sabato 11 dicembre 2021

"IL TEMPO DELLA VENDEMMIA"


PER APPROFONDIRE L'ARGOMENTO "IL TEMPO DELLA VENDEMMIA"

Ci si avviava la mattina con i traini con tutto l’occorrente: tini, botti, secchi ecc.; arrivati nei campi si procedeva subito a scaricare tutti gli attrezzi e ognuno prendeva posto davanti al suo filare e si accingeva a recidere i bei grappoli e a riempire il secchio che si andava poi a svuotare nel tino o nella botte posti fuori al filare o sotto qualche pianta.
L’operazione di svuotamento era sorvegliata da una persona adatta a ripulire il raccolto da foglie, seccume , muffe, parti marce e non mature per avere un raccolto di buona qualità.
Si mettevano da parte i grappoli più belli di uva bianca, che venivano appesi per essere essiccati e che venivano poi utilizzati in cucina come uva passa
Se il contadino doveva fare il vino per sé e per la famiglia, portava l’uva a casa per la pigiatura , se intendeva venderla , lasciava le botti in campagna e il giorno dopo sarebbero venuti i compratori, già contattati, a prelevarla.
Erano giornate di intenso lavoro ma non se ne avvertiva la stanchezza, tra le risate e i canti in coro che intonavano i vendemmiatori a cui talvolta rispondevano i lavoratori dei campi vicini; qualcuno incominciava a cantare ma da lontano non si capiva bene cos’era, poi le voci si univano a formare cori che si armonizzavano e correvano da un filare all’altro; erano per lo più canti d’amore ma che esprimevano anche la gioia di vivere di persone felici di stare insieme, di condividere il lavoro, il cibo, il divertimento, in sintonia con un territorio bello e generoso, che grazie alla fertilità e al lavoro dell’uomo, forniva loro prodotti buoni e genuini per un’ alimentazione salutare.
Quello della vendemmia era, dunque, un vero e proprio momento rituale, un evento sociale significativo , in cui, se il buon sapore dell’uva deliziava il gusto, la socializzazione e il divertimento ritempravano lo spirito, un’ occasione preziosa in un tempo in cui i divertimenti erano pochi.
Quando arrivava il momento di mangiare ci si sedeva all’ombra di qualche pianta per la merenda e ognuno portava qualcosa da casa ma la padrona ci teneva a far bella figura e portava per tutti: pane, salsiccia, grandi frittate, rapeste lessate , condite con olio e peperoncino, olive, ventresca , insalata di pomodori ecc. e tutti mangiavano con appetito; erano tempi in cui non c’era l’ abbondanza di oggi ma il cibo era buono e genuino e chi lo mangiava ne aveva grande rispetto.
Una volta portata l’uva a casa, avveniva la pigiatura a piedi nudi, come molti ricordano, poi si lasciava fermentare il tutto per alcuni giorni, passando così alla trasformazione del succo di uva in vino, avendo cura di rigirare di tanto in tanto. Al termine della fermentazione si separava il vino dalle vinacce e cominciava la rifermentazione e l’invecchiamento.
Dopo la pigiatura, però, c’era una successiva torchiatura delle vinacce, da noi detta “ru sprumuturu”, ed era in quel periodo che l’ odore forte e pungente della vinaccia si diffondeva all’intorno, nei cortili e nei vicoli; poi le vinacce venivano portate alla distilleria Petrone , dove, da esse si ricavava l’alcol.
La distilleria lavorava ininterrottamente da settembre a marzo, di giorno e di notte; la pigiatura della vinacce veniva fatta con i piedi affinché non si ossidassero, e durante il lavoro si sentivano risuonare i canti degli uomini impegnati nella distillazione; una volta era usuale sentire la gente cantare, non succedeva solo in campagna ma cantava nel lavoro il falegname, il panettiere ecc., era probabilmente un modo di esprimere pensieri e sentimenti, raccontando con il canto anche ciò che si provava, cosa che oggi purtroppo non succede più.



( La foto è tratta dal libro di Antonio D'Amato " Mondragone Scorci di vita passata")

venerdì 10 dicembre 2021

LE COMARI DI NATALE

 LE COMARI DI NATALE (Questo breve racconto, ambientato nella Mondragone di un tempo, è stato drammatizzato, anni fa, in occasione di una recita natalizia dagli alunni della scuola elementare di S. Nicola)

Qualche giorno prima di Natale comma Rusin si recò a casa di comma Maria e la trovò tutta euforica e mostrandole una tavolata di struffoli, le disse: - Verit, cummà, comm stong nfac(e)nnat, aggiu fatt cierti strufl cu nu mel roc(e) che s scigli(e)n mocc! E comma Rusin: - Ah, e comm so beglie, cu bona salut! Cummà s(e)ntit, ij so v(e)nut p v ricje na cosa. Sapit, rent a ru vicul nuost c(e) sta na famiglia puvurella puvurella, ru padr a perz a fatic, a mamm sta malat e ri figlij , chelle pover criatur fann na pen! Vuje ce vulessen mannà caccos p stu Natal? A piaceru vuost, eh?! Comma Maria ci pensò su un attimo, poi prese il piatto di struffoli più piccolo che aveva e glielo diede. Comma Rusin ringraziò e se ne andò e intanto pensava tra sé: - Ah, Gesù Cristu mij, ma manc quann nasc(i) Tu a gent s pass a man pa cuscienzij?




IL TEMPO DELLA VENDEMMIA

 IL TEMPO DELLA VENDEMMIA

Quanne se vignegna te so tutte cumpare e nepute
Quanne se zappa nun tieni né cumpare e né nepute
Da questo proverbio si capisce com’era atteso e gradito il periodo della vendemmia per grandi e piccoli a Mondragone, dove a tutti faceva piacere andare a vendemmiare, “a struccà l’uva”, in dialetto mondragonese perché, a differenza degli altri lavori agricoli, la vendemmia era un’ attività festosa e il clima che si veniva a creare era allegro e conviviale; erano probabilmente i giorni più belli dell’anno da trascorrere in campagna, in mezzo alle vigne tinteggiate dai caldi colori autunnali con temperature miti, difatti non faceva più caldo e non ancora freddo.
Mentre si tagliavano i grappoli faceva piacere piluccare qualche chicco d’uva, dolce e dissetante ma se ne potevano fare anche delle vere scorpacciate, dato che nessun rimprovero ne sarebbe mai derivato; alla fine della giornata, poi, il padrone non negava a nessuno di portare un po’ di uva a casa ed è per questo che un altro proverbio dice:
Chi n’arrappulo e chi na pigna
Povera vigna mia senza vuaragno
Era il lamento di qualche contadino tirchio che si rammaricava per l’uva che veniva mangiata e donata e non venduta e che quindi non produceva guadagno ma si trattava di casi rari e sporadici perché, in realtà, nell’antica società contadina, c’era l’usanza di mandare a tutti, vicini, amici e parenti un po’ dell’uva raccolta; c’era, dunque, una buona e bella abitudine, quella di condividere i beni che si avevano a disposizione, con tutti, come in una grande famiglia; lo si faceva durante la vendemmia, ma anche quando si faceva il pane e quando si ammazzava il maiale.
La vendemmia era per il contadino il momento più atteso, quello di tirare le somme di un intero anno di lavoro, a volte non sempre giustamente ripagato a causa di qualche grandinata o dell’eccessiva siccità.
Il vigneto nella famiglia contadina ha sempre occupato un posto di rilievo, veniva seguito nell’arco di tutte le stagioni con i lavori di potatura, legatura e piegatura dei tralci, zappatura, cimatura , pulizia dalle erbacce, perfino protetto dagli uccelli con gli spaventapasseri.
La produzione del vino era una delle principali fonti di guadagno a Mondragone, quando i vigneti erano tantissimi ed occupavano tutta la zona a destra e a sinistra della Domitiana, dal lato del mare e dal lato della montagna oltre a tutti i vigneti disseminati lungo la via Appia antica, via Padule e lungo la strada per Falciano. Difatti i matrimoni si contraevano dopo la vendita del vino perché con i proventi da esso ricavati si affrontavano le spese ma non solo, con essi si potevano realizzare anche altri progetti, come comprare terreni o costruire case ecc.
La vendemmia iniziava solitamente tra la seconda metà di settembre e la prima di ottobre in giornate di sole, a mattina inoltrata quando l’uva era completamente asciutta dalla rugiada. L’esperienza del contadino era fondamentale per capire qual era il momento di iniziare la vendemmia e quando l’uva era matura al punto giusto.
Quando arrivava il tempo della vendemmia c’era bisogno dell’aiuto di tutti, veniva mobilitata tutta la famiglia, dal più grande al più piccolo, si cercava poi aiuto nella parentela e nel vicinato e se ancora non bastava, si prendevano persone a giornata come braccianti.
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I CARRI DELL’UVA

Una volta, quando i vigneti a Mondragone erano tantissimi e la produzione di vino era una delle principali attività dell’economia mondragonese, si svolgeva la Sagra dell’uva, una festa molto gradita ai Mondragonesi, che attirava anche tanti turisti.
Come riferito dal prof. Schiappa in uno dei suoi libri, era stata istituita nel 1950 per iniziativa della Cooperativa LAUMPAA, sotto il patrocinio del Comune e de “Il Mattino” e , successivamente fu organizzata dalla Pro Mondragone, con il patrocinio dell’ amministrazione Provinciale di Caserta.
Venivano allestiti alcuni carri allegorici ispirati alla vendemmia, che partivano dal Palazzo Ducale, attraversavano Corso Umberto e poi proseguendo verso Viale Margherita, si dirigevano verso il mare.
Quello che attirava maggiormente l’attenzione erano, oltre alle scene bucoliche dei carri raffiguranti la vendemmia, con tanti grappoli di uva e bambini che cantavano e ballavano, le ragazze, vestite alla maniera campagnola , belle e giovani, che sfilavano sui carri, antesignane delle odierne miss.
Quando i carri arrivavano sulla Domitiana, le ragazze offrivano l’uva ai viaggiatori che si trovavano a passare; in quegli anni, però, le macchine che transitavano erano di numero molto inferiore a quelle di oggi e quindi tutto si svolgeva in un’atmosfera festosa senza intralcio di traffico alcuno.
Quando i carri arrivavano giù a mare, nel salone del lido Airone una commissione di esperti premiava le migliori uve da tavola e da vino esposte dai diversi produttori .
All’evento, poi, venivano aggiunte, di volta in volta, simpatiche innovazioni. Quando la PRO LOCO di Mondragone era presieduta dall’avvocato Giovanni Tarcagnota, fu organizzata la prima esposizione di macchinari agricoli da vino che richiamò tanti visitatori, soprattutto delle categorie interessate.
Si aggiunse anche un concorso di poesia, ispirato alla festa e i migliori componimenti sul tema venivano premiati con coppe e medaglie da un’apposita giuria.
Quando i carri arrivavano alla Rotonda ,tra l’alternarsi di balli e canti, avveniva la premiazione del carro più bello ma il momento più atteso era senza dubbio l’elezione della Reginetta dell’Uva, tra le ragazze giovani e avvenenti che sfilavano in abiti campagnoli.
Nella prima edizione fu eletta all’unanimità la graziosa Lucia Pontillo, figlia della mitica maestra Carrano, che insegnò a Mondragone per diversi anni.
Nella seconda edizione fu eletta Amalia Pellegrino e le due damigelle furono Silvana Boccolato e Maria De Lucia.
Nel ’54 vinse il titolo Emilia Vellucci, la proprietaria del negozio di abiti da sposa a corso Umberto, Emile Moda. Lei sfilava sul carro preparato dal signor Montanaro, del rione san Francesco, sul quale troneggiava un gigantesco fiasco di vino e tutt’intorno le ragazze, che offrivano grappoli d’uva ai passanti.
La giuria fu particolarmente colpita dalla bellezza prorompente della ragazza e dal vestito, che aveva confezionato lei stessa, essendo già allora una brava sarta: la camicia bianca e vaporosa , ornata di merletti, sulla quale spiccava un gilè nero; la gonna arricciata in vita, era di rasone lucido color fucsia, con sopra il grembiule nero, secondo l’usanza contadina, ornato ai lati dai volants, in testa un fazzoletto a fiori, alle orecchie orecchini bianchi di perla a goccia. Era sì un vestito alla campagnola ma molto bello a vedersi, raffinato ed elegante, curato nei minimi dettagli. La Reginetta, quell’anno, fu premiata con un cesto di profumi, che le fu recapitato a casa con tanto di diploma e fotografia. Come damigella fu eletta Rosa Miraglia.
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Foto pubblicata su "Mondragone immagini di ieri"



“TIEN A CAP COMME INORIO”

“TIEN A CAP COMME INORIO”

Si usa a Mondragone quando si vuol far intendere ad una persona che è particolarmente dura di comprendonio. Il detto si riferisce ad un contadino mondragonese, dal carattere simpatico e singolare, Onorio Taglialatela, in dialetto mondragonese, Inori(o). E’ bene precisare che per la ricostruzione di questo detto e del personaggio si sono rivelate preziose le testimonianze di alcuni amici di fb, che si è rivelata una vera piattaforma di dibattito pubblico e culturale.
Si racconta che un giorno il commerciante che acquistava i fagiolini da Inorio gli faceva il conto e diceva: - Ve facite capace o no? No, nun me trov! Rispondeva Inorio. Il commerciante gli faceva il conto di nuovo e domandava: - Ve truvat o no? E lui: - No! Al che il commerciante disse: - Azz, ma allor nun ve tras proprio ‘ncap? Inorio, battendo il piede a terra, con un’espressione alquanto colorita ma inappropriata, rimasta famosa, disse: - Sient vuagliò, ‘ncul me tras ma ‘ncap no!
Sempre di Inorio si racconta un altro simpatico episodio. Un giorno Inorio entrò nella macelleria di Eraclio, nel nostro dialetto Arachi(o) e disse: - Buongiorno Arà, m vuò ra nu poco d carna bona? M’aggia fà arrustita! - Inò , si fortunat! Teng n’arrust ch po ij annanz a ru rre. Quant t n’aggia fa? - E mo ch n sacc(io)! Tagl(ia) Arà, tagl(ia)! Il buon Eraclio affilò il lungo coltello e con la massima cura e con l’aiuto della mannaia per tagliare l’osso, preparò un bell’arrosto e lo stese con cura sulla carta paglia, compiaciuto del risultato ottenuto. - Ah! E vist quant è bell! È tenner comme lu latt e po vir che sapor! Po m fai sapè. Abbasta? E Inorio: - Tagl(ia) Arà, . tagl(ia). Ed Eraclio con la stessa attenzione preparò un’altra fetta e la mise accanto alla prima. Al taglio della seconda fetta si ripeté stessa domanda e la stessa risposta:- Tag(ia)l Arà, tagl(ia)! Alla quarta o quinta fetta finalmente si arrivò al peso e al conto. - Inò , so quas dui chil, ramm 1800 lir! E Inorio:- 1800 lir? Ma tu sì pazz? Ij t rong 1800 lir a te? Ij m l sparagn st 1800 lir, m facc(io) na bella zupp d ciammarruch e m’addcrej(o).
Girò i tacchi e se ne andò senza nemmeno salutare, lasciando il povero Eraclio senza parole. Cari amici, la seconda foto è quella della macelleria in questione, della famiglia Pagliuca, che allora si trovava dove ora si trova l' Ottica Russo




giovedì 9 dicembre 2021

A PAPARELL D NATALE

 A PAPARELL D NATALE

Tanti anni fa, in una famiglia del rione S. Francesco viveva una donna molto anziana non più autosufficiente. Dopo una vita di lavoro in casa e in campagna, ora doveva essere aiutata anche in semplici operazioni di vita quotidiana quali il lavarsi e il vestirsi. Un giorno, ai primi di dicembre, poiché era una bella giornata, la figlia la fece sedere in cortile a godersi il caldo tepore dei raggi di sole che le ultime giornate autunnali ancora regalavano. La vecchietta si mise ad osservare i polli che scorrazzavano in libertà come era usuale a quei tempi e fu attratta da un’anatra, che si bagnava il becco nell’abbeveratoio e poi, libera e felice starnazzava, andando avanti e indietro. Allora disse alla figlia: - Vagliò, saj ch m jess a geni(o) d m mangià? Propri(o) nu p(e)zzariegli(o) d chella paparell! Al che la figlia rispose: - Oi mà, ma propri(o) a chell stat a guardà? Chell a stong a stipà p Natal! La madre non replicò ma successe che nel giro di pochi giorni si ammalò e morì. Pur essendo anziana, non c’era nulla che faceva presagire la sua morte e alla figlia rimase il rimorso di non averla accontentata e ripeteva tra sé: - Si sapev! Volentieri avrebbe fatto mangiare l’anatra alla sua mamma, se avesse saputo ma nessuno può tornare indietro nella vita e il passato ci può essere solo d’insegnamento.



mercoledì 8 dicembre 2021

MIEZU MILION O CINQUCIENTMILA LIR?


 A Mondragone viveva un giovane, a cui è rimasto legato il ricordo di un episodio divertente, realmente accaduto. Si chiamava Emilio e da noi si usava chiamare le persone con questo nome con una sorta di vezzeggiativo, che anziché abbellire il nome, lo imbruttiva parecchio: Mliuozz al maschile e Mliozz al femmininile. Se qualcuno chiedeva al giovane come si chiamava, lui rispondeva: - Miuozz! Perché era balbuziente e non troppo sveglio, oggi si direbbe “un sempliciotto”.
Un suo amico aveva una figlia non bella e neanche troppo giovane e, vedendo che il tempo passava e niente di nuovo accadeva, pensò di procurarle lui stesso un matrimonio per cui chiese a Miuozz se la voleva sposare e per convincerlo gli disse: - Si ta piglj, io nu ri rong sul a rot (corredo) ma te rong pur miezu mlion!
Il giovane, che non aveva mai visto tanti soldi, acconsentì subito.
La mattina delle nozze, il suocero disse al genero:- Miuò, va rent, vir che ‘ncopp a tavul ce stann le cinqucientmila lir pe te! Vattell a piglià! E Miuozz, credendo che lo volesse imbrogliare, rispose:- Ah, no no, io voglio ru miezu mlion e no le cinqucientmila lir!



CH(E) T(E) POZZN ACCIR!


 Quando si presenta una situazione di stress emotivo o di dolore fisico oppure se qualcuno ci fa arrabbiare, a tutti capita istintivamente di scattare, di perdere il controllo e di prendere a male parole l’interessato, o comunque di esprimere rabbia o tensione con un linguaggio per così dire meno controllato del solito, ricorrendo alle cosiddette parolacce, che in quel momento hanno un effetto liberatorio e ci aiutano ad affrontare meglio la situazione imprevista e difficile. Anche se solo ci cade un bicchiere di mano e si rompe per la sorpresa siamo portati a dire: - Accidenti – o- Mannaggia!
Freud diceva:- La civiltà ha avuto inizio quando la prima persona in preda alla rabbia ha lanciato un’ingiuria anziché una pietra … Il mondo sarebbe migliore se al posto di tutte le guerre i popoli si assalissero a male parole …
Nel nostro dialetto ci sono vari tipi di improperi, ingiurie e imprecazioni che servono proprio come valvola di sfogo in certe situazioni. Ce n’è una , in particolare, CHE TE POZZN ACCIR, che suona come un’invettiva, che usiamo per contrapporci a qualcuno, che ha fatto qualcosa che non doveva fare. La cosa assurda è che l’espressione è talmente usuale che la si utilizza anche semplicemente per scherzare e alcuni la usano proprio come un intercalare nel discorso, senza pensare minimamente al significato di ciò che si dice eppure le parole hanno un significato ben preciso, anche se lo si dice ridendo e scherzando. Usare quest’espressione significa augurare la morte ad una persona ma non una morte pacifica e tranquilla bensì le si augura di venire uccisi. A me, personalmente, quest’espressione non è andata mai a genio e, se potessi, l’abolirei dalla nostra tradizione linguistica. Suggerirei di augurare sempre il bene a chi ci vuol male e a chi ci vuol bene perché sia il bene che il male ritornano sempre al mittente.



martedì 7 dicembre 2021

MO VENE NATALE



Mo vene Natale
Nun tengo dinari
Me fumo na pippa
E me vaco a cuccà
A meza notte
Spareno e bbotte
Me metto o cazone
E vaco a veré
‘mbriacate tu
‘mbriacate tu
Si care malato
T’a viri tu
Questi versi, che ancora oggi vengono cantati scherzosamente in occasione del Natale, fanno parte di una filastrocca di origini napoletane, cantata anche a Mondragone. Sarà stata composta sicuramente da qualcuno che viveva in povertà e che non poteva certo preparare il cenone della vigilia o il pranzo di Natale secondo la tradizione, ma che nonostante tutto ci scherzava su cantando , accontentandosi di quel poco che la vita poteva offrire.
L’indigenza delle famiglie non era rara, essendo la povertà una condizione di vita molto diffusa nei tempi passati ma, se durante l’anno tante erano le limitazioni e le ristrettezze, quando arrivava il Natale ogni famiglia faceva di tutto per imbandire la tavola con tutte le prelibatezze della tradizione perché si trattava di una festa aspettata per tutto l’anno, a cui si teneva davvero tanto. I più indigenti chiedevano un anticipo dai proprietari terrieri presso cui lavoravano sulle giornate di lavoro della mietitura perché potessero comprare quei prodotti tipici natalizi quali baccalà, frutta secca ecc perché tutto andava consumato “ pe devozione” come si usa dire ancora oggi, mescolando il sacro al profano. In effetti, il Natale è sempre stato la festa religiosa più importante dell’anno, che coinvolgeva tutti e che ancora oggi ci coinvolge perché ha radici profonde. Oggigiorno questa festa ci affascina con le sue luci, con i colori, gli addobbi, i regali, anche se il Natale che viviamo oggi è il Natale dell’opulenza e del consumismo che ha perso molto di quel significato profondo che ci accompagna da oltre duemila anni: la nascita di quel Bambino e il messaggio che ogni anno ci torna a portare. Quello che di bello ha conservato il Natale è che anche oggi riesce a riunire le famiglie come un tempo. Di certo un tempo il Natale si trascorreva in maniera più semplice e povera ma intensamente sentito e vissuto con gioia tra gli affetti di famiglia. L’attesa cominciava con la novena all’Immacolata, dal 29 novembre al 7 dicembre e dall’ Immacolata si incominciavano a contare i giorni mancanti al Natale, un detto infatti diceva: - A Cuncetta, Natale diciassette per dire che mancavano 17 giorni. Seguiva poi la novena a Gesù Bambino , dal 15 al 23 dicembre. Il suono delle zampogne casa per casa era il segno che il Natale si avvicinava, e conferiva all’attesa quella componente di sacralità legata all’evento, rinnovando di anno in anno la celebrazione di antichi rituali. Gli zampognari erano pastori e contadini con la passione per la musica che nel periodo di Natale scendevano dai monti della Ciociaria per venire a suonare le novene di casa in casa e rimanevano in paese per tutta la durata della novena. Venivano verso il 20 novembre per accordarsi con le famiglie che volevano fare la novena e portavano in dono, quasi un pegno, una cucchiarella di legno , costruita da loro stessi. Il compenso veniva loro corrisposto l’ultimo giorno, a novena ultimata e un tempo consisteva in beni di prima necessità: vino ,olio ecc. ecc. Venivano con le cioce ai piedi, con il mantello nero e il gilet di lana di pecora. Ancora oggi gli zampognari vengono a Mondragone sulle orme paterne e grazie alle nuove generazioni, rinnovano e portano avanti la tradizione. Oggi suonano solo, ma un tempo cantavano anche le novene. I testi non venivano scritti ma imparati a memoria perché allora il grado di analfabetismo era molto alto ed è per questo motivo che di un testo ci sono varie versioni , ognuno li eseguiva come li ricordava e se non li ricordavano, cambiavano il testo a proprio piacimento. A Mondragone così cantavano gli zampognari:
E’ giorno d’allerezza
Da stammatina
E’ nato Nostro Signore Gesù Bambino
E’ nato in una grotta
Puvurieglio
E mmiez a nu bove e a n’asinieglio
Venite tutti quanti
Cu ri pasturi
A salutà a Gesù Nostro Signore
Appena terminata la novena all’ Immacolata si incominciava ad allestire il presepe, fin quando poi non è nata la tradizione anche dell’albero di Natale. Su un piano rialzato si costruiva uno scorcio di paesaggio, dove si cercava di riprodurre la montagna, il fiume, il ponte; la neve si riproduceva con la farina e con fiocchi di ovatta, il muschio che si andava a raccogliere era il tappeto erboso su cui venivano sistemate le poche statuine di gesso che si possedevano: il pastorello con la pecora sulle spalle, la lavandaia, il carrettiere, lo zampognaro vicino alla capanna, il fanciullo con le braccia aperte e con la bocca spalancata per lo stupore di essersi trovato davanti a Gesù; c’era sempre qualche pastorello con una gamba rotta ma con tanti accorgimenti si cercava di farlo stare in piedi. E così tra preparativi e attesa, arrivava la Vigilia.
In ogni casa la sera della vigilia era tradizione bruciare il ceppo “ru capufuoco” che doveva rimanere acceso per tutta la notte non solo perché doveva durare fino alla mezzanotte ma anche perché c’era la credenza che la Sacra Famiglia si venisse a riscaldare. Già durante l’anno, il capofamiglia in giro per la campagna teneva d’occhio la grandezza dei ceppi che venivano scavati, si sceglieva quello che gli sembrava più bello e più grande, che doveva ardere la sera della vigilia e lo metteva ad asciugare, poteva essere di quercia o di pino, di ulivo ma anche di alberi da frutto. Qualcuno lo faceva durare addirittura fino all’Epifania; se non era abbastanza grande , si alimentava il fuoco con altra legna per farlo bruciare più lentamente. Oggi la tradizione del ceppo è quasi scomparsa perché il camino è stato soppiantato da altri mezzi di riscaldamento ma un tempo esso, oltre a riscaldare, aveva per la famiglia un antico significato, era un luogo d’incontro, di relazione e di confronto.







LA CHIAVE


Tanti anni fa, più precisamente nel 1956, nel giorno della vigilia di Natale ci fu un’abbondante nevicata a Mondragone, fatto inusuale dalle nostre parti. Quell’anno il Santo Bambino davvero venne a nascere “al freddo e al gelo”. Nonostante il freddo, come ogni anno, ad una certa ora tutti si avviarono verso la chiesa perché alle 11, 30 sarebbe iniziata la funzione e a mezzanotte sarebbe nato il Bambino. Anche una vedova con due bambini, un maschietto e una femminuccia si avviò verso la chiesa di san Francesco. Tutte le sere la donna, molto devota, andava in chiesa con i bambini. La femminuccia molto attenta, seguiva con attenzione la S. Messa ma il bambino non ci andava volentieri, si annoiava, sempre seduto nel banco, non capiva perché tutte le sere la mamma li portava in chiesa, l’avrebbe capito poi, con il tempo, tanto più che la Messa allora si celebrava in latino e lui non capiva una parola. C’erano solo due giorni all’anno in cui non andavano in chiesa, alla festa dei Santi e dei Morti perché le Messe in quei giorni si celebravano al cimitero, dove loro si recavano per l’occasione, rimanendovi dalla mattina fino all’orario di uscita. Stare su quel banco, a volte, era una tortura e ogni tanto si allungava o si stiracchiava, si abbassava, si alzava, si girava finché una sera Padre Angelico, il frate che suonava l’organo, che si trovava in fondo alla chiesa in alto, lo osservò e gli fece una ramanzina tale da dissuaderlo per sempre a fare altri movimenti inopportuni. Con la mente, però, divagava e pensava a cose più interessanti, a quando con suo cugino andava ad acchiappare le rane nei fossi “abbascia a le parul”(paludi), che la zia spellava e poi preparava o in brodo o indorate e fritte o a quando andavano a mettere le tagliole(trappole) per acchiappare i passerotti, che sempre la zia arrostiva sulla brace del camino, dopo averli spennati, eviscerati e lavati per benino. Ma più di tutto pensava al suo gioco preferito, correre dietro al pallone, quello sì che gli garbava tanto, allora sì che si concentrava al massimo e non si stancava mai, si sentiva libero e felice. La sera della Vigilia, però, gli piaceva andare in chiesa, ricordava bene i riti solenni che si ripetevano ogni anno e i canti, il suono dell’organo, l’incenso, tutto gli sembrava più bello. Quando nasceva il Bambino, poi, alla fine , tutti in fila lo andavano a baciare, era così bello, roseo e cicciottello, grande come un vero neonato, il Bambino più bello di tutte le altre chiese del paese, che ancora oggi viene esposto nella chiesa di S. Francesco. Non avrebbe voluto dargli solo quel bacio frettoloso ma prenderlo in braccio, coprirlo con un copertina calda e riempirlo di tanti baci senza contarli.
Quella sera il bambino seguì tutto con attenzione. Era quasi l’una di notte quando tutti si avviarono per tornare a casa, anche lui con la mamma e la sorella si avviarono. Mentre camminavano osservavano la neve che si era depositata soprattutto ai lati della strada, tremavano dal freddo ma ben presto arrivarono a casa e la mamma cercava la chiave per aprire la porta ma cerca e ricerca la chiave non si trovava. L’avevano perduta! Proprio quella sera che il freddo faceva battere i denti. Per un attimo si guardarono smarriti. Che fare? Pensarono di tornare a cercarla e così tutti e tre iniziarono il percorso all’indietro, guardando a terra minuziosamente con molta attenzione. Finalmente verso metà strada sul lato destro, sulla neve spiccava la chiave marrone. Era una chiave grande perché una volta le chiavi non erano come quelle di oggi ma molto più grandi. La mamma la prese con sollievo e tutti e tre quasi correvano per la gioia senza pensare neanche più al freddo. Arrivati a casa, ben presto si misero a letto, al calduccio sotto le coperte ma prima di addormentarsi, il bambino ripensava a quello che era successo, al fatto che per fortuna con la chiave erano riusciti a rientrare in casa, dove lui si sentiva protetto e al sicuro. Fu quella chiave il miracolo della notte di Natale, il più bel regalo di un Natale, che mai avrebbero dimenticato.



lunedì 6 dicembre 2021

SAN NICOLA: L’AMICO DEI BAMBINI

 SAN NICOLA: L’AMICO DEI BAMBINI

San Nicola va per mare
Ed è vestito da marinaio
Sono questi i versi del ritornello di un antico canto popolare, che cantano i pellegrini, devoti di san Nicola, a Bari, accompagnando la statua del Santo verso il mare. Questi pochi versi rendono l’idea della enorme diffusione del culto di san Nicola, che percorre le vie del mare. Con grande frequenza, infatti, ricorre il nome del Santo nei toponimi di località costiere e nelle tante chiese e cappelle, a lui dedicate. Potrebbe , dunque, essere questo il motivo per cui il Casale di san Nicola a Mondragone l’abbia scelto come protettore, dedicandogli una chiesa, essendo anche Mondragone situata sul mare. San Nicola, la cui festività ricorre il 6 dicembre, era originario di Pàtara in Asia Minore e vescovo di Myria, in Anatolia. Proveniente da una famiglia nobile, rimase orfano da piccolo e fu allevato in un monastero, diventando sacerdote giovanissimo. Delle sue ricchezze, ereditate dai genitori, fece regali e doni ai bimbi poveri e alle famiglie bisognose. Imprigionato durante la persecuzione di Diocleziano , fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l’attività apostolica. Morì presumibilmente nell’anno 343 nel monastero di Sion. Fin dal sesto secolo il culto di san Nicola si diffuse in tutto l’Oriente e la sua fama arrivò anche in Italia. Essendo la sua figura legata alla protezione dei bambini e dei poveri si può dire che ogni popolo lo ha fatto proprio. L’episodio più famoso legato al Santo è quello della storia di tre giovani fanciulle molto povere che non si potevano sposare perché prive di dote. Il padre, sebbene a malincuore aveva deciso di avviarle alla prostituzione per potersi procacciare la dote. San Nicola, venuto a sapere della sofferenza di questa famiglia, decise di aiutarla, donando tre sacchetti di monete d’oro, uno per ogni fanciulla, introducendo una notte il primo sacchetto attraverso la finestra aperta e facendo lo stesso la notte successiva, introducendo il secondo sacchetto. La terza notte, avendo trovato la finestra chiusa, calò il sacchetto attraverso il camino con grande gioia della famiglia. E’ per questo motivo che il Santo viene raffigurato con il bastone pastorale, simbolo del Vescovo e tre sacchetti di monete d’oro. In un altro episodio si racconta che san Nicola, entrando in una locanda, scoprì che il proprietario aveva ucciso tre ragazzi , li aveva fatto a pezzi e messi sotto sale, servendone la carne agli avventori . San Nicola non si limitò solo a scoprire il delitto ma risuscitò anche le vittime. Ecco uno dei motivi che lo resero patrono dei bambini. Il culto di san Nicola diffusosi in tanti Paesi fu portato a New York dai coloni olandesi , infatti è il protettore di Amsterdam sotto il nome di Sinterklaas. Questo nome fu tradotto in inglese Santa Claus ed è così che nel tempo, dal sacro al profano, la sua figura subisce una progressiva opera di trasformazione e si arriva al personaggio di Babbo Natale, che però non ha più le caratteristiche vescovili di san Nicola ma viene rappresentato come un corpulento marinaio, dalla barba bianca avvolto da un mantello rosso con la pipa in bocca. Ecco perché i bambini aspettano da Babbo Natale doni e dolciumi. Ed è così che da un vescovo della cristianità si è passati a Babbo Natale, mito nordamericano del consumismo.










domenica 5 dicembre 2021

RI ‘NCIARMI

Nella notte di Natale, sedute vicino al fuoco, le donne anziane trasmettevano sottovoce alle giovani che volevano imparare e che ritenevano degne, formule e riti per curare e guarire alcune malattie, quali: il malocchio ,(mal di testa), i vermi nei bambini, la ponta (strappi muscolari, nevralgie) ecc. Era possibile trasmetterli solo nella notte di Natale, la Notte Santa. Si trattava di rimedi, terapie popolari, ancora oggi conosciute nel mondo contadino, nate tra la gente in un’epoca in cui la medicina poteva ben poco. All’epoca si cercava di guarire le malattie, utilizzando semplici elementi, quali: l’acqua, il sale, l’olio, compiendo gesti rituali, soprattutto il segno di croce, accompagnato da formule , seguite da preghiere, quali il Padre nostro , il Gloria al Padre ecc. perché era sempre a Dio che ci si rivolgeva affinché intervenisse e ristabilisse la guarigione .Le formule erano organizzate per rime e assonanze per facilitarne il ricordo, gli elementi usati non agivano per la loro composizione fisica o chimica ma perché la benedizione conferiva loro un valore sacramentale, rendendoli veicoli di grazia . Le persone che eseguivano queste pratiche non percepivano compenso perché le loro capacità di “guaritori” non erano considerate abilità personali ma un dono , un tramite di grazie verso il prossimo, in quanto era la persona che pregava ma Dio che guariva.

La sera della vigilia di Natale, inoltre, intorno alla brace, il capofamiglia disponeva le pigne, a semicerchio, avendo cura di girarle di tanto in tanto, affinché si sciogliesse la resina e si aprissero le squame legnose, facendo fuoriuscire i pinoli. Il profumino delizioso dell’incenso o resina si diffondeva nell’ambiente e tutti lì a sporcarsi le mani per rompere il guscio marroncino dei pinoli e per mangiare quei frutti prelibati dal delicato sapore.
A tale proposito si racconta che, secondo un’usanza molto antica, forse per un buon auspicio di fertilità, le nonne suggerivano alle loro nipoti vergini di mettere un mucchietto di pinoli in un fazzolettino tra i due seni e di aspettare, perché sarebbero fioriti. In effetti, dopo tutta la serata verso la mezzanotte il miracolo si compiva; probabilmente al contatto del calore del corpo, i pinoli si aprivano, assumendo l’aspetto di un fiore con quattro, cinque punte, bianco all’interno e marrone all’esterno.
Si credeva anche che la sera della Vigilia le streghe o janare si recassero in chiesa e per questo motivo un uomo si metteva a guardia dell’acqua santa e quando finivano le funzioni religiose, se lui non si allontanava, loro non potevano uscire e allora erano costrette a chiedergli il permesso e lui così poteva guardarle in faccia e vedere chi erano.
Anche quando si celebrava un matrimonio una persona si metteva guardia dell’acqua santa perché le persone malintenzionate non compissero alcun maleficio contro la coppia.
Quando, inoltre, due persone parlavano tra di loro stavano attente a mettere i piedi in croce per non far ascoltare alle janare quello che dicevano; quando si pregava, al contrario, non si mettevano i piedi in croce.
Si tratta di usanze, credenze e ritualità che ormai non esistono più ma che ci aiutano a comprendere la nostra cultura di provenienza, il modo di vivere dei nostri antenati, che ancora continuano a vivere dentro di noi.

Ringrazio di cuore la Sig.ra Clara Ricciardone , fonte inesauribile e preziosa di notizie e informazioni sulla cultura mondragonese.



sabato 4 dicembre 2021

“Il Francescanesimo a Mondragone”

LA MISSIONE
Dopo circa 135 anni dalla soppressione degli Ordini Religiosi, il 6 ottobre 1946 i Frati Minori ritornarono a Mondragone dopo quasi un secolo e mezzo di assenza.
Fu il canonico don Francesco Gravano, “don Ciccio” che prima della sua morte volle ridare ai “figli di S. Francesco” quella chiesa che loro malgrado furono costretti ad abbandonare.
Il Gravano si rivolse al Provinciale di allora, Padre Giacomo Iovine e questi inviò finalmente due frati: Padre Paolo Monsurrò di Torre Annunziata e Fra Benigno Fele da Qualiano.
All’inizio i disagi non furono pochi perché i monaci non avevano dove alloggiare, il convento era diventato proprietà privata e don Ciccio mise a loro disposizione un’abitazione di proprietà della sua famiglia in via Elena, dove ancora oggi, nel cortile, si conserva, in ricordo, una statua di S. Francesco.
Anche il popolo li accolse con freddezza spirituale e non con lo slancio affettuoso che aveva sempre avuto in passato verso di loro. Le vicende storico-politiche avevano contribuito non poco ad allontanare la gente dalla fede, tanti non andavano più in chiesa e alcune famiglie non facevano battezzare più neanche i propri figli.
L’intrepido Padre Paolo voleva, però, riportare i Mondragonesi alla fede cristiana e pensò subito ad una Santa Missione al popolo e si diceva: - Se Mondragone è tornata a S. Francesco, S. Francesco la farà ritornare a Cristo!
Organizzò per l’anno dopo, nel 1947, la Missione con cui riuscì a riportare il popolo mondragonese alla fede dei padri. Essa fu predicata da tre francescani: P. Vincenzo Gervasi, P. Pierbattista Iuliucci e P. Marcello Manilia e durò 10 giorni.
Ad essi fu offerta ospitalità dalla famiglia Caracciolo, che abitava proprio di fronte alla chiesa. Don Onorato Caracciolo e consorte offrirono la propria casa e la propria mensa ai Missionari per tutta la durata della Missione. P. Paolo con il suo senso pratico servendosi di semplici tendine, improvvisò in una stanza le celle del convento.
Dall’opuscolo commemorativo della S. Missione “Ritorno” pubblicato da P. Angelo Salvatore abbiamo la cronistoria dei giorni della Missione:
Il 26 gennaio cominciarono le prediche ma i Mondragonesi sembravano ormai insensibili ai richiami alla vita della Grazia e ne ebbero la penosa sensazione i Padri Missionari perché gli accorati appelli, le prediche, le meditazioni sembravano cadere nel vuoto e in chiesa erano presenti solo donne, vecchi e bambini. E dov’erano gli uomini e i giovani ? I Missionari erano davvero tristi e pregavano incessantemente.
Al quarto giorno la situazione cambiò, chissà se furono le preghiere o i bei canti con cui essi invocavano la misericordia di Dio, sì perché i buoni Missionari cantarono. S. Francesco, giullare di Dio, volle far vedere ai suoi figli come il Signore si serve anche del richiamo canoro per farsi strada nei cuori e fu in quel giorno che i Missionari si sentirono seguiti. Da quel giorno dovettero tenere due corsi separati: per le donne alle ore 17 e per gli uomini alle 19. Tutta Mondragone si riversò nella chiesa di S. Francesco, era una fiumana di popolo che entrava e usciva dalla chiesa. Dalla porta centrale e da quelle laterali s’impiegavano ben 20 minuti per svuotare la chiesa.
Di casa in casa si passavano la voce ed era tutto un accorrere verso la chiesa di S. Francesco. Un pescatore, convinto da un medico, andò in chiesa per curiosità ma poi, la sera dopo, condusse in chiesa tanti suoi amici; conquistato dalla verità dei sacri ragionamenti, diceva, scherzando, che s’era fatto pescatore di uomini. Molti furono chiamati alla conversione dallo zelo ardente dei buoni Missionari. Così, quando P. Vincenzo licenziava gli uomini invitandoli a mandare un bacio a Gesù, migliaia di labbra e di mani si schiudevano per lanciare sulle dita aperte l’affettuoso saluto a Gesù sacramentato. Fu un vero trionfo della Grazia.
Il 2 febbraio i Missionari annunciarono che si sarebbe andati a commemorare i Defunti . Tutta Mondragone , con il Sindaco e le Autorità, si recò al cimitero. I Mondragonesi, uniti nel dolore di lutti antichi e recenti, piansero lacrime di commozione al discorso di P. Pierbattista, dopo il rito di assoluzione alle tombe, impartita da don Enrico Macera. Al ritorno tutti ripeterono:- Viva Gesù! Viva Maria!
Il 5 febbraio fu il giorno dedicato ai bambini: più di 1500 bambini si recarono nella chiesa di S. Francesco a dialogare con i Missionari, che poi li condussero in processione a rendere omaggio alla Mamma Celeste, Maria SS Incaldana. Era una vera e propria crociata di fanciulli e l’arciprete, don Enrico Macera, li attendeva all’ingresso e li benedisse; il più piccolo di tutti andò alla custodia del Prigioniero d’amore, il Tabernacolo, bussò alla porticina del Ciborio e la baciò per tutti, piccoli e grandi. Tutti, commossi, piangevano.
Per la sera di quello stesso giorno venne programmata una processione per manifestare la devozione alla Madonna e per fare un giuramento d’amore di tutta Mondragone. Si Stabilì per la sera stessa ma pareva che le forze dell’Inferno congiurassero contro quel santo desiderio: tuoni, lampi, pioggia e interruzione dell’energia elettrica. Ci si chiedeva: - Non si farà la processione? Non si sapeva, ma la gente aspettava sotto la pioggia, al buio. Il direttore della Missione P. Vincenzo ordinò di uscire. In piazza, come per incanto, cessò la pioggia e apparvero le stelle ma mancava la luce. Un lume a petrolio illuminava timidamente il balcone di casa Sementini, dove P. Pierbattista doveva parlare al popolo ma ecco che all’improvviso un torrente di luce inaspettata inondò la piazza, sorse un applauso spontaneo della popolazione. Subito dopo il discorso, di nuovo pioggia e interruzione della corrente elettrica. Dunque quel rasserenarsi del tempo e la luce al momento giusto erano un segno del cielo e un dono di Maria? Perché dubitarne? Quando si tratta degli interessi di Dio non è impegnata anche la Mamma? I Missionari chiesero al popolo: - Questa che viviamo non è l’ora di Dio? E Maria Santissima , che non permise al barbaro Turco di realizzare l’oltraggio del fuoco al suo quadro venerato, non permette più l’oltraggio delle anime da parte di Satana.
L’8 febbraio ben 15 Padri Francescani ricevettero le Confessioni ed assolsero i peccati in nome di Dio. La notte dall’8 al 9 fu la notte degli uomini, notte di Grazia.
La Missione terminò con la Comunione generale a mezzanotte distribuita a un numero ingente di fedeli dal vescovo mons. Gaetano De Cicco e da quattro sacerdoti per un ‘ora.
La Messa solenne del giorno 9 alle 11 fu solo il suggello pubblico e ufficiale. Si portò in processione il bel Crocifisso della Chiesa Madre. La folla seguiva il Crocifisso e le strade risuonavano dei bei canti. Parlarono P. Vincenzo, poi il Provinciale e il Vescovo che si congratulò con i Missionari per i frutti riportati in una “vigna” incolta da tanti anni.
I Mondragonesi tra le lacrime salutarono i Missionari : - Non Partite, tornate! Il camioncino che li involava verso nuovi traguardi, si dovette fermare più volte bloccato dalle manifestazioni d’affetto. Fu grazie alla Missione che il popolo ricominciò a vivere più cristianamente e a frequentare i Sacramenti.
La Missione fu ripetuta più volte anche negli anni successivi.
Intanto P. Giacomo Iovine incominciò le trattative con il Vescovo perché la chiesa fosse eretta parrocchia ma non fu possibile per le opposizioni di parroci di altre chiese. Non è stato mai possibile neanche negli anni seguenti fino a che nel 1970 il Vescovo affidò ai monaci francescani la parrocchia di Maria SS. Addolorata. 
(La foto è tratta dal libro di Padre Berardo Buonanno "Notizie storiche del Convento della Chiesa e dei Frati di Mondragone")



venerdì 3 dicembre 2021

S. Barbara

 


Santa Barbara benerett
Liberace da truoni e saett
Così i Mondragonesi invocavano santa Barbara un tempo, nell’antica società contadina, quando tuoni e fulmini incutevano tanta paura e non si sapeva come difendersi dalla violenza catastrofica della natura. Nelle case contadine si accendeva la candela e si invocava la protezione della Santa. Ancora maggiore era la paura quando il temporale scoppiava all’improvviso e ci si trovava in campagna a lavorare e non si sapeva dove correre a ripararsi , davvero ci si raccomandava l’anima, in quelle situazioni di pericolo, pregando la Santa.
Santa Barbara è una delle figure femminili più popolari del Medio Evo: la sua storia è stata raccontata infinite volte ed è questo che ha ispirato i canti leggendari dei contadini e come qualcuno ricorda anche qui, a Mondragone, c’era un canto in cui si narravano le vicende della sua vita:
Niente a ri nobbili e niente a ri signuri
Barbara era figlia de pagani
Nu juorno va ru patre e ru vicario:
“Barbara mia, te voglio ammaritare”
“Andate a ri sprufunni maledetti
Ru spusu mio è Gesù benedetto”
Quanno ru patre cheste sente ricje
Ciento lignate a Barbara chiavaje
Rent a na casa scura, rent a na casa scura la ‘nserraje
Senza ra a beve e senza ra a mangià
Ma quanne è notte scese da ru cielo
N’angiulo lucente cu na spada
E tutte le piaghe a Barbara sanaje
Ru juorne roppe va ru patre e ru vicario:
“Barbara mia comme te ritruove?”
“Andate a ri sprufunne maledetti
Ru spusu mio è Gesù benedetto”
Quanne ru patre cheste sente ricje
A Barbara cundannaje de taglià la testa
Barbara alzaje gl’ucchi a le celeste
E: - Mio patre m’a crisciuto cu tanta festa
E mo m’a cundannato de taglià la testa
Quanne la testa a Barbara fuje tagliata
Na saetta da ru ciel fuje calata
Barbara ‘mparavise se n’andaje
E ru patre e ru vicario sprufunnaje.


Santa Barbara nacque nel 273 dC a Nicomedia, in Asia Minore per poi trasferirsi a Scandriglia in provincia di Rieti poiché il padre, fanatico pagano, era un collaboratore dell’imperatore Massimo Erculeo, che gli aveva donato vasti possedimenti in Sabina. Barbara conduceva una vita riservata, intenta allo studio, al lavoro e alla preghiera, aveva una spiccata intelligenza e si mostrò sensibile ad accogliere la nuova fede cristiana, che condannava l’idolatria e le ingiustizie del Paganesimo. Poiché era molto bella, veniva chiesta in sposa da molti pretendenti sebbene lei non avesse alcuna intenzione di convolare a nozze perché desiderava consacrarsi a Dio. Il padre Dioscuro , non accettando la sua decisione, fece costruire una torre per rinchiudervi la fanciulla. Barbara, passando miracolosamente tra le pareti della torre fuggì, ma tradita da un pastore, cadde nelle mani del padre che la trascinò davanti al giudice affinché venisse torturata e uccisa. Venne frustata con le verghe ma durante la notte un angelo risanò le sue piaghe. Il giorno seguente il giudice la sottopose alla tortura con piastre di ferro roventi ma le fiamme si spensero quasi subito. Non ancora contenti, fecero frustare di nuovo Barbara e la fecero condurre nuda per la città ma lei tornò mirabilmente vestita e risanata. Alla fine il giudice le impose il taglio della testa . Dioscuro stesso eseguì la sentenza. Mentre la testa della fanciulla cadeva al suolo, una saetta discesa dal cielo, lo incenerì. Emblematico è l’episodio del fulmine, simbolo di una giustizia più che di una vendetta, è il particolare-chiave della devozione per la Santa nei secoli. Secondo la tradizione le verghe con le quali fu frustata si trasformarono in piume di pavone ma dolcissimo è anche l’episodio della fanciulla che supplica il Signore di coprire le sue nudità, quando viene condotta nuda per la città. Ed ecco che il Signore interviene inviando una schiera di angeli per ricoprire le carni torturate della giovane. La storia di santa Barbara è la metafora della lotta fra i due mondi , quello cristiano e quello pagano. Nel tempo è diventata lei la santa che protegge dalle morti improvvise dovute a fulmini e saette e a tutto ciò che riguarda il fuoco. Con l’invenzione della polvere da sparo il culto di santa Barbara si diffuse tra coloro che maneggiavano esplosivi: artificieri, fuochisti, vigili del fuoco. Con il nome santabarbara si indicano ancora oggi i depositi di munizioni e le polveriere vengono poste sotto la protezione della santa. In particolare nelle zone minerarie sono state dedicate a lei cappelle, chiese e località.




FIO’, E FATT L’ ACQUA A PANZ!

 Giuseppe Fiore, bisnonno del prof. Raffaele Fiore, arrivato ad una certa età, un giorno si sentì male e fu chiamato per visitarlo il dott. Matteo Palmieri, a cui è stato intitolato un vicolo nel rione S. Angelo, alunno, tra l’altro, del filosofo Pietro Taglialatela.

Dopo averlo visitato, il medico esclamò: Fiò, e fatta l’acqua a panz!            (Una volta era chiamata così la cirrosi epatica, grave malattia del fegato). Il Fiore, grande bevitore e degustatore di vino, non aveva idea della malattia e non si capacitava di come avesse accumulato acqua nella pancia e rispose: - Duttò, me rispiace, assì m’a fatt fess muglier(e)m, ma io l’acqua in vita mia nun m’aggiu mai bevut!!!
Il vino era la bevanda alcolica più apprezzata nell’antica società contadina, legata alla gioia stessa di vivere, alla convivialità, capace di rendere allegri, di inebriare i sensi e di rinfrancare lo spirito. Oggigiorno sappiamo che un moderato uso di vino fa bene alla salute e protegge da alcune malattie ma una volta, quando non si sapevano tante cose, bere vino era uno dei massimi piaceri della vita se non il più grande in assoluto e anche se a volte si eccedeva, probabilmente era perché nel vino si trovava sempre soddisfazione , in esso si vedeva il rimedio a tutti i mali, basti pensare che non esistevano i bar per andare a prendere il caffè ma le taverne per andare a bere il vino.
Ringrazio il prof. Raffaele Fiore per avermi raccontato questo divertente episodio riguardante la sua famiglia
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A MEGLJ/ RU MEGLJ TEN A ROGN!



 A Mondragone si usa questo scherzoso detto per indicare che tutti i componenti di una comunità, di una categoria sociale o di una famiglia presentano qualche difetto, per dire che tutti sono infetti e corrotti. Di solito è riferito, in particolare, alle persone esposte pubblicamente come politici, dirigenti amministrativi e così via ma lo si riferisce anche a tutti gli uomini per dire che ognuno ha qualche problema.
Si usa questo detto anche in molte altre località italiane, dove, però, a differenza nostra, si dice:- Il più pulito ha la rogna!
Il detto, inizialmente, doveva essere riferito agli animali perché la rogna è una patologia infettiva della cute degli animali, provocata dagli àcari, parassiti, che si annidano nella pelle e nei follicoli piliferi, provocando prurito, infiammazione e perdita di pelo; è stato riferito, poi, in senso metaforico, agli esseri umani.
Comunque, a proposito di questo detto, si racconta che a Mondragone, tanto tempo fa, quando gli allevamenti di bufale non erano intensivi come oggi ma molto più piccoli e circoscritti, e le operazioni legate alla produzione della mozzarella non erano meccanizzate ma manuali, gli allevatori erano soliti dare un nome alle bufale come si fa con gli animali domestici, lo facevano anche con le mucche, le pecore ecc. ; il nome, di solito, era legato a qualche caratteristica che l’animale presentava o che la fantasia ispirava.
Un allevatore chiamò una sua bufala proprio con il detto in questione e quando arrivava l’ora della mungitura, lo si sentiva gridare: - A MEGLJ TEN A ROOOOOOOOOOOOOGN E la bufala, sentitasi chiamare, subito rispondeva: - MUUUUUUUUUUU! , si staccava dal gruppo e si avviava docilmente verso il padrone per farsi mungere. E così facevano tutte le altre, che ben conoscevano il loro nome e la voce del padrone.
Erano altri tempi, c’era una maggiore sintonia ed empatia anche con gli animali, con cui si condivideva la vita e con cui si stabilivano rapporti di amicizia e di affetto, che essi sentivano e ricambiavano, considerato che l’amore ha un linguaggio universale.





giovedì 2 dicembre 2021

LA LEGGENDA DELLE LINGUE DI CANE

 
Quest’antica leggenda mondragonese, raccontata nel rione S. Nicola non ha nulla da invidiare alle leggende più famose e note della mitologia greca riguardanti il grano; essa fornisce una spiegazione fantastica della reale forma della spiga di grano, stretta e lunga come la lingua di un cane. Il racconto fa riflettere non solo sulla brillante e feconda fantasia dei Mondragonesi di un tempo ma anche sul carattere di sacralità che aveva il pane nell’antica società contadina a tal punto da far pensare al castigo divino per chi lo sperperava. La leggenda, quindi, aveva anche uno scopo educativo, voleva insegnare a non sprecare il pane, l’alimento fondamentale per eccellenza, che ha salvato dalla fame intere generazioni. Quando il contadino, dopo un lavoro estenuante, riusciva a portare a casa i sacchi di grano, era soddisfatto e tirava un sospiro di sollievo perché la sua famiglia era salva dalla fame.

La leggenda narra che le spighe di grano non sempre sono state così, un tempo ogni stelo presentava due bellissime infiorescenze, che davano vita ai frutti e che producevano il doppio del grano che produce una spiga oggi. C’era una tale abbondanza di questo cereale che le persone cominciarono a non aver più rispetto del pane che con esso si produceva, lo buttavano come niente fosse, lo sperperavano e ne facevano un uso improprio e inadeguato; addirittura le donne, al massimo dello scempio, con le fette di pane pulivano il culetto ai bambini. Il Signore nel vedere tutto ciò si sdegnò e decise che il grano non avrebbe dato più frutti. Le spighe crescevano ugualmente ma non fruttificavano. Ne conseguì una grave carestia e la gente moriva di fame. Tra gli altri animali anche il cane non trovava più da mangiare e tutto scheletrico e denutrito si presentò al Signore e disse: - Diu mij, ce castigat a tutti quant, ma ij che colp n teng? Ij m mor d fam, assi me faciss truvà nu poc d pan! Il Signore ebbe pena dell’animale, si pentì della sua decisione e fece ricrescere le spighe di grano ma non più come prima, ogni stelo produceva una sola spiga dalla forma stretta e allungata come la lingua di un cane. Fu così che grazie al cane l’umanità riebbe il grano.
(Ringrazio Clara Ricciardone che mi ha riferito la leggenda tramandatole da sua nonna, Giovannina Franchino, originaria del rione S. Nicola)

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mercoledì 1 dicembre 2021

CASTIEGLIU CASTIEGLJ



CASTIEGLIU CASTIEGLJ, MAL’ ACQUA E MALA GENT, PUR L’ ERV E’ MALAMENT!
Si sempre vociferato, in passato, di una certa antipatia e rivalità esistente tra i Mondragonesi e gli abitanti di Castel Volturno. Pare che i Mondragonesi si siano sentiti sempre superiori ai Castellani sia perché il nostro territorio è ben più vasto rispetto al loro sia per le caratteristiche più favorevoli all’insediamento umano. A questo proposito la tradizione ci tramanda un detto, che scaturisce da un episodio.
Tanto tempo fa, un tale, di Mondragone, si recò a Castel Volturno per trattare un affare. A quanto pare, però, non solo non riuscì a concludere l’affare ma non fu neanche bene accolto dai Castellani. Tornando a casa, sentì l’urgenza di un impellente bisogno fisiologico,si fermò lungo la riva del fiume , e dopo averlo espletato, raccolse delle ortiche che crescevano lì intorno per pulirsi, con conseguenze disastrose, come si può immaginare. E così, tornando a casa e riflettendo su tutto quello che gli era successo in quel di Castel Volturno,sentenziò: - Castegliu Castieglj, mal’ acqua (riferendosi al fiume) e mala gent, pur l’erv è malament!