Il blog di Caterina Di Maio dedicato alle tradizioni locali, agli usi, costumi e racconti di Mondragone CE, curato e pubblicato da Esterina La Torre
lunedì 10 gennaio 2022
LA ROCCA DI MONDRAGONE QUERELLE LETTERARIA DEL XVI SECOLO
sabato 8 gennaio 2022
IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO
giovedì 6 gennaio 2022
EPIFANIA E BEFANA : TRA STORIA E LEGGENDA
mercoledì 5 gennaio 2022
C’ERA UNA VOLTA LA BEFANA La Befana piccina piccina Va vestita da contadina Le scarpette di trullallà La Befana è mammà e papà…
La Befana piccina piccinaVa vestita da contadinaLe scarpette di trullallàLa Befana è mammà e papà……
lunedì 3 gennaio 2022
IL MESE DI GENNAIO
Così recita il detto mondragonese per indicare che in questo periodo dell’anno le temperature si irrigidiscono e il vento gelido è tale da scoperchiare perfino i pagliai. Anche la donna bella, con il freddo di gennaio, diventa brutta; lei, che va altezzosa della sua bellezza, lussuosa e appariscente, ora se ne sta sotto al focolare, al caldo, con il naso che cola , pieno di muco.
Si tratta di un mese più tranquillo per quanto concerne il lavoro dei contadini: una sorta di pausa durante la quale la natura offre ben poco e il lavoro in campagna diminuisce, un mese in cui le piante dormono, aspettando che il tempo faccia il suo corso anche se qualcosa, che al momento non si vede, già aspetta sotto il terreno brullo.
Era questo il periodo della potatura invernale, il periodo ideale per potare la maggior parte degli alberi durante il riposo vegetativo e per far legna; si raccoglievano, infatti, i rami delle piante e i tralci delle viti, le viticaglie, che, riunite in fasci, venivano utilizzate sia per accendere il fuoco che per scaldare il forno per fare il pane. Non solo si potavano le viti ma c’era anche il ricambio periodico delle canne di sostegno e poi la corretta piegatura e legatura dei tralci per la quale si usavano le vincelle, gli steli verdi della ginestra, sottili e flessibili, che si raccoglievano in montagna.
Gennaio era il periodo dell’anno in cui la famiglia contadina si radunava davanti al focolare, il mese in cui per scaldarsi si consumavano intere cataste di legna accumulate, e si raccontavano antiche storie mentre le donne sferruzzavano per fare calze o maglie e le giovani ricamavano il corredo.
Ci si copriva come meglio si poteva per ripararsi dal freddo e ci si riscaldava con il camino e con i bracieri , le gelide lenzuola venivano scaldate con lo scarfalietto. Le famiglie più povere si riscaldavano più semplicemente con dei mattoni di terracotta che mettevano nel letto avvolti in panni di lana per evitare scottature
Per accendere facilmente il braciere, alcune donne si recavano a ru lammicco, cioè alla distilleria della famiglia Petrone, a chiedere il fuoco, cioè i residui di carbonella accesi, provenienti dalla fornace, che venivano regolarmente dati senza alcun compenso perché Mondragone, a quei tempi, era un paese dove tutti si conoscevano e la gente era unita da vincoli di parentela, amicizia, comparatico e vicinato per cui sembrava di far parte tutti di una grande famiglia.
I senzatetto andavano di notte a cercare rifugio dal gelo al tepore delle caldaie della distilleria.
Da Natale alla Befana c’era più di un’occasione per fare festa dopodiché si ritornava alla vita ordinaria.
venerdì 31 dicembre 2021
LE SCRIPPELLUCCE SCAURATE
LE SCRIPPELLUCCE SCAURATE: LA TRADIZIONE
Posto con piacere la mia ricetta collaudata delle scrippellucce della tradizione.
A Mondragone, una volta, il 31 dicembre era “rituale” fare le scrippellucce, che si facevano “pe devozione”, come qualcuno dice ancora oggi e come si diceva per ogni preparazione culinaria riferita al Natale o alla Pasqua o ad altre feste religiose.
Con questo modo di dire, in effetti, si mescola il sacro al profano perché si sa che la devozione è legata al culto, alle preghiere e alle pratiche religiose che non hanno nulla a che vedere con le scrippellucce, gli struffoli, il baccalà o l’insalata di rinforzo e quant’altro, eppure, a pensarci bene, l’espressione non ha nulla di irriverente o in contrasto con il sacro. Sappiamo tutti che il Natale, qui a Mondragone, è legato ad alcuni cibi e dolci particolari che ci sono stati tramandati di generazione in generazione e con quest’espressione, quindi, si intende dire che anche attraverso il cibo della tradizione si vuole rispettare, celebrare, onorare questa festività e la devozione ad essa legata; è il nostro modo di vivere il Natale anche attraverso cibi, diventati per così dire “rituali”, come è consuetudine la preparazione dell’albero e del presepe e la novena degli zampognari ed altro. E’ in questo modo che la tradizione popolare si unisce a quella religiosa ed è così che il sacro si lega sempre al profano e tutti e due si può dire che vanno di pari passo.
Anche oggi si continuano a fare le scrippellucce , solo che oggi sono diventate un optional, data l’abbondanza dei dolci che ci sono tutto l’anno. Cerchiamo di mantenere viva questa tradizione poiché oltre ad essere buone, le scrippellucce raccontano la cultura del nostro paese. Lasciando da parte queste considerazioni, vengo subito alla ricetta.
INGREDIENTI
1 litro d’acqua – ½ kg di farina – abbondante limone (freschissimo) grattugiato – vaniglia – un pizzico di sale – un bastoncino di cannella.
PREPARAZIONE
Mettere l’acqua in una pentola dal fondo spesso, aggiungere sale, limone, vaniglia, cannella
Quando l’acqua bolle, si versa la farina a pioggia come per la polenta mentre si gira di continuo con il cucchiaio di legno.
Appena tutta la farina viene assorbita dall’acqua, l’impasto si indurisce e diventa difficile e faticoso girare con il cucchiaio di legno, per questo motivo suggerisco di non utilizzare più di mezzo chilo di farina per volta; se si vuole raddoppiare o triplicare le dosi, si può preparare l’impasto in più riprese.
Si continua a girare per almeno 2/3 minuti, questo è un momento importante della preparazione perché in questa fase l’impasto subisce una prima cottura, diventa più sodo e così non si aprirà in frittura e non assorbirà troppo olio e poi, continuando a girare si eliminano i grumi di farina, si gira fin quando sul fondo non si formerà una patina biancastra e l’ impasto si staccherà dalle pareti e dal fondo.
Si capovolge poi l’impasto sul tavolo e con le mani unte di olio si stacca un pezzetto di impasto alla volta e si schiaccia con il fondo di un bicchiere o con un batticarne per eliminare eventuali grumi ( vi assicuro che con queste dosi, grumi non dovreste trovarne affatto, si formano i grumi quando si mette molta farina, io ne trovavo molti quando mettevo uguale quantità di farina e di acqua, secondo una ricetta che mi avevano dato)
Si lavora di nuovo l’impasto tutto insieme e si mette a riposare per mezz’ora o un’ora, ma quando l’impasto è ben fatto, le scrippellucce si possono fare anche subito, senza riposo.
Si prende un pezzetto di impasto alla volta, lo si allunga con le mani sul tavolo, formando dei bastoncini cilindrici, a cui si dà la forma di un fiocchetto.
Si friggono in abbondante olio di arachidi . Si fanno scolare e poi si passano in zucchero e cannella.
Vi consiglio per la prima volta di iniziare con piccole dosi, magari con mezzo chilo di farina per testare la ricetta ma quando ci avrete preso la mano, vi raccomando, fatene tante perché è bello portarle in dono ad amici e parenti e soprattutto a chi non può farle, proprio come facevano una volta perché per noi Mondragonesi è anche questo il senso del Natale: tradizione e condivisione.
Chi le riceverà vi accoglierà di sicuro con un sorriso forse di sorpresa o di gioia, chi può dirlo, quello che è certo è che ne sarete contenti anche voi, credetemi!
BUON ANNO A TUTTI
lunedì 27 dicembre 2021
RU BUCU BUC: IL CANTO TRADIZIONALE DI FINE ANNO
Tanti anni fa, la sera del 31 dicembre, giorno dedicato a san Silvestro, alcuni gruppi di giovani, muniti di strumenti musicali semplici costruiti per lo più da loro stessi, quali triccaballacche, tammorre, buchi buchi e qualche fisarmonica, si recavano di casa in casa ed eseguivano un canto tradizionale di fine anno: il buco buco, con il quale formulavano gli auguri di buon anno e a portavano “la buona notizia” della nascita di Cristo, chiedendo in cambio di ricevere la “nferta” in natura e in denaro. Era davvero una bella tradizione, un momento di aggregazione sociale che riusciva ad affratellare tutti, nello scambio degli auguri e nella speranza di un futuro migliore. Purtroppo questa festosa e allegra tradizione è scomparsa da noi mentre viene mantenuta ancora in vita a Sessa Aurunca e in tutte le sue frazioni.
Il buco buco è un tamburo dal suono basso e cupo, costituito inizialmente da una pentola di coccio, sulla quale veniva distesa una membrana animale( ad es. la vescica del maiale), legata con uno spago. Al centro poi veniva praticato un piccolo buco attraverso il quale si infilava una canna, che dopo essere stata inumidita, produceva, grazie alla frizione dall’alto verso il basso, il suono tipico del contrabbasso.
La pentola di coccio, che fu sostituita poi con un contenitore di legno o di latta, faceva da cassa di risonanza. I bucobuchisti per evitare di scorticarsi il palmo della mano utilizzavano un panno umido per frizionare la canna.
Questo è il testo del canto che alcuni ancora ricordano:

giovedì 23 dicembre 2021
LE SCRIPPELLE DI NATALE
Era una Vigilia di Natale di tanti anni fa, nel rione S. Francesco fervevano i preparativi per il Cenone e tutti erano presi da una gioiosa euforia nell’attesa della Nascita Santa. Anche nella famiglia Marta ci si dava da fare perché tutto fosse pronto e niente lasciato al caso. Francesco Marta, il capofamiglia, faceva il muratore ma sapeva fare tanti altri mestieri. Era meglio conosciuto come Mastu Ciccio “ru lampiunar” perché suo padre, uomo alto di statura, era addetto ad accendere e spegnere i lampioni, che si trovavano nei punti principali del paese, a cui accedeva con una scaletta, quando ancora non erano illuminati con la corrente elettrica. Sua moglie Rusinella, come ogni anno, ad un certo punto, incominciò a friggere le zeppolelle, ma non poche tanto per gustare bensì “nu cufunieglj” pieno perché la famiglia era numerosa e poi solo quello c’era a quell’epoca, si era negli anni ’50 ed era da poco passata la guerra, ma con quel che c’era a disposizione si cercava comunque di rispettare tutte le ritualità. Da abile massaia, la donna prendeva l’impasto a cucchiaiate e lo faceva cadere nell’olio bollente e quello subito si gonfiava, formando le zeppole, le girava e le rigirava fino a farle diventare dorate. Uno dei figli, rincasando, si fermò ad osservarla e disse: - Oimà, ma facit semp accussì? mimando il gesto della madre - Pecché nun facit nu poc accussì? E con la mano sull’olio faceva finta di tracciare un segno circolare continuo. La madre capì e raccolse l’invito, nell’impasto che aveva ancora a disposizione mise dello zucchero, vaniglia e cannella, scorza di limone grattugiato, un po’ di liquore fatto in casa e mescolò bene per amalgamare tutto; poi, prendendo con le mani quell’impasto morbidissimo e tutto bolloso perché ben lievitato, incominciò a versarlo nell’olio, partendo dal centro e facendo giri concentrici, che mai faceva interrompere fino ad arrivare alla massima larghezza della padella . Friggeva le scrippelle da un lato e poi le rigirava dall’altro con grande attenzione e maestria. Poi, dopo averle messe a scolare per eliminare l’olio in eccesso, le cospargeva di zucchero e con grande gioia di tutti, la famiglia mangiò le scrippelle alla vigilia di Natale. Non erano grandi come quelle di oggi ovviamente, avevano la larghezza delle padelle che avevano a disposizione allora, ma buonissime e profumatissime.
martedì 21 dicembre 2021
UN FURTO SACRILEGO
Quando, a causa delle leggi eversive napoleoniche, i monaci non c’erano più a Mondragone e la chiesa era contesa dagli altri parroci perché più grande e accogliente rispetto alle altre, avvenne che la Chiesa Madre o di S. Giovanni Battista o dell’Incaldana era cadente a causa di un terremoto subito ed erano urgenti lavori di restauro; fu per questo motivo che il parroco Ferdinando Sementini chiese al Gran Giudice ed ottenne di trasferire la parrocchia nella chiesa di S. Francesco per tutto il periodo dei lavori, che durarono diversi anni. In questo periodo, precisamente nel 1839 avvenne un fatto, riferito dalla tradizione popolare ma riportato anche da Luca Menna, storico e notaio carinolese nel “Saggio istorico sulla città di Carinola”, il quale racconta: - “Una donna di cui si tace il nome, rubò tutto o la maggior parte dell’oro di detta sacrosanta Vergine, ch’era riposto nella sua nicchia, che allora esisteva nella chiesa del Monistero di S. Francesco per dar luogo alle fabbriche in detta Chiesa Madre, ma calando la donna col furto fu assalita da colpo apoplettico e cadde semiviva in modo che, carponi per terra, appena ebbe la forza di allontanarsi pochi passi dall’altare da cui era calata; trovata la mattina in questo stato, fu interrogata, ma non rispose, perché priva di favella, la quale ritornata per intercessione di questa pietosa Madre, palesò il delitto, si pentì dell’errore e dopo confessata, immantinente nel luogo stesso cessò di vivere” (Nella foto si vede l' immagine della Madonna come veniva raffigurata prima del restauro del 1954)
lunedì 20 dicembre 2021
“AGGIA UTTA’ RU COR A RU VIENT”
domenica 19 dicembre 2021
DON CICCIO
La figura di questo sacerdote è stata molto importante e significativa nella storia della chiesa di S. Francesco. Nato a Mondragone il 7-1- 1872, morto nel 1951, abitava proprio di fronte alla chiesa di S.Francesco , figlio di una famiglia benestante e molto devota. Compiuti gli studi presso il Seminario di Sessa Aurunca,fu ordinato sacerdote da Mons. Diamare il 30-3-1895. Quando i monaci francescani dovettero andar via da Mondragone a causa delle leggi eversive napoleoniche, la rettoria della chiesa fu affidata prima a un religioso che per malattia non poté sloggiare dal convento e in seguito ai vari parroci confinanti. Essendo abbastanza ampia e funzionale, era molto ambita dai parroci di S. Rufino e di S. Giovanni Battista. Il parroco di S. Rufino nel 1811 ad ogni costo voleva trasferire la sua parrocchia nella chiesa francescana perché la sua era piccola e malandata. In seguito con decreto del 23-1-1812 si stabilì che delle quattro parrocchie esistenti allora se ne costituisse una sola , quella di san Giovanni Battista con S. Angelo e S. Rufino coadiutrici. Il parroco di S. Rufino Ferdinando Sementini con l’unificazione delle parrocchie venne trasferito nella centrale chiesa di S. Giovanni Battista. Essendo questa quasi cadente a causa di un terremoto chiese al Gran Giudice di trasferire la sua parrocchia per tutto il periodo dei lavori di restauro, che durarono diversi anni, nella chiesa francescana.
sabato 18 dicembre 2021
Chi fa mal a ri muon(a)c(i) San Francisc(o) se ne paga
Chi fa mal a ri muon(a)c(i)
venerdì 17 dicembre 2021
LE SPINE SANTE
giovedì 16 dicembre 2021
“ I VENDITORI AMBULANTI DI UNA VOLTA A MONDRAGONE”
lunedì 13 dicembre 2021
A santa Lucia nu passo de gallina
- A santa Lucia nu passo de gallina
- A sant’ Anieglio nu passo d’ainieglio
Il detto accomuna S. Lucia e S. Aniello perché festeggiati a un giorno di distanza l’una dall’altro, la prima il 13 e il secondo il 14 dicembre. Sta significare che mentre il 13 dicembre, a santa Lucia, le ore di luce durano molto poco come poca è la distanza tra i passi di una gallina, il 14 dicembre, a sant’Aniello , esse aumentano di poco come aumenta il passo di un agnellino.
Celebre è anche il detto “Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”. Esso risale a ben 5 secoli fa, prima del 1582, anno della riforma gregoriana del calendario; prima di allora vigeva il calendario giuliano, fatto stilare da Giulio Cesare, in cui santa Lucia coincideva con il solstizio d’inverno e quindi con il giorno più corto dell’anno a cui seguivano inevitabilmente giornate con più ore di luce. Papa Gregorio XIII attuò una riforma del calendario per risolvere il problema della sfasatura, che si era venuta a creare tra il calendario civile e il ciclo solare. Il calendario giuliano, non essendo molto preciso, nei suoi 1500 anni di vita aveva accumulato una differenza di dieci giorni sul vero tempo solare tanto che l’equinozio di primavera cadeva l’11 marzo anziché il 21. Papa Gregorio fece eliminare i 10 giorni di scarto e così anche il solstizio d’inverno dal 13 dicembre passò al 21 dicembre ma la festa di santa Lucia rimase sempre al 13 e anche il detto si è tramandato invariato fino ai nostri giorni; perciò contrariamente a quello che molti ancora credono, non è quello di santa Lucia il giorno più corto bensì quello del 21 dicembre.
Santa Lucia e sant’Aniello: due santi, vissuti a circa due secoli di distanza, così lontani nel tempo eppure così vicini agli occhi dei fedeli.
Santa Lucia è una santa molto popolare, venerata come protettrice della vista, difatti viene raffigurata con un piatto in mano contenente i suoi occhi. Nacque a Siracusa sul finire del III secolo da ricca e nobile famiglia. Rimasta orfana di padre da bambina, fu educata nella fede cristiana dalla madre Eustichia. Da fanciulla, si recò a Catania sulla tomba di sant’Agata nella speranza di ottenere la guarigione di sua madre, molto malata. Cadde in un sonno profondo nel quale le apparve sant’Agata, che le annunciò che la grazia era stata concessa. Difatti la madre guarì e da quel momento Lucia decise di restare vergine e di consacrarsi al Signore. Vendette i suoi beni e donò tutto ai poveri. Il suo promesso sposo, allora, la denunciò come cristiana al governatore della città, Pascasio. Costui condannò Lucia al martirio e si racconta che alla santa, prima di essere uccisa, fossero cavati gli occhi , che le furono immediatamente restituiti dal Signore.
Sant’Aniello o sant’Agnello è vissuto a due secoli di distanza. Nacque a Napoli nel 535 d.C. da una donna anziana, che credeva di non poter avere figli fino a quando non ricevette il dono della maternità per grazia della Madonna. Dopo aver partorito, portò il bambino in chiesa per offrirlo alla Madonna e il neonato, che aveva solo 20 giorni, davanti all’immagine della Vergine , esclamò: -Ave Maria! Da questa storia probabilmente parte l’usanza che lega la protezione delle future mamme al culto del Santo. Nel giorno della sua festa, infatti, secondo una tradizione comune a tutta la penisola sorrentina, tutte le future mamme si recano in chiesa ad onorare il Santo e a mettersi sotto la sua protezione. Si racconta che il ragazzo, poi , raggiunta l’età dell’adolescenza, si ritirò a vivere in solitudine in una grotta. In seguito entrò a far parte dell’Ordine dei Benedettini , diventando abate del convento di san Gaudioso , dove fondò un ospedale per infermi bisognosi. Morì il 14 dicembre del 535.
ME PAR PUTRUSIN OGNI M(E)NEST
ME PAR PUTRUSIN OGNI M(E)NEST
Tanti sicuramente ricorderanno questo detto, che viene usato non solo a Mondragone ma in tutto il Sud Italia.
Il prezzemolo è un’erba aromatica, che viene utilizzata in tutte le minestre, cioè in quasi tutte le preparazioni culinarie e quindi sempre presente.
Quando con questo detto ci si riferisce a qualcuno, si vuole intendere che si tratta di una persona invadente, che si infila in ogni discussione o situazione, che sta “sempre in mezzo”, come si dice da noi, anche quando non gli riguarda, pur di dire la sua.
Ci si riferisce, quindi, a qualcuno che non conosce la riservatezza e non sa stare al suo posto e mette lingua dappertutto.
CARI AMICI,
a proposito, se ancora sentite qualche vecchietta che chiede al fruttivendolo un po’ di putrusin, anziché del prezzemolo, non c’è da meravigliarsi, lei sta parlando in latino, la lingua madre dell' italiano. Prezzemolo, infatti, viene dal latino petroselinum.








