAZIONALE DEL XVI SECOLO
L’argomento, finora a noi Mondragonesi del tutto sconosciuto, è stato analizzato e trattato dal prof. Pasquale Sorrentino in un saggio pubblicato nel 2013 sulla rivista trimestrale di cultura “Civiltà Aurunca”.
Da una conversazione avvenuta tra LUIGI CARAFA, duca di Mondragone dal 1578 al 1630, e il suo precettore GIOVANNI BATTISTA ATTENDOLO, noto poeta capuano, sulla poesia epica e su chi fosse, tra l’ Ariosto e il Tasso, il più grande poeta epico del ‘500, nacque un’opera dialogica “ IL CARAFFA OVVERO DELL’EPICA POESIA” , scritta dal frate poeta capuano CAMILLO PELLEGRINO, amico di Torquato Tasso. Il testo fu stampato a Firenze dalla tipografia Sermartelli nel 1584.
L’opera di C. Pellegrino fu come la miccia di un ordigno, che fece nascere una querelle (controversia) che vedeva contrapposti diversi letterati su chi fosse stato tra Ariosto e Tasso il maggiore poeta epico del ‘500.
Sarà bene ricordare che Ludovico Ariosto aveva scritto l’ “Orlando Furioso” pubblicato nel 1532 . L’opera tratta della guerra tra Carlo Magno e i Mori, guidati da Agramante. In breve, il tema fondamentale è quello della pazzia di Orlando, il più forte paladino di Carlo Magno, che si innamora di Angelica, figlia del re del Catai e che impazzisce quando viene a sapere che lei ha sposato Medoro , un giovane moro. Il paladino Astolfo si reca su di un cavallo alato, l’Ippogrifo, sulla Luna, dove, fra tante ampolle che contengono il senno perduto degli uomini, ritrova quella che contiene il senno di Orlando. Ritornato sulla Terra, l’avvicina al naso dell’eroe, che l’annusa e rinsavisce. Così Orlando contribuisce in modo decisivo alla sconfitta dei Mori.
Torquato tasso aveva scritto la “Gerusalemme Liberata”, che si ispirava ad un fatto storico: la prima Crociata, che si concluse nel 1099 con la liberazione di Gerusalemme e la conquista del Santo Sepolcro. Nel poema, però, non solo, si parla della guerra ma anche delle passioni, delle divisioni, dei tradimenti avvenuti tra i guerrieri. La storia di Rinaldo, il più coraggioso cavaliere cristiano, costituisce il nucleo centrale del poema. Rinaldo, catturato dalla bellezza e dalle arti magiche di Armida, principessa saracena , si allontana dal dovere per seguire i richiami della donna, poi si pentirà e riuscirà a riscattarsi e a capovolgere le sorti della guerra a favore dei Cristiani. Armida, che utilizza i suoi poteri magici per sedurre i cavalieri cristiani, innamoratasi di Rinaldo, alla fine, per amore accetterà di diventare cristiana e di sposarlo. Il Tasso nell’opera vuole rappresentare il destino dell’uomo, diviso tra il dovere e i richiami del cuore.
All’epoca del Dialogo di Pellegrino il successo della Gerusalemme liberata e la fama sempre crescente dell’autore ne avevano fatto un caso letterario. Il paragone con l’Orlando Furioso, di qualche decennio precedente, era inevitabile. Gli ammiratori dei due poeti si erano divisi più o meno equamente. Fu l’opera del Pellegrino, che innalzava il Tasso infinitamente non solo al di sopra dell’Ariosto ma anche al di sopra di tutti gli altri poeti italiani a scatenare la polemica, che durò diversi anni.
Le sue affermazioni non rimasero senza risposta, infatti “i numerosi partigiani di Ariosto gridarono altamente e gli Accademici della Crusca gridarono più forte di tutti e risposero al Dialogo di Pellegrino”.
( L’Accademia della Crusca, nata proprio nel ‘500, esiste tutt’oggi e raccoglie studiosi, esperti e filologi della lingua italiana. Rappresenta una delle più prestigiose istituzioni linguistiche d’italia e del mondo).
Alcuni letterati dell’Accademia difendevano l’Orlando furioso e l’Ariosto e sminuivano la Gerusalemme Liberata e il Tasso. Al Pellegrino rispose l’accademico LEONARDO SALVIATI con la “Difesa dell’Orlando Furioso dell’Ariosto contra ‘l dialogo dell’epica poesia di Camillo Pellegrino” Egli sanciva la superiorità dell’Ariosto rispetto al Tasso per la fedeltà ai canoni linguistici di Pietro Bembo (Bembo sosteneva che per la scrittura delle opere letterarie , gli Italiani dovevano prendere come modello Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa).
Anche un altro accademico della Crusca , BASTIANO ROSSI, fu dello stesso avviso , poiché sosteneva un utilizzo della lingua, da parte del Tasso, non conforme al soggetto epico, la sua lingua era troppo vicina al linguaggio parlato, dialettale e plebeo, lontano dalla tradizione fiorentina.
La querelle si traferì poi su altri livelli, da un piano linguistico si passò a quello ideologico e il Pellegrino fu accusato di avere una “pregiudiziale avversione” verso la tradizione toscana e perfino verso la Signoria dei Medici.
Addirittura l’anno dopo il Dialogo di Pellegrino , TASSO stesso scrisse l’ “Apologia del S. Torquato Tasso. In difesa della Gerusalemme liberata” , nella quale difendeva, sotto forma di dialogo, tutte le scelte fatte.
La polemica continuò, il SALVIATI replicò con la “Risposta all’Apologia di Torquato Tasso”, cui seguirono un nuovo opuscolo di PELLEGRINO e un ”Discorso” del TASSO, e un altro scritto di SALVIATI. Poi le acque si placarono e il Tasso stesso abbandonò la controversia.
Comunque la disputa tre ariosteschi e tasseschi proseguì fino al secolo successivo con la partecipazione anche di letterati minori. Molti si schieravano a favore della Gerusalemme ma molti furono anche i suoi denigratori, tra cui Galileo Galilei, che si scagliò contro la povertà di inventiva del Tasso.
Il Dialogo di Pellegrino fa riflettere anche sulla partecipazione dei letterati meridionali al dibattito culturale nazionale. Molti erano i letterati meridionali che andavano a stampare le loro opere nelle tipografie fiorentine nonostante ce ne fossero molte anche a Napoli. L’intento probabilmente era quello di una maggiore visibilità e partecipazione al dialogo culturale nazionale.
Non è da escludere l’ipotesi secondo cui lo stesso Tasso abbia conosciuto il nostro feudatario Luigi Carafa. Si ricorda che Tasso era nato a Sorrento e aveva studiato a Napoli, e pure essendosi trasferito in altre città d’italia, alla corte dei vari Signori dell’epoca, ritornò diverse volte a Napoli, dove frequentava i salotti della nobiltà napoletana, luoghi di incontro dei letterati e chissà che non abbia visitato anche la Rocca di Mondragone, luogo di inizio della querelle.
In conclusione, ciò che mi colpisce di questa querelle così rilevante e significativa a livello nazionale è che proprio a Mondragone era completamente sconosciuta.
Dobbiamo ringraziare il prof. Sorrentino, giovane e appassionato ricercatore, che all’attività di docente alterna anche quella di pittore e scultore. 







sabato 8 gennaio 2022

IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO

 
Tutti conosciamo questo famoso proverbio, con il quale si intende dire che è difficile cambiare la propria natura ed eliminare le cattive abitudini.
Sentite un po’ come ci scherzavano su i Mondragonesi in questo breve racconto.
Un lupo si andò a confessare. ( Non ci si meravigli del fatto perché nella fantasia popolare tutto è possibile, anche che un lupo si vada a confessare).
Mentre confessava i suoi misfatti, fiutò nell’aria l’odore delle pecore e intanto che il sacerdote lo esortava, dicendo: - Non farlo più!, lui, che fremeva tutto, impaziente di scappar via, disse: - Parrucchià, facit ambress , sta a passà na mmorr de pucurell proprj annanz a chiesja!
Grazie a Clara Ricciardone



giovedì 6 gennaio 2022

EPIFANIA E BEFANA : TRA STORIA E LEGGENDA

Un detto mondragonese recita: 
- Le feste jessene e venessene/
 Pasqua Epifania nun venesse mai! 
Femmene meje filate che le feste so passate
 
Ed ancora 
Pasca Epifania tutte le feste se porta via/
risponne a Cannelora: - Ce stongo io ancora! 

La prima festa del nuovo anno è quella dell’ Epifania, che coincide con quella della Befana, tanto aspettata dai bambini; avviene in questa ricorrenza la fusione tra l’elemento del culto religioso e quello della tradizione popolare. Il termine Epifania deriva dal greco e significa “apparizione, manifestazione”, riferita alla persona di Gesù ed è la festa che rievoca la visita dei Re Magi al Bambino Gesù, nella notte del dodicesimo giorno dopo Natale, tra il 5 e il 6 gennaio. Il senso profondo di questa solennità consiste nel fatto che in essa Gesù manifesta il mistero di salvezza di Dio a tutte le genti, non solo a Israele. I Magi, personaggi misteriosi venuti da lontano, simboleggiano i rappresentanti di tutti i popoli della Terra , che vengono a Gesù. Essi si prostrano davanti al Bambino e ne riconoscono la divinità, in più offrono al Figlio di Dio doni simbolici: oro, incenso e mirra; l’oro simbolo della regalità, l’incenso della funzione sacerdotale del Messia, mentre la mirra profetizza in maniera chiara la sua passione e morte. Il simbolo di questa festa è senza dubbio la stella cometa, la cui luminosità guidò i Re Magi verso il Signore ma il personaggio protagonista è quello della Befana, questo curioso personaggio, saldamente ancorato nell’immaginario popolare, da sempre molto amato, che con la tradizione cristiana non c’entra proprio niente eppure nella tradizione popolare c’è una leggenda che in qualche modo la inserisce come protagonista di questa festa religiosa. Essa racconta che quando i Re Magi stavano andando a Betlemme per rendere omaggio al Bambino Gesù, arrivarono in prossimità di una casetta e decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere per Betlemme. Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina, che diede loro le indicazioni ma quando i Re Magi le chiesero di unirsi a loro, lei rifiutò perché aveva molte faccende da sbrigare. Dopo che i Re Magi se ne furono andati, la vecchina capì di aver commesso un errore a rifiutare il loro invito e decise di raggiungerli. Uscì a cercarli ma non riuscì mai a trovarli. Così bussò ad ogni porta lasciando un dono ad ogni bambino nella speranza che uno di loro fosse Gesù. Da allora in poi ha continuato per millenni e continua ancora, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio a portare regali a tutti i bambini per farsi perdonare. Essa appare ancora oggi nella cultura italiana come una vecchia brutta e gobba che vola a cavallo di una scopa e che va in giro a distribuire dolci e regali ai bambini buoni e carbone ai “cattivi” , che sta a simboleggiare le marachelle compiute da questi ultimi nell’anno precedente. La figura della Befana rappresenta un esempio lampante di come quando la religiosità popolare si appropria di un festività religiosa, il profano talvolta può superare il sacro e far nascere personaggi simpatici, nella fattispecie questa vecchina che ha quasi finito per eclissare l’immagine dei Re Magi. Come molte altre tradizioni, anche quella della Befana affonda le radici nel nostro passato agricolo. Infatti l’origine della festa probabilmente è connessa a un insieme di riti propiziatori pagani, legati ai cicli stagionali dell’agricoltura. Anticamente, infatti, si credeva che nelle 12 notti che seguivano il solstizio d’inverno, corrispondente al Natale, fantastiche figure femminili volassero sui campi seminati per propiziare il raccolto. Gli antichi Romani pensavano che a guidarle fosse Diana, dea della caccia. La Chiesa condannò con rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche, ma il popolo non smise di credere che tali vagabondaggi avvenissero. Tali credenze stratificandosi e sovrapponendosi diedero origine a diverse personificazioni che nel Medio Evo sfociarono nella nostra Befana. Nella dodicesima notte dopo il Natale, si celebrava, comunque, la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega che volava per i cieli con una scopa. Ormai secca, era pronta per essere bruciata per far sì che dalle ceneri rinascesse come giovinetta Natura. In molte regioni italiane, infatti, si costruiscono ancora oggi fantocci di paglia a forma di vecchia , che vengono bruciati nella notte tra il 5 e il 6 gennaio. La Befana, quindi coincide con la rappresentazione femminile dell’anno vecchio.



mercoledì 5 gennaio 2022

C’ERA UNA VOLTA LA BEFANA La Befana piccina piccina Va vestita da contadina Le scarpette di trullallà La Befana è mammà e papà…

La Befana piccina piccina 
Va vestita da contadina 
Le scarpette di trullallà 
La Befana è mammà e papà……

Così recitava una poesiola di tanto tempo fa, in cui c’è un chiaro messaggio che comunica ai bambini la vera identità della Befana. Nell’antica società contadina anche a Mondragone i bambini aspettavano la Befana, vista come una sorta di nonna buona che premia o punisce. Qui da noi, inizialmente, era piuttosto povera, a dire la verità; i suoi doni consistevano in poche caramelle, qualche dolcetto, noci, mandarini insieme a dosi più o meno consistenti di carbone. A pensarci bene quanti bambini ha fatto sospirare la cara Befana, e quanti ne ha delusi, quanta confusione ha creato nella loro mente; pochi erano i soddisfatti, che trovavano proprio i doni che desideravano. E quale sarà stata l’amarezza provata dai piccoli nel sentire, ad un certo punto, che la Befana non esisteva? Al giorno d’oggi c’è da chiedersi: - Ma è ancora valido il personaggio della Befana? Qual è il suo valore pedagogico ed educativo nella crescita del bambino? E’ un compito davvero importante per i genitori quello di delimitare il mondo del fantastico e del reale e comunque, alla fine, è sempre meglio dire ai figli la verità. Tra gli episodi raccontati dalle persone anziane in merito alla Befana, ce n’è uno accaduto negli anni ’30. Nel rione San Francesco viveva una famiglia di contadini con 5 figlie femmine, la seconda delle quali, pur essendo grandicella credeva ancora alla Befana; le era molto affezionata, a dire il vero, e non voleva proprio accettare la verità, quando qualche volta si provava a fargliela capire. La sorella maggiore a vederla così grande e grossa e così testarda non ci poteva proprio passare e decise di farle uno scherzo. Il papà portava dalla campagna tante zucche, piccole e grandi, tonde e lunghe. Lei ne tagliò una fetta , dandole una forma rettangolare come quella di un torrone, modellandola alla perfezione, la incartò per bene e aspettò la sera del 5 gennaio. Come ogni anno la ragazzina credulona appese la sua calza insieme alle sorelle più piccole e andò a dormire, cercando comunque di restare sveglia per sentire qualche scricchiolio, per avvertire la presenza della Befana con un po’ di paura ma con tanta curiosità. La sorella maggiore, quando si rese conto che tutti dormivano, si alzò e con grande precauzione, infilò il finto torrone nella calza della sorella. La mattina seguente fu proprio quest’ultima la prima a svegliarsi e al buio corse, a piedi scalzi, a tastare le calze appese e, sentendole piene, gridò alle sorelle:- E’ venut, è venut a Befana!E tastando la sua calza, disse: - A me m’ha purtato nu turruncin luongu luong! E senza pensarci su due volte, lo addentò con avidità ma dopo pochi secondi esclamò: - Ma chest è cucozza! Chi è stat? La sorella maggiore se la rideva sotto i baffi, senza fiatare: in un attimo aveva infranto il sogno di quella ragazzina a cui piaceva tanto l’idea di quella vecchia brutta ma tanto cara che ogni anno pensava a lei e veniva di notte a portarle i regali in una maniera così buffa e rocambolesca, scendendo dal camino. Negli anni ’50 la Befana era diventata un po’ più ricca, a Mondragone: c’erano già i negozi che mettevano in bella mostra i giocattoli dell’epoca: fucili, pistole, bambole, trenini, cavallucci a dondolo. Fra i tanti bambini che aspettavano la Befana, c’era anche un bambino, figlio di una vedova, che faceva di tutto per i figli, ma le possibilità erano davvero poche. La madre, nei giorni precedenti alla festa, senza troppe spiegazioni gli diceva che doveva arrivare la Befana e lui, poverino le credeva perché si sa che per un bambino quello che dice la mamma non può che essere la verità. Allora si recava davanti alla vetrina del negozio di giocattoli di Pagliuca, a corso Umberto, dove ora si trova il negozio di Ottica “Russo” e dopo aver osservato bene i giocattoli, sceglieva quello che secondo lui era il più bello, un bel fucile grande o una pistola nera e lucida e credendo di doverlo comunicare alla Befana con la forza del pensiero, oggi diremmo con la telepatia, guardando il giocattolo, glielo comunicava. Ma che delusione aveva la mattina dopo, povero caro, quando andando ad aprire la calza, non trovava che poche caramelle, un pezzetto di carbone di zucchero e una pistola minuscola, quasi invisibile o un mazzetto di carte da gioco, non era mai quello che aveva scelto. E pensava: - La Befana non mi ha capito. Ogni anno si recava davanti al negozio di Pagliuca e cambiava giocattolo per farglielo capire, ora il carrarmato, ora l’elicottero ma la Befana non indovinava mai. Lui ci rimaneva tanto male, non riusciva proprio a capire anche perché vedeva che ai suoi compagni più ricchi la Befana indovinava sempre. Poi con il tempo anche lui, facendosi più grande scoprì la verità e si convinse che la Befana era per i figli dei ricchi non per quelli dei poveri.




lunedì 3 gennaio 2022

IL MESE DI GENNAIO

 

Innaro scummoglia pagliar,

Ogni donna bella, brutta pare!

Addò stà chella bella giona tutta pumposa?

Sott a ru fucular tutta muccosa!



Così recita il detto mondragonese per indicare che in questo periodo dell’anno le temperature si irrigidiscono e il vento gelido è tale da scoperchiare perfino i pagliai. Anche la donna bella, con il freddo di gennaio, diventa brutta; lei, che va altezzosa della sua bellezza, lussuosa e appariscente, ora se ne sta sotto al focolare, al caldo, con il naso che cola , pieno di muco.

Si tratta di un mese più tranquillo per quanto concerne il lavoro dei contadini: una sorta di pausa durante la quale la natura offre ben poco e il lavoro in campagna diminuisce, un mese in cui le piante dormono, aspettando che il tempo faccia il suo corso anche se qualcosa, che al momento non si vede, già aspetta sotto il terreno brullo.

Era questo il periodo della potatura invernale, il periodo ideale per potare la maggior parte degli alberi durante il riposo vegetativo e per far legna; si raccoglievano, infatti, i rami delle piante e i tralci delle viti, le viticaglie, che, riunite in fasci, venivano utilizzate sia per accendere il fuoco che per scaldare il forno per fare il pane. Non solo si potavano le viti ma c’era anche il ricambio periodico delle canne di sostegno e poi la corretta piegatura e legatura dei tralci per la quale si usavano le vincelle, gli steli verdi della ginestra, sottili e flessibili, che si raccoglievano in montagna.

Gennaio era il periodo dell’anno in cui la famiglia contadina si radunava davanti al focolare, il mese in cui per scaldarsi si consumavano intere cataste di legna accumulate, e si raccontavano antiche storie mentre le donne sferruzzavano per fare calze o maglie e le giovani ricamavano il corredo.

Ci si copriva come meglio si poteva per ripararsi dal freddo e ci si riscaldava con il camino e con i bracieri , le gelide lenzuola venivano scaldate con lo scarfalietto. Le famiglie più povere si riscaldavano più semplicemente con dei mattoni di terracotta che mettevano nel letto avvolti in panni di lana per evitare scottature



Per accendere facilmente il braciere, alcune donne si recavano a ru lammicco, cioè alla distilleria della famiglia Petrone, a chiedere il fuoco, cioè i residui di carbonella accesi, provenienti dalla fornace, che venivano regolarmente dati senza alcun compenso perché Mondragone, a quei tempi, era un paese dove tutti si conoscevano e la gente era unita da vincoli di parentela, amicizia, comparatico e vicinato per cui sembrava di far parte tutti di una grande famiglia.

I senzatetto andavano di notte a cercare rifugio dal gelo al tepore delle caldaie della distilleria.

Da Natale alla Befana c’era più di un’occasione per fare festa dopodiché si ritornava alla vita ordinaria.

Nei giorni seguenti la massaia incominciava a procurarsi tutto ciò che serviva per ammazzare il maiale: lo spago, il peperoncino, il sale , i finocchietti ecc. tutto doveva essere pronto per la grande festa che comportava anche tanto lavoro, che però consentiva l'approvvigionamento per tutto l’anno delle tante prelibatezze della carne suina.


Arrivava poi la festa di sant’Antonio abate, un santo molto venerato nell’antica società contadina: protettore degli animali, ma anche dei nostri denti.









venerdì 31 dicembre 2021

LE SCRIPPELLUCCE SCAURATE

 LE SCRIPPELLUCCE SCAURATE: LA TRADIZIONE 





Posto con piacere la mia ricetta collaudata delle scrippellucce della tradizione.

A Mondragone, una volta, il 31 dicembre era “rituale” fare le scrippellucce, che si facevano “pe devozione”, come qualcuno dice ancora oggi e come si diceva per ogni preparazione culinaria riferita al Natale o alla Pasqua o ad altre feste religiose.

Con questo modo di dire, in effetti,  si mescola   il sacro al profano perché si sa che la devozione è legata al culto, alle preghiere e alle pratiche religiose che non hanno nulla a che vedere con le scrippellucce, gli struffoli, il baccalà o l’insalata di rinforzo e quant’altro, eppure, a pensarci bene,  l’espressione non ha nulla di irriverente o in contrasto con  il sacro.  Sappiamo tutti  che il Natale, qui a Mondragone,    è legato ad alcuni cibi e dolci  particolari che ci sono stati tramandati di generazione in generazione  e  con quest’espressione, quindi,  si intende dire che anche attraverso il cibo della tradizione  si vuole rispettare, celebrare, onorare   questa festività    e la devozione ad essa  legata; è il nostro modo di vivere il Natale   anche attraverso cibi, diventati per così dire “rituali”, come  è consuetudine  la preparazione dell’albero e del presepe e  la novena degli zampognari ed altro.  E’  in questo modo che   la tradizione popolare si unisce  a quella  religiosa ed è così che il sacro si lega sempre al profano e tutti e due si può dire che  vanno di pari passo.

 Anche oggi si continuano a fare le scrippellucce , solo che oggi sono diventate un optional, data l’abbondanza dei dolci che ci sono tutto l’anno. Cerchiamo di mantenere viva questa tradizione poiché oltre ad essere buone, le scrippellucce raccontano la cultura del nostro paese. Lasciando da parte queste considerazioni, vengo subito alla ricetta. 

INGREDIENTI

1 litro d’acqua – ½ kg di farina – abbondante limone (freschissimo) grattugiato – vaniglia – un pizzico di sale – un bastoncino di cannella. 

PREPARAZIONE

Mettere l’acqua in una pentola  dal fondo spesso, aggiungere sale, limone, vaniglia, cannella

Quando l’acqua bolle, si versa la farina a pioggia come per la polenta mentre  si gira di continuo con il cucchiaio di legno. 

Appena tutta la farina viene assorbita dall’acqua, l’impasto si indurisce e diventa difficile e faticoso girare con il cucchiaio di legno, per questo motivo suggerisco di non utilizzare più di mezzo chilo di farina per volta; se si vuole raddoppiare o triplicare le dosi,  si può preparare l’impasto in più riprese. 

Si continua a girare per almeno 2/3 minuti, questo  è un momento  importante della preparazione  perché in questa fase l’impasto  subisce una prima cottura,  diventa più sodo e così  non si aprirà in frittura e non assorbirà troppo olio e poi,   continuando a girare  si eliminano i grumi di farina,  si  gira fin quando sul fondo non si formerà una patina biancastra e l’ impasto si staccherà dalle pareti e dal fondo. 

Si capovolge poi l’impasto sul tavolo e con le mani unte di olio si stacca un pezzetto di impasto alla volta e si schiaccia con il fondo di un bicchiere o con un batticarne per eliminare eventuali grumi  ( vi assicuro che con queste dosi,  grumi non dovreste trovarne affatto,  si formano i grumi quando si mette molta farina, io ne  trovavo molti  quando mettevo  uguale quantità di farina e di acqua, secondo una ricetta che mi avevano dato)

Si lavora di nuovo l’impasto tutto insieme e si mette a riposare per mezz’ora o un’ora, ma quando l’impasto è ben fatto, le scrippellucce si possono fare anche subito, senza riposo.

Si prende un pezzetto  di impasto alla volta,  lo si allunga   con le mani sul tavolo,  formando  dei bastoncini cilindrici, a cui si dà la forma di un fiocchetto. 

Si friggono in abbondante olio di arachidi . Si fanno scolare e poi si passano in zucchero e cannella.

Vi consiglio per la prima volta di iniziare con piccole dosi, magari con mezzo chilo di farina per testare la ricetta ma quando ci avrete preso la mano, vi raccomando, fatene tante perché è bello portarle in dono ad amici e parenti e soprattutto a chi non può farle, proprio come facevano una volta perché per noi Mondragonesi è anche questo il senso del Natale: tradizione e condivisione. 

Chi le riceverà vi accoglierà di sicuro con un sorriso forse di sorpresa o di gioia, chi può dirlo, quello che è  certo è che ne sarete contenti anche voi, credetemi!

BUON ANNO A TUTTI

lunedì 27 dicembre 2021

RU BUCU BUC: IL CANTO TRADIZIONALE DI FINE ANNO



Tanti anni fa, la sera del 31 dicembre, giorno dedicato a san Silvestro, alcuni gruppi di giovani, muniti di strumenti musicali semplici costruiti per lo più da loro stessi, quali triccaballacche, tammorre, buchi buchi e qualche fisarmonica, si recavano di casa in casa ed eseguivano un canto tradizionale di fine anno: il buco buco, con il quale formulavano gli auguri di buon anno e a portavano “la buona notizia” della nascita di Cristo, chiedendo in cambio di ricevere la “nferta” in natura e in denaro. Era davvero una bella tradizione, un momento di aggregazione sociale che riusciva ad affratellare tutti, nello scambio degli auguri e nella speranza di un futuro migliore. Purtroppo questa festosa e allegra tradizione è scomparsa da noi mentre viene mantenuta ancora in vita a Sessa Aurunca e in tutte le sue frazioni.

Il buco buco è un tamburo dal suono basso e cupo, costituito inizialmente da una pentola di coccio, sulla quale veniva distesa una membrana animale( ad es. la vescica del maiale), legata con uno spago. Al centro poi veniva praticato un piccolo buco attraverso il quale si infilava una canna, che dopo essere stata inumidita, produceva, grazie alla frizione dall’alto verso il basso, il suono tipico del contrabbasso.
La pentola di coccio, che fu sostituita poi con un contenitore di legno o di latta, faceva da cassa di risonanza. I bucobuchisti per evitare di scorticarsi il palmo della mano utilizzavano un panno umido per frizionare la canna.
Questo è il testo del canto che alcuni ancora ricordano:
Buchi buchi santu Suluviestr
La scrippella sta sott o tiest
(Ru tiest e ru tian
E buchi buchi mast’Aitan ) Rip. 2 v
Stella stella assaje lucent
Che ri re Maggi accompagnast
(Ma li Giurei de Gerusalemm
Nun arrivavan a camminare ) Rip 2 v.
Nui simm poveri poveri
Ne venimm da Casoria
(Casoria e Messina
Simm poveri pellegrini ) Rip. 2 v.
Nuje ne venimm da luntan
P v purtà chistu buon signal
(Si permess vuje ce rat
Quanta cos che ve raccuntamm) Rip. 2 v.
Simm stat in quella rotta
Addò è nat ru Divin Agnell
Rent a ru cor de la mezzanotte
Tra ru bov e l’asinell
(Quann ru vuagli(o) stev cantenn
Gesù Crist stev nascenn) Rip. 2 v.
Ru patron d sta casa
Mo ce la caccia na bona spas
D’auciat e susamiegli
E na vintin de carriniegli
(D’auciat e cu lu vin
Ce ra pur tre carlin ) Rip. 2 v.
Che grand’ onor ch’amm avut
Rent a sta cas simm trasut
(vuje penzat e teniteci a mment
che simm figli de bona gent) Rip. 2 v.
Ve venimm a salutare
L bbon fest v venimm a dare
Assì la ‘nfert ce mettit annanz
Facitacell priest e abbundant
(Facitacella cu l trezz
e cu tutt l cuntentezz). Rip 2 v.
Fate presto, fate presto e non tardate
Che nuje avimm da camminare
( V’auguramm bon fine d’anno
E nu buonissimo Capodanno). Rip. 2 v.
Nessuna descrizione della foto disponibile.

giovedì 23 dicembre 2021

LE SCRIPPELLE DI NATALE

  Era una Vigilia di Natale di tanti anni fa, nel rione S. Francesco fervevano i preparativi per il Cenone e tutti erano presi da una gioiosa euforia nell’attesa della Nascita Santa. Anche nella famiglia Marta ci si dava da fare perché tutto fosse pronto e niente lasciato al caso. Francesco Marta, il capofamiglia, faceva il muratore ma sapeva fare tanti altri mestieri. Era meglio conosciuto come Mastu Ciccio “ru lampiunar” perché suo padre, uomo alto di statura, era addetto ad accendere e spegnere i lampioni, che si trovavano nei punti principali del paese, a cui accedeva con una scaletta, quando ancora non erano illuminati con la corrente elettrica. Sua moglie Rusinella, come ogni anno, ad un certo punto, incominciò a friggere le zeppolelle, ma non poche tanto per gustare bensì “nu cufunieglj” pieno perché la famiglia era numerosa e poi solo quello c’era a quell’epoca, si era negli anni ’50 ed era da poco passata la guerra, ma con quel che c’era a disposizione si cercava comunque di rispettare tutte le ritualità. Da abile massaia, la donna prendeva l’impasto a cucchiaiate e lo faceva cadere nell’olio bollente e quello subito si gonfiava, formando le zeppole, le girava e le rigirava fino a farle diventare dorate. Uno dei figli, rincasando, si fermò ad osservarla e disse: - Oimà, ma facit semp accussì? mimando il gesto della madre - Pecché nun facit nu poc accussì? E con la mano sull’olio faceva finta di tracciare un segno circolare continuo. La madre capì e raccolse l’invito, nell’impasto che aveva ancora a disposizione mise dello zucchero, vaniglia e cannella, scorza di limone grattugiato, un po’ di liquore fatto in casa e mescolò bene per amalgamare tutto; poi, prendendo con le mani quell’impasto morbidissimo e tutto bolloso perché ben lievitato, incominciò a versarlo nell’olio, partendo dal centro e facendo giri concentrici, che mai faceva interrompere fino ad arrivare alla massima larghezza della padella . Friggeva le scrippelle da un lato e poi le rigirava dall’altro con grande attenzione e maestria. Poi, dopo averle messe a scolare per eliminare l’olio in eccesso, le cospargeva di zucchero e con grande gioia di tutti, la famiglia mangiò le scrippelle alla vigilia di Natale. Non erano grandi come quelle di oggi ovviamente, avevano la larghezza delle padelle che avevano a disposizione allora, ma buonissime e profumatissime.

Questo episodio mi è stato riferito dalla signora Vincenzina Marta, figlia di Francesco, una novantaseienne dalla mente lucidissima, purtroppo scomparsa pochi mesi fa, che mi ha raccontato tanto della vita passata mondragonese. Ve l’ho voluto raccontare perché da questo racconto mi sono resa conto che l’impasto delle scrippelle è quello delle zeppolelle di Natale, cioè quello della “pasta cresciuta”, come noi la chiamiamo. Nelle scrippelle, se avete notato, c’è anche il pepe proprio come nelle zeppolelle. Un’altra conferma alla mia ipotesi la troviamo in un verso del Buchi Buchi , il canto beneaugurante , che si faceva il 31 dicembre, in cui si legge “la scrippella sta sott o tiest”. Come mai si parla di scrippella alla vigilia di Capodanno? Perché è proprio nelle due Vigilie, di Natale e di Capodanno , che si facevano le zeppolelle e quindi si potevano fare anche le scrippelle, visto che l’ impasto era lo stesso. C’è anche da notare che in Sicilia le zeppolelle si chiamano proprio crispelle perché l’impasto quando cade nell’olio bollente tende ad incresparsi; le crispelle da noi, per effetto della contaminazione linguistica, sono diventate scrippelle, non riferito alle zeppolelle, bensì al dolce che conosciamo.
Insomma, se non sappiamo quando sono nate le scrippelle, almeno sappiamo come sono nate. Certo non sappiamo chi fu la prima massaia mondragonese a friggere l’impasto in maniera circolare ma possiamo senz’altro dire che è stata geniale a creare questo dolce, che non passa certo inosservato: grande, profumato e dorato, strabiliante solo a guardarlo, realizzato con ingredienti semplicissimi: farina, acqua, lievito, zucchero e profumi inebrianti. A chi si poteva dedicare un dolce così? Ovviamente agli sposi per festeggiare il giorno più importante della loro vita, il coronamento del loro sogno d’amore, con quella forma a spirale che prolunga all’infinito il movimento circolare, simbolo della vita che si rinnova continuamente e perciò beneaugurante per la fertilità degli sposi.
Per quanto concerne le notizie storiche mi è stato riferito che negli anni ’50 già si facevano le scrippelle per i matrimoni e la prima scrippellara che si ricorda di quel periodo si chiamava Marianna Bomba. Ricordo anche che le scrippelle per il mio matrimonio le ha fatte la sig.ra (E)miliozza Lapiello, di Via Venezia.





martedì 21 dicembre 2021

UN FURTO SACRILEGO

 Quando, a causa delle leggi eversive napoleoniche, i monaci non c’erano più a Mondragone e la chiesa era contesa dagli altri parroci perché più grande e accogliente rispetto alle altre, avvenne che la Chiesa Madre o di S. Giovanni Battista o dell’Incaldana era cadente a causa di un terremoto subito ed erano urgenti lavori di restauro; fu per questo motivo che il parroco Ferdinando Sementini chiese al Gran Giudice ed ottenne di trasferire la parrocchia nella chiesa di S. Francesco per tutto il periodo dei lavori, che durarono diversi anni.
In questo periodo, precisamente nel 1839 avvenne un fatto, riferito dalla tradizione popolare ma riportato anche da Luca Menna, storico e notaio carinolese nel “Saggio istorico sulla città di Carinola”, il quale racconta: - “Una donna di cui si tace il nome, rubò tutto o la maggior parte dell’oro di detta sacrosanta Vergine, ch’era riposto nella sua nicchia, che allora esisteva nella chiesa del Monistero di S. Francesco per dar luogo alle fabbriche in detta Chiesa Madre, ma calando la donna col furto fu assalita da colpo apoplettico e cadde semiviva in modo che, carponi per terra, appena ebbe la forza di allontanarsi pochi passi dall’altare da cui era calata; trovata la mattina in questo stato, fu interrogata, ma non rispose, perché priva di favella, la quale ritornata per intercessione di questa pietosa Madre, palesò il delitto, si pentì dell’errore e dopo confessata, immantinente nel luogo stesso cessò di vivere” (Nella foto si vede l' immagine della Madonna come veniva raffigurata prima del restauro del 1954)




lunedì 20 dicembre 2021

“AGGIA UTTA’ RU COR A RU VIENT”

Qualche volta ho sentito quest’ espressione mondragonese da mia madre quando succedeva qualcosa che le procurava dolore e che doveva accettare senza potersi opporre . Capivo che voleva dire non voler pensare sempre alla stessa cosa che le dava tormento. “Lanciare il cuore nel vento” voleva dire non volersi far sopraffare dalla mente ma affidarsi al vento perché la mente, si sa, che gira e rigira e vuole ritornare sempre sullo stesso pensiero fino a torturarci all’infinito e allora, anziché seguire la mente conviene seguire il sentire del corpo, sentire e non pensare, perché la mente drammatizza sempre ed è catastrofica, va sempre oltre la realtà, o nel passato, facendoci soffrire per situazioni che non sono più reali o nel futuro, immaginando cose che non sono reali. Il corpo, invece, non mente; difficilmente, infatti, riusciamo a nascondere sentimenti di gioia o di sofferenza, che traspaiono dal nostro corpo come da un libro aperto. La mente, al contrario, mente, e non è solo un gioco di parole. E’ bello sentire il soffio del vento sul viso o quando ci scompiglia capelli, ancora più bello sarebbe seguirlo e farsi trasportare su spiagge mai viste, su sentieri sconosciuti e poterlo seguire anche quando con la forza dell’uragano, come un cavallo imbizzarrito, ci trascina in boschi selvaggi, lasciandoci senza fiato e rivoltandoci sottosopra, facendoci assaporare la libertà e azzerando, nel contempo, tutte le nostre certezze e stabilità ed è allora che tutto si rinnova, tutto si rimette in discussone , tutto ricomincia e magari nel ricominciare impariamo ad accogliere anche le nostre delusioni e sofferenze e a costruire qualcosa di buono, partendo proprio da esse, anziché aderire a quel fatalismo che ci impoverisce e ci immobilizza , facendoci sentire sempre inadeguati. C’è davvero qualcosa di benevolo e di amabile nel vento, che non spazza via solo le nuvole ma anche i nostri pensieri, lasciamoci soffiare dentro la sua freschezza, la sua energia vitale e le nostre preoccupazioni si allontaneranno come foglie d’autunno .
Alla fine, in ogni detto antico c’è sempre un fondamento di verità e la saggezza popolare aveva sempre ragione , anche riguardo al vento e ai pensieri tristi.




domenica 19 dicembre 2021

DON CICCIO

La figura di questo sacerdote è stata molto importante e significativa nella storia della chiesa di S. Francesco. Nato a Mondragone il 7-1- 1872, morto nel 1951, abitava proprio di fronte alla chiesa di S.Francesco , figlio di una famiglia benestante e molto devota. Compiuti gli studi presso il Seminario di Sessa Aurunca,fu ordinato sacerdote da Mons. Diamare il 30-3-1895. Quando i monaci francescani dovettero andar via da Mondragone a causa delle leggi eversive napoleoniche, la rettoria della chiesa fu affidata prima a un religioso che per malattia non poté sloggiare dal convento e in seguito ai vari parroci confinanti. Essendo abbastanza ampia e funzionale, era molto ambita dai parroci di S. Rufino e di S. Giovanni Battista. Il parroco di S. Rufino nel 1811 ad ogni costo voleva trasferire la sua parrocchia nella chiesa francescana perché la sua era piccola e malandata. In seguito con decreto del 23-1-1812 si stabilì che delle quattro parrocchie esistenti allora se ne costituisse una sola , quella di san Giovanni Battista con S. Angelo e S. Rufino coadiutrici. Il parroco di S. Rufino Ferdinando Sementini con l’unificazione delle parrocchie venne trasferito nella centrale chiesa di S. Giovanni Battista. Essendo questa quasi cadente a causa di un terremoto chiese al Gran Giudice di trasferire la sua parrocchia per tutto il periodo dei lavori di restauro, che durarono diversi anni, nella chiesa francescana.

Molte richieste furono fatte nel corso degli anni per il ripristino del soppresso monastero di S. Francesco da parte del sindaco, del clero e dei cittadini ma sempre con esito negativo.
Ancora continuarono le rivendicazione della suddetta chiesa da parte dei parroci di S. Giovanni Battista e S Rufino e ripetute lettere furono inviate al Vescovo fino a che qualcosa di nuovo avvenne.
Nella famiglia Gravano che abitava di fronte alla chiesa di S. Francesco, il figlio Francesco diventò sacerdote nel 1895 ed era molto devoto del Poverello di Assisi. Egli, nel 1917, dopo aver superato mille ostacoli e tramite conoscenze varie, riuscì a comprare la chiesa di S. Francesco con la sacrestia e il piazzale esterno dal demanio ma il padre che aveva finanziato l’acquisto per il figlio sacerdote, volle che fosse intestata la proprietà a lui e ai due fratelli, don Adolfo e don Eduardo. Poiché non fu chiesta alcuna autorizzazione alla Curia di Sessa, don Ciccio, come da tutti veniva familiarmente chiamato, venne sospeso dal Vescovo, il quale era venuto a conoscenza del fatto da una lettera anonima firmata “Lucio Vero”.
Il Gravano allora scrisse una lunga e commovente lettera al Vescovo in cui espose gli sforzi e i sacrifici compiuti per salvare la chiesa di san Francesco dalle mani di coloro che volevano impossessarsene per adibirla ad usi profani. Si recò allora a Roma per avere una sanatoria , promettendo di trasferire in S. Francesco la piccola e cadente chiesa di S. Rufino, dove era l’aiutante del parroco Petrella e fu assolto. Alla morte del Petrella , fu nominato parroco di S. Rufino ed essendo la chiesetta cadente trasferì la parrocchia nella chiesa di S. Francesco. Ricevette il possesso canonico della suddetta chiesa dal vescovo Fortunato De Santa e compì sempre le funzioni parrocchiali. Con grande zelo fece radicali restauri sostenendo le spese con denaro personale e familiare.
Il vescovo De Santa però insistentemente gli chiedeva di cedere la chiesa alla Diocesi ma egli si schermiva dicendo che doveva persuadere i fratelli ai quali pure era stata fatta l’intestazione. Il 19 marzo del 1946 il Gravano, essendo ormai anziano e malato, presentò le dimissioni da parroco. Gli successe don Salvatore Razzino già viceparroco. Don Salvatore però riprese a celebrare i sacri riti nella chiesa di S. Rufino ormai restaurata.
Così il Gravano prima della sua morte con animo nobile e generoso volle ridare ai figli di S. Francesco quella chiesa che loro malgrado furono costretti ad abbandonare. Si rivolse al Provinciale di allora, P Giacomo Iovine e questi inviò due giovani frati, P. Paolo Monsurrò di Torre Annunziata e fra Benigno Fele da Qualiano.
Dalle testimonianze orali si sa che don Ciccio era molto generoso e caritatevole, quando andava a benedire le case nel periodo pasquale e riceveva in dono le uova come si usava all’epoca, le regalava a sua volta alle massaie del rione. La famiglia aveva tanti terreni di proprietà e quando si raccoglievano le mandorle, le donava ad ogni famiglia del rione, lasciandole fuori alla porta; quando qualcuno, uscendo, le trovava, ne informava gli altri, dicendo : - E’ venuto don Ciccio, ha portato le mandorle! Alle ragazzine che portavano l’acqua in casa dalla fontana alla governante Erminia regalava sempre qualche soldo e loro di corsa andavano alla bottega a comprare le spezzatelle o le barchette di liquirizia. Quando diventò anziano e non sopportava più le intemperanze dei ragazzini in chiesa era solito dire: -Fuori! La chiesa è mia , vado dal maresciallo dei Carabinieri! Quando si faceva la Via Crucis, aveva in mano un bastone con il quale colpiva in testa qualche ragazzino che si distraeva non per picchiarlo, solo per richiamarlo all’attenzione. Prima di morire donò tutta le sue proprietà alla chiesa di S. Francesco, che furono poi rivendute per la costruzione del nuovo convento. Anche l’area dove ora si trovala piazzetta Nassiria,in via Elena, apparteneva alla sua famiglia. Quando morì gli furono tributate esequie molto solenni, da S. Pasquale a Chiaia venne un pulmino con più di 30 monaci che cantarono nel coro che animò la celebrazione eucaristica.


sabato 18 dicembre 2021

Chi fa mal a ri muon(a)c(i) San Francisc(o) se ne paga

 Chi fa mal a ri muon(a)c(i)

San Francisc(o) se ne paga
Da questo detto mondragonese si evince come erano amati i monaci francescani nel nostro paese, a conferma della vita esemplare e dell’apostolato che essi svolgevano in mezzo al popolo e della stima che godevano presso tutti.
Dopo la morte del Santo ogni città faceva a gara per avere i figli di san Francesco nella propria terra e ad essi è attribuita la fondazione di numerosi conventi e chiese a lui intitolate.
I fondatori del nostro convento e della chiesa sono stati i duchi Carafa della Stadera, signori di Mondragone dal 1464 al 1690,denominati così per distinguerli dall’altro ramo detto “della Spina”. L’emblema, una stadera scolpita in marmo, si trova ancora nella chiesa di san Francesco.
Fu Don Antonio Carafa della Stadera, principe di Stigliano, duca di Maddaloni,a fondare la chiesa e il Convento , dove si insediarono i monaci.
Dalla tradizione e dalle Cronache risulta quanto essi abbiano espletato la loro missione con la parola e con l’esempio , studiandosi di riportare il popolo cristiano a quell’ideale evangelico per il quale san Francesco aveva consumato tutta la sua esistenza terrena.
Il convento, che aveva la capacità di ospitare da 10 a 12 frati, era composto da un piano terra con officine e chiostro, refettorio e stalla con mangiatoia e un primo piano adibito a dormitori.
La chiesa, posta a destra dell’antico convento, di stile romanico, inizialmente si chiamava dell’ “Annunziata” grazie ad un’ aedicula dedicata all’Annunciazione di Maria.
Purtroppo dopo quattro secoli di vita pacifica, stimati dal popolo, anche i frati francescani di Mondragone risentirono dell’ondata eversiva e persecutoria che investì la Chiesa e gli Ordini Religiosi agli inizi dell’800.
Con l’arrivo di Napoleone e con le cosiddette “leggi eversive” vennero soppressi gli Ordini Religiosi francescani e confiscati i loro beni, i fabbricati conventuali furono incamerati dallo Stato e concessi ai Comuni per utilizzo di pubblica utilità.
Tra i conventi soppressi ci fu anche quello di Mondragone. Non sempre le truppe francesi si comportarono bene, in alcuni casi uccisero i vecchi frati rimasti nei conventi. Il nostro convento nel 1812 fu concesso al Comune e fu adibito a scuola pubblica, furono costruite cisterne per uso della popolazione e il Comune vi aveva depositi di oggetti vari . La chiesa rimase sempre aperta alla devozione popolare e solo per un breve periodo servì a bivacco delle truppe, che vi facevano le esercitazioni militari.
All’era napoleonica seguirono poi, altri eventi storici come tutti sappiamo e solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo 135 anni dalla soppressione degli Ordini religiosi, il 6 ottobre i Frati Minori ritornarono a Mondragone, dopo quasi un secolo e mezzo di assenza.
Furono inviati nel nostro paese due giovani frati: P. Paolo Monsurrò di Torre Annunziata e fra Benigno Fele da Qualiano, ai quali nel tempo se ne aggiunsero altri.
Quando i monaci ritornarono a Mondragone, c’era tanta povertà, il fraticello “ ru picuozzo” andava in giro con la bisaccia a chiedere l’elemosina e le famiglie anche se povere, davano e condividevano con i monaci quello che avevano.
Tra i monaci e le famiglie del rione c’era un rapporto davvero speciale di amicizia, di rispetto, improntato alla cordialità e alla semplicità. Il saluto che rivolgevano sinceramente a chiunque era “Pace e bene” , il saluto di S. Francesco, l’augurio più bello e rassicurante che si possa rivolgere ad una persona.
Quando i monaci ritornarono a Mondragone nel ’46 non avevano più dove alloggiare perché il convento era diventato proprietà privata e non fu più possibile riaverlo indietro, bisognava costruire un nuovo convento e questo fu possibile grazie alla donazione dell’avvocato Giovanni Schiappa di 380 mq a Nord della chiesa.
E Il 16 ottobre del ‘49 iniziò la costruzione del nuovo convento. Ci vollero circa 9 anni per la sua totale realizzazione . I lavori furono eseguiti grazie alla tenace volontà e ai sacrifici dei Francescani, agli aiuti dei benefattori.
Le famiglie più benestanti : Gravano, Caracciolo, Greco, Cardella, Fusco, Sementini, La Torre, tutti furono generosi benefattori. La famiglia Razzano non faceva mai mancare la guantiera con il caffè né la famiglia Cardella pizze , pastiere ecc. Il pescivendolo mandava loro il pesce già pulito.
La famiglia Caracciolo, don Onorato e donna Antonietta che non avevano figli, alloggiavano tutti i monaci quando si facevano le 40 ore , anche 14/15 alla volta per dormire, furono proprio loro, tra l’altro, che donarono il terreno ai Passionisti per la costruzione della chiesa di S. Giuseppe.
Anche tra i monaci e le altre famiglie del rione c’era tanto affetto fraterno e familiarità. Di qualsiasi cosa venisse preparata in casa se ne faceva una porzione per i monaci : il pane, la pizza, i lupini, le bottiglie di pomodoro; se si ammazzava il maiale gli si mandava l’arrosto, se si faceva la composta, un vasetto era per i monaci , se si scioglieva la sugna, un vasetto era per loro ma siccome ogni famiglia aveva il pensiero di donare ai monaci, accadeva che a volte le offerte erano superiori ai loro bisogni e allora le sorelle De Simone che avevano un negozio di vernici, in via Iolanda, rivendevano la sugna o la composta e il ricavato andava ai monaci per la costruzione del convento.
Era tutta una gara di solidarietà tra gli abitanti del rione per sostenere i monaci che hanno insegnato tanto ed educato il popolo alla fede cristiana. In particolare essi si recavano spesso a mangiare presso la famiglia La Torre, che abitava nella “cortiglia larga” quasi di fronte alla chiesa, a casa di zi Cicciglio Chiuovo.
Diversi sono gli episodi ricordati dalle persone anziane, relativi al ritorno dei monaci a Mondragone.
Una volta nel periodo della vendemmia tre frati si recarono a casa La Torre per prendere l’uva, zi Cicciglio stava scaricando le balle di fieno mettendole l’una sull’altra, una di esse cadde e lui si lasciò scappare una bestemmia . I monaci erano in tre, senza indugio, lo presero e lo misero a testa in giù in una botte e lui che non se l’aspettava gridava: - Disgraziati! Non venite più qua! E loro: Chiedi scusa a Gesù! Bestemmi più? E lui: - No, no, tiratemi fuori! Alla fine finì lo scherzo ma zi Ciccio imparò la lezione.
Una volta per le sante 40 ore venne a predicare P. Costantino Noce da Firenze. Il fratello di zio Ciccio che era un accanito donnaiolo, una sera ascoltò la sua predica e ne rimase colpito. Si recò dal fratello, sapendo che i monaci andavano a mangiare da lui e gli chiese di farglielo conoscere, il fratello non voleva e lo mandò via: - Vattenne , stu scunduttato! Ma lui una sera si presentò da solo, entrò in amicizia con P. Costantino e lo cercava spesso, poi si confessò e pian piano cambiò vita.
Una volta i monaci, di giovedì santo dovevano andare a Napoli per la Messa Crismale e siccome a quell’epoca la sacrestia non si chiudeva, tutto era ancora in stato di abbandono, non erano ancora stati fatti i lavori e i monaci portavano il calice e gli arredi sacri di valore nella casa della Caserma vecchia, in via Elena, di fronte a via Crocifisso, dove alloggiavano, di proprietà della famiglia del sacerdote don Ciccio Gravano, per paura che li rubassero. Raccomandarono a fra Benigno, ru picuozzo , un fraticello piccolo di statura, di non muoversi di là e di non far entrare nessuno. Quando fu ora di pranzo zi Cicciglio lo andò a chiamare per farlo mangiare a casa sua per ben tre volte ma lui rifiutò categoricamente. Poi arrivò una donna che andava a Messa ogni giorno e che era al corrente del fatto e portò un cesto pieno di ogni ben di Dio per il pranzo ma lui non mangiò fino al ritorno dei suoi confratelli.




venerdì 17 dicembre 2021

LE SPINE SANTE

 A proposito delle rivalità fra i rioni mondragonesi, nella storia del Casale di Sant’Angelo si racconta che nei pressi del Palazzo Ducale, all’angolo tra Via Napoli e Via XI Febbraio, c’era un rovo di spine, dette “sante” perché simili a quelle che conficcarono in testa a Gesù; con esse si intrecciavano le corone di spine, che si utilizzavano per le processioni pasquali. Qui i Mondragonesi di un tempo si prendevano a sassate anche per futili motivi. Pare che i dissensi avvenissero quasi sempre per motivi amorosi e nascevano tra le famiglie, appartenenti ai diversi rioni, che non vedevano di buon occhio l’idillio amoroso che poteva nascere tra due giovani; si diceva: - Cia verimmo a le spine sante! Generalmente le liti si concludevano con la pace, all’avvenuto fidanzamento e sicuro matrimonio dei giovani in questione. Pare che i Santangiolesi, che erano più preparati tecnicamente, avessero sempre la meglio; le donne addirittura si riempivano i grembiuli di pietre, per fornirle ai mariti che così le avevano più a portata di mano nello scontro. Sarà vero ….. o è un’opinione di parte?

(Il disegno è dell'insegnante Margherita Bevilacqua) 



giovedì 16 dicembre 2021

“ I VENDITORI AMBULANTI DI UNA VOLTA A MONDRAGONE”



“ I VENDITORI AMBULANTI DI UNA VOLTA A MONDRAGONE”
Mi rendo conto di aver omesso qualche venditore nella prima parte per cui, volendo rimediare, ricordo che c’era anche quello del ferro vecchio, che in cambio del ferro dava pochi spiccioli, oggi c’è ancora ma non dà proprio niente, anzi è un favore di smaltimento che fa.
SUIGLIJ(O) Lo si aspettava il mercoledì pomeriggio con un tre ruote (Apecar) e vendeva olive, salumi, cioccolato nocciolato o bianco e nero, a me interessava soprattutto quest’ultimo.
PULLASTON Erano i fratelli Rennella , che con la trainella vendevano polli e uova, gridando a gran voce “Pullast paisan” “Ov da zucà” ovvero uova fresche da bere.
Verso la fine degli anni ’70 girava la macchina pubblicitaria del “TUTTO A 1000 LIRE”: “10 rotoli di carta igienica doppio velo, ovattata, pagate solo 1000 lire, signora! Ricordate?
Nei tempi più recenti passava l’ARROTINO: “Arrota coltelli, forbici e forbicine, ripara le vostre cucine a gas, è arrivato l’arrotino e l’ombrellaio”.
A portarci la frutta a buon mercato sul vicolo veniva ZI ARMAND RU CINES con il camioncino e ci faceva un’abbondante buona mano.
E come dimenticarci di CIPPALLE’, che abitava proprio sul vicolo di via Pergola (abbascia a ri Sabbatin), vendeva i cocomeri con la prova e te lo faceva anche scegliere. Il vero nome è ARMANDO XXXXXXXX . A quei tempi ascoltava il programma radiofonico Hit- parade ma non conoscendo l’inglese, ripeteva Cippallé per cui dopo aver gridato tre o quattro volte per strada l’incitazione Cippallé , fu chiamato simpaticamente, a vita, Cippallé. 








lunedì 13 dicembre 2021

A santa Lucia nu passo de gallina

  •  A santa Lucia nu passo de gallina
  • A sant’ Anieglio nu passo d’ainieglio

Il detto accomuna S. Lucia e S. Aniello perché festeggiati a un giorno di distanza l’una dall’altro, la prima il 13 e il secondo il 14 dicembre. Sta significare che mentre il 13 dicembre, a santa Lucia, le ore di luce durano molto poco come poca è la distanza tra i passi di una gallina, il 14 dicembre, a sant’Aniello , esse aumentano di poco come aumenta il passo di un agnellino.
Celebre è anche il detto “Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”. Esso risale a ben 5 secoli fa, prima del 1582, anno della riforma gregoriana del calendario; prima di allora vigeva il calendario giuliano, fatto stilare da Giulio Cesare, in cui santa Lucia coincideva con il solstizio d’inverno e quindi con il giorno più corto dell’anno a cui seguivano inevitabilmente giornate con più ore di luce. Papa Gregorio XIII attuò una riforma del calendario per risolvere il problema della sfasatura, che si era venuta a creare tra il calendario civile e il ciclo solare. Il calendario giuliano, non essendo molto preciso, nei suoi 1500 anni di vita aveva accumulato una differenza di dieci giorni sul vero tempo solare tanto che l’equinozio di primavera cadeva l’11 marzo anziché il 21. Papa Gregorio fece eliminare i 10 giorni di scarto e così anche il solstizio d’inverno dal 13 dicembre passò al 21 dicembre ma la festa di santa Lucia rimase sempre al 13 e anche il detto si è tramandato invariato fino ai nostri giorni; perciò contrariamente a quello che molti ancora credono, non è quello di santa Lucia il giorno più corto bensì quello del 21 dicembre.
Santa Lucia e sant’Aniello: due santi, vissuti a circa due secoli di distanza, così lontani nel tempo eppure così vicini agli occhi dei fedeli.
Santa Lucia è una santa molto popolare, venerata come protettrice della vista, difatti viene raffigurata con un piatto in mano contenente i suoi occhi. Nacque a Siracusa sul finire del III secolo da ricca e nobile famiglia. Rimasta orfana di padre da bambina, fu educata nella fede cristiana dalla madre Eustichia. Da fanciulla, si recò a Catania sulla tomba di sant’Agata nella speranza di ottenere la guarigione di sua madre, molto malata. Cadde in un sonno profondo nel quale le apparve sant’Agata, che le annunciò che la grazia era stata concessa. Difatti la madre guarì e da quel momento Lucia decise di restare vergine e di consacrarsi al Signore. Vendette i suoi beni e donò tutto ai poveri. Il suo promesso sposo, allora, la denunciò come cristiana al governatore della città, Pascasio. Costui condannò Lucia al martirio e si racconta che alla santa, prima di essere uccisa, fossero cavati gli occhi , che le furono immediatamente restituiti dal Signore.
Sant’Aniello o sant’Agnello è vissuto a due secoli di distanza. Nacque a Napoli nel 535 d.C. da una donna anziana, che credeva di non poter avere figli fino a quando non ricevette il dono della maternità per grazia della Madonna. Dopo aver partorito, portò il bambino in chiesa per offrirlo alla Madonna e il neonato, che aveva solo 20 giorni, davanti all’immagine della Vergine , esclamò: -Ave Maria! Da questa storia probabilmente parte l’usanza che lega la protezione delle future mamme al culto del Santo. Nel giorno della sua festa, infatti, secondo una tradizione comune a tutta la penisola sorrentina, tutte le future mamme si recano in chiesa ad onorare il Santo e a mettersi sotto la sua protezione. Si racconta che il ragazzo, poi , raggiunta l’età dell’adolescenza, si ritirò a vivere in solitudine in una grotta. In seguito entrò a far parte dell’Ordine dei Benedettini , diventando abate del convento di san Gaudioso , dove fondò un ospedale per infermi bisognosi. Morì il 14 dicembre del 535.



 




ME PAR PUTRUSIN OGNI M(E)NEST

 ME PAR PUTRUSIN OGNI M(E)NEST 



 Tanti sicuramente ricorderanno questo detto, che viene usato non solo a Mondragone ma in tutto il Sud Italia.

Il prezzemolo è un’erba aromatica, che viene utilizzata in tutte le minestre, cioè in quasi tutte le preparazioni culinarie e quindi sempre presente.
Quando con questo detto ci si riferisce a qualcuno, si vuole intendere che si tratta di una persona invadente, che si infila in ogni discussione o situazione, che sta “sempre in mezzo”, come si dice da noi, anche quando non gli riguarda, pur di dire la sua.
Ci si riferisce, quindi, a qualcuno che non conosce la riservatezza e non sa stare al suo posto e mette lingua dappertutto.
CARI AMICI,
a proposito, se ancora sentite qualche vecchietta che chiede al fruttivendolo un po’ di putrusin, anziché del prezzemolo, non c’è da meravigliarsi, lei sta parlando in latino, la lingua madre dell' italiano. Prezzemolo, infatti, viene dal latino petroselinum.



domenica 12 dicembre 2021

LA CENA DELLA VIGILIA

 LA CENA DELLA VIGILIA si può dire che era più importante del pranzo di Natale, un momento sacro in cui tutta la famiglia si riuniva. La cena era tipica, così come oggi, e si componeva di varie portate: spaghetti con le vongole, baccalà, preparato in vari modi, per le famiglie più ricche il capitone, broccoli, insalata di rinforzo, zeppolelle con alici e baccalà, frutta secca e poi struffoli, roccocò, mustacciuoli e susamiegli, a seconda dell’agiatezza della famiglia. Tra le altre portate, in alcune famiglie si preparavano i cucuzzi, un piatto di recupero della cucina mondragonese: bucce di melone fatte essiccare al sole, fatte rinvenire in acqua, infarinate e fritte , condite con una salsina di aglio e aceto. Venivano chiamate anche “le anguille dei poveri” in quanto chi non si poteva permettere di comprare le anguille, le sostituiva ironicamente in questo modo. Si risparmiava per tutto l’anno ma si faceva di tutto perché a Natale niente mancasse sulla tavola, secondo la tradizione; si stava, però, bene attenti che le provviste durassero per tutte le feste per cui il paniere con la frutta secca, ad esempio, veniva appeso in alto ad una pertica di legno nella grande cucina contadina perché nessuno vi potesse accedere. Sul finire della cena, arrivava il momento della frutta secca che i bambini aspettavano molto interessati perché il papà distribuiva loro le noccioline e tutti contenti le conservavano perché dopo cena si mettevano a giocare: “a piccul”, spingendo la nocciola con l’indice e il pollice, facendola rotolare, per mandarla in una fossetta e a “senghetieglio e tuzza” in cui una nocciola doveva riuscire a colpirne un’altra. Chi vinceva, si portava via tutto il malloppo oppure alla fine divideva le nocciole con gli altri. I bambini erano felici con poco, certo erano altri tempi e altri giochi, ma pur sempre giochi di abilità. Nell’attesa di recarsi in chiesa, si iniziava, poi, il gioco della tombola, in quell’atmosfera scherzosa e giocosa che si viene a creare solo la notte di Natale. Le ore passavano senza fretta, con semplicità ma di certo nessuno si annoiava. C’era anche chi si metteva a ballare e a cantare nell’attesa della nascita santa: nel rione san Francesco, ad esempio, c’era una donna che sapeva ballare, e battendo gli zoccoli per darsi il ritmo, e suonando il tamburo cantava, ripetendo le parole degli zampognari: -A notte de Natale è notta santa , ru Padre e ru Figliuolo e ru Spiritu Santo! Evviva Natale! Evviva Natale! E tutti , presi da una gioiosa euforia ripetevano e l’accompagnavano nel canto, battendo le mani. Quando stava per scoccare la mezzanotte, tutti si recavano in chiesa per assistere alla Santa Messa. Per illuminare le strade, quando non c’era ancora l’energia elettrica, secondo quanto riferito dagli anziani, ai due lati della strada si accendevano gli “strugli”, delle torce realizzate con la “stramma”, un’ erba che cresce in montagna. Al ritorno a casa si deponeva il Bambino, ormai nato, nella mangiatoia. Al mattino le donne incominciavano presto a preparare il pranzo di Natale con cura e nei minimi dettagli, che non era rigoroso come la cena della Vigilia in quanto si diversificava e ognuno preparava quello che preferiva ma secondo un’antica usanza, chi poteva, preparava il cappone ripieno in brodo e tagliolini in brodo. Ragazzi, giovani e adulti , vestiti a festa , andavano a portare gli auguri a parenti e ad amici. Ai più piccoli, i nonni preparavano “ la mazzetta”, poche monete da 5/10 lire che mettevano da parte proprio per loro. Anche nel pomeriggio figli e nipoti andavano a fare gli auguri ai nonni, ma ci si teneva molto anche ad andare dai compari. Finite le feste, si ritornava alla vita, alle ristrettezze e alle preoccupazioni di tutti i giorni, quel periodo festoso e spensierato era finito per cui si usava dire: “Prima Natale né fridd né fame, ropp Natale fridd e fame!