venerdì 10 dicembre 2021

“TIEN A CAP COMME INORIO”

“TIEN A CAP COMME INORIO”

Si usa a Mondragone quando si vuol far intendere ad una persona che è particolarmente dura di comprendonio. Il detto si riferisce ad un contadino mondragonese, dal carattere simpatico e singolare, Onorio Taglialatela, in dialetto mondragonese, Inori(o). E’ bene precisare che per la ricostruzione di questo detto e del personaggio si sono rivelate preziose le testimonianze di alcuni amici di fb, che si è rivelata una vera piattaforma di dibattito pubblico e culturale.
Si racconta che un giorno il commerciante che acquistava i fagiolini da Inorio gli faceva il conto e diceva: - Ve facite capace o no? No, nun me trov! Rispondeva Inorio. Il commerciante gli faceva il conto di nuovo e domandava: - Ve truvat o no? E lui: - No! Al che il commerciante disse: - Azz, ma allor nun ve tras proprio ‘ncap? Inorio, battendo il piede a terra, con un’espressione alquanto colorita ma inappropriata, rimasta famosa, disse: - Sient vuagliò, ‘ncul me tras ma ‘ncap no!
Sempre di Inorio si racconta un altro simpatico episodio. Un giorno Inorio entrò nella macelleria di Eraclio, nel nostro dialetto Arachi(o) e disse: - Buongiorno Arà, m vuò ra nu poco d carna bona? M’aggia fà arrustita! - Inò , si fortunat! Teng n’arrust ch po ij annanz a ru rre. Quant t n’aggia fa? - E mo ch n sacc(io)! Tagl(ia) Arà, tagl(ia)! Il buon Eraclio affilò il lungo coltello e con la massima cura e con l’aiuto della mannaia per tagliare l’osso, preparò un bell’arrosto e lo stese con cura sulla carta paglia, compiaciuto del risultato ottenuto. - Ah! E vist quant è bell! È tenner comme lu latt e po vir che sapor! Po m fai sapè. Abbasta? E Inorio: - Tagl(ia) Arà, . tagl(ia). Ed Eraclio con la stessa attenzione preparò un’altra fetta e la mise accanto alla prima. Al taglio della seconda fetta si ripeté stessa domanda e la stessa risposta:- Tag(ia)l Arà, tagl(ia)! Alla quarta o quinta fetta finalmente si arrivò al peso e al conto. - Inò , so quas dui chil, ramm 1800 lir! E Inorio:- 1800 lir? Ma tu sì pazz? Ij t rong 1800 lir a te? Ij m l sparagn st 1800 lir, m facc(io) na bella zupp d ciammarruch e m’addcrej(o).
Girò i tacchi e se ne andò senza nemmeno salutare, lasciando il povero Eraclio senza parole. Cari amici, la seconda foto è quella della macelleria in questione, della famiglia Pagliuca, che allora si trovava dove ora si trova l' Ottica Russo




giovedì 9 dicembre 2021

A PAPARELL D NATALE

 A PAPARELL D NATALE

Tanti anni fa, in una famiglia del rione S. Francesco viveva una donna molto anziana non più autosufficiente. Dopo una vita di lavoro in casa e in campagna, ora doveva essere aiutata anche in semplici operazioni di vita quotidiana quali il lavarsi e il vestirsi. Un giorno, ai primi di dicembre, poiché era una bella giornata, la figlia la fece sedere in cortile a godersi il caldo tepore dei raggi di sole che le ultime giornate autunnali ancora regalavano. La vecchietta si mise ad osservare i polli che scorrazzavano in libertà come era usuale a quei tempi e fu attratta da un’anatra, che si bagnava il becco nell’abbeveratoio e poi, libera e felice starnazzava, andando avanti e indietro. Allora disse alla figlia: - Vagliò, saj ch m jess a geni(o) d m mangià? Propri(o) nu p(e)zzariegli(o) d chella paparell! Al che la figlia rispose: - Oi mà, ma propri(o) a chell stat a guardà? Chell a stong a stipà p Natal! La madre non replicò ma successe che nel giro di pochi giorni si ammalò e morì. Pur essendo anziana, non c’era nulla che faceva presagire la sua morte e alla figlia rimase il rimorso di non averla accontentata e ripeteva tra sé: - Si sapev! Volentieri avrebbe fatto mangiare l’anatra alla sua mamma, se avesse saputo ma nessuno può tornare indietro nella vita e il passato ci può essere solo d’insegnamento.



mercoledì 8 dicembre 2021

MIEZU MILION O CINQUCIENTMILA LIR?


 A Mondragone viveva un giovane, a cui è rimasto legato il ricordo di un episodio divertente, realmente accaduto. Si chiamava Emilio e da noi si usava chiamare le persone con questo nome con una sorta di vezzeggiativo, che anziché abbellire il nome, lo imbruttiva parecchio: Mliuozz al maschile e Mliozz al femmininile. Se qualcuno chiedeva al giovane come si chiamava, lui rispondeva: - Miuozz! Perché era balbuziente e non troppo sveglio, oggi si direbbe “un sempliciotto”.
Un suo amico aveva una figlia non bella e neanche troppo giovane e, vedendo che il tempo passava e niente di nuovo accadeva, pensò di procurarle lui stesso un matrimonio per cui chiese a Miuozz se la voleva sposare e per convincerlo gli disse: - Si ta piglj, io nu ri rong sul a rot (corredo) ma te rong pur miezu mlion!
Il giovane, che non aveva mai visto tanti soldi, acconsentì subito.
La mattina delle nozze, il suocero disse al genero:- Miuò, va rent, vir che ‘ncopp a tavul ce stann le cinqucientmila lir pe te! Vattell a piglià! E Miuozz, credendo che lo volesse imbrogliare, rispose:- Ah, no no, io voglio ru miezu mlion e no le cinqucientmila lir!



CH(E) T(E) POZZN ACCIR!


 Quando si presenta una situazione di stress emotivo o di dolore fisico oppure se qualcuno ci fa arrabbiare, a tutti capita istintivamente di scattare, di perdere il controllo e di prendere a male parole l’interessato, o comunque di esprimere rabbia o tensione con un linguaggio per così dire meno controllato del solito, ricorrendo alle cosiddette parolacce, che in quel momento hanno un effetto liberatorio e ci aiutano ad affrontare meglio la situazione imprevista e difficile. Anche se solo ci cade un bicchiere di mano e si rompe per la sorpresa siamo portati a dire: - Accidenti – o- Mannaggia!
Freud diceva:- La civiltà ha avuto inizio quando la prima persona in preda alla rabbia ha lanciato un’ingiuria anziché una pietra … Il mondo sarebbe migliore se al posto di tutte le guerre i popoli si assalissero a male parole …
Nel nostro dialetto ci sono vari tipi di improperi, ingiurie e imprecazioni che servono proprio come valvola di sfogo in certe situazioni. Ce n’è una , in particolare, CHE TE POZZN ACCIR, che suona come un’invettiva, che usiamo per contrapporci a qualcuno, che ha fatto qualcosa che non doveva fare. La cosa assurda è che l’espressione è talmente usuale che la si utilizza anche semplicemente per scherzare e alcuni la usano proprio come un intercalare nel discorso, senza pensare minimamente al significato di ciò che si dice eppure le parole hanno un significato ben preciso, anche se lo si dice ridendo e scherzando. Usare quest’espressione significa augurare la morte ad una persona ma non una morte pacifica e tranquilla bensì le si augura di venire uccisi. A me, personalmente, quest’espressione non è andata mai a genio e, se potessi, l’abolirei dalla nostra tradizione linguistica. Suggerirei di augurare sempre il bene a chi ci vuol male e a chi ci vuol bene perché sia il bene che il male ritornano sempre al mittente.



martedì 7 dicembre 2021

MO VENE NATALE



Mo vene Natale
Nun tengo dinari
Me fumo na pippa
E me vaco a cuccà
A meza notte
Spareno e bbotte
Me metto o cazone
E vaco a veré
‘mbriacate tu
‘mbriacate tu
Si care malato
T’a viri tu
Questi versi, che ancora oggi vengono cantati scherzosamente in occasione del Natale, fanno parte di una filastrocca di origini napoletane, cantata anche a Mondragone. Sarà stata composta sicuramente da qualcuno che viveva in povertà e che non poteva certo preparare il cenone della vigilia o il pranzo di Natale secondo la tradizione, ma che nonostante tutto ci scherzava su cantando , accontentandosi di quel poco che la vita poteva offrire.
L’indigenza delle famiglie non era rara, essendo la povertà una condizione di vita molto diffusa nei tempi passati ma, se durante l’anno tante erano le limitazioni e le ristrettezze, quando arrivava il Natale ogni famiglia faceva di tutto per imbandire la tavola con tutte le prelibatezze della tradizione perché si trattava di una festa aspettata per tutto l’anno, a cui si teneva davvero tanto. I più indigenti chiedevano un anticipo dai proprietari terrieri presso cui lavoravano sulle giornate di lavoro della mietitura perché potessero comprare quei prodotti tipici natalizi quali baccalà, frutta secca ecc perché tutto andava consumato “ pe devozione” come si usa dire ancora oggi, mescolando il sacro al profano. In effetti, il Natale è sempre stato la festa religiosa più importante dell’anno, che coinvolgeva tutti e che ancora oggi ci coinvolge perché ha radici profonde. Oggigiorno questa festa ci affascina con le sue luci, con i colori, gli addobbi, i regali, anche se il Natale che viviamo oggi è il Natale dell’opulenza e del consumismo che ha perso molto di quel significato profondo che ci accompagna da oltre duemila anni: la nascita di quel Bambino e il messaggio che ogni anno ci torna a portare. Quello che di bello ha conservato il Natale è che anche oggi riesce a riunire le famiglie come un tempo. Di certo un tempo il Natale si trascorreva in maniera più semplice e povera ma intensamente sentito e vissuto con gioia tra gli affetti di famiglia. L’attesa cominciava con la novena all’Immacolata, dal 29 novembre al 7 dicembre e dall’ Immacolata si incominciavano a contare i giorni mancanti al Natale, un detto infatti diceva: - A Cuncetta, Natale diciassette per dire che mancavano 17 giorni. Seguiva poi la novena a Gesù Bambino , dal 15 al 23 dicembre. Il suono delle zampogne casa per casa era il segno che il Natale si avvicinava, e conferiva all’attesa quella componente di sacralità legata all’evento, rinnovando di anno in anno la celebrazione di antichi rituali. Gli zampognari erano pastori e contadini con la passione per la musica che nel periodo di Natale scendevano dai monti della Ciociaria per venire a suonare le novene di casa in casa e rimanevano in paese per tutta la durata della novena. Venivano verso il 20 novembre per accordarsi con le famiglie che volevano fare la novena e portavano in dono, quasi un pegno, una cucchiarella di legno , costruita da loro stessi. Il compenso veniva loro corrisposto l’ultimo giorno, a novena ultimata e un tempo consisteva in beni di prima necessità: vino ,olio ecc. ecc. Venivano con le cioce ai piedi, con il mantello nero e il gilet di lana di pecora. Ancora oggi gli zampognari vengono a Mondragone sulle orme paterne e grazie alle nuove generazioni, rinnovano e portano avanti la tradizione. Oggi suonano solo, ma un tempo cantavano anche le novene. I testi non venivano scritti ma imparati a memoria perché allora il grado di analfabetismo era molto alto ed è per questo motivo che di un testo ci sono varie versioni , ognuno li eseguiva come li ricordava e se non li ricordavano, cambiavano il testo a proprio piacimento. A Mondragone così cantavano gli zampognari:
E’ giorno d’allerezza
Da stammatina
E’ nato Nostro Signore Gesù Bambino
E’ nato in una grotta
Puvurieglio
E mmiez a nu bove e a n’asinieglio
Venite tutti quanti
Cu ri pasturi
A salutà a Gesù Nostro Signore
Appena terminata la novena all’ Immacolata si incominciava ad allestire il presepe, fin quando poi non è nata la tradizione anche dell’albero di Natale. Su un piano rialzato si costruiva uno scorcio di paesaggio, dove si cercava di riprodurre la montagna, il fiume, il ponte; la neve si riproduceva con la farina e con fiocchi di ovatta, il muschio che si andava a raccogliere era il tappeto erboso su cui venivano sistemate le poche statuine di gesso che si possedevano: il pastorello con la pecora sulle spalle, la lavandaia, il carrettiere, lo zampognaro vicino alla capanna, il fanciullo con le braccia aperte e con la bocca spalancata per lo stupore di essersi trovato davanti a Gesù; c’era sempre qualche pastorello con una gamba rotta ma con tanti accorgimenti si cercava di farlo stare in piedi. E così tra preparativi e attesa, arrivava la Vigilia.
In ogni casa la sera della vigilia era tradizione bruciare il ceppo “ru capufuoco” che doveva rimanere acceso per tutta la notte non solo perché doveva durare fino alla mezzanotte ma anche perché c’era la credenza che la Sacra Famiglia si venisse a riscaldare. Già durante l’anno, il capofamiglia in giro per la campagna teneva d’occhio la grandezza dei ceppi che venivano scavati, si sceglieva quello che gli sembrava più bello e più grande, che doveva ardere la sera della vigilia e lo metteva ad asciugare, poteva essere di quercia o di pino, di ulivo ma anche di alberi da frutto. Qualcuno lo faceva durare addirittura fino all’Epifania; se non era abbastanza grande , si alimentava il fuoco con altra legna per farlo bruciare più lentamente. Oggi la tradizione del ceppo è quasi scomparsa perché il camino è stato soppiantato da altri mezzi di riscaldamento ma un tempo esso, oltre a riscaldare, aveva per la famiglia un antico significato, era un luogo d’incontro, di relazione e di confronto.







LA CHIAVE


Tanti anni fa, più precisamente nel 1956, nel giorno della vigilia di Natale ci fu un’abbondante nevicata a Mondragone, fatto inusuale dalle nostre parti. Quell’anno il Santo Bambino davvero venne a nascere “al freddo e al gelo”. Nonostante il freddo, come ogni anno, ad una certa ora tutti si avviarono verso la chiesa perché alle 11, 30 sarebbe iniziata la funzione e a mezzanotte sarebbe nato il Bambino. Anche una vedova con due bambini, un maschietto e una femminuccia si avviò verso la chiesa di san Francesco. Tutte le sere la donna, molto devota, andava in chiesa con i bambini. La femminuccia molto attenta, seguiva con attenzione la S. Messa ma il bambino non ci andava volentieri, si annoiava, sempre seduto nel banco, non capiva perché tutte le sere la mamma li portava in chiesa, l’avrebbe capito poi, con il tempo, tanto più che la Messa allora si celebrava in latino e lui non capiva una parola. C’erano solo due giorni all’anno in cui non andavano in chiesa, alla festa dei Santi e dei Morti perché le Messe in quei giorni si celebravano al cimitero, dove loro si recavano per l’occasione, rimanendovi dalla mattina fino all’orario di uscita. Stare su quel banco, a volte, era una tortura e ogni tanto si allungava o si stiracchiava, si abbassava, si alzava, si girava finché una sera Padre Angelico, il frate che suonava l’organo, che si trovava in fondo alla chiesa in alto, lo osservò e gli fece una ramanzina tale da dissuaderlo per sempre a fare altri movimenti inopportuni. Con la mente, però, divagava e pensava a cose più interessanti, a quando con suo cugino andava ad acchiappare le rane nei fossi “abbascia a le parul”(paludi), che la zia spellava e poi preparava o in brodo o indorate e fritte o a quando andavano a mettere le tagliole(trappole) per acchiappare i passerotti, che sempre la zia arrostiva sulla brace del camino, dopo averli spennati, eviscerati e lavati per benino. Ma più di tutto pensava al suo gioco preferito, correre dietro al pallone, quello sì che gli garbava tanto, allora sì che si concentrava al massimo e non si stancava mai, si sentiva libero e felice. La sera della Vigilia, però, gli piaceva andare in chiesa, ricordava bene i riti solenni che si ripetevano ogni anno e i canti, il suono dell’organo, l’incenso, tutto gli sembrava più bello. Quando nasceva il Bambino, poi, alla fine , tutti in fila lo andavano a baciare, era così bello, roseo e cicciottello, grande come un vero neonato, il Bambino più bello di tutte le altre chiese del paese, che ancora oggi viene esposto nella chiesa di S. Francesco. Non avrebbe voluto dargli solo quel bacio frettoloso ma prenderlo in braccio, coprirlo con un copertina calda e riempirlo di tanti baci senza contarli.
Quella sera il bambino seguì tutto con attenzione. Era quasi l’una di notte quando tutti si avviarono per tornare a casa, anche lui con la mamma e la sorella si avviarono. Mentre camminavano osservavano la neve che si era depositata soprattutto ai lati della strada, tremavano dal freddo ma ben presto arrivarono a casa e la mamma cercava la chiave per aprire la porta ma cerca e ricerca la chiave non si trovava. L’avevano perduta! Proprio quella sera che il freddo faceva battere i denti. Per un attimo si guardarono smarriti. Che fare? Pensarono di tornare a cercarla e così tutti e tre iniziarono il percorso all’indietro, guardando a terra minuziosamente con molta attenzione. Finalmente verso metà strada sul lato destro, sulla neve spiccava la chiave marrone. Era una chiave grande perché una volta le chiavi non erano come quelle di oggi ma molto più grandi. La mamma la prese con sollievo e tutti e tre quasi correvano per la gioia senza pensare neanche più al freddo. Arrivati a casa, ben presto si misero a letto, al calduccio sotto le coperte ma prima di addormentarsi, il bambino ripensava a quello che era successo, al fatto che per fortuna con la chiave erano riusciti a rientrare in casa, dove lui si sentiva protetto e al sicuro. Fu quella chiave il miracolo della notte di Natale, il più bel regalo di un Natale, che mai avrebbero dimenticato.



lunedì 6 dicembre 2021

SAN NICOLA: L’AMICO DEI BAMBINI

 SAN NICOLA: L’AMICO DEI BAMBINI

San Nicola va per mare
Ed è vestito da marinaio
Sono questi i versi del ritornello di un antico canto popolare, che cantano i pellegrini, devoti di san Nicola, a Bari, accompagnando la statua del Santo verso il mare. Questi pochi versi rendono l’idea della enorme diffusione del culto di san Nicola, che percorre le vie del mare. Con grande frequenza, infatti, ricorre il nome del Santo nei toponimi di località costiere e nelle tante chiese e cappelle, a lui dedicate. Potrebbe , dunque, essere questo il motivo per cui il Casale di san Nicola a Mondragone l’abbia scelto come protettore, dedicandogli una chiesa, essendo anche Mondragone situata sul mare. San Nicola, la cui festività ricorre il 6 dicembre, era originario di Pàtara in Asia Minore e vescovo di Myria, in Anatolia. Proveniente da una famiglia nobile, rimase orfano da piccolo e fu allevato in un monastero, diventando sacerdote giovanissimo. Delle sue ricchezze, ereditate dai genitori, fece regali e doni ai bimbi poveri e alle famiglie bisognose. Imprigionato durante la persecuzione di Diocleziano , fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l’attività apostolica. Morì presumibilmente nell’anno 343 nel monastero di Sion. Fin dal sesto secolo il culto di san Nicola si diffuse in tutto l’Oriente e la sua fama arrivò anche in Italia. Essendo la sua figura legata alla protezione dei bambini e dei poveri si può dire che ogni popolo lo ha fatto proprio. L’episodio più famoso legato al Santo è quello della storia di tre giovani fanciulle molto povere che non si potevano sposare perché prive di dote. Il padre, sebbene a malincuore aveva deciso di avviarle alla prostituzione per potersi procacciare la dote. San Nicola, venuto a sapere della sofferenza di questa famiglia, decise di aiutarla, donando tre sacchetti di monete d’oro, uno per ogni fanciulla, introducendo una notte il primo sacchetto attraverso la finestra aperta e facendo lo stesso la notte successiva, introducendo il secondo sacchetto. La terza notte, avendo trovato la finestra chiusa, calò il sacchetto attraverso il camino con grande gioia della famiglia. E’ per questo motivo che il Santo viene raffigurato con il bastone pastorale, simbolo del Vescovo e tre sacchetti di monete d’oro. In un altro episodio si racconta che san Nicola, entrando in una locanda, scoprì che il proprietario aveva ucciso tre ragazzi , li aveva fatto a pezzi e messi sotto sale, servendone la carne agli avventori . San Nicola non si limitò solo a scoprire il delitto ma risuscitò anche le vittime. Ecco uno dei motivi che lo resero patrono dei bambini. Il culto di san Nicola diffusosi in tanti Paesi fu portato a New York dai coloni olandesi , infatti è il protettore di Amsterdam sotto il nome di Sinterklaas. Questo nome fu tradotto in inglese Santa Claus ed è così che nel tempo, dal sacro al profano, la sua figura subisce una progressiva opera di trasformazione e si arriva al personaggio di Babbo Natale, che però non ha più le caratteristiche vescovili di san Nicola ma viene rappresentato come un corpulento marinaio, dalla barba bianca avvolto da un mantello rosso con la pipa in bocca. Ecco perché i bambini aspettano da Babbo Natale doni e dolciumi. Ed è così che da un vescovo della cristianità si è passati a Babbo Natale, mito nordamericano del consumismo.










domenica 5 dicembre 2021

RI ‘NCIARMI

Nella notte di Natale, sedute vicino al fuoco, le donne anziane trasmettevano sottovoce alle giovani che volevano imparare e che ritenevano degne, formule e riti per curare e guarire alcune malattie, quali: il malocchio ,(mal di testa), i vermi nei bambini, la ponta (strappi muscolari, nevralgie) ecc. Era possibile trasmetterli solo nella notte di Natale, la Notte Santa. Si trattava di rimedi, terapie popolari, ancora oggi conosciute nel mondo contadino, nate tra la gente in un’epoca in cui la medicina poteva ben poco. All’epoca si cercava di guarire le malattie, utilizzando semplici elementi, quali: l’acqua, il sale, l’olio, compiendo gesti rituali, soprattutto il segno di croce, accompagnato da formule , seguite da preghiere, quali il Padre nostro , il Gloria al Padre ecc. perché era sempre a Dio che ci si rivolgeva affinché intervenisse e ristabilisse la guarigione .Le formule erano organizzate per rime e assonanze per facilitarne il ricordo, gli elementi usati non agivano per la loro composizione fisica o chimica ma perché la benedizione conferiva loro un valore sacramentale, rendendoli veicoli di grazia . Le persone che eseguivano queste pratiche non percepivano compenso perché le loro capacità di “guaritori” non erano considerate abilità personali ma un dono , un tramite di grazie verso il prossimo, in quanto era la persona che pregava ma Dio che guariva.

La sera della vigilia di Natale, inoltre, intorno alla brace, il capofamiglia disponeva le pigne, a semicerchio, avendo cura di girarle di tanto in tanto, affinché si sciogliesse la resina e si aprissero le squame legnose, facendo fuoriuscire i pinoli. Il profumino delizioso dell’incenso o resina si diffondeva nell’ambiente e tutti lì a sporcarsi le mani per rompere il guscio marroncino dei pinoli e per mangiare quei frutti prelibati dal delicato sapore.
A tale proposito si racconta che, secondo un’usanza molto antica, forse per un buon auspicio di fertilità, le nonne suggerivano alle loro nipoti vergini di mettere un mucchietto di pinoli in un fazzolettino tra i due seni e di aspettare, perché sarebbero fioriti. In effetti, dopo tutta la serata verso la mezzanotte il miracolo si compiva; probabilmente al contatto del calore del corpo, i pinoli si aprivano, assumendo l’aspetto di un fiore con quattro, cinque punte, bianco all’interno e marrone all’esterno.
Si credeva anche che la sera della Vigilia le streghe o janare si recassero in chiesa e per questo motivo un uomo si metteva a guardia dell’acqua santa e quando finivano le funzioni religiose, se lui non si allontanava, loro non potevano uscire e allora erano costrette a chiedergli il permesso e lui così poteva guardarle in faccia e vedere chi erano.
Anche quando si celebrava un matrimonio una persona si metteva guardia dell’acqua santa perché le persone malintenzionate non compissero alcun maleficio contro la coppia.
Quando, inoltre, due persone parlavano tra di loro stavano attente a mettere i piedi in croce per non far ascoltare alle janare quello che dicevano; quando si pregava, al contrario, non si mettevano i piedi in croce.
Si tratta di usanze, credenze e ritualità che ormai non esistono più ma che ci aiutano a comprendere la nostra cultura di provenienza, il modo di vivere dei nostri antenati, che ancora continuano a vivere dentro di noi.

Ringrazio di cuore la Sig.ra Clara Ricciardone , fonte inesauribile e preziosa di notizie e informazioni sulla cultura mondragonese.



sabato 4 dicembre 2021

“Il Francescanesimo a Mondragone”

LA MISSIONE
Dopo circa 135 anni dalla soppressione degli Ordini Religiosi, il 6 ottobre 1946 i Frati Minori ritornarono a Mondragone dopo quasi un secolo e mezzo di assenza.
Fu il canonico don Francesco Gravano, “don Ciccio” che prima della sua morte volle ridare ai “figli di S. Francesco” quella chiesa che loro malgrado furono costretti ad abbandonare.
Il Gravano si rivolse al Provinciale di allora, Padre Giacomo Iovine e questi inviò finalmente due frati: Padre Paolo Monsurrò di Torre Annunziata e Fra Benigno Fele da Qualiano.
All’inizio i disagi non furono pochi perché i monaci non avevano dove alloggiare, il convento era diventato proprietà privata e don Ciccio mise a loro disposizione un’abitazione di proprietà della sua famiglia in via Elena, dove ancora oggi, nel cortile, si conserva, in ricordo, una statua di S. Francesco.
Anche il popolo li accolse con freddezza spirituale e non con lo slancio affettuoso che aveva sempre avuto in passato verso di loro. Le vicende storico-politiche avevano contribuito non poco ad allontanare la gente dalla fede, tanti non andavano più in chiesa e alcune famiglie non facevano battezzare più neanche i propri figli.
L’intrepido Padre Paolo voleva, però, riportare i Mondragonesi alla fede cristiana e pensò subito ad una Santa Missione al popolo e si diceva: - Se Mondragone è tornata a S. Francesco, S. Francesco la farà ritornare a Cristo!
Organizzò per l’anno dopo, nel 1947, la Missione con cui riuscì a riportare il popolo mondragonese alla fede dei padri. Essa fu predicata da tre francescani: P. Vincenzo Gervasi, P. Pierbattista Iuliucci e P. Marcello Manilia e durò 10 giorni.
Ad essi fu offerta ospitalità dalla famiglia Caracciolo, che abitava proprio di fronte alla chiesa. Don Onorato Caracciolo e consorte offrirono la propria casa e la propria mensa ai Missionari per tutta la durata della Missione. P. Paolo con il suo senso pratico servendosi di semplici tendine, improvvisò in una stanza le celle del convento.
Dall’opuscolo commemorativo della S. Missione “Ritorno” pubblicato da P. Angelo Salvatore abbiamo la cronistoria dei giorni della Missione:
Il 26 gennaio cominciarono le prediche ma i Mondragonesi sembravano ormai insensibili ai richiami alla vita della Grazia e ne ebbero la penosa sensazione i Padri Missionari perché gli accorati appelli, le prediche, le meditazioni sembravano cadere nel vuoto e in chiesa erano presenti solo donne, vecchi e bambini. E dov’erano gli uomini e i giovani ? I Missionari erano davvero tristi e pregavano incessantemente.
Al quarto giorno la situazione cambiò, chissà se furono le preghiere o i bei canti con cui essi invocavano la misericordia di Dio, sì perché i buoni Missionari cantarono. S. Francesco, giullare di Dio, volle far vedere ai suoi figli come il Signore si serve anche del richiamo canoro per farsi strada nei cuori e fu in quel giorno che i Missionari si sentirono seguiti. Da quel giorno dovettero tenere due corsi separati: per le donne alle ore 17 e per gli uomini alle 19. Tutta Mondragone si riversò nella chiesa di S. Francesco, era una fiumana di popolo che entrava e usciva dalla chiesa. Dalla porta centrale e da quelle laterali s’impiegavano ben 20 minuti per svuotare la chiesa.
Di casa in casa si passavano la voce ed era tutto un accorrere verso la chiesa di S. Francesco. Un pescatore, convinto da un medico, andò in chiesa per curiosità ma poi, la sera dopo, condusse in chiesa tanti suoi amici; conquistato dalla verità dei sacri ragionamenti, diceva, scherzando, che s’era fatto pescatore di uomini. Molti furono chiamati alla conversione dallo zelo ardente dei buoni Missionari. Così, quando P. Vincenzo licenziava gli uomini invitandoli a mandare un bacio a Gesù, migliaia di labbra e di mani si schiudevano per lanciare sulle dita aperte l’affettuoso saluto a Gesù sacramentato. Fu un vero trionfo della Grazia.
Il 2 febbraio i Missionari annunciarono che si sarebbe andati a commemorare i Defunti . Tutta Mondragone , con il Sindaco e le Autorità, si recò al cimitero. I Mondragonesi, uniti nel dolore di lutti antichi e recenti, piansero lacrime di commozione al discorso di P. Pierbattista, dopo il rito di assoluzione alle tombe, impartita da don Enrico Macera. Al ritorno tutti ripeterono:- Viva Gesù! Viva Maria!
Il 5 febbraio fu il giorno dedicato ai bambini: più di 1500 bambini si recarono nella chiesa di S. Francesco a dialogare con i Missionari, che poi li condussero in processione a rendere omaggio alla Mamma Celeste, Maria SS Incaldana. Era una vera e propria crociata di fanciulli e l’arciprete, don Enrico Macera, li attendeva all’ingresso e li benedisse; il più piccolo di tutti andò alla custodia del Prigioniero d’amore, il Tabernacolo, bussò alla porticina del Ciborio e la baciò per tutti, piccoli e grandi. Tutti, commossi, piangevano.
Per la sera di quello stesso giorno venne programmata una processione per manifestare la devozione alla Madonna e per fare un giuramento d’amore di tutta Mondragone. Si Stabilì per la sera stessa ma pareva che le forze dell’Inferno congiurassero contro quel santo desiderio: tuoni, lampi, pioggia e interruzione dell’energia elettrica. Ci si chiedeva: - Non si farà la processione? Non si sapeva, ma la gente aspettava sotto la pioggia, al buio. Il direttore della Missione P. Vincenzo ordinò di uscire. In piazza, come per incanto, cessò la pioggia e apparvero le stelle ma mancava la luce. Un lume a petrolio illuminava timidamente il balcone di casa Sementini, dove P. Pierbattista doveva parlare al popolo ma ecco che all’improvviso un torrente di luce inaspettata inondò la piazza, sorse un applauso spontaneo della popolazione. Subito dopo il discorso, di nuovo pioggia e interruzione della corrente elettrica. Dunque quel rasserenarsi del tempo e la luce al momento giusto erano un segno del cielo e un dono di Maria? Perché dubitarne? Quando si tratta degli interessi di Dio non è impegnata anche la Mamma? I Missionari chiesero al popolo: - Questa che viviamo non è l’ora di Dio? E Maria Santissima , che non permise al barbaro Turco di realizzare l’oltraggio del fuoco al suo quadro venerato, non permette più l’oltraggio delle anime da parte di Satana.
L’8 febbraio ben 15 Padri Francescani ricevettero le Confessioni ed assolsero i peccati in nome di Dio. La notte dall’8 al 9 fu la notte degli uomini, notte di Grazia.
La Missione terminò con la Comunione generale a mezzanotte distribuita a un numero ingente di fedeli dal vescovo mons. Gaetano De Cicco e da quattro sacerdoti per un ‘ora.
La Messa solenne del giorno 9 alle 11 fu solo il suggello pubblico e ufficiale. Si portò in processione il bel Crocifisso della Chiesa Madre. La folla seguiva il Crocifisso e le strade risuonavano dei bei canti. Parlarono P. Vincenzo, poi il Provinciale e il Vescovo che si congratulò con i Missionari per i frutti riportati in una “vigna” incolta da tanti anni.
I Mondragonesi tra le lacrime salutarono i Missionari : - Non Partite, tornate! Il camioncino che li involava verso nuovi traguardi, si dovette fermare più volte bloccato dalle manifestazioni d’affetto. Fu grazie alla Missione che il popolo ricominciò a vivere più cristianamente e a frequentare i Sacramenti.
La Missione fu ripetuta più volte anche negli anni successivi.
Intanto P. Giacomo Iovine incominciò le trattative con il Vescovo perché la chiesa fosse eretta parrocchia ma non fu possibile per le opposizioni di parroci di altre chiese. Non è stato mai possibile neanche negli anni seguenti fino a che nel 1970 il Vescovo affidò ai monaci francescani la parrocchia di Maria SS. Addolorata. 
(La foto è tratta dal libro di Padre Berardo Buonanno "Notizie storiche del Convento della Chiesa e dei Frati di Mondragone")



venerdì 3 dicembre 2021

S. Barbara

 


Santa Barbara benerett
Liberace da truoni e saett
Così i Mondragonesi invocavano santa Barbara un tempo, nell’antica società contadina, quando tuoni e fulmini incutevano tanta paura e non si sapeva come difendersi dalla violenza catastrofica della natura. Nelle case contadine si accendeva la candela e si invocava la protezione della Santa. Ancora maggiore era la paura quando il temporale scoppiava all’improvviso e ci si trovava in campagna a lavorare e non si sapeva dove correre a ripararsi , davvero ci si raccomandava l’anima, in quelle situazioni di pericolo, pregando la Santa.
Santa Barbara è una delle figure femminili più popolari del Medio Evo: la sua storia è stata raccontata infinite volte ed è questo che ha ispirato i canti leggendari dei contadini e come qualcuno ricorda anche qui, a Mondragone, c’era un canto in cui si narravano le vicende della sua vita:
Niente a ri nobbili e niente a ri signuri
Barbara era figlia de pagani
Nu juorno va ru patre e ru vicario:
“Barbara mia, te voglio ammaritare”
“Andate a ri sprufunni maledetti
Ru spusu mio è Gesù benedetto”
Quanno ru patre cheste sente ricje
Ciento lignate a Barbara chiavaje
Rent a na casa scura, rent a na casa scura la ‘nserraje
Senza ra a beve e senza ra a mangià
Ma quanne è notte scese da ru cielo
N’angiulo lucente cu na spada
E tutte le piaghe a Barbara sanaje
Ru juorne roppe va ru patre e ru vicario:
“Barbara mia comme te ritruove?”
“Andate a ri sprufunne maledetti
Ru spusu mio è Gesù benedetto”
Quanne ru patre cheste sente ricje
A Barbara cundannaje de taglià la testa
Barbara alzaje gl’ucchi a le celeste
E: - Mio patre m’a crisciuto cu tanta festa
E mo m’a cundannato de taglià la testa
Quanne la testa a Barbara fuje tagliata
Na saetta da ru ciel fuje calata
Barbara ‘mparavise se n’andaje
E ru patre e ru vicario sprufunnaje.


Santa Barbara nacque nel 273 dC a Nicomedia, in Asia Minore per poi trasferirsi a Scandriglia in provincia di Rieti poiché il padre, fanatico pagano, era un collaboratore dell’imperatore Massimo Erculeo, che gli aveva donato vasti possedimenti in Sabina. Barbara conduceva una vita riservata, intenta allo studio, al lavoro e alla preghiera, aveva una spiccata intelligenza e si mostrò sensibile ad accogliere la nuova fede cristiana, che condannava l’idolatria e le ingiustizie del Paganesimo. Poiché era molto bella, veniva chiesta in sposa da molti pretendenti sebbene lei non avesse alcuna intenzione di convolare a nozze perché desiderava consacrarsi a Dio. Il padre Dioscuro , non accettando la sua decisione, fece costruire una torre per rinchiudervi la fanciulla. Barbara, passando miracolosamente tra le pareti della torre fuggì, ma tradita da un pastore, cadde nelle mani del padre che la trascinò davanti al giudice affinché venisse torturata e uccisa. Venne frustata con le verghe ma durante la notte un angelo risanò le sue piaghe. Il giorno seguente il giudice la sottopose alla tortura con piastre di ferro roventi ma le fiamme si spensero quasi subito. Non ancora contenti, fecero frustare di nuovo Barbara e la fecero condurre nuda per la città ma lei tornò mirabilmente vestita e risanata. Alla fine il giudice le impose il taglio della testa . Dioscuro stesso eseguì la sentenza. Mentre la testa della fanciulla cadeva al suolo, una saetta discesa dal cielo, lo incenerì. Emblematico è l’episodio del fulmine, simbolo di una giustizia più che di una vendetta, è il particolare-chiave della devozione per la Santa nei secoli. Secondo la tradizione le verghe con le quali fu frustata si trasformarono in piume di pavone ma dolcissimo è anche l’episodio della fanciulla che supplica il Signore di coprire le sue nudità, quando viene condotta nuda per la città. Ed ecco che il Signore interviene inviando una schiera di angeli per ricoprire le carni torturate della giovane. La storia di santa Barbara è la metafora della lotta fra i due mondi , quello cristiano e quello pagano. Nel tempo è diventata lei la santa che protegge dalle morti improvvise dovute a fulmini e saette e a tutto ciò che riguarda il fuoco. Con l’invenzione della polvere da sparo il culto di santa Barbara si diffuse tra coloro che maneggiavano esplosivi: artificieri, fuochisti, vigili del fuoco. Con il nome santabarbara si indicano ancora oggi i depositi di munizioni e le polveriere vengono poste sotto la protezione della santa. In particolare nelle zone minerarie sono state dedicate a lei cappelle, chiese e località.




FIO’, E FATT L’ ACQUA A PANZ!

 Giuseppe Fiore, bisnonno del prof. Raffaele Fiore, arrivato ad una certa età, un giorno si sentì male e fu chiamato per visitarlo il dott. Matteo Palmieri, a cui è stato intitolato un vicolo nel rione S. Angelo, alunno, tra l’altro, del filosofo Pietro Taglialatela.

Dopo averlo visitato, il medico esclamò: Fiò, e fatta l’acqua a panz!            (Una volta era chiamata così la cirrosi epatica, grave malattia del fegato). Il Fiore, grande bevitore e degustatore di vino, non aveva idea della malattia e non si capacitava di come avesse accumulato acqua nella pancia e rispose: - Duttò, me rispiace, assì m’a fatt fess muglier(e)m, ma io l’acqua in vita mia nun m’aggiu mai bevut!!!
Il vino era la bevanda alcolica più apprezzata nell’antica società contadina, legata alla gioia stessa di vivere, alla convivialità, capace di rendere allegri, di inebriare i sensi e di rinfrancare lo spirito. Oggigiorno sappiamo che un moderato uso di vino fa bene alla salute e protegge da alcune malattie ma una volta, quando non si sapevano tante cose, bere vino era uno dei massimi piaceri della vita se non il più grande in assoluto e anche se a volte si eccedeva, probabilmente era perché nel vino si trovava sempre soddisfazione , in esso si vedeva il rimedio a tutti i mali, basti pensare che non esistevano i bar per andare a prendere il caffè ma le taverne per andare a bere il vino.
Ringrazio il prof. Raffaele Fiore per avermi raccontato questo divertente episodio riguardante la sua famiglia
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A MEGLJ/ RU MEGLJ TEN A ROGN!



 A Mondragone si usa questo scherzoso detto per indicare che tutti i componenti di una comunità, di una categoria sociale o di una famiglia presentano qualche difetto, per dire che tutti sono infetti e corrotti. Di solito è riferito, in particolare, alle persone esposte pubblicamente come politici, dirigenti amministrativi e così via ma lo si riferisce anche a tutti gli uomini per dire che ognuno ha qualche problema.
Si usa questo detto anche in molte altre località italiane, dove, però, a differenza nostra, si dice:- Il più pulito ha la rogna!
Il detto, inizialmente, doveva essere riferito agli animali perché la rogna è una patologia infettiva della cute degli animali, provocata dagli àcari, parassiti, che si annidano nella pelle e nei follicoli piliferi, provocando prurito, infiammazione e perdita di pelo; è stato riferito, poi, in senso metaforico, agli esseri umani.
Comunque, a proposito di questo detto, si racconta che a Mondragone, tanto tempo fa, quando gli allevamenti di bufale non erano intensivi come oggi ma molto più piccoli e circoscritti, e le operazioni legate alla produzione della mozzarella non erano meccanizzate ma manuali, gli allevatori erano soliti dare un nome alle bufale come si fa con gli animali domestici, lo facevano anche con le mucche, le pecore ecc. ; il nome, di solito, era legato a qualche caratteristica che l’animale presentava o che la fantasia ispirava.
Un allevatore chiamò una sua bufala proprio con il detto in questione e quando arrivava l’ora della mungitura, lo si sentiva gridare: - A MEGLJ TEN A ROOOOOOOOOOOOOGN E la bufala, sentitasi chiamare, subito rispondeva: - MUUUUUUUUUUU! , si staccava dal gruppo e si avviava docilmente verso il padrone per farsi mungere. E così facevano tutte le altre, che ben conoscevano il loro nome e la voce del padrone.
Erano altri tempi, c’era una maggiore sintonia ed empatia anche con gli animali, con cui si condivideva la vita e con cui si stabilivano rapporti di amicizia e di affetto, che essi sentivano e ricambiavano, considerato che l’amore ha un linguaggio universale.





giovedì 2 dicembre 2021

LA LEGGENDA DELLE LINGUE DI CANE

 
Quest’antica leggenda mondragonese, raccontata nel rione S. Nicola non ha nulla da invidiare alle leggende più famose e note della mitologia greca riguardanti il grano; essa fornisce una spiegazione fantastica della reale forma della spiga di grano, stretta e lunga come la lingua di un cane. Il racconto fa riflettere non solo sulla brillante e feconda fantasia dei Mondragonesi di un tempo ma anche sul carattere di sacralità che aveva il pane nell’antica società contadina a tal punto da far pensare al castigo divino per chi lo sperperava. La leggenda, quindi, aveva anche uno scopo educativo, voleva insegnare a non sprecare il pane, l’alimento fondamentale per eccellenza, che ha salvato dalla fame intere generazioni. Quando il contadino, dopo un lavoro estenuante, riusciva a portare a casa i sacchi di grano, era soddisfatto e tirava un sospiro di sollievo perché la sua famiglia era salva dalla fame.

La leggenda narra che le spighe di grano non sempre sono state così, un tempo ogni stelo presentava due bellissime infiorescenze, che davano vita ai frutti e che producevano il doppio del grano che produce una spiga oggi. C’era una tale abbondanza di questo cereale che le persone cominciarono a non aver più rispetto del pane che con esso si produceva, lo buttavano come niente fosse, lo sperperavano e ne facevano un uso improprio e inadeguato; addirittura le donne, al massimo dello scempio, con le fette di pane pulivano il culetto ai bambini. Il Signore nel vedere tutto ciò si sdegnò e decise che il grano non avrebbe dato più frutti. Le spighe crescevano ugualmente ma non fruttificavano. Ne conseguì una grave carestia e la gente moriva di fame. Tra gli altri animali anche il cane non trovava più da mangiare e tutto scheletrico e denutrito si presentò al Signore e disse: - Diu mij, ce castigat a tutti quant, ma ij che colp n teng? Ij m mor d fam, assi me faciss truvà nu poc d pan! Il Signore ebbe pena dell’animale, si pentì della sua decisione e fece ricrescere le spighe di grano ma non più come prima, ogni stelo produceva una sola spiga dalla forma stretta e allungata come la lingua di un cane. Fu così che grazie al cane l’umanità riebbe il grano.
(Ringrazio Clara Ricciardone che mi ha riferito la leggenda tramandatole da sua nonna, Giovannina Franchino, originaria del rione S. Nicola)

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mercoledì 1 dicembre 2021

CASTIEGLIU CASTIEGLJ



CASTIEGLIU CASTIEGLJ, MAL’ ACQUA E MALA GENT, PUR L’ ERV E’ MALAMENT!
Si sempre vociferato, in passato, di una certa antipatia e rivalità esistente tra i Mondragonesi e gli abitanti di Castel Volturno. Pare che i Mondragonesi si siano sentiti sempre superiori ai Castellani sia perché il nostro territorio è ben più vasto rispetto al loro sia per le caratteristiche più favorevoli all’insediamento umano. A questo proposito la tradizione ci tramanda un detto, che scaturisce da un episodio.
Tanto tempo fa, un tale, di Mondragone, si recò a Castel Volturno per trattare un affare. A quanto pare, però, non solo non riuscì a concludere l’affare ma non fu neanche bene accolto dai Castellani. Tornando a casa, sentì l’urgenza di un impellente bisogno fisiologico,si fermò lungo la riva del fiume , e dopo averlo espletato, raccolse delle ortiche che crescevano lì intorno per pulirsi, con conseguenze disastrose, come si può immaginare. E così, tornando a casa e riflettendo su tutto quello che gli era successo in quel di Castel Volturno,sentenziò: - Castegliu Castieglj, mal’ acqua (riferendosi al fiume) e mala gent, pur l’erv è malament!



martedì 30 novembre 2021

A FURTUNA MIJA

 A FURTUNA MIJA

I racconti popolari mondragonesi quasi sempre avevano lo scopo di intrattenere divertendo, e cogliendo il lato ridicolo delle situazioni intendevano suscitare ilarità e buonumore, anche se nascondevano sempre qualche insegnamento.

Una donna si lamentava spesso perché notava che agli altri andava tutto bene mentre a lei non c’era niente che andasse per il verso giusto e quando le capitava qualcosa di negativo, era solita ripetere: - Eh, a furtuna mija, e addò sta chella furtuna mija , ma addò sta? Un giorno, esasperata, se ne andò in un bosco e incominciò a chiamare a gran voce: -Furtuna, furtuna mija! La Fortuna, che nella mitologia viene personificata come la dea bendata, anche in questo racconto era una donna, e guarda caso, in quel momento stava espletando un impellente bisogno fisiologico. Tutta infastidita, si sbrigò alla bell’e meglio e apparve alla donna come in una visione, dicendo: - E che ca…, proprio mò aiva venì? Che vuò? E la donna: - Ah, sit vuje a Furtuna mija? No, sapit, io so venut ccà proprio pe me sfugà, io vec agl’at, e chi fa chest e chi fa chell e ri va semp tuttu buon e a me nun me ne va mai nisciuna bbona! E parlava e parlava e si lamentava di questo e quello, cercando di spiegare le sue ragioni. Alla fine se ne andò. La Fortuna, passandosi una mano sulla coscienza, pensò che dopotutto la donna aveva ragione e per rimediare preparò per lei una borsa piena di monete d’oro e per fargliela trovare la posizionò in maniera ben visibile proprio sul lato della strada che stava percorrendo. La donna, intanto, mentre se ne andava pensava: - Chisà comme fann ri ricat a camminà?! Chiuse gli occhi e procedeva ad occhi chiusi per cercare di rendersene conto. Così passò proprio vicino alla borsa senza vederla e non si accorse di ciò che la Fortuna aveva preparato per lei.
Probabilmente così facciamo anche noi quando ci capita qualcosa di bello, una “fortuna” per così dire, ma siamo talmente concentrati su altro, magari ad aspettare chissà cosa che neanche ci accorgiamo delle cose belle che ci capitano ogni giorno. Se poi consideriamo fortuna solo vincere all’ Enalotto o qualcos’altro di molto importante o di valore per noi e ci mettiamo in una situazione di perenne aspettativa, non riusciremo mai a godere del presente, dell’ “adesso”, che è l’unico momento che veramente conta perché il passato è passato e non c’è più e il futuro non sappiamo come sarà e neanche se ci saremo.
Certo, sappiamo bene che non tutto è in nostro potere e a volte le circostanze possono essere davvero sfavorevoli per chiunque e allora parliamo di sfortuna ma, a pensarci bene, ci sono sempre dei margini d’intervento ed anche in una situazione triste o dolorosa si può trovare sempre il lato positivo delle cose, anzi a volte una sfortuna si può rivelare,con il tempo, una fortuna e viceversa e quello che la cosiddetta sfortuna ci fa perdere da una parte, la vita, a volte, ce lo fa ritrovare dall’altra, in altri momenti, in altre circostanze e situazioni e anche con gli interessi.
Dovremmo, quindi, saper cogliere le occasioni che la vita ci offre ma anche saperci adattare alle circostanze, accogliendo ciò che si presenta, il che non è sempre facile. Ma, d’altra parte, quando mai la vita è stata facile? Non è lo per nessuno eppure è sempre un dono bello e meraviglioso e, fortuna o sfortuna, vale sempre la pena di essere vissuta. Grazie alla carissima Clara Ricciardone e alla sua mamma, Enzina Papa, cugina di mio marito



LA RACCOLTA DELLE OLIVE

La raccolta delle olive è un vero e proprio rituale che si ripete ogni anno tra la fine di ottobre e novembre. Dalla loro macinazione al frantoio si ottiene l’olio, “l’oro verde” come viene definito, così importante nella nostra alimentazione.
La raccolta viene eseguita, una volta come oggi, nel momento in cui il frutto raggiunge una buona maturazione. Già il vento d’autunno spazza via le olive più deboli o malate , creando una caduta prematura e naturale, che lascia sulla pianta solo le migliori, che poi una volta raccolte danno l’olio più buono. Era ed è un lavoro faticoso, che si faceva raccogliendo i frutti dal terreno e dai rami. Raccogliere dal terreno era un lavoro di pazienza e molto scomodo, delegato alle donne e ai più giovani. Sotto l’albero venivano sistemati dei teli per farvi cadere sopra le olive, c’è chi ricorda come nel dopoguerra venissero usati per tale scopo i teli dei camion degli Americani. Gli uomini con lunghe forcine di legno scuotevano i rami per farne cadere le olive, quelle che rimanevano attaccate ai rami si raccoglievano a mano. Venivano raccolte nei panieri che venivano svuotate nei sacchi, addirittura quando il lavoro era tanto, per velocizzare le operazioni, c’era una donna che svuotava solo i panieri.
I sacchi pieni, poi, venivano trasportati sui carretti fino a casa, dove le olive venivano messe sui terrazzi, “ncopp agl’ astreco” nel nostro dialetto, oppure in stanze vuote e ben arieggiate in modo da evitare fermentazioni. Ogni sera ci si passava dentro con i piedi in modo da capovolgerle e dopo qualche giorno si “cernevano”,cioè si ripulivano dalle foglie ed erano pronte per essere portate al frantoio, dove bisognava aspettare il proprio turno per macinare. Si svuotavano i sacchi nella vasca della macina , dove le olive venivano macinate da una a tre grosse ruote di pietra poste al centro della stessa vasca . Anticamente c’era un mulo che girava in tondo con una stanga sul collo che faceva roteare le macine circolari di pietra di granito, che schiacciavano le olive. I nòccioli delle olive venivano accantonati e usati come combustibile, anche nei forni per fare il pane.
Le maggiori proprietà di oliveti, erano, in passato, di poche famiglie latifondiste ma anche i piccoli coltivatori piantavano gli olivi nei propri appezzamenti di terreno per poter avere a disposizione l’olio per il fabbisogno della famiglia nel corso dell’anno.
La raccolta per i piccoli coltivatori coinvolgeva tutta la famiglia, erano impegnati tutti: nonni, zii, cugini e perfino i bambini, non si disdegnava l’aiuto di nessuno. Tra i giovani prevalevano gli scherzi soprattutto ci si sfidava a chi riempiva prima il paniere. Quando le olive erano giunte a maturazione bisognava darsi da fare per la raccolta anche se il tempo non era il tempo era bello, se non pioveva forte, si raccoglieva ugualmente e quella pioggerellina fine fine entrava fino alle ossa e qualche persona anziana ricorda che le mamme attente e premurose portavano le maglie asciutte per cambiare i loro bambini al lavoro per proteggerli da malattie da raffreddamento. Per quando era sera le manine erano gonfie come pagnottelle per essere state a contatto con l’acqua per tanto tempo.
Quando arrivava il momento della raccolta avveniva uno scambio di aiuto reciproco tra le famiglie contadine, che si scambiavano le giornate di lavoro per non pagare la manodopera e si facevano diversi tipi di accordi; se ad esempio, c’era qualcuno che aveva molte olive da raccogliere si accordava con qualche amico o conoscente, che si occupava della raccolta e poi al momento della spremitura, l’olio si divideva metà; il pagamento del frantoio, poi, toccava per due terzi al proprietario e per un terzo al raccoglitore.
Quando arrivava l’ora di mangiare, si faceva “ a 'mmarenna” cioè merenda, che consisteva in pane e salsiccia, ventresca, prosciutto, ma anche scarola condita, melenzane sott’olio ecc. ma c’era anche chi accendeva la brace e si arrostivano, un tempo, i “sarachiegli”, pesci salati buoni e gustosi, il cui unico inconveniente era quello di far venir sete. Era proprio quando si mangiava che si scherzava di più e veniva fuori lo spirito festoso, allegro e conviviale della raccolta.
L’olio ottenuto si conservava negli “zzerri”, recipienti di zinco, bianchi all’interno, che venivano fatti stagnare dagli stagnari di una volta e che erano completi di coppino, il mestolino con cui si prendeva l’olio, con gesti lenti e misurati, quasi come in un rito sacro, tanto era prezioso.
Quando in passato si rompeva una bottiglia di olio veniva considerato di malaugurio e faceva presagire qualche disgrazia, facendo venire pensieri funesti e preoccupazioni alle massaie per la propria famiglia, a cui pensavano sarebbe successo qualcosa. In realtà, l’olio è stato sempre un prodotto molto costoso e da usare con parsimonia, ecco perché la rottura di una bottiglia era considerata una vera disgrazia.
Oggigiorno la raccolta avviene in maniera anticipata e si va al frantoio che fa ancora caldo perchè il tempo è cambiato, inoltre sono state introdotte macchine specifiche che alleviano molto il lavoro. I frantoi sono provvisti di impianti che hanno eliminato molte delle attività manuali e la produzione dell’olio pur nel rispetto delle varie fasi, avviene meccanicamente. Non è cambiato, però, lo spirito festoso della raccolta come l’attesa, con un po’ di ansia e curiosità, quando si va al frantoio, di conoscere il sapore dell’olio e delle proprie fatiche. Si fa presto, poi, a testare l’olio su una fetta di pane vicino al camino, meglio ancora su una bruschetta o su un piatto di ceci o di fagioli con i vari commenti e paragoni.

Oggigiorno quasi tutti i frantoi eseguono il controllo della qualità dell’olio ed effettuano analisi per verificare principalmente parametri di acidità, i perossidi e i polifenoli.

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giovedì 25 novembre 2021

COMME CATARINEA NATALEA

"COMME CATARINEA NATALEA ".
Non è raro sentire questo detto tra le persone anziane. Esso sta a significare che come sono le condizioni metereologiche a santa Caterina d’Alessandria, il 25 novembre, così saranno il giorno di Natale e quindi per avere un Natale sereno bisogna sperare che a santa Caterina non piova.
Il proverbio , però, assume diverse varianti perché ce n’è anche un altro che dice: “Comme Barbarea, accussì Natalea” , riferendosi a santa Barbara ma c’è anche l’intreccio di un ulteriore proverbio che accomuna le due sante “ Comme Barbarea e Caterinea, accussì Natalea”.
Certamente il detto non è supportato da alcun fondamento logico che possa giustificare la pretesa di avere le stesse condizioni metereologiche a santa Barbara, a santa Caterina e a Natale ma la saggezza popolare nel passato, spesso legava fenomeni metereologici alle ricorrenze del calendario. Erano tempi in cui la gente era pervasa da un forte senso del destino, che confidava in un ordine superiore a cui tutto era legato e che faceva di ogni esperienza positiva o negativa un monito per il futuro.
Santa Caterina è una figura di grande importanza nella storia della cristianità, esempio e simbolo della donna coraggiosa e intrepida , capace di opporsi alla forza con la determinazione della fede e del suo sapere, donna di grande intelligenza e anticonformismo , ha contribuito a riscattare le donne da un pregiudizio millenario secondo il quale esse sono considerate di capacità mentali inferiori all’uomo. Nel racconto della sua vita non è facile distinguere la storia dalla leggenda. Si narra che sia nata ad Alessandria d’Egitto tra il III e il IV secolo. Di stirpe regale, perse i genitori dall’infanzia, crebbe indipendente, dedicandosi allo studio, circondata di dotti ed eruditi, diventando dottissima nella filosofia e nella religione. Si racconta che in quel periodo l’imperatore Massenzio, ma secondo i più Massimino Daia, giunse in Egitto per riportare alla religione pagana le popolazioni passate al Cristianesimo. Quando il sovrano giunse ad Alessandria ordinò che ogni persona si presentasse al tempio per sacrificare animali agli dei. Solo l’intrepida Caterina, seguita dai suoi sapienti, si presentò davanti al trono del tiranno , contestandogli il diritto di fare una tale imposizione e affermando di volere rimanere fedele a Cristo. Massimino pensò di tacitarla con qualche ragionamento ma si accorse di quale intelligenza aveva davanti e decise che la donna dovesse sostenere le sue idee davanti ad una commissione di 50 filosofi ma Caterina riuscì convertire tutti al Cristianesimo e per questo motivo furono tutti condannati. Lei fu arrestata e l’imperatore, che si era invaghito di lei , le fece la proposta di sposarlo e per lei avrebbe ripudiato la moglie. Caterina non volle saperne , allora fu percossa e condannata ad essere dilaniata dalla ruota dentata ma gli uncini e le lame si piegarono sul corpo di Caterina e la Santa non ebbe la minima scalfittura .                                                                 Fu poi sottoposta ad altre torture, imprigionata e tenuta per lungo tempo senza mangiare né bere. Ma una colomba bianca , secondo la tradizione, le portava ogni giorno quello di cui aveva bisogno. Infine l’imperatore ordinò che le venisse tagliata la testa. Una schiera di angeli, venuti dal cielo prese le spoglie della fanciulla e le sollevò in volo andandole a deporre sul monte Sinai, dove sant’ Elena, madre di Costantino, fece costruire una chiesa, in cui ancora oggi sono conservate le sue reliquie.