domenica 31 ottobre 2021

ANEME SANTE MIE BEATE



ANEME SANTE MIE BEATE
a chistu munn site state ,
‘mpurgatorio ve truvate,
‘mparavise m’aspettate,
pregate la SS Trinità
pe le mie necessità
quanne jate ‘ncielo a gudè
e priate Dio pe me,
chelle figlie e chelle spose
comme stanno addulurate
O Gesù vuje che l'amate
Succurretel pe pietà .
Queste erano le parole di un’antica orazione della devozione popolare mondragonese per i Defunti,tramandatoci oralmente dagli anziani, ultimi custodi delle antiche tradizioni.
In essa le persone che la recitavano, chiedevano alle anime del Purgatorio, quando sarebbero andate in Paradiso, di pregare per le proprie necessità. Non sono solo i vivi a pregare per i Defunti ma, viceversa, anche i Defunti a pregare per i vivi. E’ sempre esistito, dunque, questo aiuto reciproco, che nasce dalla “Comunione dei Santi”. Nel Credo recitiamo: -Credo nella Santa Chiesa cattolica e nella Comunione dei Santi. Per essa si intende l’insieme di tutti i credenti in Cristo, sia quelli in vita che quelli viventi nell’aldilà, sia in Purgatorio che in Paradiso. In questo insieme o Comunione avviene, quindi, l’unità della fede, il fluire della Grazia e l’interscambio dell’aiuto reciproco tra i credenti, quelli in cammino sulla terra e quelli vivi nell’aldilà.
Qui a Mondragone, poi, come anche in altre località italiane, era diffusa la convinzione che i Morti, in occasione della loro commemorazione, tornassero a casa propria, tra i propri familiari. Per questo motivo, la sera di Ognissanti, si usava lasciare la tavola apparecchiata con il pane e l’acqua per permettere ai propri cari di rifocillarsi dopo il lungo viaggio per tornare dall’aldilà e una candela accesa alla finestra. Non c’era nessuna paura della morte in quel rito se non forse un desiderio, una speranza recondita che alle anime dei propri cari fosse consentito di poter tornare per un po’ nella propria casa , tra i propri familiari, che loro malgrado avevano dovuto lasciare. Si credeva, inoltre, che rimanessero nelle proprie case fino all’Epifania. Difatti un nostro detto popolare recita: “Le fest jessen e venessen ma Pasca Epifania nun mai veness” proprio perché in quella data si credeva che dovessero andar via.
In realtà si tratta di credenze legate agli antichi culti pagani. Già nell’antica Grecia durante le Antesterie, feste che duravano tre giorni, a fine inverno, si cuocevano grandi pentole di ceci, fave, fagioli,che venivano esposte sugli altari e offerte alle anime dei Morti, tornate sulla terra, affinché si rifocillassero prima di intraprendere il lungo viaggio di ritorno nell’aldilà.
All’epoca dei primi Cristiani queste tradizioni pagane erano ancora molto presenti e la Chiesa cattolica faceva fatica a sradicarle. Fu per questo motivo che nell’835 papa Gregorio II spostò la festa di tutti i Santi dal 13 maggio al primo novembre, pensando di dare un nuova significato ai culti pagani. Nel 998 , poi, fu sant’Odilone, abate di Cluny, che aggiunse al calendario cristiano, il 2 novembre come data per commemorare i Defunti.

giovedì 28 ottobre 2021

ORAZIONE DI SAN SIMONE

 Cari amici, anche in tempo di Covid, non dimentichiamo le nostre tradizioni…. L’ORAZIONE DI SAN SIMONE

Il 28 ottobre la Chiesa ricorda la figura di S. Simone apostolo insieme a S. Giuda Taddeo.
A Mondragone, quando si era affetti da dolori addominali, si ricorreva a qualche donna che conosceva l’orazione di san Simone "pe ingiarmà ru maistrone" cioè per far passare il mal di pancia.
La parola inciarmare nel dialetto napoletano derivava dalla lunga dominazione francese a Napoli e denotava l’incantesimo dei serpenti; poi con il tempo, passò a designare l’operato del ciarlatano e dell’impostore.
A Mondragone l’ inciarmatore era la persona che con preghiere e rituali curava e guariva le malattie, segnando, facendo cioè segni di croce sulla parte ammalata. Non era difficile trovare in ogni famiglia qualche zia, mamma o nonna che avesse la virtù di curare alcuni mali, tra cui il mal di pancia. L’ “inciarmatrice” faceva distendere l’ammalato e massaggiando la pancia con dell’olio di oliva recitava o meglio mormorava sottovoce l’orazione perché le parole non fossero sentite né divulgate.
Santu Simone in pellegrinaggio jeva
A casa de nu cuntadino s’alluggette
Maritu roce e mugliera amara
Lietto de paglia e vrole de ciceri
Maistrone fatti llà
San Simone andava pellegrino (forestiero).
In casa di un contadino s’alloggiò
Marito dolce e moglie amara
Letto di paglia e acqua di cottura di ceci
Mal di pancia vai via
L’ episodio narra di san Simone, che, pellegrinando, chiese ospitalità in casa di un buon contadino che aveva, però, la moglie malvagia. La donna, avara e inospitale, offrì a san Simone solo un giaciglio di paglia per dormire e al posto del cibo solo acqua di cottura dei ceci, provocando in lui il mal di pancia, causato dal digiuno, che è non riferito nel testo, ma sottinteso.
Ecco perché la donna guaritrice, rievocando questo episodio con fede e devozione, intima al mal di pancia di andar via.
Anche in Sicilia si recitava un’orazione simile.
La somiglianza delle due orazioni sta a dimostrare che talvolta alcune tradizioni nascono da riti e formule precedenti, di cui si è venuti a conoscenza e dalla continua mescolanza di culture, che arricchisce le tradizioni autoctone, come da sempre è avvenuto nella storia dell’umanità.
San Simone veniva soprannominato “Cananeo” o “Zelota” per distinguerlo da Simon Pietro. Il Vangelo parla poco di lui, ma sappiamo che faceva parte del gruppo degli Apostoli. Ricevuto, insieme agli altri, lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, predicò la Parola ai popoli dell’Egitto e della Mauritania. Recatosi in Persia, fu assalito e crocifisso da sacerdoti idolatri.
San Giuda fu soprannominato “Taddeo” per non confonderlo con Giuda, il traditore di Gesù. Era figlio di Cleofe e Maria, una cugina della Vergine. Predicò nelle Indie, in Samaria, in Siria e in Persia , dove subì il martirio, suggellando con il sangue i suoi insegnamenti.
( Ringrazio @Andrea Capuano, appassionato studioso di folclore e cultura mondragonese, che mi ha fatto conoscere quest’antica orazione).




lunedì 18 ottobre 2021

Proverbi

 


Ecco alcuni proverbi legati al mondo avicolo:

FIGLJ D’AGLIN ‘NTERR RUSP
Significa che chi è figlio di gallina non può elevarsi come gli altri uccelli, deve per forza becchettare a terra. Lo si usa anche per indicare che il figlio di qualcuno si comporta come sua madre o come i genitori, in senso positivo o negativo; può essere, quindi, usato per fare un complimento o viceversa, come offesa.

QUANN SO TANTA VUAGLJ A CANTA’ NUN SE FA MAI JUORN
Sta a significare che se sono in troppi a comandare non si sa a chi obbedire e, di conseguenza , nella confusione, nessuno riuscirà a portare a termine i propri compiti.

AGLIN DA RU PIZZUL FA GL’UOV
La gallina dal becco fa l’uovo cioè dal buon cibo ed è per questo che le massaie sono molto attente all’alimentazione delle proprie galline.

AGLIN FA GL’ UOV E A RU VUAGLJ RI ‘NGEGN RU CUL
Ossia la gallina fa l’uovo e al gallo brucia il sedere. Caso mai il problema lo dovrebbe avere la gallina che fa l’uovo non il gallo, che non deve fare niente. Si usa quando c’è qualcuno che lavora tranquillamente e con impegno e qualcun altro che non fa niente e si lamenta pure.

mercoledì 13 ottobre 2021

‘NTIEMP DE V(I)NACCIA

 ‘NTIEMP DE V(I)NACCIA CHI VO’ L’OV S(E) L(E) FACCIA



Secondo questo detto mondragonese quando è tempo di vinacce cioè tempo di vendemmia con la conseguente spremitura delle uve, le galline non depongono le uova.
Infatti è proprio nel periodo tra settembre e ottobre che questi volatili fanno la muta e, poiché impegnano le loro energie nel cambiamento del piumaggio, sospendono momentaneamente la deposizione delle uova.
Le uova nell’alimentazione contadina sono sempre state un’importante fonte di proteine a basso costo, un secondo piatto energetico e sbrigativo da preparare in tutti i modi: al tegamino, sodo, sotto forma di frittata ecc. , aggiunte alle zuppe di verdura, che facevano in questo modo da primo e da secondo piatto. Si bevevano, un tempo, crude, bastava fare un buchino sopra e uno sotto e succhiare. Chi non ricorda, poi, lo zabaglione, fatto di uova sbattute e zucchero con l’aggiunta di marsala?
Quasi tutte le famiglie, in passato, avevano il pollaio, che veniva seguito e gestito dall’esperta massaia, era lei che preparava e gestiva le covate, faceva l’ispezione rettale per controllare se la gallina aveva l’uovo e se non ne aveva per niente ed era lì solo a mangiare, veniva subito sacrificata magari per un buon brodo ma era questa la fine che faceva ogni gallina quando era ormai alla fine della suo ciclo produttivo; le massaie più esperte erano in grado anche di castrare i galli per farne capponi per Natale, dalle carni tenere e delicate. Ritorna ancora alla mente l’immagine della massaia, che distribuisce il becchime e tutti i polli che le corrono incontro…
Il pollaio era una piccola risorsa economica per la massaia, una modesta occasione di guadagno perché non era finalizzato solo alla produzione delle uova e della carne per la famiglia ma anche orientato alla vendita dell’eccedenza, per la massaia era un piccolo salvadanaio che poi utilizzava per i bisogni della famiglia.

martedì 12 ottobre 2021

ZI VICIENZ ‘NCOPP O POLLIC(E)


Era un uomo non molto alto, occhi azzurrissimi e capelli neri ricci e ribelli, per nulla curati, buffo nel modo di camminare e nel comportamento. Viveva, come si direbbe oggi, alla giornata, da “barbone”, sempre sporco e malconcio. Quando, nell’antica società contadina, in ogni famiglia si faceva il pane nel forno a legna, lui andava in montagna a raccogliere fasci di legna da ardere su commissione per pochi soldi ma si adattava a fare qualunque altro lavoretto gli venisse richiesto e chi gli dava un piatto di minestra o un po’ di pane o qualche indumento vecchio.
Aveva il vizio del bere e per questo i ragazzi, quando lo vedevano, lo canzonavano e alzando il pollice come per indicare l’atto del bere, gli dicevano:- Zi Vicié, ‘ncopp o pollic(e) !!! Lui si arrabbiava tantissimo e li rincorreva. Una volta, in piazza, dei ragazzi , acchiappandolo da dietro, a sorpresa, lo sollevarono in alto, gridando:- Zi Viciè, ‘ncopp?! Lui, come faceva di solito, diede in escandescenze: - Disgrazziat! Disgrazziat!...
Quali saranno state le vicissitudini che lo spingevano a vivere così ormai non ci è dato più sapere ma le battaglie che combatteva ogni giorno per vivere o meglio per sopravvivere quando c’era tanta povertà, possiamo immaginarle.
Un volto “vero” non una maschera, come direbbe Pirandello, rimasto impresso nella memoria popolare non solo perché era lo spasso dei ragazzi, che lo sfottevano per puro divertimento ma forse anche per quel suo dramma esistenziale e per quelle difficoltà del vivere quotidiano, che del resto ci accomunano e ci coinvolgono tutti, chi in un modo e chi nell’altro.





lunedì 11 ottobre 2021

RI MUORT FANN CAMPA’ RI VIV!

 RI MUORT FANN CAMPA’ RI VIV!

Sembra un’affermazione paradossale e qualcuno si potrebbe chiedere: - Ma i Morti, se son morti, come faranno a far campare i vivi? E invece no, lo è solo apparentemente perché i Morti, a pensarci bene, proprio grazie alla loro morte, procurano lavoro ai vivi, sia a coloro che lavorano nelle pompe funebri per il trasporto, la cerimonia funebre e sia a quelli che lavorano nei cimiteri per il seppellimento, la riesumazione ed altro.

A dire il vero, i nostri antenati sono sempre stati attenti osservatori della realtà, da cui ricavavano massime e detti, ma non solo … Erano volitivi e sanguigni, non si facevano certo passare la mosca per il naso, ma anche onesti e laboriosi, spassosi e divertenti, nella vita quotidiana.
Mi viene ancora da ridere quando penso che litigavano, prendendosi “a pietrate” alle Spine Sante, quando non approvavano certi fidanzamenti che non garbavano alle famiglie.
E direi che anche oggi noi non siamo da meno, ferrigni e ironici nell' affrontare la vita quotidiana; d’altra parte, se discendiamo da loro, ce l’abbiamo nel DNA.



domenica 10 ottobre 2021

LA RACCOLTA DEL GRANTURCO

 Nel susseguirsi delle stagioni, a tarda estate, nel mese di agosto, avveniva la raccolta del granturco, un cereale, nella tradizione contadina mondragonese, largamente coltivato perché aveva un utilizzo rilevante nell’alimentazione: serviva da becchime per il pollame o veniva macinato per ottenere la farina gialla per fare la polenta oppure miscelata alla crusca serviva per preparare il pastone, ru vron per il maiale e per i polli.

In alcuni periodi del passato in cui c’era penuria di grano, a Mondragone ma anche in altre parti d’Italia , si usava fare il pane con la farina di granturco, più economica e diffusa; era il pane dei poveri e dei contadini , che non potevano accedere alla farina di grano più rara e preziosa; il pane bianco era riservato ai più ricchi o ai giorni di festa; si tratta di un’usanza che è andata a scomparire già dal primo dopoguerra; rimase però l’usanza , qui da noi, ancora per un certo periodo di fare le frese di rannerinio, che si ottenevano miscelando farina bianca e la farina di granturco, saporite e croccanti.
Con la farina di granturco si usava anche fare una specie di pagnottella, ru pagnuott , profumato e dal sapore dolciastro, dalla mollica color giallo oro, di cui i ragazzi andavano ghiotti; si otteneva,
impastando insieme alla farina di granturco già cotta e raffreddata, una parte minore di farina bianca, il lievito e l’uva passa, e veniva poi infornato su foglie di cavolfiore.
Quando poi si ammazzava il maiale a tutto il vicinato si mandava il piatto di polenta, la pastacotta con le cicole , mentre a tutti i parenti più stretti si mandava anche l’arrosto . Quando si scioglieva la sugna o strutto nella caldaia, ru caurar , rimanevano dei cicoli e la sugna, attaccata sul fondo; anziché pulirlo, vi si allungava l’acqua , aggiungendo la cannella, la buccia di limone e il sale; quando l’acqua arrivava a bollore, vi si gettava la farina e rimestando di continuo si cuoceva la polenta morbida e profumata.



giovedì 7 ottobre 2021

A PRIMA PAROLA E’ CHELL CH’AVAL!


Tanto tempo fa, nel periodo della mietitura,un proprietario terriero aveva urgenza di mietere il grano ma essendo periodo di “chiena” cioè periodo in cui tutti venivano impegnati in questo lavoro, non riusciva a trovare operai. Allora decise di rivolgersi ad una squadra di zingari ma lo fece a malincuore perché insicuro della loro affidabilità, sperando in cuor suo che non facessero qualche furbata delle loro. Gli zingari accettarono e di buon mattino si recarono presso il terreno indicato. Il proprietario, come era usanza, preparò una “verta” ossia un pranzo al sacco, ricco di ogni ben di Dio per far bella figura. Lo zingaro più anziano si rivolse alla squadra, dicendo: - Vuagliù, amma mangià o amma met? E tutti in coro risposero: - A prima parol è chell ch’aval! E così tutti si sedettero e consumarono la verta di buon appetito. Completato il pasto, il capo degli zingari si rivolse di nuovo ai suoi: - Vuagliù ce n’amma ì(re) o amma met? E di nuovo tutti in coro: - A prima parol è chell ch’aval! E così se ne andarono sazi e senza mietere il grano.

Non sappiamo se quest’episodio è un fatto realmente accaduto o una storiella inventata che ci è giunta dalla tradizione ma è, comunque, molto divertente ed esemplificativa del rapporto che intercorreva tra gli zingari e i Mondragonesi.
Nel rione S. Angelo si è sempre avvertita la presenza degli zingari, che vi si sono insediati stabilmente non si sa bene da quando, vivendo isolati e suscitando molta diffidenza nei compaesani. C’era una convivenza, si potrebbe dire, molto guardinga da parte dei Mondragonesi. Il lavoro degli zingari consisteva nella compravendita di cavalli, asini, maiali ma eseguivano anche lavori in ferro battuto su richiesta delle persone relativi ad attrezzi per l’agricoltura, coltelli ecc. Parlavano una lingua incomprensibile ed erano portatori di usanze e tradizioni, che i Santangiolesi, loro vicini di casa, hanno avuto modo di osservare e di raccontare, quali i matrimoni, che celebravano secondo usanze alquanto primitive ma nello stesso tempo affascinanti con balli, canti e musica gitana, la serenata che facevano prima delle nozze, il rispetto del lutto, che gli uomini osservavano non radendosi più per molto tempo, quando moriva qualche congiunto.
Nella memoria popolare è rimasta soprattutto la figura di quelle zingare dal corpo florido con gonne lunghe e vistosi orecchini e collane di oro massiccio, che giravano per il paese sempre in due o tre, si avvicinavano alle donne nei cortili con il pretesto di leggere la mano e di predire il futuro e, mentre una leggeva, le altre si intrufolavano in casa e rubavano quello che trovavano oltre a ripulire i pollai. Oggigiorno i pochi zingari rimasti si sono adeguati alle nostre usanze, sono inseriti nel contesto socioculturale del paese in maniera più regolare con occupazioni e lavori di vario genere , sono diventati cittadini mondragonesi a tutti gli effetti e godono di tutti i diritti civili e politici, i loro figli frequentano regolarmente la scuola e la parrocchia. Quelli che vivono nel rispetto delle regole di convivenza con l ‘intenzione di un futuro migliore hanno diritto a tutta la nostra solidarietà nel favorirne l’integrazione e la valorizzazione, non certo l’intolleranza, che genera solo odio, violenza e razzismo.
(Ringrazio Emilio Cuoco per avermi riferito il divertente episodio) L' illustrazione, realizzata dai miei alunni, è tratta dal libro " Mondragone: echi del passato"
Nessuna descrizione della foto disponibile.

mercoledì 6 ottobre 2021

STA LLA’! STA LLA’! STA LLA’!


Una moglie diceva sempre al marito che lo amava tanto e che se lui fosse morto, non avrebbe voluto più vivere, che piuttosto avrebbe voluto morire lei al posto suo. Il marito, un giorno, ne parlò con il compare, dicendo: - Cumpà, teng na muglier che me vo ben cchiù da vita soja, che nun vo campà senz d me,figur(a)t(i) che vuless murì ess a ru postu mij! E il compare, che era l’amico più fidato, suo fedele consigliere, rispose: - Eh cumpà, jammece chian, s’adda semp v(e)ré! Putimm fa na prov, tu fa fint che si muort che po ce pens io! Il marito lo prese in parola e un giorno finse di sentirsi male e di morire. La moglie, costernata e tutta impaurita, chiamò amici e parenti e, vestito il finto morto, lo deposero sul letto e iniziarono la veglia funebre. Arrivata la sera, mentre tutti al buio vegliavano la salma, l’ingegnoso compare accese una candela e la fissò sul guscio di una tartaruga, mandando la bestiola verso la moglie, la quale, vedendo solo la lucina che andava verso di lei e pensando che fosse la Morte che veniva a prendere il marito, disse: - Sta llà! Sta llà! Sta llà! , cercando di indirizzare la luce verso di lui. E il marito , aprendo gli occhi: - Ah, ma tu non vuliv murì a ru postu mio? Era chest lu ben che me vuliv?

( Ringrazio la mia amica Marisa Improta, mondragonese di nascita ma residente a S. Pietro al Tanagro (SA) per questo episodio, che raccontava la sua mamma, la nostra cara “comm Amalia”, a cui piaceva tanto raccontare storie , anche quando andavano in campagna a vendemmiare, facendo divertire tutti)

martedì 5 ottobre 2021

RAT A DON DUNAT CHE RI JUORN SO SUPRAT

Quest’antica storia, raccontata nel rione S. Angelo, ci insegna che non bisogna mai essere troppo certi e sicuri di quello che la vita ha in serbo per noi.

Due coniugi molto anziani e senza figli, pur essendo benestanti, avevano condotto sempre una vita all’insegna del risparmio e della parsimonia e avevano accumulato una certa ricchezza. Pensando che si stessero avvicinando ormai i giorni della loro dipartita terrena, il marito, un tale don Donato, disse alla moglie: - Mugliera mia, ri juorni nuost stann a fernì, nun tenimm manc a nisciun pe ce lassà a robb nost e allor sai che te ric(o)? Verimmecenn ben! Così si diedero da fare e tra una cosa e l’altra, riuscirono a consumare e dilapidare le loro sostanze fino all’ultimo. Fatto sta che non morirono ma continuarono a vivere, pur non avendo più nulla. Allora il poverino si vide costretto a chiedere l’elemosina davanti alla chiesa e allungando la mano, diceva: - Rat a don Dunat che ri juorn so suprat! (avanzati)

Nessuna descrizione della foto disponibile.

domenica 26 settembre 2021

SANTI COSMA E DAMIANO


IL CULTO DEI SANTI COSMA E DAMIANO A MONDRAGONE 

L’inizio del culto dei Santi nel nostro paese si deve a un miracolo, avvenuto negli anni ’40: la guarigione di un bambino che si era ammalato di difterite, una malattia mortale, quando non c’erano le vaccinazioni; da noi era chiamata “Ru crupp”, e colpiva inizialmente alla gola, poi alle vie respiratorie e con complicazioni varie, portava alla morte.
Il bambino, Giovanni De Crescenzo, non poteva respirare e la nonna, Concetta Conte, senza perdersi d’animo, portò il bambino a Gaeta, davanti alle statue dei Santi, dove pregò e a chiese la grazia.
Il bambino guarì, e la donna, molto devota, diede inizio ad una serie di pellegrinaggi a Gaeta, nel giorno della festa dei Santi, contribuendo alla diffusione del culto tra i Mondragonesi; fece anche dono di un quadro raffigurante i Santi, alla chiesetta del Giglio, dove si trova tutt’oggi, in fondo alla chiesa, sul lato sinistro.
Don Adelchi Fantini, parroco di san Nicola, venuto a sapere dell’accaduto ed essendo anch’egli molto devoto dei Santi, decise di festeggiarli in parrocchia, nel giorno della loro festa.
Del bambino si sa che crebbe e che si laureò in chimica; si recò, da giovane, negli Usa , dove si sposò ed ebbe tre figli, diventò proprietario di tre fabbriche chimiche. Quando tornava in Italia, non dimenticava mai di andare a Gaeta, a far visita ai suoi Santi protettori. Morì a 51 anni nel 1983 per problemi cardiaci.( Da una testimonianza della sig. ra Maria Fiore, cognata dell’allora bambino miracolato)
Nella devozione popolare mondragonese si diceva:
San Cos(i)m(o) e Damian(o)
Uno è miereco e n’ato è santo
E sta a significare: uno è medico e un altro è santo; invece,dall’agiografia dei Santi si sa erano tutti e due medici
e ancora:
San Cos(i)mo e Damian(o)
Io ce tocco e tu ce san(i)
Cioè: io (la persona devota) tocco la parte malata ma, attraverso me, voi Santi, guaritela
La memoria liturgica di san Cosma e Damiano si celebra Il 26 settembre : processioni, celebrazioni religiose e laiche si succedono in varie zone d’Italia ed anche a Mondragone per ricordare il martirio dei due santi siriani.
L’origine dei Santi viene spesso accomunata alle figure mitologiche dei Dioscuri, Castore e Polluce, figli di Zeus e Leda, perché anch’essi gemelli ma con i quali, in realtà, non hanno niente a che vedere.
Sulla vita dei Santi le notizie storiche sono scarse. Si sa che erano gemelli e cristiani. Nati in Arabia, si dedicarono alla cura dei malati, dopo aver studiato medicina in Siria.
Erano, però, medici speciali perché spinti da un’ispirazione superiore, non si facevano pagare, oggi il loro operato si chiamerebbe volontariato ma nel III sec. dC venivano chiamati anàrgiri (termine greco che letteralmente significa senza denaro).
A causa della loro fede furono perseguitati da Diocleziano e subirono diversi martiri, uscendone sempre salvi: la lapidazione, ma le pietre rimbalzavano verso chi le lanciava, il lancio dei dardi, che rimbalzavano come le pietre; furono gettati in mare con pesanti pietre al collo perché affogassero ma le corde si sciolsero, neanche il fuoco di una fornace riuscì a bruciarli. Solo la decapitazione poté porre fine alla loro esistenza.
Il culto dei Santi, che ha origini antiche, probabilmente a partire dal settimo/ottavo secolo dC, si divulgò in Occidente, arrivando in diverse regioni italiane ed a Roma, diffondendosi, poi, anche a Gaeta, con la quale l’Urbe manteneva stretti contatti; da lì si diffuse nei paesi viciniori, tra cui il nostro.



Le due statue dei Santi Cosma e Damiano si trovano a Mondragone nella chiesa di san Nicola e sono state realizzate dalla ditta Santifaller di Ortisei (Bolzano).


lunedì 23 agosto 2021

Chi d’aust nun s’è vestuto

Chi d’aust nun s’è vestuto

Ru malanno r’è venuto

E cioè “Si è ammalato di sicuro chi non ha provveduto ad approvvigionarsi dei tessuti per il confezionamento degli indumenti necessari per affrontare il rigore invernale”.
Con questo detto si fa chiaro riferimento alla Fiera di san Bartolomeo, che si svolge a Mondragone il 23, 24 e il 25 agosto. Per la comunità si tratta di un allettante richiamo, quasi un rituale, che si ripete ogni anno; non c’è Mondragonese che rinunci, in quei giorni, a farvi una capatina , tra il frastuono, le luci, la folla e le mille offerte commerciali che abbondano sulle bancarelle con gli oggetti più disparati, dall’abbigliamento ai giocattoli, ai capi di corredo, alle pentole ecc.
La Fiera sta ad indicare, anche, dal punto di vista meteorologico, la fine dell’estate e l’arrivo dei primi acquazzoni.
Le fiere, nel passato, costituivano un importante mezzo di scambio tra i popoli; esse ebbero un grande sviluppo nel Medio Evo; re e principi concedevano l’esenzione da dazi e gabelle, rendendo così convenienti i prezzi delle merci. Questo privilegio creava l’afflusso dei compratori anche dai paesi vicini, attratti dalla possibilità di risparmiare.
La nostra Fiera ha origini molto antiche , non si sa con precisione in quale epoca fu istituita , ma sicuramente nacque quando il paese cominciò a diventare un importante centro di Terra di Lavoro, situato in una favorevole posizione geografica tra l’Appia e la Domitiana e costituiva un’ importante occasione di approvvigionamento di prodotti spesso rari.
Della Fiera si hanno notizie già nell’ “Apprezzo dei beni” del 1691, come si legge in “Dettagli di storia mondragonese” di P. Sorrentino.
( “L’Apprezzo” fu stilato a seguito della morte, avvenuta nel 1689, di Nicola Carafa, ultimo dei duchi Carafa, che governavano Mondragone dal 1461; non avendo questi lasciato eredi, il feudo tornò ad essere regolare proprietà del re di Napoli e quindi della regia corte di Madrid e da questa fu messa all’asta per sovvenzionare le spese di guerra. Per procedere alla regolare vendita di tutto il feudo fu stilato un apprezzo dei beni in esso presenti. Qualche anno dopo le terre di Mondragone e di Carinola furono acquistate dalla famiglia genovese dei Grillo, marchesi di Clarafuente. I Grillo furono duchi di Mondragone fino agli inizi dell’800, quando furono spodestati con la legge napoleonica sull’eversione della feudalità e i loro beni venduti al Comune di Mondragone).
Dall’ “Apprezzo” si evince che sulla marina di Mondragone si svolgeva un importante evento socio-economico , ossia la Fiera di san Bartolomeo. Questa vivace manifestazione si teneva nel mese di agosto e durava tre giorni , si svolgeva oltre che sulla marina , dove giungevano barche persino dalla Sicilia, anche nella piazza della cittadella, dove si vendevano principalmente prodotti di merceria. La Fiera rappresentava un evento commerciale , sociale e politico di primaria importanza . La sua rilevanza è attestata dal fatto che per tutta la sua intera durata si eleggeva il “mastro di fiera”, che in quel frangente sostituiva il Duca nell’amministrazione della giustizia.
Della Fiera ci riferiscono anche Luca Menna, notaio carinolese nel suo “Saggio istorico della città di Carinola”, del 1848, e monsignor Giovanni Diamare, vescovo di Sessa Aurunca, in “Memorie storico-critiche della Chiesa di Sessa Aurunca” del 1906.
Ambedue affermano che la Fiera fu dedicata inizialmente a S. Rufino, il vescovo capuano, la cui festività ricorre il 25 agosto. Pare che il culto di S. Rufino risulti essere il più antico che la popolazione di queste terre abbia professato verso un Santo. A lui fu dedicata una chiesa e nel giorno della sua festa si introdusse una piccola fiera (era usuale, all’epoca, che le fiere si svolgessero in occasione di feste religiose). La Fiera, ingranditosi con il tempo, fu detta poi di S. Bartolomeo, la cui festività ricorre il 24 agosto.
La Fiera di S. Bartolomeo, in passato, è stata una Fiera importante della Campania, difatti vi partecipavano commercianti provenienti da vari paesi, richiamava una grande moltitudine di gente che veniva da lontano per cui si improvvisavano perfino cucine all’aperto; il corretto svolgimento delle operazioni commerciali era tutelato da apposite norme e l’intera organizzazione era sottoposta alla vigilanza del rappresentante del duca.
In tempi più recenti, come molti ricordano, il 23 e il 24 agosto, a Croce di Monte, lungo la via Appia antica, nei pressi della chiesetta di san Rocco, si svolgeva una Fiera degli animali, perlopiù cavalli, asini, mucche e maiali, visto che allora era importante allevare animali sia per la macellazione che per l’aiuto nella coltivazione dei campi e per il trasporto.
Con l’avvento della motorizzazione essa venne a perdere l’importanza di una volta poiché gli animali erano ormai sostituiti dall’uso di macchine agricole e si trasformò in una Fiera esclusivamente di maiali.
Quasi tutti i Mondragonesi andavano a comprare il maialino alla Fiera da allevare per macellarlo poi nel mese di gennaio. Da quando poi si è persa l’usanza di allevare il maiale in paese perché non consentito dalle norme igienico sanitarie, la Fiera degli animali è scomparsa definitivamente.
Alla Fiera, che si svolgeva, invece, in paese, nella zona del mercato, si usava comprare il corredo per la sposa: lenzuola , lana per i materassi, pentole e recipienti vari in rame.
Con il passare del tempo si sa che i prodotti le tendenze cambiano: è scomparsa la lana per i materassi, le pentole in rame sono state sostituite da altre in metalli più moderni. Negli anni’60, ad esempio, era predominante la vendita dei giocattoli: le bambole per le bambine e le pistole per maschietti per cui nel periodo della Fiera nei vicoli e nei cortili stuoli di ragazzini si divertivano a rincorrersi , sparando e infastidendo non poco il vicinato. Oggigiorno vanno per la maggiore i grembiuli per la scuola, gli zaini, borselli ecc.
Occorre ricordare, infine, che la Fiera, un tempo, era considerata una scadenza importante nel corso dell’anno perché coincideva con la fine del raccolto. Infatti c’era l’usanza , in quella occasione, di pagare l’affitto delle terre e di saldare i debiti contratti per cui ancora oggi, quando una persona ritarda nel pagamento, qualcuno usa dire ancora scherzosamente: - Ma quann me paghi? A fierjia?
Negli ultimi anni si è cercato di ripristinare la Fiera che ormai non ha più l’importanza economica di una volta ma costituisce soprattutto un’attrattiva folcloristica, un mercato più ampio di quello domenicale.



lunedì 16 agosto 2021

“A Santu Rocc ogni fica scopp”

Così recita il detto mondragonese per indicare che è proprio nel periodo della festa di San Rocco, che ricorre il 16 agosto, che maturano i primi fichi.( Era usuale, un tempo, collegare gli aspetti più svariati della vita contadina ai Santi, si diceva ad esempio: A San Martin ogni must divent vin, A Cuncett Natal diciassett , a Sant’Anieglio nu pass d’ainieglio ecc. )

C’è anche il detto “Santu Rocc e ru cacciuttiegli(o)” con cui si è soliti indicare due persone che vanno sempre insieme, formando per così dire una coppia, nella quale uno dei due segue sempre l’altro con grande fedeltà e devozione, prerogative proprie di un cane che segue il suo padrone.
Il detto prende spunto da un episodio della vita del Santo, che si prodigò molto per curare gli appestati. Alla fine si ammalò lui stesso e si rifugiò in una grotta, dove un cagnolino, suo fedele compagno, gli portava da mangiare, rubando ogni giorno una pagnottella dalla mensa del suo padrone.

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Culto di S. Rocco a Mondragone

Culto di S. Rocco a Mondragone e alla cappellina a lui dedicata nella masseria cosiddetta di “S. Rocco”, mi fa piacere condividere con voi le interessanti notizie, ottenute grazie alla preziosa testimonianza di Antonio Pompeo, che ringrazio.
La masseria fu costruita dalla famiglia Palumbo ai primi dell’ ‘800 e questa data è incisa sul marmo in un punto dell’aia. Pietro Palumbo, il proprietario, dopo avervi vissuto con la sua famiglia, per circa 20 anni, la dovette vendere con tutti i terreni annessi ad un suo amico, don Antonio Greco, a causa di un incidente in cui un bambino perse la vita, investito dal suo calesse. In seguito, negli anni ’20 il sig. Greco chiese a Giovanni Palumbo, nipote di Pietro, se voleva abitare nella masseria e coltivarne i terreni in cambio di una mezzadria molto bonaria, poiché, essendo essa stata abbandonata, era diventata improduttiva e stava andando in malora. Giovanni accettò e vi si trasferì appena dopo sposato. Lì sono nati i suoi figli, tra cui la madre di Antonio Pompeo, ed è rimasto lì fino al 1962. Antonio, cresciuto nella masseria fino a 6/7 anni, ricorda quando nel giorno di S. Rocco, si faceva una grande festa sull’aia e sua nonna , Rosaria Piglialarmi preparava le pagnottelle, che faceva benedire dal prete e che venivano distribuite gratis a tutti. Durante la seconda guerra mondiale, la masseria, data la strategicità del punto in cui era situata e da cui si poteva controllare l’accesso a Mondragone, venne usata come comando militare prima dai Tedeschi e poi dagli Inglesi. Purtroppo in essa ci fu anche lo scoppio di una bomba in cui rimasero feriti alcuni componenti della famiglia Palumbo.
Grazie all’opera di Emilio Cattolico, oggigiorno, al posto della masseria sorge la bellissima Villa Petrinum, struttura composta da un Bed and Breakfast e da un Ristorante, che permette di gustare le tante prelibatezze e prodotti tipici del nostro territorio.