Il blog di Caterina Di Maio dedicato alle tradizioni locali, agli usi, costumi e racconti di Mondragone CE, curato e pubblicato da Esterina La Torre
sabato 11 dicembre 2021
"IL TEMPO DELLA VENDEMMIA"
venerdì 10 dicembre 2021
LE COMARI DI NATALE
LE COMARI DI NATALE (Questo breve racconto, ambientato nella Mondragone di un tempo, è stato drammatizzato, anni fa, in occasione di una recita natalizia dagli alunni della scuola elementare di S. Nicola)
IL TEMPO DELLA VENDEMMIA
IL TEMPO DELLA VENDEMMIA
I CARRI DELL’UVA

“TIEN A CAP COMME INORIO”
“TIEN A CAP COMME INORIO”
Si usa a Mondragone quando si vuol far intendere ad una persona che è particolarmente dura di comprendonio. Il detto si riferisce ad un contadino mondragonese, dal carattere simpatico e singolare, Onorio Taglialatela, in dialetto mondragonese, Inori(o). E’ bene precisare che per la ricostruzione di questo detto e del personaggio si sono rivelate preziose le testimonianze di alcuni amici di fb, che si è rivelata una vera piattaforma di dibattito pubblico e culturale.
Si racconta che un giorno il commerciante che acquistava i fagiolini da Inorio gli faceva il conto e diceva: - Ve facite capace o no? No, nun me trov! Rispondeva Inorio. Il commerciante gli faceva il conto di nuovo e domandava: - Ve truvat o no? E lui: - No! Al che il commerciante disse: - Azz, ma allor nun ve tras proprio ‘ncap? Inorio, battendo il piede a terra, con un’espressione alquanto colorita ma inappropriata, rimasta famosa, disse: - Sient vuagliò, ‘ncul me tras ma ‘ncap no!
Sempre di Inorio si racconta un altro simpatico episodio. Un giorno Inorio entrò nella macelleria di Eraclio, nel nostro dialetto Arachi(o) e disse: - Buongiorno Arà, m vuò ra nu poco d carna bona? M’aggia fà arrustita! - Inò , si fortunat! Teng n’arrust ch po ij annanz a ru rre. Quant t n’aggia fa? - E mo ch n sacc(io)! Tagl(ia) Arà, tagl(ia)! Il buon Eraclio affilò il lungo coltello e con la massima cura e con l’aiuto della mannaia per tagliare l’osso, preparò un bell’arrosto e lo stese con cura sulla carta paglia, compiaciuto del risultato ottenuto. - Ah! E vist quant è bell! È tenner comme lu latt e po vir che sapor! Po m fai sapè. Abbasta? E Inorio: - Tagl(ia) Arà, . tagl(ia). Ed Eraclio con la stessa attenzione preparò un’altra fetta e la mise accanto alla prima. Al taglio della seconda fetta si ripeté stessa domanda e la stessa risposta:- Tag(ia)l Arà, tagl(ia)! Alla quarta o quinta fetta finalmente si arrivò al peso e al conto. - Inò , so quas dui chil, ramm 1800 lir! E Inorio:- 1800 lir? Ma tu sì pazz? Ij t rong 1800 lir a te? Ij m l sparagn st 1800 lir, m facc(io) na bella zupp d ciammarruch e m’addcrej(o).
Girò i tacchi e se ne andò senza nemmeno salutare, lasciando il povero Eraclio senza parole. Cari amici, la seconda foto è quella della macelleria in questione, della famiglia Pagliuca, che allora si trovava dove ora si trova l' Ottica Russo
giovedì 9 dicembre 2021
A PAPARELL D NATALE
A PAPARELL D NATALE
Tanti anni fa, in una famiglia del rione S. Francesco viveva una donna molto anziana non più autosufficiente. Dopo una vita di lavoro in casa e in campagna, ora doveva essere aiutata anche in semplici operazioni di vita quotidiana quali il lavarsi e il vestirsi. Un giorno, ai primi di dicembre, poiché era una bella giornata, la figlia la fece sedere in cortile a godersi il caldo tepore dei raggi di sole che le ultime giornate autunnali ancora regalavano. La vecchietta si mise ad osservare i polli che scorrazzavano in libertà come era usuale a quei tempi e fu attratta da un’anatra, che si bagnava il becco nell’abbeveratoio e poi, libera e felice starnazzava, andando avanti e indietro. Allora disse alla figlia: - Vagliò, saj ch m jess a geni(o) d m mangià? Propri(o) nu p(e)zzariegli(o) d chella paparell! Al che la figlia rispose: - Oi mà, ma propri(o) a chell stat a guardà? Chell a stong a stipà p Natal! La madre non replicò ma successe che nel giro di pochi giorni si ammalò e morì. Pur essendo anziana, non c’era nulla che faceva presagire la sua morte e alla figlia rimase il rimorso di non averla accontentata e ripeteva tra sé: - Si sapev! Volentieri avrebbe fatto mangiare l’anatra alla sua mamma, se avesse saputo ma nessuno può tornare indietro nella vita e il passato ci può essere solo d’insegnamento.
mercoledì 8 dicembre 2021
MIEZU MILION O CINQUCIENTMILA LIR?
CH(E) T(E) POZZN ACCIR!
Quando si presenta una situazione di stress emotivo o di dolore fisico oppure se qualcuno ci fa arrabbiare, a tutti capita istintivamente di scattare, di perdere il controllo e di prendere a male parole l’interessato, o comunque di esprimere rabbia o tensione con un linguaggio per così dire meno controllato del solito, ricorrendo alle cosiddette parolacce, che in quel momento hanno un effetto liberatorio e ci aiutano ad affrontare meglio la situazione imprevista e difficile. Anche se solo ci cade un bicchiere di mano e si rompe per la sorpresa siamo portati a dire: - Accidenti – o- Mannaggia!
Freud diceva:- La civiltà ha avuto inizio quando la prima persona in preda alla rabbia ha lanciato un’ingiuria anziché una pietra … Il mondo sarebbe migliore se al posto di tutte le guerre i popoli si assalissero a male parole …
Nel nostro dialetto ci sono vari tipi di improperi, ingiurie e imprecazioni che servono proprio come valvola di sfogo in certe situazioni. Ce n’è una , in particolare, CHE TE POZZN ACCIR, che suona come un’invettiva, che usiamo per contrapporci a qualcuno, che ha fatto qualcosa che non doveva fare. La cosa assurda è che l’espressione è talmente usuale che la si utilizza anche semplicemente per scherzare e alcuni la usano proprio come un intercalare nel discorso, senza pensare minimamente al significato di ciò che si dice eppure le parole hanno un significato ben preciso, anche se lo si dice ridendo e scherzando. Usare quest’espressione significa augurare la morte ad una persona ma non una morte pacifica e tranquilla bensì le si augura di venire uccisi. A me, personalmente, quest’espressione non è andata mai a genio e, se potessi, l’abolirei dalla nostra tradizione linguistica. Suggerirei di augurare sempre il bene a chi ci vuol male e a chi ci vuol bene perché sia il bene che il male ritornano sempre al mittente.
martedì 7 dicembre 2021
MO VENE NATALE
LA CHIAVE
lunedì 6 dicembre 2021
SAN NICOLA: L’AMICO DEI BAMBINI
SAN NICOLA: L’AMICO DEI BAMBINI
San Nicola va per mare
Ed è vestito da marinaio
Sono questi i versi del ritornello di un antico canto popolare, che cantano i pellegrini, devoti di san Nicola, a Bari, accompagnando la statua del Santo verso il mare. Questi pochi versi rendono l’idea della enorme diffusione del culto di san Nicola, che percorre le vie del mare. Con grande frequenza, infatti, ricorre il nome del Santo nei toponimi di località costiere e nelle tante chiese e cappelle, a lui dedicate. Potrebbe , dunque, essere questo il motivo per cui il Casale di san Nicola a Mondragone l’abbia scelto come protettore, dedicandogli una chiesa, essendo anche Mondragone situata sul mare. San Nicola, la cui festività ricorre il 6 dicembre, era originario di Pàtara in Asia Minore e vescovo di Myria, in Anatolia. Proveniente da una famiglia nobile, rimase orfano da piccolo e fu allevato in un monastero, diventando sacerdote giovanissimo. Delle sue ricchezze, ereditate dai genitori, fece regali e doni ai bimbi poveri e alle famiglie bisognose. Imprigionato durante la persecuzione di Diocleziano , fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l’attività apostolica. Morì presumibilmente nell’anno 343 nel monastero di Sion. Fin dal sesto secolo il culto di san Nicola si diffuse in tutto l’Oriente e la sua fama arrivò anche in Italia. Essendo la sua figura legata alla protezione dei bambini e dei poveri si può dire che ogni popolo lo ha fatto proprio. L’episodio più famoso legato al Santo è quello della storia di tre giovani fanciulle molto povere che non si potevano sposare perché prive di dote. Il padre, sebbene a malincuore aveva deciso di avviarle alla prostituzione per potersi procacciare la dote. San Nicola, venuto a sapere della sofferenza di questa famiglia, decise di aiutarla, donando tre sacchetti di monete d’oro, uno per ogni fanciulla, introducendo una notte il primo sacchetto attraverso la finestra aperta e facendo lo stesso la notte successiva, introducendo il secondo sacchetto. La terza notte, avendo trovato la finestra chiusa, calò il sacchetto attraverso il camino con grande gioia della famiglia. E’ per questo motivo che il Santo viene raffigurato con il bastone pastorale, simbolo del Vescovo e tre sacchetti di monete d’oro. In un altro episodio si racconta che san Nicola, entrando in una locanda, scoprì che il proprietario aveva ucciso tre ragazzi , li aveva fatto a pezzi e messi sotto sale, servendone la carne agli avventori . San Nicola non si limitò solo a scoprire il delitto ma risuscitò anche le vittime. Ecco uno dei motivi che lo resero patrono dei bambini. Il culto di san Nicola diffusosi in tanti Paesi fu portato a New York dai coloni olandesi , infatti è il protettore di Amsterdam sotto il nome di Sinterklaas. Questo nome fu tradotto in inglese Santa Claus ed è così che nel tempo, dal sacro al profano, la sua figura subisce una progressiva opera di trasformazione e si arriva al personaggio di Babbo Natale, che però non ha più le caratteristiche vescovili di san Nicola ma viene rappresentato come un corpulento marinaio, dalla barba bianca avvolto da un mantello rosso con la pipa in bocca. Ecco perché i bambini aspettano da Babbo Natale doni e dolciumi. Ed è così che da un vescovo della cristianità si è passati a Babbo Natale, mito nordamericano del consumismo.
domenica 5 dicembre 2021
RI ‘NCIARMI
Ringrazio di cuore la Sig.ra Clara Ricciardone , fonte inesauribile e preziosa di notizie e informazioni sulla cultura mondragonese.
sabato 4 dicembre 2021
“Il Francescanesimo a Mondragone”
Fu il canonico don Francesco Gravano, “don Ciccio” che prima della sua morte volle ridare ai “figli di S. Francesco” quella chiesa che loro malgrado furono costretti ad abbandonare.
Il Gravano si rivolse al Provinciale di allora, Padre Giacomo Iovine e questi inviò finalmente due frati: Padre Paolo Monsurrò di Torre Annunziata e Fra Benigno Fele da Qualiano.
All’inizio i disagi non furono pochi perché i monaci non avevano dove alloggiare, il convento era diventato proprietà privata e don Ciccio mise a loro disposizione un’abitazione di proprietà della sua famiglia in via Elena, dove ancora oggi, nel cortile, si conserva, in ricordo, una statua di S. Francesco.
Anche il popolo li accolse con freddezza spirituale e non con lo slancio affettuoso che aveva sempre avuto in passato verso di loro. Le vicende storico-politiche avevano contribuito non poco ad allontanare la gente dalla fede, tanti non andavano più in chiesa e alcune famiglie non facevano battezzare più neanche i propri figli.
L’intrepido Padre Paolo voleva, però, riportare i Mondragonesi alla fede cristiana e pensò subito ad una Santa Missione al popolo e si diceva: - Se Mondragone è tornata a S. Francesco, S. Francesco la farà ritornare a Cristo!
Organizzò per l’anno dopo, nel 1947, la Missione con cui riuscì a riportare il popolo mondragonese alla fede dei padri. Essa fu predicata da tre francescani: P. Vincenzo Gervasi, P. Pierbattista Iuliucci e P. Marcello Manilia e durò 10 giorni.
Ad essi fu offerta ospitalità dalla famiglia Caracciolo, che abitava proprio di fronte alla chiesa. Don Onorato Caracciolo e consorte offrirono la propria casa e la propria mensa ai Missionari per tutta la durata della Missione. P. Paolo con il suo senso pratico servendosi di semplici tendine, improvvisò in una stanza le celle del convento.
Dall’opuscolo commemorativo della S. Missione “Ritorno” pubblicato da P. Angelo Salvatore abbiamo la cronistoria dei giorni della Missione:
Il 26 gennaio cominciarono le prediche ma i Mondragonesi sembravano ormai insensibili ai richiami alla vita della Grazia e ne ebbero la penosa sensazione i Padri Missionari perché gli accorati appelli, le prediche, le meditazioni sembravano cadere nel vuoto e in chiesa erano presenti solo donne, vecchi e bambini. E dov’erano gli uomini e i giovani ? I Missionari erano davvero tristi e pregavano incessantemente.
Al quarto giorno la situazione cambiò, chissà se furono le preghiere o i bei canti con cui essi invocavano la misericordia di Dio, sì perché i buoni Missionari cantarono. S. Francesco, giullare di Dio, volle far vedere ai suoi figli come il Signore si serve anche del richiamo canoro per farsi strada nei cuori e fu in quel giorno che i Missionari si sentirono seguiti. Da quel giorno dovettero tenere due corsi separati: per le donne alle ore 17 e per gli uomini alle 19. Tutta Mondragone si riversò nella chiesa di S. Francesco, era una fiumana di popolo che entrava e usciva dalla chiesa. Dalla porta centrale e da quelle laterali s’impiegavano ben 20 minuti per svuotare la chiesa.
Di casa in casa si passavano la voce ed era tutto un accorrere verso la chiesa di S. Francesco. Un pescatore, convinto da un medico, andò in chiesa per curiosità ma poi, la sera dopo, condusse in chiesa tanti suoi amici; conquistato dalla verità dei sacri ragionamenti, diceva, scherzando, che s’era fatto pescatore di uomini. Molti furono chiamati alla conversione dallo zelo ardente dei buoni Missionari. Così, quando P. Vincenzo licenziava gli uomini invitandoli a mandare un bacio a Gesù, migliaia di labbra e di mani si schiudevano per lanciare sulle dita aperte l’affettuoso saluto a Gesù sacramentato. Fu un vero trionfo della Grazia.
Il 2 febbraio i Missionari annunciarono che si sarebbe andati a commemorare i Defunti . Tutta Mondragone , con il Sindaco e le Autorità, si recò al cimitero. I Mondragonesi, uniti nel dolore di lutti antichi e recenti, piansero lacrime di commozione al discorso di P. Pierbattista, dopo il rito di assoluzione alle tombe, impartita da don Enrico Macera. Al ritorno tutti ripeterono:- Viva Gesù! Viva Maria!
Il 5 febbraio fu il giorno dedicato ai bambini: più di 1500 bambini si recarono nella chiesa di S. Francesco a dialogare con i Missionari, che poi li condussero in processione a rendere omaggio alla Mamma Celeste, Maria SS Incaldana. Era una vera e propria crociata di fanciulli e l’arciprete, don Enrico Macera, li attendeva all’ingresso e li benedisse; il più piccolo di tutti andò alla custodia del Prigioniero d’amore, il Tabernacolo, bussò alla porticina del Ciborio e la baciò per tutti, piccoli e grandi. Tutti, commossi, piangevano.
Per la sera di quello stesso giorno venne programmata una processione per manifestare la devozione alla Madonna e per fare un giuramento d’amore di tutta Mondragone. Si Stabilì per la sera stessa ma pareva che le forze dell’Inferno congiurassero contro quel santo desiderio: tuoni, lampi, pioggia e interruzione dell’energia elettrica. Ci si chiedeva: - Non si farà la processione? Non si sapeva, ma la gente aspettava sotto la pioggia, al buio. Il direttore della Missione P. Vincenzo ordinò di uscire. In piazza, come per incanto, cessò la pioggia e apparvero le stelle ma mancava la luce. Un lume a petrolio illuminava timidamente il balcone di casa Sementini, dove P. Pierbattista doveva parlare al popolo ma ecco che all’improvviso un torrente di luce inaspettata inondò la piazza, sorse un applauso spontaneo della popolazione. Subito dopo il discorso, di nuovo pioggia e interruzione della corrente elettrica. Dunque quel rasserenarsi del tempo e la luce al momento giusto erano un segno del cielo e un dono di Maria? Perché dubitarne? Quando si tratta degli interessi di Dio non è impegnata anche la Mamma? I Missionari chiesero al popolo: - Questa che viviamo non è l’ora di Dio? E Maria Santissima , che non permise al barbaro Turco di realizzare l’oltraggio del fuoco al suo quadro venerato, non permette più l’oltraggio delle anime da parte di Satana.
L’8 febbraio ben 15 Padri Francescani ricevettero le Confessioni ed assolsero i peccati in nome di Dio. La notte dall’8 al 9 fu la notte degli uomini, notte di Grazia.
La Missione terminò con la Comunione generale a mezzanotte distribuita a un numero ingente di fedeli dal vescovo mons. Gaetano De Cicco e da quattro sacerdoti per un ‘ora.
La Messa solenne del giorno 9 alle 11 fu solo il suggello pubblico e ufficiale. Si portò in processione il bel Crocifisso della Chiesa Madre. La folla seguiva il Crocifisso e le strade risuonavano dei bei canti. Parlarono P. Vincenzo, poi il Provinciale e il Vescovo che si congratulò con i Missionari per i frutti riportati in una “vigna” incolta da tanti anni.
I Mondragonesi tra le lacrime salutarono i Missionari : - Non Partite, tornate! Il camioncino che li involava verso nuovi traguardi, si dovette fermare più volte bloccato dalle manifestazioni d’affetto. Fu grazie alla Missione che il popolo ricominciò a vivere più cristianamente e a frequentare i Sacramenti.
La Missione fu ripetuta più volte anche negli anni successivi.
venerdì 3 dicembre 2021
S. Barbara
Liberace da truoni e saett
Così i Mondragonesi invocavano santa Barbara un tempo, nell’antica società contadina, quando tuoni e fulmini incutevano tanta paura e non si sapeva come difendersi dalla violenza catastrofica della natura. Nelle case contadine si accendeva la candela e si invocava la protezione della Santa. Ancora maggiore era la paura quando il temporale scoppiava all’improvviso e ci si trovava in campagna a lavorare e non si sapeva dove correre a ripararsi , davvero ci si raccomandava l’anima, in quelle situazioni di pericolo, pregando la Santa.
Santa Barbara è una delle figure femminili più popolari del Medio Evo: la sua storia è stata raccontata infinite volte ed è questo che ha ispirato i canti leggendari dei contadini e come qualcuno ricorda anche qui, a Mondragone, c’era un canto in cui si narravano le vicende della sua vita:
Niente a ri nobbili e niente a ri signuri
Barbara era figlia de pagani
Nu juorno va ru patre e ru vicario:
“Barbara mia, te voglio ammaritare”
“Andate a ri sprufunni maledetti
Ru spusu mio è Gesù benedetto”
Quanno ru patre cheste sente ricje
Ciento lignate a Barbara chiavaje
Rent a na casa scura, rent a na casa scura la ‘nserraje
Senza ra a beve e senza ra a mangià
Ma quanne è notte scese da ru cielo
N’angiulo lucente cu na spada
E tutte le piaghe a Barbara sanaje
Ru juorne roppe va ru patre e ru vicario:
“Barbara mia comme te ritruove?”
“Andate a ri sprufunne maledetti
Ru spusu mio è Gesù benedetto”
Quanne ru patre cheste sente ricje
A Barbara cundannaje de taglià la testa
Barbara alzaje gl’ucchi a le celeste
E: - Mio patre m’a crisciuto cu tanta festa
E mo m’a cundannato de taglià la testa
Quanne la testa a Barbara fuje tagliata
Na saetta da ru ciel fuje calata
Barbara ‘mparavise se n’andaje
E ru patre e ru vicario sprufunnaje.
Santa Barbara nacque nel 273 dC a Nicomedia, in Asia Minore per poi trasferirsi a Scandriglia in provincia di Rieti poiché il padre, fanatico pagano, era un collaboratore dell’imperatore Massimo Erculeo, che gli aveva donato vasti possedimenti in Sabina. Barbara conduceva una vita riservata, intenta allo studio, al lavoro e alla preghiera, aveva una spiccata intelligenza e si mostrò sensibile ad accogliere la nuova fede cristiana, che condannava l’idolatria e le ingiustizie del Paganesimo. Poiché era molto bella, veniva chiesta in sposa da molti pretendenti sebbene lei non avesse alcuna intenzione di convolare a nozze perché desiderava consacrarsi a Dio. Il padre Dioscuro , non accettando la sua decisione, fece costruire una torre per rinchiudervi la fanciulla. Barbara, passando miracolosamente tra le pareti della torre fuggì, ma tradita da un pastore, cadde nelle mani del padre che la trascinò davanti al giudice affinché venisse torturata e uccisa. Venne frustata con le verghe ma durante la notte un angelo risanò le sue piaghe. Il giorno seguente il giudice la sottopose alla tortura con piastre di ferro roventi ma le fiamme si spensero quasi subito. Non ancora contenti, fecero frustare di nuovo Barbara e la fecero condurre nuda per la città ma lei tornò mirabilmente vestita e risanata. Alla fine il giudice le impose il taglio della testa . Dioscuro stesso eseguì la sentenza. Mentre la testa della fanciulla cadeva al suolo, una saetta discesa dal cielo, lo incenerì. Emblematico è l’episodio del fulmine, simbolo di una giustizia più che di una vendetta, è il particolare-chiave della devozione per la Santa nei secoli. Secondo la tradizione le verghe con le quali fu frustata si trasformarono in piume di pavone ma dolcissimo è anche l’episodio della fanciulla che supplica il Signore di coprire le sue nudità, quando viene condotta nuda per la città. Ed ecco che il Signore interviene inviando una schiera di angeli per ricoprire le carni torturate della giovane. La storia di santa Barbara è la metafora della lotta fra i due mondi , quello cristiano e quello pagano. Nel tempo è diventata lei la santa che protegge dalle morti improvvise dovute a fulmini e saette e a tutto ciò che riguarda il fuoco. Con l’invenzione della polvere da sparo il culto di santa Barbara si diffuse tra coloro che maneggiavano esplosivi: artificieri, fuochisti, vigili del fuoco. Con il nome santabarbara si indicano ancora oggi i depositi di munizioni e le polveriere vengono poste sotto la protezione della santa. In particolare nelle zone minerarie sono state dedicate a lei cappelle, chiese e località.
FIO’, E FATT L’ ACQUA A PANZ!

A MEGLJ/ RU MEGLJ TEN A ROGN!
giovedì 2 dicembre 2021
LA LEGGENDA DELLE LINGUE DI CANE










