martedì 23 novembre 2021

Novembre tempo di olive

 


OLIVE FRACCATE Quando arriva il mese di novembre e si effettua la raccolta delle olive, oltre che portarle al frantoio per ricavarne l’olio, qui, a Mondragone, si usa anche mettere le olive “all’acqua” per poterle consumare durante l’anno e ci sono diversi modi di conservarle.



Uno di questi modi è quello di fare le OLIVE FRACCATE, che per gli altri sono schiacciate, per noi no: “fraccate” è il termine giusto. Il motivo è semplice: l’aggettivo fraccate viene dal verbo latino frango- is- fregi- fractum- ere,. Dal supino fractum deriva fraccate. Da esso derivano anche frantoio, frazione, infrangere, infranto ecc., tutti termini che hanno il significato di rompere, schiacciare, demolire.
Come sappiamo, al posto di Mondragone, un tempo, esisteva l’antica colonia romana di Sinuessa e i Sinuessani non ci hanno lasciato solo ruderi di ville, strade ecc. ma anche tracce della loro lingua nella nostra. D’altra parte, come si sa, la maggior parte delle parole della lingua italiana deriva dal latino.
Lasciando a parte questa breve riflessione linguistica, passo ad elencarvi le semplici operazioni per fare le olive fraccate.
Lavare le olive e metterle in uno scolapasta.
Schiacciare le olive con un batticarne o con un martello , una volta si schiacciavano con un sasso ovviamente ben lavato e ripulito.
Mettere le olive in un recipiente e ricoprirle di acqua.
Cambiare l’acqua alle olive una volta al giorno oppure diverse volte al giorno se si vuole farle addolcire più in fretta.
Dopo circa 8/10 giorni, appena le olive avranno perso l’amaro, si scolano si rovesciano su un canovaccio pulito, tamponandole per farle asciugare e si condiscono con sale, aglio a pezzetti, peperoncino, prezzemolo, origano, olio.
E’ arrivato il momento di gustarle: non hanno il sapore delle olive comprate ma sentirete un sapore, un gusto particolari, sono i sapori mondragonesi di una volta…
Cari amici, provate a farle, non ci vuole molto, però, mi raccomando fraccate e non schiacciate, so bene che è la stessa cosa ma per noi è tutta un’altra storia….

Accade anche che, in seguito alla pubblicazione di un post si riceva l'invito di un'emittente radiofonica come Radio Marte e ne segua una simpatica intervista!

lunedì 15 novembre 2021

A MEZA CANN

 A MEZA CANN


A Mondragone, quando una persona si sopravvaluta e si ritiene superiore alle sue reali possibilità, viene criticato dagli altri, che spesso commentano con ironia: - Ma chiglij nun s’ ammesur? Nun s’a mett a meza cann?
Il detto ha un suo fondamento e un suo preciso significato.
Quando ancora non esisteva il sistema metrico decimale, le unità di misura erano territoriali e ognuno aveva la sua.
Nell’ Ottocento nel Regno di Napoli si cercò di uniformare le misure istituendo come unità di misura la mezza canna, che misurava 5 palmi, ogni palmo era 26,4 cm, la canna intera era 10 palmi.
Era molto utile quando non c’erano gli strumenti necessari per conoscere le misure esatte.
Il sistema metrico decimale fu ideato e adottato in Francia nel 1795, fu introdotto in Piemonte nella seconda metà dell’Ottocento e poi si diffuse pian piano in tutto il Paese.
A Campobasso la lunghezza, in ferro,della mezza canna fu posizionata sulla facciata di un palazzo, in luogo pubblico e facilmente accessibile a tutti perché chiunque potesse misurare i metri di stoffa o di altro per verificare se erano giusti per ciò che servivano e anche per confrontarli con il prezzo di acquisto.
In passato quando qualcuno si dava importanza più del dovuto, gli si lasciava fuori dalla porta la mezza canna. Era un messaggio diretto, un chiaro invito a prendere le misure e a riconsiderare le giuste dimensioni.
Comunque, a Mondragone, per chi avesse bisogno, di canne ne abbiamo in abbondanza…..










giovedì 11 novembre 2021

ME PARE RU CAPUSTAZION DE MAIURIS

 ME PARE RU CAPUSTAZION DE MAIURIS




A Mondragone, quando si vede qualcuno che, nel suo lavoro, svolge diverse operazioni e fa tutto da solo senza l’aiuto di nessuno si usa dire: - Me par ru capustazion de Maiuris!
Il detto è nato dal fatto che a Maiorisi, piccola frazione di Teano, c’era, una volta, una fermata ferroviaria, posta lungo la linea ferroviaria Sparanise-Gaeta. Si trattava di una piccola fermata, di interesse esclusivamente locale e per questo motivo c’era un solo impiegato: il capostazione, che viveva lì con la sua famiglia. Era addetto a tutto: alzava la paletta per far partire e fermare il treno, faceva i biglietti, alzava la sbarra del passaggio a livello, caricava e scaricava bagagli ecc. Insomma, aveva un bel da fare!
Si sa che l’ultimo capostazione, fino al 1943, è stato il signor Vincenzo Iadicicco. Poi lo scalo ferroviario fu distrutto. Dopo la seconda guerra mondiale fu ricostruito ma nel 1957 venne soppresso insieme a tutta la linea.

Grazie alla sig.ra Clara Ricciardone

CUOFN SAGLIE E CUOFN SCEGN

 

A Mondragone, quando una persona attraversa un momento difficile e si sente sopraffare dalle difficoltà e si confida con qualcuno che gli vuol bene, si sente benevolmente consigliare da costui: - Fa’ cuofn saglie e cuofn scegn! E cioè:- Lascia che le cose vadano per il loro verso, non reagire, rimani impassibile e non te ne curare.
“Fa cuofn saglie e cuofn scegn” si dice anche di una persona poco attiva, passiva e sedentaria, indifferente a ciò che le accade intorno.
Il modo di dire è di origine napoletana e deriva dal modo in cui si svolgevano i lavori di ristrutturazione di una casa. Tutto il materiale da cambiare (mattonelle, santari, intonaci ecc.) veniva ridotto in piccoli pezzi e messo nei cuofani. Una robusta corda passata attraverso una carrucola veniva fissata ad un balcone, un muratore faceva scendere il cesto pieno mentre un altro muratore sotto al palazzo lo svuotava e lo rimandava su. Oggigiorno i cuofani sono stati sostituiti da tubi di plastica messi uno nell’altro molto più igienici e funzionali. Le operazioni erano lunghe ed estenuanti ma i muratori non si affrettavano, erano allenati alla sopportazione e alla lentezza. E’ da notare come i Napoletani, sempre arguti e attenti, siano riusciti a trarre un insegnamento di vita anche dall’osservazione di una semplice operazione quotidiana.
La parola cuofano deriva dal latino cophinus , attinto, a sua volta dal greco Kòphinus e sta ad indicare una cesta intrecciata, un contenitore, che poteva essere anche di notevoli dimensioni.
A Mondragone cuofani e cufuniegli, nell’antica società contadina, venivano utilizzati per il trasporto di qualsiasi cosa. Perfino quando si doveva portare portare il cuonsolo, cioè il pranzo alla famiglia di un defunto, tutto veniva trasportato nei cuofani: cibo, piatti, bicchieri. Anche quando si andava a mangiare sulla spiaggia per la festa dell’Assunta in essi si trasportava tutto l’occorrente.






martedì 9 novembre 2021

RU SART

 RU SART



A Mondragone viveva un sarto da tutti conosciuto e stimato. Spesso davanti alla sua bottega si fermavano amici e conoscenti e si intrattenevano a scambiare qualche chiacchiera mentre lui continuava a lavorare.
La sartoria o meglio la bottega del sarto, che da noi anticamente veniva chiamato “ru cus(e)tor”, era un luogo di ritrovo un po’ speciale, frequentato dai più benestanti perché una volta farsi cucire un vestito su misura dal sarto era un lusso.
Quando doveva tagliare, il sarto si chiudeva nella bottega e si assicurava che nessuno fosse presente; ovviamente lo faceva per avere una maggiore concentrazione nel taglio, che, come si sa, è un’operazione fondamentale per la confezione di un abito su misura. La cosa, però, non andava giù agli amici, che un giorno decisero di spiarlo dal buco della serratura.
Il sarto, tutto intento nel suo lavoro, steso un tessuto sul tavolo, incominciò a prendere le misure con il metro e a tracciare dei segni con il gessetto, controllando più di una volta le misure; quando si assicurò che tutto coincideva alla perfezione nel modello tracciato, iniziò a tagliare, e mentre tagliava, tutto concentrato, seguiva con una sorta di mugugno il rumore che facevano le forbici, derivante dall’attrito con la stoffa e con il tavolo.
Allora uno degli amici esclamò: - Ah, ecc pecché nun se vulev fa veré, pecché quann taglij, r’afferr lu mal!
Questo breve racconto della tradizione mondragonese ci fa riflettere su come certe volte la gente si ostina a voler cercare il male a tutti i costi e a vederlo in ogni situazione e quando lo trova o crede di averlo trovato, si rallegra e si compiace neanche avesse conquistato un trofeo.
Certo, però, che tristezza e che sterilità deve essere sprecare il proprio tempo in questo modo, a controllare gli altri e a giudicare, pur sapendo che il nostro tempo è prezioso così come la nostra vita, che di certo non abbiamo chiesto noi ma che ci è stata data in dono per amore. E se siamo stati creati per amore perché non amare? Anziché giudicare si potrebbe amare, semplicemente amare, ma amare proprio tutto del miracolo della vita e celebrarla ogni giorno come si conviene; potremmo scegliere di aprire il nostro cuore all’amore, a dare e a ricevere amore, anche se questo ci potrebbe rendere vulnerabili perché amare comporta il rischio di essere rifiutati, o feriti, ingannati, traditi ecc, ma accettarlo proprio per scelta perché anche questo fa parte della vita e rimanere sempre con il cuore aperto perché non si chiuda mai all’amore. Se la nostra vita è incentrata sull’amore, pur avendo ricevuto il male, riusciremo sempre a ritrovare la nostra pace e la gioia di vivere. Tenere chiuso il cuore per proteggerci non è vivere ma è sopravvivere perché vivere vuol dire amare. Non dovremmo aver paura, quindi, dell’amore, che ci rivoluziona la vita, che è capace di trasformare tutto, che ci fa uscire dai nostri piccoli recinti e ci fa andare verso la vita vera e pulsante, quella che avvertiamo ad ogni attimo e ad ogni respiro.
Converrebbe farlo ora quest’atto di coraggio o meglio questa rivoluzione interiore perché non abbiamo un’altra vita per cambiare idea, la vita è solo questa, “qui ed ora”.
Amare e far bene a qualcuno, poi, fa bene indirettamente anche a noi stessi, ci fa sentire utili e importanti per quella persona, ci dà una gioia, una pace e una grinta che neanche credevamo di avere .
Provare per credere…
Cari amici, mi farebbe piacere sapere cosa pensate di quei gran curiosoni degli amici del sarto….

Grazie come sempre alla carissima Clara Ricciardone






CE PURTAMM A BOTT!

 CE PURTAMM A BOTT!

Di solito, quando due persone, che non si vedono da un po’ di tempo, si incontrano e si salutano, si chiedono: - Come va? Tutto bene?, informandosi scambievolmente se va tutto bene nella salute e nella vita dell’altro.

A Mondragone, spesso e volentieri, quando si verifica una situazione del genere e la persona a rispondere è un adulto o un anziano, si sente rispondere ironicamente:- CE PURTAMM A BOTT! Intendendo per botta i colpi, le sconfitte, le difficoltà di ogni genere che la vita ci mette davanti.

Chi parla usa il plurale, che non è il “plurale maiestatis”, quello, per intenderci, che viene usato dalle autorità civili e religiose in veste ufficiale e istituzionale; si usa il “noi” al posto dell’”io” perché ci si sente partecipi di un destino comune, visto che la vita i colpi non li risparmia a nessuno e quindi è come dire: - Insieme agli altri e come tutti, anch’io mi porto la mia “botta”.
Non sempre è facile portarsi la “botta” specie quando si tratta di malattie gravi o invalidanti o di situazioni difficili che non si possono cambiare ma, anche se con difficoltà, pure in quei momenti, dobbiamo continuare a fare la nostra parte, ad andare avanti, ovviamente per quello che possiamo e fin quando possiamo, accogliendo e accettando con serenità, non rifiutando o resistendo alle batoste che la vita ci riserva.
In fondo non consiste anche in questo la dignità umana? Nel non arrendersi mai, nel portare avanti le proprie scelte anche nelle avversità, rispondendo sempre con il sorriso dietro cui si nasconde un dolore, con l’amore anche se dietro c’è rabbia e con il silenzio, mettendo dietro le nostre ragioni.
In certe situazioni difficili possiamo scegliere di abbandonarci al dolore e alla disperazione o cercare sempre l’amore in tutto: per noi, per gli altri, per la vita e il mondo intero che ci circonda e sarà proprio quell’amore che ci farà vivere quell’esperienza nel modo più sereno possibile.
Oggigiorno questo eroico e saggio atteggiamento umano viene chiamato RESILIENZA ossia la capacità di un uomo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.
Io, personalmente, mi sento più affezionata alla tradizione, che compendia tutto questo in poche parole "CE PURTAMM A BOTT” o ancora più scherzosamemente “CE PURTAMM A BUTTARELL” , quando l’ entità del colpo ricevuto non è molto pesante.

lunedì 8 novembre 2021

I VENDITORI AMBULANTI DI UNA VOLTA A MONDRAGONE

 I VENDITORI AMBULANTI DI UNA VOLTA A MONDRAGONE

Un tempo i negozi erano pochissimi , perlomeno fino alla metà del Novecento:quello di generi alimentari, il tabaccaio, la farmacia … . Le spese importanti si facevano alla fiera annuale di S. Bartolomeo e al mercato settimanale. Diversi erano i venditori ambulanti che giravano per Mondragone, vendevano ma anche scambiavano prodotti e con il loro grido di richiamo finivano per diventare figure familiari e simpatiche, rimaste nella memoria popolare.

ZI GIUANN RU LUPINAR, il cui slogan era “nfacc(ia) o cat”, ti dava il cuoppo di carta con i lupini, sembrava ne prendesse tanti ma alla fine erano sempre pochi.
TUNNULELL , scomparsa da poco, storica venditrice, girava per tutto il paese, al grido, ben riconoscibile da tutti noi mondragonesi, “Chi vo ri vruoccl de rap, femmn!”. Oltre ai broccoletti, con la carriola, un tempo, vendeva le ciammarruche o lumache, gli ammariegli o gamberetti di fiume, ma anche le rane , già pulite e infilate nella “nsertulella”, prelibatissime per gli intenditori, avevano un sapore delicato, a metà tra il pesce e il pollo, oggi purtroppo scomparse.
CHIRICHELL CO GELAT Vendeva il gelato artigianale, al grido di “Vuagliù,chiagnit che mammà v’accatt!
CARMINUCC(IO) vendeva le noccioline americane ossia le arachidi, passava solo la domenica mattina e strillava “Jamm America”, faceva il cuoppo con carta di giornale
‘NTUNETT A PUCURARA Con il secchio in testa, vendeva le ricottine nelle formette di metallo, appena fatte e buonissime, costavano 20 lire l’una
NA PEZZA VECCHIA NU PALLONE Era il grido di richiamo dello straccivendolo, che in cambio di abiti smessi, regalava ai bambini un palloncino colorato.
PUPPINELL A PISCIAIOL Con la sua “trainella” vendeva il pesce per tutto il paese solo il martedì e il venerdì
CRIUNIC(E) ( Cleonice) vendeva a corso Umberto le caldarroste
TAGLIARELL E VONGOLE era il richiamo di zi Lisandr (Alessandro) ru pisciajuol
TONNINOLA Ripeteva Clementina, la vecchietta con la “conca” di plastica sulla bicicletta , che vendeva le telline anche al mercato
CHIGLIJ DELL’ACQUAFORT, girava con il camion e vendeva i detersivi e la candeggina, metteva la canzone della Madonna di Montevergine, in seguito iniziò a ripetere uno slogan”: Chi è bell, nun mor mai”
C’era poi quello delle tendine di plastica con il furgoncino, mentre ti affacciavi per comprare la tendina, era già andato via.
EMILIO PRUSUTTIEGLI(O) e il suocero con la macchina e con il megafono vendevano spezzi di tessuto.
Ogni tanto passava l' ARROTINO, la CAPELLARA, che raccoglieva i capelli che le donne conservavano apposta quando si pettinavano, in cambio di aghi, spilli, cotone per cucire.
Tanti altri ancora erano i venditori ambulanti che ora sfuggono alla memoria …….
Ringrazio come sempre Clara Ricciardone testimone attenta dei tempi che furono e accattivante narratrice.




domenica 7 novembre 2021

ME PAR RU PUORC CU A SPOGNA MMOCC

 ME PAR RU PUORC CU A SPOGNA MMOCC

A Mondragone si usa questo detto quando si vede qualcuno che sta mangiando con gusto qualcosa di buono, che lo fa sentire soddisfatto proprio come il maiale quando mangia, contento, una pannocchia di granturco ma si usa anche più in generale quando ci si riferisce a una persona che ha fatto qualcosa di cui è particolarmente orgoglioso e il risultato che è riuscito ad ottenere lo fa sentire felice e completamente appagato.

Certo l’apprezzamento non è molto lusinghiero ma non c’è da stupirsi troppo per il paragone perché i contadini di un tempo facevano spesso riferimento al maiale, un animale molto importante nell’alimentazione di una volta perché forniva alla famiglia contadina le proteine animali per tutto l’anno.
Il granturco, che era alla base della sua alimentazione, veniva fatto macinare e impastato con acqua calda, di solito l’acqua di cottura della pasta e diventava il pastone “ru vron” , che il maiale mangiava con grande appetito.
Il maiale si ammazzava di solito a gennaio o comunque con il freddo per una migliore conservazione delle carni. Già nella settimana precedente la massaia preparava l’occorrente: il sale, il peperoncino, lo spago per legare le salsicce ecc. Quando arrivava il fatidico giorno, si faceva per così dire “la festa” alla povera bestia, che veniva spaccata in due e appesa a “ru cursal”, sotto al portone. La testa veniva appoggiata come un trofeo sullo scanno o tavolaccio e in bocca gli veniva messo un limone sicché il maiale con la bocca aperta sembrava che ridesse.
La padrona di casa preparava la colazione per gli uomini che erano venuti ad aiutare: fagioli, papaccelle( peperoni sott’aceto di forma tonda) , poi veniva servito come secondo la carne cosiddetta “di capa”,ancora insanguinata e poi noci e mandarini. Si trattava di una colazione molto sostanziosa e che si faceva in quel modo solo per quell’occasione, certo era per stomaci robusti non certo come oggi che come si esagera un po’, si sta male e bisogna correre dal medico.
Del maiale non si buttava via niente, solo la codina attorcigliata. Tra gli intervenuti c’era sempre chi suggeriva a qualche bambino di infilarla di nascosto in tasca a qualcuno e poi facendo finta di scoprirla all’improvviso tutti ne ridevano e per questo motivo gli uomini stavano bene attenti a non farsi raggirare perché chi ci cascava diventava lo zimbello della situazione.
10 Q Mrs. Clara Ricciardone



giovedì 4 novembre 2021

R’ANNU MISS A CAVAGLI(0) A RU PUORC!


R’ANNU MISS A CAVAGLI(0) A RU PUORC!


A Mondragone si usa dire così di una persona che è stata messa in ridicolo dagli altri. Si dice così perché effettivamente vedere una persona che cavalca un maiale ha del ridicolo ed è improbabile che succeda ma in passato poteva succedere davvero.
A Gennaio, appena dopo le feste di Natale, a Mondragone era tradizione ammazzare il maiale.
Quando si ammazzava il maiale, tra le persone che partecipavano c’era aria di festa ma anche un’atmosfera carica di attesa e di emozione, specie per i bambini e per la massaia che aveva accudito il maiale; era come se se ne andasse un amico, uno di famiglia.
Durante i mesi in cui veniva allevato, il maiale veniva curato e rispettato, mai maltrattato, si cercava in tutti i modi di farlo stare bene, ci si affezionava e si scherzava con lui quasi come si fa con il cane.
Le mamme, quando arrivava il grande giorno, facevano rimanere a letto i bambini più piccoli per non farli assistere alla scena cruenta dell’uccisione e quando le urla dell’animale si diffondevano nell’aria, qualcuno si tappava la orecchie per non sentire ma, d’altra parte, lo si accettava perché si sa che la vita di alcuni animali serve per la sopravvivenza alimentare dell’uomo.
Tanti sono gli episodi che si raccontano, relativi all’uccisione del maiale. Una volta in una casa contadina del rione San Francesco era arrivato il fatidico giorno. Tutto era pronto per fare “la festa” alla povera bestia, che quell’anno arrivò a pesare la bellezza di 120 chili.
Era venuto ad aiutare il padrone di casa anche il cognato, un commerciante di vino, che vestiva sempre in maniera distinta, in giacca, cravatta e cappello. Quando fu l’ora, i due cognati si avviarono alla stalla per prendere il maiale, il quale poverino si era accorto che qualcosa non andava e non voleva proprio saperne di uscire; i due cercavano di spingerlo, di tirarlo ma la povera bestia si intestardiva sempre di più.
Ci fu un vero combattimento corpo a corpo con l’ostinato suino, i familiari da fuori sentivano e immaginavano la scena, quando videro spuntare all’improvviso il maiale che correva all’impazzata per il cortile, e in groppa, a cavallo, portava il commerciante, che con una mano si reggeva al maiale per non cadere e con l’altra si reggeva il cappello.
Tutti ridevano, ma sotto i baffi, per non urtare lo zio che era venuto ad aiutare. Ci volle il bello e il buono per far salire il maiale sullo scanno e faceva male sentire quelle urla strazianti, la bestia si dimenava, cercava di liberarsi, sbuffava, ma erano gli ultimi, estremi tentativi di un destino ineluttabile.
Il maiale vendeva cara la pelle, fece sudare sette camicie agli uomini che cercavano di tenerlo fermo. Dopo un po’ tutto era finito: il lavoro ferveva, la colazione era pronta, e tutti a mangiare e poi, nel corso della giornata, il profumo della carne arrostita, quello dei fegatelli avvolti nella rete di maiale, con la foglia di alloro, i sanguinacci e tutto il resto rincuorava e rallegrava grandi e piccoli e ben presto le grida del maiale erano state dimenticate. Era proprio il caso di dire: - Morto il re, viva il re! nel senso che il maiale, il re delle carni e della tavola, con il suo sacrificio aveva procurato tante prelibatezze.











domenica 31 ottobre 2021

ANEME SANTE MIE BEATE



ANEME SANTE MIE BEATE
a chistu munn site state ,
‘mpurgatorio ve truvate,
‘mparavise m’aspettate,
pregate la SS Trinità
pe le mie necessità
quanne jate ‘ncielo a gudè
e priate Dio pe me,
chelle figlie e chelle spose
comme stanno addulurate
O Gesù vuje che l'amate
Succurretel pe pietà .
Queste erano le parole di un’antica orazione della devozione popolare mondragonese per i Defunti,tramandatoci oralmente dagli anziani, ultimi custodi delle antiche tradizioni.
In essa le persone che la recitavano, chiedevano alle anime del Purgatorio, quando sarebbero andate in Paradiso, di pregare per le proprie necessità. Non sono solo i vivi a pregare per i Defunti ma, viceversa, anche i Defunti a pregare per i vivi. E’ sempre esistito, dunque, questo aiuto reciproco, che nasce dalla “Comunione dei Santi”. Nel Credo recitiamo: -Credo nella Santa Chiesa cattolica e nella Comunione dei Santi. Per essa si intende l’insieme di tutti i credenti in Cristo, sia quelli in vita che quelli viventi nell’aldilà, sia in Purgatorio che in Paradiso. In questo insieme o Comunione avviene, quindi, l’unità della fede, il fluire della Grazia e l’interscambio dell’aiuto reciproco tra i credenti, quelli in cammino sulla terra e quelli vivi nell’aldilà.
Qui a Mondragone, poi, come anche in altre località italiane, era diffusa la convinzione che i Morti, in occasione della loro commemorazione, tornassero a casa propria, tra i propri familiari. Per questo motivo, la sera di Ognissanti, si usava lasciare la tavola apparecchiata con il pane e l’acqua per permettere ai propri cari di rifocillarsi dopo il lungo viaggio per tornare dall’aldilà e una candela accesa alla finestra. Non c’era nessuna paura della morte in quel rito se non forse un desiderio, una speranza recondita che alle anime dei propri cari fosse consentito di poter tornare per un po’ nella propria casa , tra i propri familiari, che loro malgrado avevano dovuto lasciare. Si credeva, inoltre, che rimanessero nelle proprie case fino all’Epifania. Difatti un nostro detto popolare recita: “Le fest jessen e venessen ma Pasca Epifania nun mai veness” proprio perché in quella data si credeva che dovessero andar via.
In realtà si tratta di credenze legate agli antichi culti pagani. Già nell’antica Grecia durante le Antesterie, feste che duravano tre giorni, a fine inverno, si cuocevano grandi pentole di ceci, fave, fagioli,che venivano esposte sugli altari e offerte alle anime dei Morti, tornate sulla terra, affinché si rifocillassero prima di intraprendere il lungo viaggio di ritorno nell’aldilà.
All’epoca dei primi Cristiani queste tradizioni pagane erano ancora molto presenti e la Chiesa cattolica faceva fatica a sradicarle. Fu per questo motivo che nell’835 papa Gregorio II spostò la festa di tutti i Santi dal 13 maggio al primo novembre, pensando di dare un nuova significato ai culti pagani. Nel 998 , poi, fu sant’Odilone, abate di Cluny, che aggiunse al calendario cristiano, il 2 novembre come data per commemorare i Defunti.

giovedì 28 ottobre 2021

ORAZIONE DI SAN SIMONE

 Cari amici, anche in tempo di Covid, non dimentichiamo le nostre tradizioni…. L’ORAZIONE DI SAN SIMONE

Il 28 ottobre la Chiesa ricorda la figura di S. Simone apostolo insieme a S. Giuda Taddeo.
A Mondragone, quando si era affetti da dolori addominali, si ricorreva a qualche donna che conosceva l’orazione di san Simone "pe ingiarmà ru maistrone" cioè per far passare il mal di pancia.
La parola inciarmare nel dialetto napoletano derivava dalla lunga dominazione francese a Napoli e denotava l’incantesimo dei serpenti; poi con il tempo, passò a designare l’operato del ciarlatano e dell’impostore.
A Mondragone l’ inciarmatore era la persona che con preghiere e rituali curava e guariva le malattie, segnando, facendo cioè segni di croce sulla parte ammalata. Non era difficile trovare in ogni famiglia qualche zia, mamma o nonna che avesse la virtù di curare alcuni mali, tra cui il mal di pancia. L’ “inciarmatrice” faceva distendere l’ammalato e massaggiando la pancia con dell’olio di oliva recitava o meglio mormorava sottovoce l’orazione perché le parole non fossero sentite né divulgate.
Santu Simone in pellegrinaggio jeva
A casa de nu cuntadino s’alluggette
Maritu roce e mugliera amara
Lietto de paglia e vrole de ciceri
Maistrone fatti llà
San Simone andava pellegrino (forestiero).
In casa di un contadino s’alloggiò
Marito dolce e moglie amara
Letto di paglia e acqua di cottura di ceci
Mal di pancia vai via
L’ episodio narra di san Simone, che, pellegrinando, chiese ospitalità in casa di un buon contadino che aveva, però, la moglie malvagia. La donna, avara e inospitale, offrì a san Simone solo un giaciglio di paglia per dormire e al posto del cibo solo acqua di cottura dei ceci, provocando in lui il mal di pancia, causato dal digiuno, che è non riferito nel testo, ma sottinteso.
Ecco perché la donna guaritrice, rievocando questo episodio con fede e devozione, intima al mal di pancia di andar via.
Anche in Sicilia si recitava un’orazione simile.
La somiglianza delle due orazioni sta a dimostrare che talvolta alcune tradizioni nascono da riti e formule precedenti, di cui si è venuti a conoscenza e dalla continua mescolanza di culture, che arricchisce le tradizioni autoctone, come da sempre è avvenuto nella storia dell’umanità.
San Simone veniva soprannominato “Cananeo” o “Zelota” per distinguerlo da Simon Pietro. Il Vangelo parla poco di lui, ma sappiamo che faceva parte del gruppo degli Apostoli. Ricevuto, insieme agli altri, lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, predicò la Parola ai popoli dell’Egitto e della Mauritania. Recatosi in Persia, fu assalito e crocifisso da sacerdoti idolatri.
San Giuda fu soprannominato “Taddeo” per non confonderlo con Giuda, il traditore di Gesù. Era figlio di Cleofe e Maria, una cugina della Vergine. Predicò nelle Indie, in Samaria, in Siria e in Persia , dove subì il martirio, suggellando con il sangue i suoi insegnamenti.
( Ringrazio @Andrea Capuano, appassionato studioso di folclore e cultura mondragonese, che mi ha fatto conoscere quest’antica orazione).




lunedì 18 ottobre 2021

Proverbi

 


Ecco alcuni proverbi legati al mondo avicolo:

FIGLJ D’AGLIN ‘NTERR RUSP
Significa che chi è figlio di gallina non può elevarsi come gli altri uccelli, deve per forza becchettare a terra. Lo si usa anche per indicare che il figlio di qualcuno si comporta come sua madre o come i genitori, in senso positivo o negativo; può essere, quindi, usato per fare un complimento o viceversa, come offesa.

QUANN SO TANTA VUAGLJ A CANTA’ NUN SE FA MAI JUORN
Sta a significare che se sono in troppi a comandare non si sa a chi obbedire e, di conseguenza , nella confusione, nessuno riuscirà a portare a termine i propri compiti.

AGLIN DA RU PIZZUL FA GL’UOV
La gallina dal becco fa l’uovo cioè dal buon cibo ed è per questo che le massaie sono molto attente all’alimentazione delle proprie galline.

AGLIN FA GL’ UOV E A RU VUAGLJ RI ‘NGEGN RU CUL
Ossia la gallina fa l’uovo e al gallo brucia il sedere. Caso mai il problema lo dovrebbe avere la gallina che fa l’uovo non il gallo, che non deve fare niente. Si usa quando c’è qualcuno che lavora tranquillamente e con impegno e qualcun altro che non fa niente e si lamenta pure.

mercoledì 13 ottobre 2021

‘NTIEMP DE V(I)NACCIA

 ‘NTIEMP DE V(I)NACCIA CHI VO’ L’OV S(E) L(E) FACCIA



Secondo questo detto mondragonese quando è tempo di vinacce cioè tempo di vendemmia con la conseguente spremitura delle uve, le galline non depongono le uova.
Infatti è proprio nel periodo tra settembre e ottobre che questi volatili fanno la muta e, poiché impegnano le loro energie nel cambiamento del piumaggio, sospendono momentaneamente la deposizione delle uova.
Le uova nell’alimentazione contadina sono sempre state un’importante fonte di proteine a basso costo, un secondo piatto energetico e sbrigativo da preparare in tutti i modi: al tegamino, sodo, sotto forma di frittata ecc. , aggiunte alle zuppe di verdura, che facevano in questo modo da primo e da secondo piatto. Si bevevano, un tempo, crude, bastava fare un buchino sopra e uno sotto e succhiare. Chi non ricorda, poi, lo zabaglione, fatto di uova sbattute e zucchero con l’aggiunta di marsala?
Quasi tutte le famiglie, in passato, avevano il pollaio, che veniva seguito e gestito dall’esperta massaia, era lei che preparava e gestiva le covate, faceva l’ispezione rettale per controllare se la gallina aveva l’uovo e se non ne aveva per niente ed era lì solo a mangiare, veniva subito sacrificata magari per un buon brodo ma era questa la fine che faceva ogni gallina quando era ormai alla fine della suo ciclo produttivo; le massaie più esperte erano in grado anche di castrare i galli per farne capponi per Natale, dalle carni tenere e delicate. Ritorna ancora alla mente l’immagine della massaia, che distribuisce il becchime e tutti i polli che le corrono incontro…
Il pollaio era una piccola risorsa economica per la massaia, una modesta occasione di guadagno perché non era finalizzato solo alla produzione delle uova e della carne per la famiglia ma anche orientato alla vendita dell’eccedenza, per la massaia era un piccolo salvadanaio che poi utilizzava per i bisogni della famiglia.

martedì 12 ottobre 2021

ZI VICIENZ ‘NCOPP O POLLIC(E)


Era un uomo non molto alto, occhi azzurrissimi e capelli neri ricci e ribelli, per nulla curati, buffo nel modo di camminare e nel comportamento. Viveva, come si direbbe oggi, alla giornata, da “barbone”, sempre sporco e malconcio. Quando, nell’antica società contadina, in ogni famiglia si faceva il pane nel forno a legna, lui andava in montagna a raccogliere fasci di legna da ardere su commissione per pochi soldi ma si adattava a fare qualunque altro lavoretto gli venisse richiesto e chi gli dava un piatto di minestra o un po’ di pane o qualche indumento vecchio.
Aveva il vizio del bere e per questo i ragazzi, quando lo vedevano, lo canzonavano e alzando il pollice come per indicare l’atto del bere, gli dicevano:- Zi Vicié, ‘ncopp o pollic(e) !!! Lui si arrabbiava tantissimo e li rincorreva. Una volta, in piazza, dei ragazzi , acchiappandolo da dietro, a sorpresa, lo sollevarono in alto, gridando:- Zi Viciè, ‘ncopp?! Lui, come faceva di solito, diede in escandescenze: - Disgrazziat! Disgrazziat!...
Quali saranno state le vicissitudini che lo spingevano a vivere così ormai non ci è dato più sapere ma le battaglie che combatteva ogni giorno per vivere o meglio per sopravvivere quando c’era tanta povertà, possiamo immaginarle.
Un volto “vero” non una maschera, come direbbe Pirandello, rimasto impresso nella memoria popolare non solo perché era lo spasso dei ragazzi, che lo sfottevano per puro divertimento ma forse anche per quel suo dramma esistenziale e per quelle difficoltà del vivere quotidiano, che del resto ci accomunano e ci coinvolgono tutti, chi in un modo e chi nell’altro.





lunedì 11 ottobre 2021

RI MUORT FANN CAMPA’ RI VIV!

 RI MUORT FANN CAMPA’ RI VIV!

Sembra un’affermazione paradossale e qualcuno si potrebbe chiedere: - Ma i Morti, se son morti, come faranno a far campare i vivi? E invece no, lo è solo apparentemente perché i Morti, a pensarci bene, proprio grazie alla loro morte, procurano lavoro ai vivi, sia a coloro che lavorano nelle pompe funebri per il trasporto, la cerimonia funebre e sia a quelli che lavorano nei cimiteri per il seppellimento, la riesumazione ed altro.

A dire il vero, i nostri antenati sono sempre stati attenti osservatori della realtà, da cui ricavavano massime e detti, ma non solo … Erano volitivi e sanguigni, non si facevano certo passare la mosca per il naso, ma anche onesti e laboriosi, spassosi e divertenti, nella vita quotidiana.
Mi viene ancora da ridere quando penso che litigavano, prendendosi “a pietrate” alle Spine Sante, quando non approvavano certi fidanzamenti che non garbavano alle famiglie.
E direi che anche oggi noi non siamo da meno, ferrigni e ironici nell' affrontare la vita quotidiana; d’altra parte, se discendiamo da loro, ce l’abbiamo nel DNA.



domenica 10 ottobre 2021

LA RACCOLTA DEL GRANTURCO

 Nel susseguirsi delle stagioni, a tarda estate, nel mese di agosto, avveniva la raccolta del granturco, un cereale, nella tradizione contadina mondragonese, largamente coltivato perché aveva un utilizzo rilevante nell’alimentazione: serviva da becchime per il pollame o veniva macinato per ottenere la farina gialla per fare la polenta oppure miscelata alla crusca serviva per preparare il pastone, ru vron per il maiale e per i polli.

In alcuni periodi del passato in cui c’era penuria di grano, a Mondragone ma anche in altre parti d’Italia , si usava fare il pane con la farina di granturco, più economica e diffusa; era il pane dei poveri e dei contadini , che non potevano accedere alla farina di grano più rara e preziosa; il pane bianco era riservato ai più ricchi o ai giorni di festa; si tratta di un’usanza che è andata a scomparire già dal primo dopoguerra; rimase però l’usanza , qui da noi, ancora per un certo periodo di fare le frese di rannerinio, che si ottenevano miscelando farina bianca e la farina di granturco, saporite e croccanti.
Con la farina di granturco si usava anche fare una specie di pagnottella, ru pagnuott , profumato e dal sapore dolciastro, dalla mollica color giallo oro, di cui i ragazzi andavano ghiotti; si otteneva,
impastando insieme alla farina di granturco già cotta e raffreddata, una parte minore di farina bianca, il lievito e l’uva passa, e veniva poi infornato su foglie di cavolfiore.
Quando poi si ammazzava il maiale a tutto il vicinato si mandava il piatto di polenta, la pastacotta con le cicole , mentre a tutti i parenti più stretti si mandava anche l’arrosto . Quando si scioglieva la sugna o strutto nella caldaia, ru caurar , rimanevano dei cicoli e la sugna, attaccata sul fondo; anziché pulirlo, vi si allungava l’acqua , aggiungendo la cannella, la buccia di limone e il sale; quando l’acqua arrivava a bollore, vi si gettava la farina e rimestando di continuo si cuoceva la polenta morbida e profumata.



giovedì 7 ottobre 2021

A PRIMA PAROLA E’ CHELL CH’AVAL!


Tanto tempo fa, nel periodo della mietitura,un proprietario terriero aveva urgenza di mietere il grano ma essendo periodo di “chiena” cioè periodo in cui tutti venivano impegnati in questo lavoro, non riusciva a trovare operai. Allora decise di rivolgersi ad una squadra di zingari ma lo fece a malincuore perché insicuro della loro affidabilità, sperando in cuor suo che non facessero qualche furbata delle loro. Gli zingari accettarono e di buon mattino si recarono presso il terreno indicato. Il proprietario, come era usanza, preparò una “verta” ossia un pranzo al sacco, ricco di ogni ben di Dio per far bella figura. Lo zingaro più anziano si rivolse alla squadra, dicendo: - Vuagliù, amma mangià o amma met? E tutti in coro risposero: - A prima parol è chell ch’aval! E così tutti si sedettero e consumarono la verta di buon appetito. Completato il pasto, il capo degli zingari si rivolse di nuovo ai suoi: - Vuagliù ce n’amma ì(re) o amma met? E di nuovo tutti in coro: - A prima parol è chell ch’aval! E così se ne andarono sazi e senza mietere il grano.

Non sappiamo se quest’episodio è un fatto realmente accaduto o una storiella inventata che ci è giunta dalla tradizione ma è, comunque, molto divertente ed esemplificativa del rapporto che intercorreva tra gli zingari e i Mondragonesi.
Nel rione S. Angelo si è sempre avvertita la presenza degli zingari, che vi si sono insediati stabilmente non si sa bene da quando, vivendo isolati e suscitando molta diffidenza nei compaesani. C’era una convivenza, si potrebbe dire, molto guardinga da parte dei Mondragonesi. Il lavoro degli zingari consisteva nella compravendita di cavalli, asini, maiali ma eseguivano anche lavori in ferro battuto su richiesta delle persone relativi ad attrezzi per l’agricoltura, coltelli ecc. Parlavano una lingua incomprensibile ed erano portatori di usanze e tradizioni, che i Santangiolesi, loro vicini di casa, hanno avuto modo di osservare e di raccontare, quali i matrimoni, che celebravano secondo usanze alquanto primitive ma nello stesso tempo affascinanti con balli, canti e musica gitana, la serenata che facevano prima delle nozze, il rispetto del lutto, che gli uomini osservavano non radendosi più per molto tempo, quando moriva qualche congiunto.
Nella memoria popolare è rimasta soprattutto la figura di quelle zingare dal corpo florido con gonne lunghe e vistosi orecchini e collane di oro massiccio, che giravano per il paese sempre in due o tre, si avvicinavano alle donne nei cortili con il pretesto di leggere la mano e di predire il futuro e, mentre una leggeva, le altre si intrufolavano in casa e rubavano quello che trovavano oltre a ripulire i pollai. Oggigiorno i pochi zingari rimasti si sono adeguati alle nostre usanze, sono inseriti nel contesto socioculturale del paese in maniera più regolare con occupazioni e lavori di vario genere , sono diventati cittadini mondragonesi a tutti gli effetti e godono di tutti i diritti civili e politici, i loro figli frequentano regolarmente la scuola e la parrocchia. Quelli che vivono nel rispetto delle regole di convivenza con l ‘intenzione di un futuro migliore hanno diritto a tutta la nostra solidarietà nel favorirne l’integrazione e la valorizzazione, non certo l’intolleranza, che genera solo odio, violenza e razzismo.
(Ringrazio Emilio Cuoco per avermi riferito il divertente episodio) L' illustrazione, realizzata dai miei alunni, è tratta dal libro " Mondragone: echi del passato"
Nessuna descrizione della foto disponibile.

mercoledì 6 ottobre 2021

STA LLA’! STA LLA’! STA LLA’!


Una moglie diceva sempre al marito che lo amava tanto e che se lui fosse morto, non avrebbe voluto più vivere, che piuttosto avrebbe voluto morire lei al posto suo. Il marito, un giorno, ne parlò con il compare, dicendo: - Cumpà, teng na muglier che me vo ben cchiù da vita soja, che nun vo campà senz d me,figur(a)t(i) che vuless murì ess a ru postu mij! E il compare, che era l’amico più fidato, suo fedele consigliere, rispose: - Eh cumpà, jammece chian, s’adda semp v(e)ré! Putimm fa na prov, tu fa fint che si muort che po ce pens io! Il marito lo prese in parola e un giorno finse di sentirsi male e di morire. La moglie, costernata e tutta impaurita, chiamò amici e parenti e, vestito il finto morto, lo deposero sul letto e iniziarono la veglia funebre. Arrivata la sera, mentre tutti al buio vegliavano la salma, l’ingegnoso compare accese una candela e la fissò sul guscio di una tartaruga, mandando la bestiola verso la moglie, la quale, vedendo solo la lucina che andava verso di lei e pensando che fosse la Morte che veniva a prendere il marito, disse: - Sta llà! Sta llà! Sta llà! , cercando di indirizzare la luce verso di lui. E il marito , aprendo gli occhi: - Ah, ma tu non vuliv murì a ru postu mio? Era chest lu ben che me vuliv?

( Ringrazio la mia amica Marisa Improta, mondragonese di nascita ma residente a S. Pietro al Tanagro (SA) per questo episodio, che raccontava la sua mamma, la nostra cara “comm Amalia”, a cui piaceva tanto raccontare storie , anche quando andavano in campagna a vendemmiare, facendo divertire tutti)

martedì 5 ottobre 2021

RAT A DON DUNAT CHE RI JUORN SO SUPRAT

Quest’antica storia, raccontata nel rione S. Angelo, ci insegna che non bisogna mai essere troppo certi e sicuri di quello che la vita ha in serbo per noi.

Due coniugi molto anziani e senza figli, pur essendo benestanti, avevano condotto sempre una vita all’insegna del risparmio e della parsimonia e avevano accumulato una certa ricchezza. Pensando che si stessero avvicinando ormai i giorni della loro dipartita terrena, il marito, un tale don Donato, disse alla moglie: - Mugliera mia, ri juorni nuost stann a fernì, nun tenimm manc a nisciun pe ce lassà a robb nost e allor sai che te ric(o)? Verimmecenn ben! Così si diedero da fare e tra una cosa e l’altra, riuscirono a consumare e dilapidare le loro sostanze fino all’ultimo. Fatto sta che non morirono ma continuarono a vivere, pur non avendo più nulla. Allora il poverino si vide costretto a chiedere l’elemosina davanti alla chiesa e allungando la mano, diceva: - Rat a don Dunat che ri juorn so suprat! (avanzati)

Nessuna descrizione della foto disponibile.